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Diete crudiste vegane e malattie croniche - Estratto da "Mangio Crudo e Vivo Meglio"

di Brenda Davis, Vesanto Melina 5 mesi fa


Diete crudiste vegane e malattie croniche - Estratto da "Mangio Crudo e Vivo Meglio"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Brenda Davis e Vesanto Melina e scopri tutti i benefici per la salute di una dieta 100% vegetale e crudista

Le diete crudiste vegane possono rappresentare il più efficace trattamento alimentare terapeutico esistente per le malattie croniche. Benché le ricerche a oggi siano limitate e in continua evoluzione, i risultati finora ottenuti rappresentano una speranza reale di guarigione.

Sono in corso studi preliminari sugli effetti di tali regimi alimentari su cardiopatie, diabete e cancro, e sono disponibili studi peer-reviewed su artrite reumatoide e fibromialgia.

Le diete vegane crudiste sono promettenti nel campo delle malattie croniche, poiché eliminano due delle categorie di alimenti potenzialmente più dannosi: i cibi industriali e i derivati animali. Quindi, tali regimi sono privi di colesterolo o acidi grassi trans, e in genere non contengono carboidrati raffinati o in dimensione minima. Inoltre, hanno pochissimi di quei composti dannosi che si formano quando i cibi vengono sottoposti al calore, soprattutto alle alte temperature.

Le diete vegane crudiste sono anche ricche di antiossidanti, sostanze fitochimiche, fibre e altri componenti alimentari associati a una riduzione del rischio di malattie.

Indice dei contenuti:

Artrite reumatoide

Fino a oggi sette studi (tutti condotti da team di ricercatori dell'Università di Kuopio, in Finlandia) hanno dimostrato gli effetti positivi delle diete vegane a base di cibi vivi su pazienti con artrite reumatoide. I partecipanti a tutti gli studi hanno riportato riduzioni significative della rigidità presente al mattino, del gonfiore alle articolazioni, del dolore e di altri sintomi tipici della malattia. Benefici più modesti sono stati osservati negli indicatori (marker) della malattia identificati in laboratorio (esami del sangue, urine e raggi X). Sono stati riportati anche altri benefici tra i partecipanti, come modifiche positive della flora batterica fecale (batteri nelle feci), riduzione dei livelli del colesterolo nel sangue e aumento delle concentrazioni di antiossidanti protettivi.

Ci sono molte spiegazioni possibili sul perché le diete a base di cibi vivi riducano i sintomi dell’artrite reumatoide in alcune persone. Questi regimi alimentari sono ricchi di composti antinfiammatori e antiossidanti, mentre sono pochissimi i cibi che aumentano ossidazione e stato infiammatorio. Uno studio ha osservato che l’assunzione di sostanze fitochimiche, come la quercetina (che si trova in cipolle e mele), il kaempferolo (presente nel tè e nei broccoli) e la miricetina (presente nelle noci e nell’uva), era dieci volte maggiore che nel gruppo dei partecipanti che seguiva una dieta onnivora. I soggetti che seguivano diete a base di cibi vivi avevano livelli più alti nel sangue di vitamine C ed E; i carotenoidi ematici erano da due a sei volte più alti nei vegani rispetto al gruppo di controllo degli onnivori. Un altro studio ha riportato una diminuzione significativa nelle feci dei composti associati alle infiammazioni. L'apporto notevolmente maggiore di fibre associato alle diete vegane crudiste favorisce la regolarità intestinale e riduce i tempi di permanenza delle sostanze dannose che possono essere assorbite. Come ci si aspettava, tutti questi vantaggi sono scomparsi quando i partecipanti sono ritornati al loro originale regime alimentare onnivoro.

I ricercatori hanno osservato che quando si adotta una dieta a base di cibi vivi, si modifica radicalmente la nostra microfibra intestinale: aumentano i batteri “amici” che vivono nel nostro intestino. Si pensa che sia tale modifica a ridurre in maniera significativa i sintomi dell’artrite reumatoide. Una teoria suggerisce la possibile spiegazione, che è la seguente. I frammenti dei batteri dannosi passano dall’intestino al sangue e danno inizio alla formazione di anticorpi, che attaccano non solo questi frammenti potenzialmente dannosi ma anche tessuti sani dalla struttura simile. Le modifiche indotte nella microflora dalla dieta a base di cibi vivi riducono questi frammenti pericolosi e la conseguente reazione autoimmune. Cinque dei sette studi menzionati in precedenza hanno preso in esame i cambiamenti avvenuti nella microflora dei partecipanti. In tutti i gruppi che seguivano la dieta con cibi vivi è stato osservato un cambiamento significativo e positivo nella flora fecale indotto dall’alimentazione, cosa che non è accaduta nei gruppi di controllo.

Un’altra diffusa teoria che documenta l’efficacia di tutti i tipi di diete a base vegetale nella riduzione dei sintomi dell’artrite reumatoide si basa sul fatto che tali regimi alimentari, in genere, portano a una perdita di peso. È il caso degli studi menzionati in precedenza, con una perdita media del 9% del peso corporeo totale riscontrata in alcuni di essi. Tale teoria è stata testata affiancando i risultati di tre studi che hanno esaminato gli effetti della dieta latto-vegetariana, vegana e mediterranea sull’artrite reumatoide. La perdita media di peso è stata di 2,4 kg a persona in un periodo dai tre ai quattro mesi. Confrontando i cambiamenti nel peso corporeo e nei sintomi dell’artrite reumatoide, non sono state osservate correlazioni di rilievo; ciò, benché non escluda la possibilità che la riduzione del peso possa favorire l’alleviamento dei sintomi della malattia, fa piuttosto pensare che la modifica dell’alimentazione abbia un’efficacia ben più profonda.

