800 089 433 / 0547 346 317
Assistenza Clienti — Lun/ven 9:00-18:00

Educazione affettiva - Estratto da "Poi la Mamma Torna"

di Alessandra Bortolotti 24 giorni fa


Educazione affettiva - Estratto da "Poi la Mamma Torna"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Alessandra Bortolotti e scopri come crescere un figlio indipendente senza per questo doverlo allontanare da te

È il primo giorno del tuo nuovo lavoro. Sei emozionata e anche un po' spaventata. Tutti ti hanno detto che sarà una magnifica occasione per crescere e fare nuovi incontri. Hai conosciuto i tuoi capi, e ti senti fortunata perché ti hanno fatto un'ottima impressione: ti sei sentita accolta!

Indice dei contenuti:

Educazione affettiva: perché?

Ti hanno fatto vedere la stanza in cui lavorerai: è colorata e arredata con cura. Anche chi ti ha accompagnato in questa prima esplorazione si è mostrato entusiasta e ti ha incoraggiata. Hai potuto portare in anticipo i tuoi effetti personali e, a quanto pare, ti sentirai come a casa: potrai perfino stare in ciabatte!

L'orario sarà flessibile e conoscerai tanti colleglli che, come te, stanno vivendo la stessa esperienza. Avrete sicuramente modo di familiarizzare, e c'è chi faciliterà le vostre relazioni con competenza e disponibilità. Tutto si mette proprio nel migliore dei modi.

Quando arriva il grande giorno l'emozione è davvero forte: il tuo cuore batte all'impazzata e tutti hanno scelto vestiti speciali, proprio come a una festa.

Decidi di farti accompagnare da chi ti vuole bene come nessun altro e, insieme, camminate attraverso il giardino (ah sì, c'è pure il giardino per prendere un po' d'aria e sgranchirti le gambe: wow!), pronti a entrare nella stanza che conosci già... Che l'avventura cominci!

A quel punto però succede qualcosa di strano... qualcosa che non ti aspettavi proprio.

In corridoio, resti di stucco vedendo che uno dei tuoi colleghi piange e si attacca alle gambe del suo accompagnatore: perché? Cosa sta succedendo?

Piena di fiducia, entri nella stanza che hai già visitato e trovi una situazione strana: un gruppo di colleghi soli, senza accompagnatori, con l'aria a dir poco smarrita.

Sembrano tristi e spaventati.

Altri, che tornano lì già da un paio d'anni, sono felici e contenti, chiacchierano fra loro ridendo fragorosamente e aspettano l'inizio delle attività.

Eppure è così difficile veder piangere degli sconosciuti... Ti senti un po' stranita: quante emozioni in quella stanza, quante persone estranee!

Poi ti accorgi che gli accompagnatori sono gentilmente invitati ad andarsene. La porta d'ingresso viene chiusa, ma tu non puoi uscire. Piangere non servirà a far tornare chi ti dà sicurezza: devi fidarti dei tuoi capi, che però per te sono ancora dei perfetti sconosciuti, specie ora che sei all'inizio.

Dentro di te cominciano a farsi strada mille pensieri e mille sensazioni: mi sento sola! Non conosco nessuno! Perché non posso uscire? Quando posso tornare a casa?

Che strano modo di cominciare un libro. Una storia paradossale e per certi versi comica, che accosta il primo giorno d'asilo al primo giorno di lavoro di un adulto. Ma no, direte voi, il paragone non ci sta. Gli adulti sanno cosa stanno andando a fare: non si fanno accompagnare, non lavorano in ciabatte, ma soprattutto possono uscire e rientrare dalla loro stanza quando vogliono.

Infatti, è proprio questo il punto: gli adulti lo sanno, i piccoli no. Non sanno perché sono lì, non vogliono restare soli, non hanno una cognizione del tempo abbastanza strutturata da dar loro la certezza che... poi la mamma torna.

