800 089 433 / 0547 346 317
Assistenza Clienti — Lun/ven 9:00-18:00

Cure mancate - Estratto da "Verso l'Illuminazione"

di Dalai Lama (Bhiksu Tenzin Gyatso) 1 mese fa


Cure mancate - Estratto da "Verso l'Illuminazione"

Leggi in anteprima un estratto dal libro del Dalai Lama sulla meditazione e sul forte potere positivo che questa pratica può avere sulla nostra vita

Siamo giunti al XXI secolo, un'epoca di notevole miglioramento materiale, fondato largamente sui progressi tecnologici stimolati da una profusione di scoperte scientifiche. Nondimeno, il XX secolo è stato tormentato da una quantità enorme di violenza, più di quanta ve ne sia mai stata, e al principio del XXI sembra che la violenza assassina stia assumendo nuove forme la cui potenza è in perenne aumento.

Indice dei contenuti:

Le cause dell'infelicità

La causa di tale scompiglio non è l'insufficienza di conoscenze tecniche o di beni materiali, ma l'indisciplinatezza della mente.

Benché in questo nostro mondo molte persone vedano aumentata la loro prosperità, tante altre rimangono in condizioni di povertà estrema. Nella maggioranza dei paesi c'è un grande divario tra le classi sociali. In assenza di benessere materiale, i poveri sono terribilmente vulnerabili. Pensate, inoltre, alla quantità di animali allevati per la macellazione; il loro numero è talmente elevato da provocare danni all'ambiente.

Questi tristi fatti sono dovuti a un'insufficienza di cure amorevoli. Se nell'umanità aumentasse la disposizione premurosa verso gli altri, non solo gli abitanti di questo mondo sarebbero più felici, ma anche gli innumerevoli animali sulla cui vita esercitiamo un'influenza diretta condurrebbero un'esistenza migliore. Per aumentare l'altruismo, dobbiamo motivarci a prendere in considerazione gli effetti sul presente e sul futuro delle nostre azioni.

Se si potesse eliminare la sofferenza indesiderata e ottenere la felicità con il semplice progresso materiale e il benessere, ebbene, i ricchi dovrebbero essere liberi dal dolore, ma ovviamente non è così. Di fatto, chi si è procurato una buona quantità di denaro, agi e potere, tende a diventare eccessivamente altezzoso e possessivo, particolarmente avido, indirizzato più che altro al male, e sempre più apprensivo.

Chi vive con moderazione non è assolutamente al riparo dai tre veleni della bramosia, dell'avversione e dell'ignoranza, ma in genere è assai meno tormentato da altri problemi.

Che cosa ci rende infelici? La nostra mente si trova a tal punto sotto l'influsso delle emozioni autodistruttive che tali atteggiamenti, ben lungi dall'essere considerati dannosi, sono accettati di buon grado e incoraggiati. È questo che procura agitazione e sensazioni di disagio.

Poter contare sulla prosperità materiale e sulle qualità interiori della bontà, sul benessere interno ed esterno, questo sì procurerebbe un'esistenza tranquilla agli esseri umani. La felicità non proviene unicamente dalle condizioni esterne; deriva soprattutto dalla disposizione interiore. Oggi i paesi che hanno raggiunto un grande progresso materiale cominciano ad accorgersi che salute fisica e malattia, nonché le condizioni in cui versa la società, sono intimamente connessi ai processi mentali.

È molto importante compiere un'indagine analitica sul nostro modo di pensare e sentire. Negli ultimi tremila anni l'analisi più profonda dei processi mentali interiori è stata compiuta in India, perciò è a tali intuizioni che attingo in questo libro per presentare in modo facilmente accessibile l'intera gamma di pratiche che portano all'illuminazione della buddhità.

Le caratteristiche del buddhismo

Qualcosa come 2550 anni fa, in India, il Buddha espose una nuova religione. Alcuni aspetti delle sue idee erano già comparsi in precedenza in quello stesso luogo, ma nessuno aveva delineato in modo così inoppugnabile quegli assunti e quelle tecniche. In che cosa consistevano essenzialmente? Nell'assenza di un sé.