Alcuni esperti sostengono che i benefici dovuti a diete vegane “estreme” siano da addebitare all’eliminazione dei cibi che hanno prodotto allergie e sensibilità nei pazienti. Ogni regime dietetico che escluda gli alimenti allergizzanti, come i latticini o i cereali contenenti glutine o le Solanacee, può risultare altamente efficace per chi soffre di tali intolleranze (per approfondire l’argomento vedi Food Allergy Survival Guide di Vesanto Melina, Jo Stepaniak e Dina Aronson).

Anche gli acidi grassi a catena lunga omega 3 possono ridurre i sintomi dell’artrite reumatoide. Nel 2003 uno studio tedesco ha notato diminuzioni significative dell’indolenzimento e dei gonfiori in pazienti sottoposti a dieta vegetariana, mentre nessun cambiamento positivo è stato avvertito in chi aveva seguito una dieta onnivora (Adam 2003). Tutti i partecipanti avevano ricevuto un placebo oppure olio di pesce in capsule (tre mesi l’uno e tre mesi l’altro, con due mesi di intervallo nel mezzo). I soggetti osservati, sia del gruppo vegetariano sia di quello onnivoro, hanno riportato una diminuzione dell’indolenzimento e del gonfiore durante il trattamento con olio di pesce, anche se i benefici sono stati maggiori in chi seguiva la dieta vegetariana. Gli acidi grassi a catena lunga omega 3 possono essere ottenuti anche senza utilizzare il pesce, scegliendo integratori DHA/EPA a base di microalghe (vedi il capitolo 7 per ulteriori informazioni).

Non ci sono ricerche che mettano a confronto l’efficacia delle diete vegane crudiste con quelle vegane a base di cibi cotti nel trattamento dell’artrite reumatoide; tuttavia uno studio ha confrontato un gruppo di volontari che hanno consumato cibi vivi per una settimana con un altro che ha assunto lo stesso tipo di cibo nelle medesime quantità, ma cotto nel forno a microonde per due minuti prima di essere mangiato. I risultati sono stati ampiamente positivi per entrambi i gruppi, ma la riduzione di composti tossici e il miglioramento dell’approvvigionamento vitaminico si sono rivelati maggiori in chi aveva seguito la dieta con cibi vivi. Alcune delle modifiche osservate in chi aveva mangiato cibi crudi sono state messe in relazione con il miglioramento dei sintomi dell’artrite e stanno a indicare un potenziale vantaggio delle diete crudiste.

Ci sono numerose ricerche riguardanti l’utilizzo di diete standard vegane o vegetariane (con maggiori quantità di cibi cotti) in pazienti con artrite reumatoide. Gli autori hanno riportato modifiche positive nella flora fecale, riduzione del dolore e della rigidità e miglioramenti negli indicatori misurabili della malattia analoghi a quelli riscontrati dagli studi sulle diete crudiste.

In uno studio norvegese del 1995, i pazienti con artrite reumatoide che avevano seguito per un anno una dieta latto-ovo-vegetariana avevano ottenuto la riduzione di un batterio dannoso, il Proteus mirabilis, cosa non osservata nel gruppo di onnivori sani dello studio. Questo microrganismo favorisce le infezioni del tratto urinario e i calcoli renali, ed è stato fortemente correlato all’artrite reumatoide. Secondo i ricercatori, le diete vegetariane avrebbero effetti antibatterici perché prevedono l’assunzione di composti noti per avere tale azione, come i lignani e altri composti estrogeno-simili. Secondo gli esperti, chi soffre di artrite reumatoide potrebbe trarre beneficio da ciò che protegge contro il Proteus mirabilis, come ad esempio il fatto di seguire un’alimentazione vegetariana e di assumere elevate quantità di acqua e succhi di frutta, specialmente succo di mirtillo rosso.

CONCLUSIONI. Le diete vegane, sia quella a base di cibi crudi sia quelle standard, garantiscono benefici significativi nel trattamento dell'artrite reumatoide. Evidenze limitate suggeriscono che regimi a base di cibi vivi possano rappresentare un ulteriore vantaggio rispetto alle diete vegane convenzionali nell’approccio alla malattia. Sono comunque necessari ulteriori studi prima di poter fornire raccomandazioni specifiche riguardo a regimi a base di alimenti vivi nel trattamento dell’artrite reumatoide.

Fibromialgia

Stando a tre studi a oggi esistenti, le diete crudiste vegane sembrano garantire benefici significativi per chi soffre di fibromialgia. I regimi crudisti e a base di cibi vivi sono stati sperimentati da due gruppi di ricercatori, uno negli Stati Uniti e l’altro in Finlandia. Nello studio americano di Donaldson e colleghi sono stati seguiti, per un totale di sette mesi, venti pazienti sottoposti a una dieta ad alta percentuale di cibi crudi. Di questi partecipanti, quindici hanno riscontrato un miglioramento significativo delle condizioni di salute. La gravità dei sintomi è stata ridotta del 46% (da 51 a 28 punti) in coloro che seguivano la dieta prescritta, e la loro qualità della vita è risultata più elevata nella proporzione del 20% dopo sette mesi. Al termine del periodo di osservazione, le persone che avevano ottenuto miglioramenti non presentavano grosse differenze rispetto a donne sane di età analoga nel punteggio relativo alla salute generale (con l’eccezione del dolore corporeo, che era più elevato), alla vitalità e alla salute emotiva e mentale.