Se è in crisi, il bambino vuole soltanto una cosa: che la mamma, il papà, la nonna o qualsiasi altra figura familiare torni a prenderlo proprio ora, nell'esatto momento in cui si sente spaventato, sorpreso, abbandonato, incerto, curioso o tutte queste cose insieme. Non dopo, quando ha finito di lavorare, colorare o mangiare. Ora. Punto.

Eppure un elemento in comune fra bambini e adulti c'è. Pensateci un attimo.

Entrambi provano emozioni forti, dettate dalla novità e dal cambiamento. L'adulto però ha una motivazione chiara del perché si trova lì, e farà tesoro di altre esperienze o situazioni nuove che ha già vissuto e superato in passato, anche quando era piccolo.

Il bambino no. In quel frangente, avrà bisogno che le sue sensazioni vengano riconosciute, accolte e prese sul serio. Avrà bisogno di fiducia, di sentirsi autorizzato anche a provare emozioni come l'incertezza o lo sconforto.

Non sempre le emozioni di grandi e piccini vengono prese sul serio. Accade tutti i giorni, in qualsiasi contesto. Non a caso, ho scelto come esempio il primo giorno di nido o di scuola dell'infanzia.

Con questo non intendo dire che non esistano nidi, scuole dell'infanzia e educatrici fantastiche o criticare la scelta di mandarci i vostri figli. Si tratta di una decisione strettamente personale, e l'intento di questo libro non è metterla in discussione.

Il messaggio che voglio promuovere è un altro.

Una società di persone

Scorrendo le prossime pagine e i prossimi capitoli sarà chiaro a tutti che parlo di emozioni e di educazione affettiva: un argomento che riguarda le persone in quanto tali, indipendentemente dalla loro età o dal loro ruolo.

Questo è un libro che tenta di abbattere dei muri: il muro dell'incomunicabilità affettiva fra grandi e piccini, il muro dei metodi educativi che alterano la relazione con i nostri figli, il muro di una società e di una norma culturale che impongono ai genitori di omologarsi a un'ideologia comune basata sull'interferenza, l'alterazione o addirittura la repressione di ciò che proviene dal nostro cuore, dal nostro mondo affettivo.

L'obiettivo, forse un po' ottimistico, è quello di promuovere una società di persone che si sentano legittimate a dare valore alle proprie storie e a quelle degli altri: storie fatte di vissuti e di emozioni, senza distinzione di ruoli, età, nazionalità o scuole di pensiero.

Questo libro parla anche dei bambini che siamo stati e di ciò che ci portiamo dentro come memoria affettiva. Avete appena letto una storia alla rovescia, in cui l'adulto viene paragonato a un bambino di tre anni all'epoca dell'inserimento nella scuola dell'infanzia.

Alla rovescia, perché siamo soliti vivere in una società adultocentrica che tende a vedere i bambini come piccoli adulti da impostare, da adeguare ai tempi e ai modi dei grandi.

Molti di voi avranno sorriso, o forse pensato che quel paragone fosse paradossale. E infatti lo è. Vi sarà sembrato bizzarro che si possa andare a lavorare in ciabatte... Ma se accettiamo che un adulto possa sentirsi a disagio pur avendo ben presente la motivazione che lo porta a trovarsi in un luogo ignoto con persone ignote, perché pretendiamo che i bambini debbano abituarsi rapidamente e in tempi prestabiliti ad ambienti e persone mai viste?

A questo punto converrà soffermarci brevemente sui concetti di abituazione e abitudine che tanto ricorrono nei libri e nelle parole di chi ha a che fare con i bambini.

L'abituazione è il processo inibitorio di risposte nuove che porta all'abitudine, cioè a comportamenti appresi destinati a riproporsi automaticamente in presenza di particolari stimoli o situazioni.

Per esempio, se un bambino di notte chiama o piange per essere consolato e nessuno risponde a quei segnali prendendosi cura di lui, alla fine non chiamerà più: avrà capito che le sue richieste, nelle varie forme e modalità in cui le ha espresse, non vengono accolte.

