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Ebraismo e cultura ellenistica

di Mauro Biglino, Francesco Esposito 3 mesi fa


Ebraismo e cultura ellenistica

Leggi un estratto dal libro "Dei e Semidei" di Mauro Biglino e Francesco Esposito

In quanto divinità attiva che ha partecipato concretamente a ogni azione a favore del suo popolo nella storia dell’umanità, il silenzio e la scomparsa di Yahweh dalla scena politica a seguito della dominazione assira e babilonese fu un evento drammatico per la storia degli ebrei della diaspora. Il dio ebraico perse su tutta la linea: la sua promessa di offrire al suo futuro popolo una terra che andasse dal Nilo all’Eufrate (Gn 15, 18) non si concretizzò mai, dovendo accontentarsi di un fazzoletto di terra retto prima da una triade di sovrani a lui vicini, ma che più volte lo tradirono (Saul, Davide e Salomone); e successivamente con il suo stesso popolo che si divise in due regni distinti, divenendo politicamente più debole e facile preda dei loro futuri dominatori.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Dei e Semidei

Il Pantheon dell'Antico e del Nuovo Testamento

Mauro Biglino, Francesco Esposito

(3)

Con la nascita della tradizione filosofica greca e l’avvento della cultura ellenistica, avvenne un inesorabile cambio di paradigma nella storia dell’uomo: ciò che un tempo potevano essere considerate cronache antiche...

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I tempi gloriosi dell’Esodo, in cui Yahweh con il suo comandante in campo Mosè riuscirono a prevaricare persino sul Faraone con le sue armate passando attraverso un mare di giunchi (da qui la traduzione di Yam-Suf di Es 13, 18, che ben si allontana dall’immagine gloriosa dell’attraversamento del Mar Rosso), per poi avviare una feroce guerra di conquista nella cosiddetta Terra Promessa, erano solo un ricordo fisso, magari alterato, ma di certo influenzato dalla lunga presenza in Babilonia, nella mente degli ebrei in esilio. Tale fu l’evento tragico, tanta fu l’esigenza di ritrovare speranza in quella sconfitta politica, che durante l'esilio forzato in Babilonia un personaggio come Ezechiele dovette elaborare un testo che giustificasse la disfatta come conseguenza delle gravi colpe del Regno di Giuda, per poi trovare riscatto come popolo in futuro.

Ma in tutto questo non vi fu l’intervento di Yahweh: il dio degli ebrei non si mostrò in forma gloriosa su un ciglio della montagna in fiamme (il termine sene, con cui si vuole tradurre “roveto” in Es 3, 1-22, può anche essere una cima rocciosa), non si mostrò al popolo in pompa magna con una teofania tale da far scuotere l’intero monte Sinai. Niente di tutto questo. L’incontro fra Ezechiele e il suo dio fu sì concreto e materiale, ma Yahweh non si rivolse a un nuovo Mosè in grado di portare fuori da Babilonia il proprio popolo: l'El sembra quasi riversare il proprio astio verso quella gente che aveva sottratto agli Egiziani e fatto trasformare in un popolo su cui aveva speso tanti anni di mezzi, uomini e forze (Ez 6-24), incarnando la funzione di puro e semplice messaggero (Ez 36, 1-37).

Certo vane furono le sue ultime promesse (Ez 39, 25-29), quasi a motivo di riscatto come un leone ferito, in quanto una figura a lui estranea si fece avanti per la causa d’Israele e di tutti i popoli sotto il dominio di Babilonia: Ciro II di Persia, che conquistò l’intero dominio babilonese nel 539 a.C.

E di certo vane furono le parole di Isaia, che appaiono più come una propaganda a un El oramai sconfitto e svanito effettivamente dalla storia del proprio popolo, definendo Ciro come l’Unto, il Messia (Is 45, 1), in quanto lo stesso sovrano persiano non si presentò come rampollo del dio ebraico, ma come figlio del dio Marduk.

Sulla scena di un vasto pantheon semitico in cui l'El chiamato Yahweh era non solo uno dei tanti, ma vista la propria storia politico-territoriale forse uno dei meno importanti, non è difficile immaginare uno scenario in cui, con la disfatta dei regni di Giuda e Israele, dovette capitolare per lasciare la scena a Elohim più potenti militarmente e politicamente. Uno scenario di certo possibile: a fronte di ciò che narra Ezechiele, ma soprattutto con il supporto delle testimonianze epigrafiche in cui Yahweh, conosciuto nel vasto panorama semitico come Yaw, appare come uno dei figli dell’El principale del pantheon.