Uno studio finlandese, durato tre mesi, in cui si somministrava una dieta vegana a base di cibi vivi ha riscontrato miglioramenti nei livelli di dolore e rigidità mattutina significativamente inferiore. In questi pazienti i sintomi sono ricomparsi quando sono tornati alla dieta standard. Tali ricerche suggeriscono che diete crudiste e a base di cibi vivi possono migliorare vistosamente i sintomi della fibromialgia nella maggioranza dei pazienti, almeno nel breve termine. Sarebbero necessari studi clinici controllati più ampi per confermare questi risultati e per determinare se i regimi alimentari suddetti possano garantire i loro benefici anche nel lungo termine.

È interessante notare quanto siano rari gli studi che hanno utilizzato diete vegetariane o vegane standard. A oggi ne sono stati pubblicati solo due, ed entrambi hanno riportato effetti positivi. Il primo è un piccolo studio norvegese su dieci pazienti. I ricercatori hanno riscontrato che dopo tre settimane di dieta vegetariana c’è stato un miglioramento dei sintomi nei pazienti e nei risultati dei test di laboratorio. Un secondo studio, condotto in India, ha messo a confronto trentasette pazienti sottoposti a una dieta priva di proteine animali e quarantuno trattati con un farmaco di routine, l'amitriptilina. La dieta ha permesso di ottenere una diminuzione significativa del livello del dolore ma è risultata meno efficace del farmaco.

CONCLUSIONI. Dai dati disponibili si evince che le diete crudiste vegane costituiscono un’opzione terapeutica possibile per chi soffre di fibromialgia e paiono essere ancor più efficaci delle diete vegetariane e vegane standard, malgrado siano necessari ulteriori studi per confermare questi risultati.

Cancro

Ci sono buone basi per affermare che la dieta crudista vegana garantisce un’efficace protezione contro il cancro e può rappresentare un ausilio efficace nel trattare la malattia. Ma le evidenze scientifiche sono a oggi limitate e occorrono ulteriori studi.

Uno Studio americano (Fontana 2006) ha confrontato fra loro alcuni marker metabolici del cancro (fattori di crescita e ormoni). Il fattore di crescita insulino-simile, o IGF-1, è noto per favorire lo sviluppo del tumore incrementando la divisione cellulare e ostacolando la morte delle cellule cancerose. Livelli elevati di IGF-1 sono stati associati a un aumento del rischio di cancro al seno, alla prostata e al colon. Sono stati considerati tre gruppi di ventuno partecipanti ciascuno, abbinati per età, sesso e altezza.

Un gruppo, composto da individui sedentari, seguiva una dieta crudista vegana a basso contenuto calorico e proteico da almeno due anni o più.

Il secondo gruppo era costituito da sportivi magri specializzati in corse di resistenza e che percorrevano 77 km a settimana in media, e il terzo consisteva in soggetti leggermente sovrappeso e sedentari, che seguivano una tipica dieta occidentale standard.

L'indice di massa corporea (la misurazione del grasso corporeo), era simile nei vegani crudisti e nei podisti, mentre era parecchio più alto nel gruppo che seguiva la dieta occidentale. I fattori di crescita (incluso l’IGF-l) erano molto più bassi nel gruppo crudista vegano rispetto a quello della dieta occidentale, e comunque più bassi rispetto ai podisti (anche considerando il grasso corporeo).

I risultati dei test per diversi altri marker metabolici del rischio di cancro erano più favorevoli per i gruppi dei crudisti e degli sportivi rispetto all’altro gruppo. Benché sia i crudisti vegani sia i podisti abbiano mostrato vantaggi rispetto a chi seguiva la dieta occidentale, la dieta crudista vegana pare garantire ulteriore protezione, perché risulta associata a fattori di crescita molto più bassi, tra cui l’IGF-l.

Un piccolo studio finlandese ha messo a confronto diversi marker di laboratorio relativi alla prevenzione del cancro in quaranta donne, venti delle quali seguivano una dieta a base di cibi vivi, mentre le altre seguivano una dieta onnivora.Le prime, rispetto alle altre, hanno riportato meno danni al DNA e/o una maggiore protezione contro tali danni. Gli autori hanno notato che questa differenza era dovuta alla dieta e non agli integratori a base di antiossidanti, in quanto tali sostanze non avevano prodotto ulteriori miglioramenti nell’altro gruppo. Anche i livelli di vitamina C e betacarotene erano più alti nel gruppo che assumeva cibi vivi, mentre quelli di vitamina E erano più bassi. Malgrado i risultati non fossero statisticamente significativi (in parte a causa del piccolo numero dei partecipanti), le poche differenze importanti suggeriscono che diete a base di cibi vivi possono portare vantaggi nella riduzione del rischio di cancro.