I suoi tentativi di richiamo in un momento di difficoltà, il suo sano e legittimo istinto di cercare risposta nelle relazioni affettive, il suo tentativo di trovare un segnale efficace per ristabilire una relazione di sicurezza con l'adulto saranno così inibiti, perché non sono serviti a ottenere ciò di cui aveva estremo bisogno.

Il tutto perché gran parte degli adulti è ancora convinta che un bambino che non dorme come i grandi vada educato al sonno, e non invece rispettato nel suo essere bambino. Lui non chiamerà più, non perché la frustrazione delle sue richieste lo abbia spinto a tirare fuori le sue risorse, ma perché chi si prende cura di lui ha risposto con l'indifferenza al suo richiamo e al suo modo di manifestare affettivamente un bisogno di rassicurazione, di contatto, di vicinanza e di calore.

Il nostro bambino, inoltre, non penserà che la sua domanda di aiuto sia sbagliata: anche questa è una deduzione derivata da una competenza adulta, così come l'affermazione fin troppo nota che la frustrazione vada indotta come metodo educativo perché stimola i bambini a sfoderare le loro competenze.

No, le cose non stanno così e lo vedremo meglio più avanti. L'unico risultato sarà questo: il bambino penserà che a essere sbagliato sia lui, se prova emozioni che i grandi mostrano espressamente di non accogliere e giudicano negative, indesiderabili, fastidiose, manipolatrici o furbe, specie se chiama di notte, quando tutti sanno che "di notte si deve dormire".

Il sonno dei bambini fino ai tre anni è completamente diverso per qualità e quantità da quello degli adulti. Prima ce ne facciamo una ragione e ci decidiamo a fornire ai genitori le corrette informazioni sulla fisiologia del sonno infantile, prima potremo aiutarli a gestire i risvegli notturni dei figli come tutti gli altri aspetti che si trovano già a gestire di giorno.

Invece continuiamo ad assistere imperterriti al proliferare di metodi e pubblicazioni che invitano i genitori a distanziare le poppate notturne o a utilizzare il ciuccio con l'intento di modificare i loro ritmi di sonno fisiologici, cioè normali.

Certo, la mattina i genitori lavorano ed è fondamentale non essere troppo stanchi. Ma la soluzione non è proiettare sui piccoli le aspettative di produttività ed efficienza che caratterizzano il mondo degli adulti; piuttosto, è quella di stabilire chiari confini tra ciò che significa essere un bambino e ciò che significa essere un adulto, tra ciò che compete all'uno e ciò che compete all'altro.

Nella nostra società sembra che il mondo affettivo si strutturi in base a meccanismi educativi basati più sul potere gerarchico che sul riconoscimento dei bisogni di tutti e sull'evolversi delle loro relazioni.

Per continuare con gli esempi, nel novembre di qualche anno fa, durante una riunione di post-inserimento alla scuola dell'infanzia con gli educatori, ricordo che una coordinatrice si complimentò con molti genitori dei bambini di tre anni perché finalmente erano riusciti a "lasciare" i figli, anche se piangevano, dimostrando fiducia nelle maestre.

Peccato però che la fiducia nelle emozioni di quei bambini non sia stata altrettanto considerata, accolta e rispettata, e che i genitori in questione siano stati giudicati più bravi e con una marcia in più rispetto a quelli che invece avevano preferito aspettare che la loro creatura si calmasse e accettasse il distacco temporaneo da loro (senza nulla togliere alla capacità delle maestre di consolare i bambini).

Nel capitolo dedicato agli asili nido e alle scuole dell'infanzia avremo modo di constatare che nella fase di inserimento la separazione dai genitori viene favorita e in genere meglio tollerata dai più piccoli quando si opta per una collaborazione fra educatrici, genitori e bambini e non per una rigida adesione ai protocolli.

