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Essere qui, adesso

di Ram Dass 4 mesi fa


Essere qui, adesso

Leggi un estratto dal libro "Al di Là dello Specchio" di Ram Dass e Rameshwar Das

Sembra semplice essere qui, adesso, ma queste tre parole contengono un lavorio interiore che dura tutta una vita.

Vivere nel momento attuale significa non avere rimpianti sul passato, né preoccupazioni o aspettative per il futuro. Essere del tutto presenti in ciascun attimo dell'esistenza implica vivere in totale appagamento, nella pace e nell'amore. Accedere a una tale condizione vuol dire risiedere in un diverso stato dell'essere, in un momento senza tempo, nell'eterno presente.

Quando vi troverete in questo puro essere, non potrete mai dimenticarlo completamente.

Comincerete a capire che i vostri pensieri continuano ad allontanarvi dal momento attuale. Ma l'essere è sempre qui, non è mai più lontano di un pensiero. Non c'è altro da fare, nulla da pensare. Basta essere, qui e ora.

Quando la nostra mente mette a tacere le sue elucubrazioni, prende il sopravvento ciò che si può definire il cuore-mente, dopodiché cominceremo a vivere nell'amore.

L'amore si apre alla fusione con un altro essere, con un'altra persona o con Dio (in fondo, sono la stessa cosa). L'amore è l'accesso all'unità con tutte le cose, all'armonia con l'intero universo. Questo ritorno all'unità, alla semplicità dell'essere e dell'amore incondizionato, è ciò che tutti desideriamo tanto.

La condizione unificata è il vero yoga, l'unione.

Il presente libro vi fornirà forse una nuova prospettiva per concepire la vostra vita. Spero che vivere in base a tale prospettiva vi consenta di scoprire un modo più significativo e trascendente di stare al mondo.

Essere totalmente presenti a noi stessi e agli altri significa focalizzarci su quello che è davvero importante nella vita; così, diventeremo più coscienti e amorevoli.

Stai leggendo un estratto da 

Al di Là dello Specchio

Oltre le illusioni del pensiero e delle emozioni per trovare il proprio sé

Ram Dass, Rameshwar Das

A volte l’illuminazione avviene spontaneamente o, come ha sperimentato Ram Dass, in un momento di straziante apertura. Più comunemente, capita quando lucidiamo lo specchio del cuore con la pratica quotidiana e guardiamo,...

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Indice dei contenuti:

La pratica rende perfetti

Forse siete già anime evolute, separate dall'Uno solo dal velo più sottile che esista, e la vostra illuminazione sarà quasi istantanea. Oppure siete ricercatori più incerti, con la mente che vi sballotta qua e là, per cui avrete bisogno che vi si ricordi dove si trova il vero Io.

A prescindere dalla vostra situazione karmica, spero che questo semplice testo sulla coscienza sia un'utile mappa stradale per guidarvi verso casa. La casa è dove risiede il cuore.

Per molti di noi è vantaggioso dedicare ogni giorno un po' di tempo alla pratica spirituale, cioè ritagliarne un minimo all'interno della nostre vite affaccendate.

La via del cuore non è facile o difficile, ma richiede tempo e intenzionalità.

Di solito, i periodi migliori sono la mattina presto, quando il mondo è ancora tranquillo, e durante la serata, nel momento in cui si accantonano le attività quotidiane.

Consideratelo come il tempo in cui esplorare l'essere interiore, per scoprire il significato della vostra vita.

La pratica spirituale ci offre la possibilità di recuperare l'innata qualità compassionevole del cuore e la saggezza intuitiva.

Sarebbe come acquistare un nuovo guardaroba di abiti spirituali: provate queste pratiche di autoriflessione, aprite il cuore spirituale (siate altruisti), e rilevate se questi abiti vi si attagliano. Poi osservatevi allo specchio: vedrete la vostra attuale identità e cosa è funzionale per voi.

Ognuno di noi ha un sentiero da seguire, il suo karma. Dobbiamo onorare il sentiero personale. Non si può imitare il viaggio degli altri. Ascoltate il vostro cuore per percepire i vostri bisogni, attingete il più possibile da queste pratiche e abbandonate il resto.