Un secondo studio finlandese ha valutato modifiche nei marker metabolici del cancro nei partecipanti, che hanno seguito per un mese una dieta vegana a base di cibi vivi e per il mese successivo la loro dieta standard onnivora. Questi soggetti sono stati messi a confronto con un gruppo di controllo che ha seguito una dieta onnivora convenzionale per tutta la durata dello studio. I ricercatori hanno rilevato l’attività di quattro differenti enzimi fecali, ognuno dei quali è noto per generare composti tossici associati a un aumento del rischio di cancro. L'attività di tutti e quattro gli enzimi è diminuita drasticamente - con percentuali dal 33 al 66% - in una settimana dall'inizio della dieta a base di cibi vivi. Due altri metaboliti tossici si sono ridotti del 30-60% nel giro di due settimane. Tutte queste modifiche positive sono scomparse rapidamente quando i partecipanti sono tornati alla loro dieta onnivora. Nel gruppo di controllo non è stato osservato alcun cambiamento. Numerose altre ricerche hanno confermato gli effetti positivi di diete a base di cibi vivi sulla microflora intestinale e su altri fattori che favoriscono la riduzione del rischio di cancro.

Dal 1994 al 2008 sono stati condotti più di una dozzina di studi che hanno preso in esame la correlazione tra verdure cotte e crude e rischio di cancro; essi non hanno però considerato persone che seguivano diete crudiste o a base di cibi vivi; si sono invece concentrati sui possibili vantaggi di alimenti specifici o particolari componenti dei cibi. Gran parte delle ricerche ha dimostrato che aumentando il consumo di verdura diminuisce il rischio di cancro, ma i risultati sono stati migliori relativamente alle verdure crude piuttosto che a quelle cotte. Il rapporto 2007 su dieta e cancro del World Cancer Research Fund/American Institute of Cancer Research ha citato ventitré studi che hanno fornito stime differenti sul consumo di verdure crude.Di questi, sedici hanno dimostrato riduzioni statisticamente significative del rischio con l’assunzione di verdure crude, ed è anche emerso che i benefici aumentano quando le quantità consumate sono maggiori.

Tre revisioni della letteratura scientifica hanno attestato un beneficio molto maggiore con il consumo di verdure crude piuttosto che con quello di vegetali cotti.Una revisione del 2004 di Link e Potter della Columbia University di New York e del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle ha riguardato gli studi pubblicati dal 1994 al 2003 che avevano considerato il consumo di verdura e il rischio di diversi tipi di cancro. Una sintesi dei risultati viene fornita nella tabella 3.1.

Gli autori suggeriscono diverse motivazioni per le quali i vegetali crudi possono risultare più efficaci nel proteggere contro il cancro rispetto a quelli cotti.

  1. La cottura dei cibi ne diminuisce i nutrienti idrosolubili e sensibili al calore, come la vitamina C e numerose sostanze fìtochimiche.
  2. La cottura inattiva gli enzimi responsabili della conversione di determinate sostanze fìtochimiche in composti attivi con potenti effetti anticancro.
  3. La cottura produce modifiche nella struttura fisica degli alimenti e altera i loro effetti fisiologici. Per esempio, le fibre insolubili possono ridursi, diminuendo la capacità del cibo di catturare ed espellere le sostanze cancerogene.
  4. Certi metodi di cottura producono sostanze che possono alterare il DNA, come quelle che si formano per la reazione di Maillard, aumentando potenzialmente il rischio di cancro (vedi il capitolo 4, p. 90).

Successivamente alla revisione di Link e Potter, sono stati resi disponibili altri tre studi interessanti. Uno ha esaminato la dieta e il rischio di cancro al seno, trovando una riduzione del rischio non significativa con il consumo di vegetali cotti. Ma i partecipanti che consumavano tra i 67,4 e i 101,3 g di vegetali crudi al giorno avevano solo il 63% di rischio di cancro al seno rispetto a chi ne consumava meno di 67,4 g."^° È importante notare che livelli più alti nel consumo di verdure crude non sono stati associati a una riduzione del rischio di cancro al seno.

Un altro studio che ha considerato la correlazione tra dieta e cancro alla vescica non ha trovato un’associazione significativa con la frutta, le verdure totali o le Crucifere totali. Comunque, all’aumentare della quantità totale di Crucifere crude consumate (o della quantità delle singole Crucifere crude), diminuiva il rischio di cancro. Gli autori hanno concluso che le Crucifere, se consumate crude, possono ridurre il rischio di cancro alla vescica. Un terzo studio che prendeva in esame gli effetti della dieta sul tumore alle ovaie non ha trovato associazioni significative con il consumo di frutta o verdura, a eccezione dell'indivia cruda che ha comportato un’importante riduzione del rischio.

Nessuno studio scientifico ha finora valutato l’incidenza di cancro nelle persone che seguono diete crudiste rispetto alla popolazione in generale, né ha stimato l’efficacia delle diete crudiste nella cura del cancro. Ma è anche vero che grazie a numerose testimonianze e racconti aneddotici di ottimi risultati ottenuti, le diete crudiste vegane sembrerebbero una scelta ragionevole per le indagini sul cancro. Sfortunatamente i fondi per questo tipo di studi sono scarsi, dal momento che è difficile ottenere un brevetto esclusivo (e i diritti sui profitti) quando si ha a che fare con terapie naturali. Le evidenze più significative potrebbero essere prodotte con studi clinici randomizzati su pazienti oncologici sottoposti a trattamenti convenzionali (come chemioterapia, radioterapia e chirurgia) o a una dieta crudista vegana a base di alimenti biologici, da sola o in combinazione con altre terapie naturali. Ma uno studio del genere sarebbe considerato non etico, perché ai pazienti sottoposti alla dieta verrebbero negate le cure approvate ufficialmente e documentate, che in genere vengono ritenute le più efficaci a disposizione.