Molto tempo prima di lui, tanti avevano cercato di analizzare l'essenza del sé, ma non solo avevano insegnato che il sé esisteva, bensì postulato che esistesse indipendentemente dalla mente e dal corpo. Il Buddha, tuttavia, giunse alla conclusione che quando asseriamo che il sé è dotato di esistenza indipendente, il nostro innato egocentrismo aumenta e si consolida.

Di conseguenza, la bramosia, la rabbia, l'orgoglio, l'invidia e il dubbio che derivano dall'egocentrismo diventano più forti e radicati.

Avendo osservato che alcuni stati mentali difettosi quali la bramosia e l'avversione mettono radici nell'egotismo, il Buddha insegnò qualcosa che nessuno aveva spiegato prima di lui, il concetto dell'assenza del sé. Fu un'intuizione eccezionale e, in effetti, nei duemilacinquecento anni e più che sono trascorsi dalla sua epoca, nessuno, al di fuori della sua tradizione, ha insegnato questo concetto.

Come scrisse lo studioso tibetano Jamyang Shepa verso la fine del XVII secolo, «le opinioni buddhiste e non buddhiste derivano dalla confutazione o dalla dimostrazione di ciò che è concepito quale concetto del sé».

Nell'esporre la dottrina dell'assenza del sé, il Buddha insegnò che non esiste un sé permanente, immutabile, separato dalla mente e dal corpo. Le scuole non buddhiste non si limitano ad accettare questo sé, ma cercano di dimostrarne l'esistenza indipendente tramite diversi approcci, laddove i sistemi di pensiero buddhisti cercano di confutarla.

Non s'intende qui affermare che il sé sia del tutto inesistente: è ovvio che esista un sé che desidera la felicità e non vuole la sofferenza. Il Buddha, tuttavia, insegnò che il sé si costituisce in dipendenza dalla mente e dal corpo. Istituì in tal modo la concezione nota come «originazione dipendente», che mette in risalto l'interrelazione di tutte le cose.

Malgrado le apparenze indichino il contrario, nulla esiste autonomamente, o in una condizione di autentico isolamento. Tutte le cose sono interconnesse. Il concetto di origina- zione dipendente è l'insegnamento centrale del Buddha.

Originazione dipendente significa che tutti i fenomeni - siano essi fisici, mentali o di qualche altra natura - vengono in essere a partire da determinate cause e condizioni. La felicità di cui il sé è alla ricerca e la sofferenza che il sé tenta di eliminare non sorgono in modo indipendente, ma sono il prodotto di cause specifiche, temporanee e appropriate.

Secondo il buddhismo, non sorgono da cause permanenti quali un Creatore, che ha origine da se stesso, o una Natura permanente, la credenza allora più diffusa in India. Il Buddha insegnò che i fenomeni sorgono unicamente in dipendenza dalle rispettive cause e condizioni. Ogni cosa si trova perennemente in un flusso.

Mi domandano spesso quale sia la visione buddhista; rispondo dicendo che è l'originazione dipendente, e la condotta che essa prescrive è la non violenza. Non violenza significa essere motivati dalla compassione, e ciò richiede disponibilità ad aiutare gli altri o, se questo non è possibile, perlomeno ad astenersi dal danneggiarli. L'originazione dipendente e la compassione sono l'essenza della religione buddhista e le chiavi per raggiungere il suo stato più elevato: l'illuminazione.

Le religioni a confronto

Quando paragoniamo i tanti maestri religiosi che sono comparsi in questo mondo, dobbiamo tener conto di ciò che hanno insegnato, analizzando gli ambiti in cui erano particolarmente competenti; non è sufficiente citare le lodi profuse dai seguaci, poiché sono presenti in tutte le religioni.

Il procedimento di comparazione vuole che si facciano differenziazioni e, attuandolo, ci rendiamo conto che la dottrina del Buddha è unica nel suo aver compreso che il sé è difettoso e aver evidenziato che il suo antidoto è il concetto di assenza del sé.