La strada verso casa

Nel 1961 avevo trent'anni ed ero al vertice della mia carriera universitaria. Avevo conseguito il dottorato a Stanford ed ero docente di Relazioni sociali a Harvard. Avevo scalato quelle che ritenevo fossero le vette della vita in senso sociale, economico e professionale.

Eppure, dentro di me avvertivo un vuoto, avevo la sensazione che mancasse qualcosa, malgrado tutto ciò che possedevo. Ero lì, a Harvard, nella mecca accademica e intellettuale ma, quando fissavo i miei colleghi negli occhi, chiedendomi: «Voi lo sapete?», mi rendevo conto che quanto cercavo non era rintracciabile in loro.

Negli ambienti sociali o familiari, mi guardavano con ammirazione e pendevano dalle mie labbra perché ero un professore universitario, talché presumevano che io sapessi.

Invece, per me la natura della vita restava un mistero. Conoscevo un mucchio di cose, però mi mancava la saggezza, la vera sapienza.

In questo stato di scontentezza, riempivo la mia vita con tutto quel che pensavo di volere e che ritenevo fosse culturalmente appagante.

Mangiavo e bevevo troppo. Affastellavo beni materiali e status symbol: fra l'altro, possedevo una motocicletta Triumph e un aereo Cessna. Suonavo il violoncello. Ero sessualmente attivo. Ma questi piaceri esteriori non mi fornivano le risposte che bramavo.

Dentro di me, non mi sembrava proprio di essere felice o soddisfatto.

Timothy Leary, un altro psicologo dell'università, si trasferì nella stanza in fondo al corridoio del mio ufficio. Incontrarlo è stato un punto di svolta nella mia vita. Diventammo amici di sbevazzate. Mi accorsi presto della sua brillantezza mentale, ancorché alquanto eccentrica, nel senso che era disposto a guardare il mondo con occhi nuovi.

A un certo punto del semestre, lui tornò dalle montagne messicane, dove aveva ingerito funghi psichedelici detti teonanàcatl, che significa «carne degli dèi». Disse che da quell'esperienza aveva imparato molto più che da tutti gli studi di psicologia. La cosa mi interessava assai.

Nel marzo 1961 assunsi quindi la psilocibina, una versione sintetica dei funghi magici, quindi per me cambiò ogni cosa. Sentii che la psilocibina mi introduceva alla mia anima, che era indipendente dall'identità fisica e sociale. Quell'esperienza ampliò la mia coscienza e cambiò la mia concezione della realtà. 

Le successive esperienze psichedeliche portarono al nostro licenziamento da parte delle autorità di Harvard e crearono un grande subbuglio, a livello sia locale sia nazionale, procurandoci una cattiva fama. Ma ormai una parte di me se ne infischiava dei titoli accademici e dell'opinione dei colleghi, poiché il mondo che stavo esplorando era di gran lunga più interessante.

Le sostanze psichedeliche mi permettevano di dimenticare l'educazione tradizionale e di attingere a regni della mente e dello spirito che non sarebbero stati disponibili in altra maniera. Quando ero sotto il loro influsso, sentivo di essere ciò che sapevo di essere, una persona profonda, libera, in pace e amorevole. 

Continuai ad assumere le sostanze allucinogene per cinque o sei anni, cercando di rimanere in quel luogo di illuminazione dove sentivo di essere amore. Solevo raggiungere lo stato di euforia ma poi scendevo, salivo e scendevo, arrivavo alla condizione in cui percepivo di essere amore, non riuscendo però a restarci.

Io volevo essere libero, non allucinato. Alla fine, compresi che per me quel metodo non funzionava, sicché cominciai a sprofondare in una cupa disperazione.

In retrospettiva, la psilocibina, al pari dell'LSD, fu importantissima per il mio risveglio, ma le sostanze psichedeliche non sono necessarie per il processo con cui si raggiunge il proprio Io. Vi possono mostrare una possibilità ma, quando l'avrete vista, continuare ad accedervi più volte non è necessariamente in grado di trasformarvi.

Diceva Alan Watts: «Una volta ricevuto il messaggio, riattaccate il telefono». In fondo, bisogna vivere nel mondo e trasformarsi al suo interno.