Vedremo anche che dare importanza al processo con cui il bambino struttura dentro di sé la sicurezza che poi la mamma torna dà più risultati della scelta di rispettare tempi prestabiliti che rischiano di non tenere conto dell'unicità delle persone coinvolte e del momento che stanno affrontando.

Per continuare con il nostro apparente paradosso - che troppo spesso, purtroppo per i più piccoli, diventa una realtà - immaginiamo di essere in ufficio e di dover andare via proprio quando alcuni colleghi iniziano a manifestare un profondo disagio. Ce ne andremmo via di fretta, magari di soppiatto, aspettandoci pure i complimenti del nostro datore di lavoro per averli lasciati soli?

E ancora: immaginiamo di svegliarci impauriti nel cuore della notte e di essere rassicurati da una mano, un abbraccio o una parola dolce del nostro compagno o della nostra compagna. A chi non è capitato?

Ora proviamo a immaginare la stessa situazione, ma che al nostro risveglio lui o lei ci spieghino con parole amorevoli che quel contatto minaccia la nostra autonomia e che sarebbe meglio, anzi, se andassimo a dormire in un'altra stanza: come ci sentiremmo?

Nella nostra cultura i bisogni dei bambini non sono ritenuti importanti come quelli degli adulti.

Non solo, ma si tende a considerare normale, nel senso di normalità culturale, il ricorso a metodi basati su regole e limiti stabiliti da esperti, miranti a educare i bambini alla disciplina, a evitare i capricci e a comportarsi bene.

Il conflitto inoltre è visto come qualcosa da scongiurare perché rivelerebbe una mancanza educativa, piuttosto che una risorsa da gestire per dare voce ai bisogni di tutti in vista di nuovi equilibri. Non si ritiene altrettanto importante che gli adulti imparino a capire, a sentire con il cuore e nel cuore da dove hanno origine i comportamenti dei bambini che di solito vengono valutati negativamente e catalogati con parole come capricci o sfide.

Sembra che il loro universo affettivo abbia valore solo nei primi mesi di vita, passati i quali la maggior parte dei manuali o degli esperti prevede un metodo o qualche genere di interferenza da frapporre nella relazione con gli adulti.

La relazione non viene considerata come una risorsa da potenziare in vista di una soluzione, ma come un ostacolo o, tutt'al più, come un fattore importante solo a orari alterni.

Come nel caso dell'allattamento notturno: guai a portarlo avanti nei mesi (o negli anni) senza limiti e orari! E questo nonostante le indicazioni della comunità scientifica concordino nel consigliare e promuovere l'allattamento a richiesta nelle 24 ore, anche in caso di allattamento artificiale.

Se ciò accade è perché spesso i bisogni dei più piccoli vengono visti come potenziali vizi: in quel caso, è molto più facile stabilire regole attraverso la delega a presunti esperti che mettersi in gioco come persone in divenire, concedendosi il tempo e lo spazio necessari per capire che cosa succede a quel bambino e a quegli adulti in quel preciso contesto ambientale e affettivo.

Cosa vuol dire educare agli affetti

Quale genitore non si è mai chiesto se sia meglio un'educazione ferma, basata su regole, limiti e punizioni, o un'educazione permissiva che asseconda ogni esigenza del bambino per evitargli possibili traumi?

La mia idea è che, per rispondere a questa domanda, disponiamo di alternative meno dogmatiche e più efficaci, capaci di rispettare i bisogni di tutti.

L'unica vera regola è che esiste una fisiologia degli affetti, valida anche da un punto di vista scientifico, e che interrompere la comunicazione con quel complesso sistema corporeo ed emotivo grazie al quale viviamo, amiamo, ci arrabbiamo, camminiamo, pensiamo, significa interrompere un processo vitale che dovrebbe portare a fidarci di ciò che emerge spontaneamente dentro di noi.

L'ambiente emotivo in cui viviamo va inteso in una duplice accezione: è un ambiente interno e al tempo stesso esterno. Quello interno è scritto dentro di noi come uno spartito musicale in cui le note vengono inserite giorno dopo giorno.