Un’altra opzione sarebbe quella di seguire attentamente pazienti oncologici che hanno scelto di rinunciare alle terapie convenzionali in favore di quelle alternative, come ad esempio un certo regime alimentare. I risultati, inclusa la percentuale di sopravvivenza a cinque anni, potrebbero essere confrontati con quelli ottenuti con le terapie convenzionali. Un esempio di questo tipo di studi è quello che ha utilizzato la terapia Gerson per trattare il melanoma (forma mortale di cancro della pelle) a diversi stadi. La terapia Gerson è un programma alimentare il cui regime nutrizionale giornaliero include tredici bicchieri da 240 mi circa di succo fresco di verdure e frutta biologiche; tre abbondanti pasti vegani biologici; numerosi snack a base di frutta e verdura, a piacere. Vengono prescritti integratori di iodio, potassio e vitamina e sono usati clisteri di caffè come disintossicanti. La dieta è molto povera di cibi ricchi di sodio e lipidi, ed esclude grassi e oli a eccezione dell’olio di semi di lino in piccole quantità. Vengono evitati tabacco, alcol, cibi coltivati con pesticidi e farmaci. Lo studio ha confrontato il tasso di sopravvivenza a cinque anni per melanoma in 153 pazienti che stavano seguendo la terapia Gerson con la percentuale riportata nella letteratura scientifica nei pazienti sottoposti a trattamenti convenzionali. La sopravvivenza a cinque anni tra chi seguiva il regime alimentare crudista vegano è risultata considerevolmente più alta rispetto a quella dei pazienti sotto terapie convenzionali, malgrado il numero totale dei pazienti dello studio fosse troppo basso per essere statisticamente significativo. Inoltre, 71 pazienti sotto terapia Gerson sono stati persi di vista durante il follow-up e sono stati esclusi dall’analisi. Ciò potrebbe aver alterato i risultati relativi alla sopravvivenza in favore dei pazienti Gerson, poiché quelli persi di vista possono essere morti o avere risposto in maniera insoddisfacente al trattamento.

Sei ulteriori studi hanno esaminato la terapia Gerson, sebbene non siano risultati così significativi come quello menzionato sopra. Due di essi hanno preso in esame pazienti con tumore al colon che si era diffuso al fegato e altri con cancro al seno. È stata intrapresa la terapia Gerson e i pazienti sono stati messi a confronto con soggetti che avevano ricevuto trattamenti convenzionali. Nello studio sul tumore al colon, il tasso medio di sopravvivenza è risultato maggiore nei soggetti Gerson, mentre nei soggetti con tumore al seno non sono state osservate differenze significative nelle metastasi (la diffusione del tumore ad altre parti del corpo) e nel tasso di sopravvivenza.

Uno studio Lia coinvolto 108 pazienti con tumori a vari stadi avanzati, curati in una delle tre cliniche che praticano terapie alternative a Tijuana, in Messico: la clinica dove si pratica il metodo Gerson, quella che segue la terapia Contreras e quella che applica il trattamento fitoterapico di Hoxsey. Dei trentotto pazienti curati con la terapia Gerson, venti non si sono presentati al follow-up, diciassette sono morti con una sopravvivenza media di nove mesi e uno era ancora vivo dopo cinque anni. Infine, sei pazienti hanno riportato miglioramenti significativi e dieci hanno notato un generale miglioramento dello stato di salute e la regressione della massa tumorale.

CONCLUSIONI. Sulla base delle attuali conoscenze sugli alimenti e sui loro componenti, è molto probabile che i cibi vegetali crudi e le diete crudiste vegane abbiano un ruolo positivo nella prevenzione di un certo numero di tumori correlati all'alimentazione. Dati limitati suggeriscono anche potenziali benefici delle diete crudiste vegane nel trattamento dei tumori. Comunque, sono necessari ulteriori studi prima di arrivare a conclusioni definitive circa le diete crudiste nella cura del cancro.

Malattie cardiovascolari

È ampiamente riconosciuto che le diete a base vegetale garantiscono una sostanziale protezione contro le malattie cardiovascolari. Le ricerche hanno dimostrato remissioni significative delle malattie con diete vegane o quasi-vegane malgrado gli studi su pazienti sottoposti a tali regimi alimentari siano limitati.

Uno studio (Fontana 2007) ha messo a confronto un certo numero di indicatori delle malattie cardiovascolari (come colesterolo, trigliceridi, pressione sanguigna, infiammazioni e ispessimento dell’arteria carotide) in tre gruppi di ventuno partecipanti suddivisi per età e genere: vegani crudisti che seguivano una dieta a basso tenore di proteine e calorie, podisti impegnati sulle lunghe distanze che seguivano una dieta occidentale, soggetti sedentari con un’alimentazione occidentale. Sia i vegani crudisti sia i podisti avevano i trigliceridi e il colesterolo totale e quello LDL più bassi dei sedentari con dieta occidentale, malgrado la differenza fosse maggiore per i crudisti. I podisti avevano il colesterolo HDL più alto (quello “buono”), e i vegani crudisti ne avevano livelli maggiori del gruppo con dieta occidentale. La pressione sanguigna era più bassa nei crudisti che nei podisti e ancora più bassa rispetto ai sedentari che mangiavano all’occidentale. Ciò potrebbe essere in parte spiegato dal fatto che i vegani crudisti assumevano poco sodio: in media 1400 mg al giorno rispetto ai 3700 mg degli altri due gruppi. Un indicatore delle infiammazioni, chiamato proteina C reattiva ad alta sensibilità (PCR), era più basso tra i vegani, ma sia i vegani sia i podisti avevano livelli inferiori rispetto al terzo gruppo. I sedentari con dieta occidentale avevano le pareti arteriose significativamente più spesse rispetto agli altri due gruppi. Lo spessore delle pareti arteriose è un indicatore dell’accumulo di placche. Questo studio ha dimostrato vantaggi significativi dal punto di vista cardiovascolare sia per i vegani crudisti sia per i podisti, anche se erano maggiori tra i primi, soprattutto in rapporto alla pressione.