Aldous Huxley ci aveva dato una copia del libro tibetano dei morti e capii che in Oriente possedevano già le mappe degli stati interiori che stavamo esplorando intuitivamente, senza punti di riferimento. Di conseguenza, nel 1966 mi recai in India per cercare qualcuno che conoscesse i piani spirituali della coscienza.

Per i primi tre mesi viaggiai con un amico che aveva fatto spedire una Land Rover a Teheran e mi aveva invitato a unirmi a lui. Attraversammo l'Afghanistan, il Pakistan, l'India e il Nepal tra il fumo dell'hashish.

Ma fu soltanto un altro trip, la stessa esperienza euforica prima di ricadere in basso, una realtà che avevo già sperimentato e che mi conduceva alla disperazione.

Un giorno, eravamo a Katmandu, la capitale del Nepal, in un ristorante hippie detto Blue Tibetan, quando entrò nel locale un uomo straordinariamente alto, dai lunghi capelli e barba biondi. Era un occidentale ma indossava vestiti indiani; si diresse verso di noi e si sedette al nostro tavolo.

Il suo nome era Bhagavan Das, surfista ventitreenne di Laguna Beach, che viveva in India da vari anni. Mi ci volle poco per capire che lui conosceva quel Paese. Decisi di viaggiare insieme a Bhagavan per vedere cosa potessi imparare.

Attraversando il Nepal e l'India, tentavo spesso di raccontargli storielle divertenti oppure gli ponevo domande per sapere dove ci stessimo dirigendo. Lui era solito rispondere così: «Non pensare al passato; limitati a essere qui, adesso»; «Non pensare al futuro, sii qui, ora».

Sebbene fosse compassionevole, non si faceva coinvolgere nelle mie emozioni. Non c'era molto di cui discutere.

Dopo diversi mesi di vesciche ai piedi, frequenti attacchi di dissenteria e lezioni di hathayoga, Bhagavan Das disse che doveva andare dal suo guru, ai piedi delle colline himalayane, per il visto. Voleva andarci con la Land Rover, che era stata lasciata in custodia da uno scultore indiano, con l'istruzione di prestarmela se gliel'avessi chiesta. Così, ci andai con Bhagavan Das.

Salendo sulle alture, ci fermammo per la notte, quindi uscii per cercare il gabinetto. Sotto il cielo indiano trapunto di stelle, pensai a mia madre, che l'anno prima era morta di tumore alla milza. Mentre riflettevo, ebbi la netta sensazione della sua presenza. Non lo raccontai a nessuno. Lo psicologo freudiano dentro di me pensò: «Eccoti qui a ricordare la mamma mentre sei al cesso».

Il guru, colui che dissipa le tenebre

In auto, fra le colline, mi resi conto che stava succedendo qualcosa a Bhagavan Das. Gli colavano le lacrime e cantava a sguarciagola inni sacri. Mi rifugiai in un angolo del sedile tenendogli il broncio. Credevo di essere buddhista e non volevo vedere un guru induista.

Giungemmo in un piccolo tempio ai lati della strada; Bhagavan Das chiese dove si trovasse il guru. Dissero che Maharaj-ji era in collina. Lui si diresse in fretta verso le alture e mi lasciò lì.

Tutti mi guardavano speranzosi. Io non sapevo cosa fare.

Non volevo essere lì, né desideravo visitare un guru. Alla fine, pressato dalla situazione, e non per mia volontà, lo seguii. Salendo il pendio, inciampai dietro quel gigante che correva a grandi balzi, sempre piangendo.

Arrivati in cima, aggirammo un bellissimo campicello invisibile dalla strada, proprio sopra la vallata. In mezzo al campo, c'era un ometto anziano sotto un albero, seduto su un letto ligneo e avvolto in una coperta. Dieci o quindici indiani con abiti bianchi si erano accomodati sull'erba, attorno a lui. Sullo sfondo c'erano le nuvole, era un quadro bellissimo. Io ero troppo teso per apprezzarlo. Pensai che fosse una sorta di culto.

Bhagavan Das si precipitò in quella direzione e si prostrò (danda pranamm), sdraiandosi con la faccia a terra, e con le mani toccava le dita dei piedi del vegliardo. Ancora singhiozzava, e l'uomo gli accarezzò la testa.