Questo ha cominciato a riempirsi ancora prima che fossimo concepiti, grazie alle esperienze e ai vissuti dei nostri genitori.

La nostra vita prenatale, la nostra nascita, i primi giorni, i primi mesi e i primi anni di vita restano scolpiti come ricordi indelebili in quello spartito, che forse non è di facile accesso alla nostra memoria cosciente, ma lo è senza ombra di dubbio alla nostra memoria affettiva.

Attraverso l'unione di tutte quelle note si origina una melodia che caratterizza ciascuno di noi in maniera unica e irripetibile, e ogni volta che la ascoltiamo ci riporta alla nostra storia più profonda, una storia che non si può spiegare ma soltanto sentire col cuore e in connessione con le parti più universali dell'essere umano.

Una melodia è molto più della somma delle sue note: è un tutto che, se non viene ascoltato e preso nella sua interezza, ci fa sentire "a pezzi", smembrati, non completi.

Un concetto che un famoso scrittore è riuscito a esprimere in una frase semplicissima e al tempo stesso pregnante: «Tutti i grandi sono stati bambini, ma pochi di essi se ne ricordano».

Anche l'ambiente emotivo esterno fa parte dell'esperienza di ognuno di noi, per il semplice fatto che viviamo in una società dotata di norme sociali e culturali con cui fare i conti e con cui misurarci in base alle nostre credenze e ai nostri valori. Un altro aspetto cruciale che affronteremo insieme, quindi, riguarda le varie possibilità di comunicazione fra i nostri ambienti.

Prenderci cura delle relazioni, a partire da quella con noi stessi, metterci in gioco in prima persona e prestare l'attenzione necessaria ai nostri processi comunicativi verbali e non verbali, è uno strumento prezioso che permette di valorizzare il mondo affettivo e rispettare i bisogni di tutti.

Significa concepire le relazioni come una sorta di teatro in cui si rappresenta la vita vera, dove gli attori sono tutti persone egualmente meritevoli di considerazione e rispetto e nel quale è possibile esperire emozioni di ogni genere e trovare lo spazio per manifestarle ed elaborarle. Significa vivere con i bambini, e non nonostante i bambini.

Significa anche vivere, dare valore e mettersi in contatto con il bambino interiore che è dentro di noi.

La comunicazione verbale e non verbale degli adulti è un esempio che i bambini assimilano come il cibo che mangiano. Dal punto di vista affettivo, i piccoli sono molto più competenti di quanto pensino gli adulti, perché dalle nostre espressioni corporee e dai nostri atteggiamenti capiscono immediatamente se siamo felici o se qualcosa non va. Il nostro esempio per loro è una fonte di esperienza, un modello di riferimento per le relazioni presenti e future.

La comunicazione umana è un sistema complesso che si articola in molteplici aspetti e si trasforma di continuo. Se questo sistema funziona ed è efficace, ci aiuta a connetterci con noi stessi e con gli altri.

Come tutto ciò che riguarda la vita, il processo comunicativo non è lineare ma circolare, e dunque va preso nel suo insieme: è un continuum che riflette i nostri pensieri, le nostre emozioni e la nostra memoria, di cui il nostro linguaggio verbale è solo un'espressione codificata.

I bambini di pochi mesi capiscono il processo e la comunicazione non verbale prima ancora di comprendere il significato delle parole; in questo senso, sono anni luce più avanti di tutti coloro che danno molta importanza alle parole e poca, invece, alle dinamiche relazionali legate alla comunicazione non verbale.

I nostri figli ci insegnano che nessuno, a nessuna età, può fare a meno di comunicare. La responsabilità di un genitore sta anche nel rendersi consapevole di questa loro competenza e nel prestarle ascolto, valorizzando il relazionarsi con loro non solo attraverso la mente, la razionalità e le informazioni che possiamo acquisire con una connessione virtuale ai social e a internet, ma con una connessione che coinvolga anche i corpi e i cuori.