Un altro studio, finlandese e con sedici partecipanti, ha riportato che il colesterolo totale e LDL (indicatori di rischio cardiovascolare) erano diminuiti significativamente nel giro di due o tre mesi quando i partecipanti avevano seguito una dieta vegana a base di cibi vivi. Altre ricerche hanno confermato riduzioni del colesterolo con regimi alimentari analoghi. Uno studio tedesco con 201 partecipanti ha preso in esame gli effetti di una dieta vegana, crudista dal 70 al 100%, su colesterolo, trigliceridi, folati, vitamina e omocisteina totale. Le concentrazioni di colesterolo totale e LDL (quello “cattivo”) e dei trigliceridi si erano ridotte tra i crudisti. Nello stesso tempo, però, era diminuito anche il colesterolo FIDL e la concentrazione di omocisteina era elevata; entrambi questi fattori aumentano il rischio cardiovascolare.

Non ci sono dubbi sul fatto che diete a base di cibi integrali e vegetali offrano protezione contro le malattie cardiovascolari. E regimi alimentari crudisti vegani possono garantire ulteriori vantaggi, poiché spesso si aumenta l’assunzione di frutta e verdura ricche di antiossidanti mentre si tende a eliminare i cibi industriali contenenti carboidrati raffinati e grassi idrogenati o parzialmente idrogenati. È però vero che l’effetto protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari potrebbe essere minato, almeno parzialmente, se l’assunzione di vitamina e D e di acidi grassi omega 3 è troppo bassa. Una carenza di vitamina causa l’aumento dei livelli di omocisteina e può quindi aumentare il rischio di cardiopatie (vedi il capitolo 8 per ulteriori informazioni per raggiungere un livello ottimale di vitamina B).

La carenza di vitamina D è associata a diversi fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, tra cui l’ipertensione, l’obesità, il diabete mellito e la sindrome metabolica, così come eventi cardiovascolari quali ictus e insufficienza cardiaca congestizia. Poiché le diete vegane sono carenti di vitamina D, l’esposizione al sole e/o gli integratori diventano la fonte principale (vedi il capitolo 8 per ulteriori informazioni su come raggiungere un livello ottimale di vitamina D).

Gli acidi grassi a catena lunga omega 3 (EPA e DHA) possono contribuire a ridurre il numero di indicatori di malattie cardiovascolari: pressione alta, livelli elevati di trigliceridi, aggregazione piastrinica, infiammazioni e aritmia cardiaca.

Tali acidi grassi si trovano soprattutto nel pesce, ma i crudisti vegani possono assumerli consumando quantità sufficienti di acido alfa-linolenico, l’acido grasso omega 3 che si trova nei semi di lino, nelle noci e in certi altri cibi vegetali. Se necessario, si possono anche utilizzare fonti dirette di EPA e DHA attraverso integratori vegani o alimenti fortificati (vedi il capitolo 7 per ulteriori informazioni su come raggiungere un livello ottimale di acidi grassi omega 3).

CONCLUSIONI. Le diete crudiste vegane hanno un potenziale considerevole nel prevenire e far regredire le malattie cardiovascolari, poiché sono tipicamente più ricche di antiossidanti, sostanze fitochimiche e altri nutrienti protettivi rispetto alle diete vegane convenzionali, che hanno comunque dimostrato di essere efficaci. Le diete crudiste vegane hanno meno elementi dannosi, come gli acidi grassi trans e i pro-ossidanti, che si formano quando i cibi vengono cotti. Per garantire la protezione massima nei confronti delle malattie cardiovascolari, dovrebbero essere incluse nella dieta buone fonti di vitamina B,j, di vitamina D e di acidi grassi omega 3.

Diabete

La storia del diabete è molto simile a quella delle malattie cardiovascolari. Evidenze sostanziali suggeriscono che la prevenzione, il trattamento e anche la regressione del diabete di tipo 2 sono possibili seguendo diete a base di cibi integrali e vegetali. Malgrado ci si possa attendere buoni risultati - se non addirittura ottimali - da diete crudiste vegane, in realtà finora pochi studi si sono occupati del potenziale del cibo crudo nella prevenzione o nel trattamento del diabete.

Una ricerca statunitense ha riportato valori incoraggianti di glucosio e insulina a digiuno e di sensibilità all’insulina in vegani crudisti rispetto a soggetti che seguivano la dieta occidentale standard. Ci sono anche solide evidenze secondo cui le diete crudiste vegane fanno perdere peso (vedi il sottoparagrafo “Sovrappeso e obesità” p. 53). Gli studi hanno dimostrato che il dimagrimento in pazienti sovrappeso o obesi con diabete di tipo 2 è associato alla diminuzione della resistenza all’insulina, a un migliore controllo del glucosio, a una riduzione di colesterolo e trigliceridi e alla diminuzione della pressione sanguigna.