Non sapevo che fare. Pensavo fossero pazzi. Mi tenevo in disparte e mi dicevo: «Be', ormai sono qui; comunque non toccherò i piedi a nessuno». Non sapevo cosa stesse succedendo. Ero sospettoso, in paranoia.

Il vecchio stava consolando Bhagavan Das con dei colpetti sulla nuca, dopodiché alzò lo sguardo su di me. Sollevò il viso di Bhagavan Das e gli disse in hindi: «Hai una mia foto?», al che il mio amico rispose affermativamente, tra le lacrime. Maharaj-ji lo esortò: «Dagliela».

Pensai: «Caspita, una cosa gentile, il vecchietto vuole darmi una sua immagine». Era la prima ricompensa egoica che ricevevo in quella giornata. Ne avevo davvero bisogno.

Maharaj-ji mi guardò ed esclamò qualcosa che fu tradotta così: «Sei venuto con un macchinone?». Sorrideva.
Era un argomento di cui non volevo parlare. Avevamo preso in prestito l'auto dal nostro amico. Ne sentivo la responsabilità.
Ancora col sorriso sulle labbra, Maharaj-ji aggiunse: «Non vuoi regalarmela?».
Abbozzai dicendo che non era mia, ma Bhagavan Das m'interruppe e affermò: «Maharaj-ji, è tua se la vuoi».
Farfugliai: «Non possiamo dargliela! Non è nostra!».

Maharaj-ji mi fissò e disse: «In America, guadagni molti soldi?».
Forse immaginava che tutti gli americani sono ricchi. «Sì, una volta guadagnavo un sacco di denaro».
«Quanto?».
«Un anno raggranellai 25.000 dollari».
Tutti calcolarono a quanto corrispondesse in rupie, in effetti era una bella sommetta. Maharaj-ji continuò: «Sei disposto a comprare un'auto così per me?». 

In quel momento pensai di non aver mai subito una pressione simile in vita mia. Ero cresciuto fra le associazioni ebraiche di beneficenza, e sapevamo come spillare soldi agli altri. Ma non eravamo bravi come lui.

Cioè, lo avevo appena conosciuto e già mi chiedeva una macchina da 7000 dollari. Replicai: «Uhm, forse».

Nel frattempo, insisteva a sorridermi. Mi girava la testa. Ridevano tutti perché capivano che mi stava prendendo in giro, anche se io non ne ero consapevole.

Poi disse che dovevamo andare a prendere prasad, il cibo. Ci accompagnarono in un tempietto e ci trattarono da re, porgendoci le buonissime pietanze e indicandoci dove accomodarci. Tutto accadeva sui monti: niente telefoni, niente luci, nulla.

In seguito, ci riportarono da Maharaj-ji, il quale mi invitò: «Vieni, mettiti seduto». Mi guardò e soggiunse: «Ieri sera eri all'aperto, sotto le stelle».
«». 
Proseguì: «Hai pensato a tua madre».
«Uhm..., sì».
«È morta l'anno scorso?».
«Esatto».
«Prima di morire aveva la pancia gonfia».
«».
«La milza. È morta per via della milza». Disse la parola in inglese e, mentre pronunciava «milza», mi guardava dritto negli occhi.

In quel momento, avvennero simultaneamente due cose.

In primo luogo, la mia razionalità andò in tilt come un flipper: cercava disperatamente di comprendere come avesse fatto a saperlo.

Immaginai ogni scenario possibile legato alle paranoie sulla CIA, per esempio: «Mi hanno portato qui, tutto fa parte della loro manipolazione mentale. Oppure lui ha questo dossier su di me. Ma per la miseria, è eccezionale! Come poteva saperlo? Non l'ho rivelato a nessuno, nemmeno a Bhagavan Das...», ecc.

Eppure, indipendentemente da queste esagerazioni, la mia mente non riusciva a capacitarsene. Non era nel manuale di istruzioni. La cosa trascendeva le mie fantasie più paranoiche, e devo dire che non mi manca certo l'immaginazione...