I metodi preconfezionati e validi per tutti ci omologano alle norme culturali del nostro contesto di appartenenza. Forse, a volte, possono farci sentire dei "bravi genitori", ma non riconoscono la circolarità delle relazioni nel loro divenire: non stimolano l'empowerment del genitore, ma delegano il compito a presunti esperti, determinando di fatto una frattura dei rapporti e dei processi comunicativi fondati sull'esperienza relazionale e affettiva fra grandi e piccini.

Un tempo a misura d'uomo... e di bambino

Oggi viviamo perennemente connessi, ma spesso siamo scollegati dalle nostre emozioni, dai nostri bisogni, dai nostri limiti. Ignoriamo e a volte superiamo il confine tra ciò che siamo davvero in grado di fare e l'idea di dover sempre fare di più anche quando potremmo o dovremmo fermarci un attimo.

Siamo sempre di corsa, e nelle nostre attività frenetiche trasciniamo bambini che imparano a correre dietro ai tempi degli adulti, salvo poi domandarci perché aumentino in maniera esponenziale le patologie legate all'iperattività infantile.

L'imperativo di aderire ai tempi imposti dalla crescita economica e da un'idea di produttività che mira a creare nuovi generi di consumo e nuove tipologie di consumatori mina la sopravvivenza di un tempo a misura di bambino. Il consumismo sfrenato del nostro mondo determina un'attenzione eccessiva all'apparenza, agli oggetti più che agli affetti, alle cose più che alle relazioni.

Ci ritroviamo a parlare dei fatti nostri davanti a uno schermo senza filtri né limiti e poi pretendiamo di imporli ai bambini in nome della buona educazione. Che tipo di educazione? Quella dei brand e dei centri commerciali? Quella dei metodi dei libri? E agli affetti e ai bisogni chi ci pensa? A chi competono la cura e la responsabilità affettiva?

La responsabilità spetta a ciascuno di noi, e riguarda in primo luogo noi stessi e anche tutte le persone che incontriamo nella nostra sfera privata e in quella professionale. Penso per esempio alle ostetriche, che svolgono un lavoro prezioso e un ruolo decisivo in uno dei momenti più intensi della vita affettiva di ogni essere umano che incontrano, padri, madri e nascituri.

Parlare di educazione agli affetti significa considerare i bisogni come parole del nostro cuore e del nostro essere vivi e reali. Questo dialogo dei cuori comincia solo se siamo disposti a metterci in gioco in prima persona, a riconoscere e ad accettare il nostro mondo interiore senza se e senza ma, senza pregiudizi e senza condizionamenti.

Se la cosiddetta "educazione" ci ha inculcato come un valore il fatto di non piangere, di fare i bravi e di non disturbare i grandi con i "capricci", significa che abbiamo imparato a considerare quell'espressione spontanea di emozioni negative come qualcosa da reprimere per far contenti i grandi.

Diventati grandi a nostra volta, è probabile che quella voce inascoltata tornerà a imporsi con prepotenza e chiederà di essere considerata in un'altra fase della vita, quando diventeremo genitori e avremo a che fare con i nostri figli.

Il confine fra ciò che è loro e ciò che è nostro sarà poco definito, e la rabbia che proveremo quando li sentiremo esprimere le loro emozioni ci riporterà, più o meno consapevolmente, alla rabbia di non aver trovato, a nostro tempo, il rispecchiamento emotivo di cui avevamo bisogno.

Quella rabbia repressa indurrà in noi il meccanismo difensivo, a volte irrinunciabile, di proiettare sui bambini di oggi cose che riguardano i bambini di ieri, innescando un circolo vizioso che potrebbe impedirci di tracciare confini adeguati tra il nostro mondo emotivo e il loro. Va da sé che tutto ciò non è contemplato dai metodi, che anzi colludono con queste dinamiche proiettive, pretendendo che i bambini si adeguino a norme culturali e antiche teorie pedagogiche.