Le diete crudiste hanno un impatto moderato sui livelli di glucosio nel sangue rispetto alle diete convenzionali. I cibi che causano i picchi maggiori di glucosio - come i prodotti ricavati dalle farine, le verdure amidacee e gli alimenti e le bevande ricchi di zucchero - vengono quasi totalmente eliminati nelle diete crudiste vegane. I cereali sono limitati e quando sono inclusi si usano integrali, in genere germogliati. Inoltre, le diete crudiste vegane sono ricche di antiossidanti, sostanze fitochimiche e fibre. Contengono pochi carboidrati raffinati e pro-ossidanti.

Malgrado non sia stato ancora pubblicato in una rivista peer-reviewed, il lavoro di Gabriel Cousens, medico e sostenitore delle diete crudiste vegane, è degno di nota e molto seguito. Cousens ha riportato risultati eccezionali con il suo programma di ventuno giorni, a base di cibi vivi, proposto al Tree of Life Rejuvenation Center. Nel suo libro Curare il diabete in 21 giorni espone la propria teoria su come si possano minimizzare gli effetti dei geni che favoriscono le malattie, e massimizzare le potenzialità dei geni protettivi che le prevengono, seguendo una dieta più salubre e cambiando lo stile di vita.

Il programma che propone inizia con una settimana di digiuno a base di succhi verdi, seguita da una dieta carica di nutrienti, a base di cibi vivi biologici, vegana, a basso tenore glicemico e ricca di minerali. Da uno a quattro giorni dopo avere iniziato il programma di Cousens, la maggior parte dei partecipanti smette di assumere farmaci e insulina, poiché non ne ha più bisogno. Nel 2006 Cousens sottopose a verifica i suoi risultati clinici, invitando sei persone che seguivano una dieta occidentale a seguire il suo programma. Chiese anche a un produttore cinematografico indipendente di filmare le esperienze dei partecipanti, incluso il “prima e dopo” nei risultati medici. Quattro partecipanti avevano una diagnosi di diabete di tipo 2 e due di tipo 1.

Una persona il cui livello di glucosio era sceso da 500 a 200 mg per decilitro in due settimane abbandonò il programma perché non era più disposto a seguire la dieta. Rimasero cinque partecipanti. Nel giro di quattro giorni tutti, a eccezione di uno con diabete di tipo 1, avevano eliminato l'insulina e i farmaci orali per il diabete. Dopo un mese due persone avevano un livello normale di glicemia a digiuno, in media tra i 70 e gli 85 mg per decilitro. Due riuscirono a ottenere una riduzione del glucosio nel sangue da 250-450 mg per decilitro a circa 120 mg. Un paziente con diabete di tipo 1 riuscì a ridurre l’assunzione di insulina giornaliera da 70 a 5 unità. Un altro, sempre con diagnosi di diabete di tipo 1, interruppe l’insulina e, stando agli esami di laboratorio, non soffre più di diabete. Nel 2008 è uscito il film Simply Raw: Reversing Diabetes in 30 Days, che racconta la storia di questi sei pazienti.

Un’assunzione più bassa del dovuto di tre nutrienti che sono molto carenti nelle diete crudiste vegane - vitamina D, vitamina e acidi grassi omega 3 -può accelerare la progressione del diabete. Recenti evidenze suggeriscono che molti diabetici o persone con prediabete hanno livelli bassi di vitamina D, cosa che può aggravare la malattia. Farmaci comuni per trattare il diabete, come la metformina, possono ridurre l’assorbimento di vitamina contribuendo a ridurre ulteriormente i valori di tale vitamina e aumentando i livelli di omocisteina e le neuropatie periferiche (danni ai nervi che causano dolori e intorpidimento a mani e piedi). Ci sono evidenze preliminari secondo cui la vitamina B potrebbe rappresentare un trattamento efficace per le neuropatie periferiche nei diabetici. Il fatto di avere livelli bassi di acidi grassi omega 3 aumenta il rischio di depressione nelle persone con diabete. Ci sono anche alcune evidenze secondo cui un’assunzione scarsa di omega 3 è associata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2.

CONCLUSIONI. Non ci sono dubbi sul fatto che le diete crudiste vegane rappresentino un potenziale terapeutico efficace per la prevenzione, il trattamento e la regressione del diabete di tipo 2, e un’importante possibilità terapeutica per chi soffre di diabete di tipo 1. È importante, comunque, che i vegani crudisti si assicurino un’assunzione adeguata di vitamina B,2, vitamina D e acidi grassi omega 3.

Sovrappeso e obesità

Nel 2005 circa due terzi degli adulti americani erano dichiarati per metà sovrappeso e per l’altra metà obesi. I numeri continuano a salire. I vegani crudisti sembrano essere ben protetti riguardo a queste problematiche. La dieta e le abitudini di vita che stanno alla base dell’epidemia di obesità sono molto lontane dalle scelte di chi pratica il crudismo. Quando si adotta una dieta crudista vegana si ha quasi sempre un dimagrimento, soprattutto se si è sovrappeso.