Interessante annotare come l’elaborazione “teologica” abbia proceduto in senso monoteistico con l’obiettivo di identificare il governatore degli Israeliti con la figura di un Dio unico e universale. Citiamo a questo proposito tra i vari possibili K. Schmid, «The Quest for God: Monotheistic Arguments in thè Priestly Texts of thè Hebrew Bible», Reconsidering the Concept of Revolutionary Monotheism (ed. B. Pongratz-Leisten, Winona Lake: Eisenbrauns 2011, pp. 271-289) in cui l’autore dimostra in modo assolutamente convincente come gli scritti sacerdotali abbiano cercato di unificare la nozione e il nome di Dio gettando un ponte tra i temi maggiori della narrazione biblica: la cosiddetta creazione, i padri e l’esodo, il vero evento fondante del popolo di Israele.

Esodo 6,3 si presenta quindi come un tentativo di unificare il “dio” dei padri con quello dell’esodo: Yahweh ed El-Shaddai (il cui significato più probabile è “Signore della steppa”, come chiaramente affermato in nota a Gen 17,1 dalla Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 2009) diventano allora due nomi, due modi differenti attraverso i quali si sarebbe rivelato lo stesso “dio” al punto che il termine Elohim viene utilizzato come un nome determinato (nonostante la palese indeterminazione morfologica) cioè come se fosse un nome proprio e in questo modo i tanti “dèi” diventano l’unico “Dio”.

Tale capitolazione lasciò soli e disorientati gli ebrei liberati da Ciro il Grande. Non più un popolo unito, non più protetti dal proprio El, gli ebrei figli della diaspora presero strade diverse: chi tornò in Palestina nella speranza e nella promessa della ricostruzione del Tempio, ma senza più un potere laico a guidarli, ma uno di stampo puramente sacerdotale; chi invece decise di mantenere stretti i rapporti con le genti del Mediterraneo, mettendo così radici nelle future grandi città dell’impero alessandrino.

Ma nonostante la forte divisione e le distanze geografiche, la riflessione e le reinterpretazioni dei testi a seguito della sconfitta e della disfatta del binomio popolo-dio costrinse gli ebrei a una rilettura dei testi dei Padri. Era in gioco la sopravvivenza di un popolo e di un’identità. Esisteva ancora un sentimento speranzoso, soprattutto per gli ebrei siti in Palestina. Era necessario reinterpretare tutto quello che era accaduto e rivederlo sotto una nuova luce, ma per farlo dovevano essere definiti dei canoni specifici, dei pilastri indiscutibili tali da sancire una volta per tutte l’identità ebraica come popolo: circoncisione. Legge e Tempio furono quelli i tre elementi fondamentali su cui ogni singolo giudeo in terra d’Israele o in terra straniera poteva riversare le proprie speranze e le proprie aspettative in quanto ancora contraente di un patto mai cessato.

Inizia quindi un processo di interpretazione degli antichi eventi in chiave spiritualistica, una tensione che appare assolutamente nuova in quanto non presente nella panoramica dell’Antico Testamento precedente all’esilio babilonese. Come scrive chiaramente il prof M. Garda Cordero (docente di Esegesi dell’AT e Teologia biblica all’Università Pontificia di Salamanca) nell’Endclopedia della Bibbia:

«L’interiorizzazione o spiritualizzazione delle promesse divine si fa più profonda a motivo della catastrofe nazionale del 586 a.C. La scomparsa della nazione come entità politica fa sì che gli spiriti eletti si ripieghino su di sé, cercando una nuova interpretazione spirituale delle antiche promesse..»

L’israelita era considerato non tanto come individuo ma come una sorta di cellula appartenente a un organismo più complesso e completo, un’entità collettiva che ha un destino e una finalità peculiare nella storia.

Il processo proseguirà approfondendosi ancora nei tempi sia immediatamente precedenti che successivi al Gesù (Giosuè come bisognerebbe correttamente chiamarlo) figlio di Giuseppe; tempi in cui, scrive G. Stemberger (Professore emerito di Giudaistica all’Università di Vienna)...

«le confraternite farisaiche avevano promosso, non meno che i circoli di scribi, una spiritualizzazione della religione, avevano esteso le norme di purità e quelle alimentari relative ai sacerdoti del tempio alla vita quotidiana, e posto lo studio della sacra Scrittura sullo stesso piano del culto del Tempio».

Da queste tensioni deriva anche l’opera che è ancora oggi considerata una sorta di enciclopedia del Giudaismo, il Talmud, specie quello babilonese: un lavoro durato circa sette secoli che contribuì al superamento delle conseguenze disastrose della ulteriore, nuova grande catastrofe che aveva colpito la nazione israelitica: la distruzione del Tempio a opera dei romani nel 70 d.C.

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Mauro Biglino

Mauro Biglino cura le edizioni di carattere storico, culturale e didattico per diverse case editrici italiane. Studioso di storia delle religioni e traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo, collabora con diverse testate giornalistiche. Da circa 30 anni si occupa dei...
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Francesco Esposito

Francesco Esposito, Lamezia Terme (CZ) classe 1986, laurea magistrale in Scienze Filosofiche e Master in Editoria Digitale. Il principale interesse si basa sugli studi personali, per oltre dieci anni, dedicati al cristianesimo primitivo e pre-conciliare, presentando una tesi magistrale sul De...
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