Fino ad allora avevo un'idea sensata su qualsiasi cosa riguardasse lo psichismo o i fenomeni soprannaturali.

Se fossi venuto a conoscenza di qualcosa del genere, mi sarei comportato come qualunque scienziato di Harvard: « Veramente interessante. Occorre tenere la mente aperta su questi fenomeni. Si stanno svolgendo ricerche interessanti in questo campo. Approfondiremo la questione».

Oppure, se l'LSD mi avesse reso euforico, in quanto osservatore avrei detto: «Come faccio a sapere se non sono io a creare tutto questo dal quadro generale?». Però non ero sotto l'influsso di alcuna sostanza e quel vegliardo aveva appena pronunciato la parola «milza». In inglese. Come diavolo aveva fatto a saperlo?

Il mio cervello elaborava le nozioni sempre più freneticamente per capire come mai Maharaj-ji lo sapesse.

Infine, come in un'animazione digitale di fronte a un problema insolubile, suonò il campanello, si accese la luce rossa e il computer si spense. La mia razionalità rinunciava. Era andata in tilt.

In secondo luogo, avvertii nello stesso momento una fitta violenta e dolorosa nel petto, poi iniziai a piangere. In seguito, compresi che era il mio quarto chakra, il centro del cuore, che si apriva.

Guardai Maharaj-ji, che ricambiava il mio sguardo con un'espressione di amore totale. Mi resi conto che sapeva tutto di me, anche le cose di cui mi vergognavo, eppure non mi giudicava. Mi stava soltanto dimostrando amore incondizionato.

Piansi, gemetti, piansi a lungo. Non ero triste né felice. La cosa più azzeccata che possa dire è che piansi perché mi sentivo a casa. Avevo portato il mio grande peso sulla collina, ora era tutto compiuto. Il viaggio era finito, avevo terminato la mia ricerca. 

Sparirono tutte le paranoie, e qualsiasi altra cosa. Mi rimaneva soltanto una fantastica sensazione di pace e amore. Mi trovavo alla presenza viva dell'amore incondizionato di Maharaj-ji.

Nessuno mi aveva mai amato in modo così completo. Da quel momento, non volevo fare altro che toccare i suoi piedi.

Poi mi diede un nome spirituale, Ram Dass, che significa «servo di Dio» (Rama è una delle incarnazioni induiste di Dio, Dass vuol dire «servitore»). Inoltre, mi affidò a Hari Dass Babà, colui che mi avrebbe insegnato lo yoga e la rinuncia nei successivi cinque mesi.

Nessun posto in cui andare

Durante i mesi di addestramento yoga nel tempietto collinare di Maharaj-ji, mi esaltai davvero. Sembrava che mi versassero la luce sul capo.

A un certo punto dovetti recarmi a Delhi per farmi rinnovare il visto. Ci andai da yogi. Portavo i capelli e la barba lunghi, oltre alla mala (rosario per le preghiere). Ovviamente, vestivo di bianco.

Mentre camminavo a piedi nudi lungo Connaught Circus, nel centro della città, provai ovunque la shxikti (energia spirituale). Adoravo quella sensazione. Anche il mio nuovo ego spirituale camminava con me.

Consegnai i moduli per il visto e raccolsi la posta all'American Express. Quindi mi infilai in un ristorante vegetariano per pranzare. Avevo fame, ma mi attenni alla purezza yogica.

In India, i santoni sono trattati con grande rispetto, ma se si è bianchi e occidentali la cosa è insolita. Ero doppiamente santo, dunque la gente era estremamente rispettosa. Mi guardavano mentre mangiavo. Avevo chiesto il piatto del giorno vegetariano, masticavo con consapevolezza, da vero yogi.

Alla fine mi servirono un dolce con due biscottini inglesi. Sapevo che non era cibo per gli yogi. Quando si è puri, si sente subito l'odore di ciò che è impuro. Eppure, dentro di me viveva ancora il goloso ragazzotto ebreo, che avrebbe voluto sbafarsi i biscottini. Perciò, mantenendo un atteggiamento compunto, spostai il piatto ma infilai nella borsa i biscotti. Pareva che pensassi a qualcosa di sacro... Li mangiai nel vicoletto, fuori dal ristorante. ... .