Finora almeno sei studi hanno riportato perdite di peso con l’adozione di una dieta crudista o a base di cibi tre studi su pazienti con artrite reumatoide hanno riportato in media un dimagrimento pari alla perdita di circa il 9% del peso corporeo totale.

Uno studio ha registrato un dimagrimento di circa 10 kg negli uomini e di 12 kg nelle donne tra chi aveva seguito una dieta crudista vegana per almeno tre anni e mezzo.In media il 15% degli uomini e il 25% delle donne sono scesi al di sotto del normale IMC (<18,5 kg/m2).

Un altro studio ha confrontato un gruppo che aveva seguito una dieta a base di cibi vivi per una sola settimana con un secondo che aveva mangiato lo stesso cibo ma cotto nel microonde per due minuti. È interessante notare che i vegani che hanno mangiato cibi vivi hanno perso il 3,5% del loro peso corporeo, mentre quelli che hanno mangiato il cibo cotto hanno perso il 4,8%. Gli autori hanno notato che cuocere gli alimenti nel microonde diminuiva molto la loro appetibilità, e ciò aveva provocato lamentele da parte del gruppo del cibo cotto, anche se poi gli era stato detto di mangiare le porzioni come richiesto.

Per ulteriori informazioni riguardo alle diete crudiste vegane e al dimagrimento si legga La rivoluzione crudista di Cherie Soria, Brenda Davis e Vesanto Melina.

CONCLUSIONI. Le diete crudiste vegane favoriscono la perdita di peso delle persone che vi si attengono con impegno, Per chi soffre di malattie croniche, il dimagrimento può produrre una significativa riduzione dei sintomi. Le diete crudiste vegane sembrano essere un’opzione ragionevole ed efficace per chi lotta contro il sovrappeso e l’obesità.

Osteoporosi e salute delle ossa

Solo uno studio ha finora preso in esame la massa ossea e la salute delle ossa dei vegani crudisti, mettendo a confronto la massa ossea, i valori di vitamina D e i livelli della proteina C reattiva (indicatore delle infiammazioni organiche) in diciotto vegani crudisti e altrettanti onnivori. I primi avevano un significativo indice di massa corporea (IMC) di 20,5 (che stava a indicare poco grasso corporeo ma non il sottopeso) in relazione agli onnivori, che avevano un IMC di 25,4 (che indicava molto più grasso corporeo e un leggero sovrappeso).

La densità minerale ossea in tutti i punti esaminati (spina dorsale, anca totale e due ulteriori punti sempre dell’anca) era significativamente più bassa nel gruppo crudista, con una densità minerale ossea complessiva (tutto il corpo) di solo l’86% rispetto al gruppo di controllo. Numeri bassi relativamente al peso corporeo, all’indice di massa corporea e alla densità minerale ossea sono fortemente correlati all’aumento del rischio di fratture, e tali valori erano tutti bassi nel gruppo crudista.

È però vero che le evidenze suggeriscono che anche la qualità ossea ha un ruolo importante nel determinare il rischio di fratture. Le modifiche nel collagene, l’ossidazione e le infiammazioni croniche possono influenzare negativamente la qualità ossea e aumentare il rischio di fratture indipendentemente dalla massa ossea. I livelli in circolo di proteina C reattiva (PCR) erano molto più bassi nel gruppo crudista rispetto al gruppo di controllo.

Gli autori sono rimasti sorpresi nel constatare che gli indicatori di rottura e formazione ossee non presentavano significative differenze tra i due gruppi. Questi risultati suggeriscono che non c’era stato aumento di perdita ossea tra i vegani, e che la loro bassa massa ossea poteva essere stata causata da una maggiore perdita ossea o da una riduzione nella formazione delle ossa quando avevano appena iniziato a seguire la dieta crudista ed erano dimagriti. È anche possibile che alcuni dei crudisti vegani avessero un basso peso corporeo e una bassa massa ossea prima di passare alla dieta crudista.

I ricercatori si aspettavano, poi, che i vegani avessero bassi livelli di vitamina D, poiché ne assumono assai poca con il cibo, mentre invece i livelli riscontrati nel sangue erano significativamente più alti rispetto a quelli degli onnivori. Ciò suggeriva che avessero avuto una maggiore esposizione al sole, cosa che è poi stata verificata attraverso domande poste ai partecipanti.

CONCLUSIONI. In un singolo piccolo studio, la densità minerale ossea dei vegani crudisti si è rivelata parecchio più bassa rispetto a quella degli onnivori. Comunque, è possibile che i vegani crudisti non abbiano una maggiore incidenza di fratture grazie alla loro buona qualità ossea. Chiaramente, sono necessari ulteriori studi per determinare le conseguenze a lungo termine delle diete crudiste vegane per la salute delle ossa. La prudenza consiglierebbe che i vegani crudisti facessero il possibile per migliorare e mantenere la loro densità minerale ossea [vedi] capitoli 8 e 9 per ulteriori informazioni).

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Brenda Davis

Brenda Davis è una dietista professionale che esercita privatamente. E' co-autrice di vari bestseller e articoli sull’alimentazione vegetariana e responsabile del Vegetarian Nutrition Dietetic Practice Group dell’American Dietetic Association, la più importante...
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Vesanto Melina

Vesanto Melina è dietista professionale e co-autrice di alcuni libri di alimentazione vegetariana. Ha coordinato la sezione vegetariana di un manuale di dietetica clinica, un progetto dell’American Dietetic Association and Dietitians in Canada. è conosciuta per le sue...
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