Se poi un genitore, un educatore o un adulto in generale riuscirà a entrare in contatto con il suo mondo affettivo passato e sceglierà di andare controcorrente nell'educazione dei bambini guardando ai bisogni irrinunciabili di tutti, il più delle volte verrà accusato di essere un idealista e di generare danni e traumi di vario genere alle proprie creature.

Indipendentemente dalle sue scelte più o meno consapevoli, l'adulto si troverà probabilmente confuso sulle modalità di accudimento da adottare, perché la connessione emotiva fra grandi e piccini non è una norma culturale accettata di buon grado, ma viene vista il più delle volte come un cedimento di ruolo, una falla educativa o una mancanza di potere da parte dell'adulto, e non come un valore faticoso ma necessario che dà importanza agli affetti e ai processi relazionali che si tramandano di generazione in generazione.

Quando diventiamo genitori, ci ritroviamo con profondo stupore a ripetere ai nostri figli proprio quelle frasi che detestavamo quando venivano dette a noi da bambini: questa è una delle tante prove che i comportamenti e le parole oltrepassano le generazioni e la consapevolezza razionale, rendendo necessaria una rielaborazione emotiva degli schemi comunicativi e comportamentali che ci portiamo dietro dall'infanzia.

Le teorie che troviamo sui libri e sui vari siti internet non sono né necessarie né sufficienti a renderci bravi genitori e a creare figli felici, perché essere genitori non ha nulla a che vedere con corsi da frequentare, metodi da imparare o coach da seguire ma è, prima di tutto, qualcosa che ci chiede di entrare in contatto con i bambini di ieri, di oggi e, indirettamente, anche con quelli di domani.

Entrare in contatto significa stabilire una connessione corporea ed emotiva irrinunciabile, volta a far emergere le emozioni delle persone senza l'intermediazione di pregiudizi, ma accettando i processi e le trasformazioni che il ciclo vitale porta con sé.

La questione dei limiti da porre ai bambini diventa allora, innanzitutto, una questione che riguarda i bisogni dei grandi.

Sì, avete letto bene: di quei grandi che una volta sono stati bambini e hanno imparato dai grandi a non dare valore ai propri limiti, a vedere che emozioni come la paura, la rabbia, la confusione o la gelosia che provavano non venivano accolte e gestite amorevolmente, ma rifiutate o scoraggiate attraverso un esercizio di potere gerarchico. In molte delle teorie educative che proclamano il presunto valore del potere dei grandi sui più piccoli, questi ultimi non sono visti come persone, ma come esseri inferiori, furbi o manipolatori da impostare.

Una volta grandi, i bambini cresciuti così tenderanno a non riconoscere i propri limiti, a volerli sempre oltrepassare, senza concedersi mai il diritto di sentirsi stanchi, spossati o in affanno e provare a fermarsi un attimo, cercando magari una spalla su cui appoggiarsi, ridere o piangere.

A quel punto, per loro, sarà quasi automatico spostare tutto sui bambini, dire che sono creature stancanti, che mettono a dura prova, che non conoscono limiti e regole, che devono sparire e tornare solo quando avranno imparato a essere bravi e educati.

E questo potrebbe far scattare in noi il senso di colpa, a volte spontaneo o in altri casi indotto da familiari, amici o conoscenti, da dispensatori incalliti di consigli che non perderanno occasione di farci notare quanto stiamo sbagliando, per esempio, se allattiamo il nostro bambino per anni anziché per mesi o se lo teniamo troppo in braccio.

Troppo rispetto a quanto siamo stati tenuti in braccio noi? Forse vediamo qualcosa che non riusciamo ad accettare perché riapre dentro di noi una ferita difficile da far riaffiorare consapevolmente?