Tornai in montagna dopo otto ore di viaggio in autobus e, non appena entrato nel tempio, andai a toccare i piedi di Maharaj-ji. Alzai gli occhi su di lui, che disse: «Ti sono piaciuti i biscotti?».

La semplice verità

Speravo ancora di ricevere insegnamenti esoterici da Maharaj-ji, ma quando gli domandavo: «Come faccio a diventare illuminato?», lui replicava cose di questo genere: «Ama tutti, servi tutti, e ricordati di Dio», oppure: «Nutri la gente».

Se gli chiedevo: «Come posso conoscere Dio?», lui rispondeva: «Il modo migliore per venerarLo è in tutte le forme. Dio è in ogni cosa».

Questi semplici insegnamenti (amare, servire e ricordare) divennero le pietre miliari della mia vita.

Maharaj-ji leggeva nei pensieri altrui, ma oltre a ciò conosceva il cuore delle persone. Mi faceva impazzire.

Nel mio caso, mi aprì il cuore perché mi accorsi che sapeva tutto quel che c'era da sapere su di me, perfino i difetti più oscuri e vergognosi, pur continuando a volermi bene in modo incondizionato. Da quel momento, tutto ciò che volevo era condividere quell'amore.

Maharaj-ji, anche se sapeva che avrei voluto rimanere con lui per sempre, mi disse nella primavera del 1967 che era ora che tornassi in America. Mi raccomandò di non parlare di lui a nessuno.

Non mi sentivo pronto, gli dissi che non mi sembrava di essere abbastanza puro. Lui mi fece girare diverse volte, poi mi fissò con intenzione dalla testa ai piedi. Guardandomi negli occhi, esclamò: «Non vedo nessuna impurità».

Prima di lasciare l'India, mi svelarono che Maharaj-ji aveva concesso la sua ashiwad (benedezione) al mio libro. Obiettai: «Cos'è un'ashiwad? E quale libro?». Non avevo ancora iniziato a progettare il testo che sarebbe diventato Be Here Me. Quello era in effetti il volume di Maharaj-ji.

Mentre ero in attesa nell'aeroporto di Nuova Delhi, pronto a lasciare l'India, vidi che un gruppo di soldati americani mi stava osservando. Avevo i capelli lunghi, la barba lunga, e indossavo una lunga tunica bianca, che aveva tutta l'aria di un abito cerimoniale. Uno di loro mi si avvicinò e disse: «Cosa sei, una specie di yogurt?».

Sbarcai all'aeroporto di Boston, dove mio padre George mi stava già aspettando. Mi lanciò una rapida occhiata ed esclamò: «Svelto, sali in macchina prima che ti veda qualcuno». Pensai: «Questo sarà un viaggio interessante».

Dopo quarant'anni e un infarto quasi fatale, la vita è ancora un viaggio interessante.

Essere qui, ora, è perfino più importante, per me. Essere nel momento attuale, in pace qualsiasi cosa avvenga, diventa appagante.

Questa pratica mi permette di essere presente per amare e servire gli altri, per esprimere amore incondizionato nel mondo.

Quando si vive nel momento presente, l'adesso è tutto quanto esiste. Sembra che rallenti il tempo. Se la mente è placata, si entra nel flusso dell'amore, e si scorre da un momento all'altro in modo naturale, come il respiro.

Qualunque cosa si presenti, la accolgo con amore in quell'istante. Questa è la mia pratica di lucidatura dello specchio per riflettere l'amore di Maharaj-ji. In questo momento ci sono solo amore e consapevolezza.

Se una persona mi chiede come possa raggiungere il proprio cuore, gli consiglio quest'esercizio: Io Sono Consapevolezza Amorevole.

In India, le persone, incontrandosi e salutandosi, dicono: «Namasté», che significa:

Onoro in te il luogo in cui risiede l'universo intero. Onoro in te il luogo che è amore, luce, verità, pace. Onoro in te il luogo in cui, se tu sei in quel luogo in te e io sono in quel luogo in me, esiste soltanto uno di noi. Namasté.

Al di Là dello Specchio

Oltre le illusioni del pensiero e delle emozioni per trovare il proprio sé

Ram Dass, Rameshwar Das

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