Non so a voi, ma a me tutto questo provoca rabbia, perché limita la libertà di scelta e di espressione delle persone. E siccome sotto la rabbia si nasconde sempre un bisogno inascoltato, frustrato e/o represso, inizio subito a mettermi in gioco e a riconoscere la mia emozione dietro questa rabbia. Sono figlia della generazione in cui il latte artificiale e i prodotti per l'infanzia hanno snaturato la relazione fra adulti e bambini, determinando di fatto un tabù enorme e ancora attualissimo che riguarda il contatto fisico ed emotivo.

Questa configurazione sociale dà origine a una percezione del contatto distorta, a un'incapacità di accettarlo sia come un fatto naturale e fisiologico, sia come parte di un continuum in cui è compreso anche il suo opposto, ovvero il momento altrettanto fisiologico del distacco.

Arriva sempre il momento di lasciar andare i nostri figli, a cominciare da quando li aiutiamo a venire al mondo. Quando noi mamme torniamo al lavoro e scegliamo di inserirli al nido, entriamo in un girone potenzialmente infernale, che ci impone di condividere con il mondo esterno le nostre scelte educative.

Se incontriamo persone capaci di rispetto, empatia e ascolto, possiamo concordare con loro modalità di accudimento condivise che non impongano né ai piccoli né ai grandi di negare le proprie emozioni in nome dei protocolli.

Se invece incontriamo persone che esigono di separarci dai figli secondo modalità che non tengono conto delle nostre e delle loro emozioni, verremo giudicate come mamme iperprotettive, che non hanno fiducia nelle educatrici, che non lasciano andare i figli e che anzi mettono i bambini in difficoltà con le loro teorie sull'accudimento e sul contatto.

Tutti i bambini, non solo il nostro: anche i compagni che ci vedono lì a temporeggiare prima di cedere alla fuga saranno in difficoltà. In realtà penso che i bambini siano più saggi di molti adulti, e se c'è qualcuno a essere infastidito credo siano proprio gli adulti che non hanno gli strumenti per gestire altri adulti (genitori o colleghi) convinti delle proprie scelte educative, per quanto diverse dalle loro.

Dalle norme culturali e dal mercato dei consumi sono nate così le mancanze affettive, che si tramandano ancora di generazione in generazione attraverso modelli educativi distorti, che non tengono sufficientemente conto delle dimensioni affettive dell'essere umano.

Per fortuna, però, esiste un modo per rompere questo processo diseducativo e riconnettersi alla fisiologia, cioè alla normalità degli affetti.

Nei prossimi capitoli cercheremo di capire in cosa consiste. Per ora, vediamo cosa dice la scienza in fatto di emozioni e affettività.

Poi la Mamma Torna

Gestire il distacco senza sensi di colpa

Alessandra Bortolotti

I bambini di E se poi prende il vizio? e I cuccioli non dormono da soli sono cresciuti e si affacciano alla vita fuori casa. Ma come si gestisce il distacco e il senso di colpa dei genitori e soprattutto delle madri? Qual è...

€ 17,50 € 14,88 -15,00%

Disponibilità: Immediata

Vai alla scheda


Alessandra Bortolotti è Psicologa perinatale, laureata in psicologia presso l'Università La Sapienza di Roma nel 1999, perfezionata presso l'Università degli studi di Firenze in Psicoprofilassi Ostetrica. Per BambinoNaturale risponde a quesiti inerenti la psicologia perinatale, gravidanza,...
Leggi di più...

Gli ultimi articoli


Non ci sono ancora commenti su Educazione affettiva - Estratto da "Poi la Mamma Torna"

Golden Books S.r.l.
Via Emilia Ponente 1705
47522 Cesena (FC)
P.iva e C.F. e C.C.I.A.A. 03271030409
Reg. Impr. di Forlì – Cesena n.293305
Capitale Sociale € 12.000 I.V.
Licenza SIAE 4207/I/3993
Macrolibrarsi è un marchio registrato
di Golden Books S.r.l. - Nimaia e Tecnichemiste