Inoltre, il buddhismo ci richiede di agire per il benessere di tutti gli esseri senzienti e di trasformare gli atteggiamenti consueti nei confronti di sé e degli altri: dovremmo astenerci dalla predilezione per noi stessi e prediligere gli altri. In questo senso, il Buddha Shakyamuni diede prova di una saggezza e di una compassione eccezionali.

L'accento posto dal Buddha sulla generazione di un intento altruistico di conseguire l'illuminazione, prediligendo gli altri al posto di sé, e il risalto dato all'assenza del sé quale antidoto alle visioni erronee sul sé danno una profondità caratteristica al buddhismo. Il mondo, tuttavia, sarebbe in una condizione migliore se tutti diventassero buddhisti?

Quando fu il Buddha Shakyamuni in persona a insegnare, neppure tutta l'India divenne buddhista. Se non fosse stato necessario rivolgersi alle inclinazioni e agli interessi dei praticanti, il Buddha avrebbe potuto insegnare a tutti loro il sistema di pensiero più radicale, ma non andò così; è necessario che la dottrina abbia significato e sia utile per il singolo praticante.

Poiché le inclinazioni e gli interessi degli esseri senzienti sono i più disparati, fu necessario persino al Buddha insegnare un'ampia varietà di dottrine.

Se la dottrina più radicale - quella secondo cui tutte le persone e gli altri fenomeni non si costituiscono in modo indipendente in virtù delle loro stesse caratteristiche - non ha significato per un praticante, l'assenza del sé deve essere insegnata in modo parziale.

Perciò, a tali allievi il Buddha insegnò che le persone non possiedono un'esistenza sostanziale, ma che la possiede il sistema corpo-mente, pertanto li dispensò dalla sfera dell'assenza del sé.

Ai praticanti, che in quel momento non sarebbero stati in grado di comprendere alcun livello della dottrina sull'assenza del sé, il Buddha ne insegnò una versione modificata, come quando enunciò: «Il complesso corpo-mente è il fardello; il portatore del fardello è la persona».

In tal modo il Buddha adeguò i suoi insegnamenti alle attitudini degli allievi. Se un insegnamento non è adatto a uno specifico praticante, persino se la dottrina è corretta, non può promuovere in alcun modo il benessere dell'allievo. Per gli studenti cui è inadatta la concezione dell'assenza del sé è meglio una dottrina che risponda alle loro inclinazioni e interessi. Se adottiamo questo punto di vista, comprendiamo con molta chiarezza come i tanti sistemi religiosi sorti in questo mondo apportino benefici a una gran quantità di esseri.

Forse è possibile determinare quale sia la religione più completa, ma se domandiamo quale sia il sistema religioso migliore, è difficile rispondere. Il valore di una religione è relativo per ciascun individuo. La concezione filosofica di una religione può essere la più completa ed esauriente, e tuttavia rivelarsi inadatta a uno specifico individuo. Come ho già detto, persino ai suoi seguaci il Buddha non insegnò sempre la visione più radicale. Piuttosto che cercare di imporre a tutti la concezione più profonda, insegnò in conformità con gli interessi e le inclinazioni individuali.

Pertanto, anche se la concezione secondo cui tutti i fenomeni sono vuoti di esistenza indipendente è la più completa, è difficile sostenere che sia la migliore. È necessario che l'insegnamento sia affine all'allievo. Potremmo domandarci, per esempio, quale sia la medicina più pregiata e, in effetti, ci sono farmaci molto costosi e altri a buon mercato.

Se, tuttavia, ci domandiamo quale sia il farmaco migliore, questo dipende interamente dal paziente. Se tutti i malati assumessero il farmaco più costoso, pensando che debba essere il migliore, esso danneggerebbe alcune persone e non ne aiuterebbe altre, laddove il rimedio meno dispendioso potrebbe offrire il massimo giovamento a chi ha bisogno di quella specifica terapia.

Analogamente, il valore di un sistema religioso dipende dalla sua affinità con il singolo praticante; il migliore è quello che arreca maggior giovamento alla persona.

La questione del valore è in stretta correlazione con la struttura di riferimento, che, per i sistemi religiosi, è principalmente la sua capacità di aiutare o danneggiare il praticante. In quest'ottica, non si può affermare che il buddhismo sia il migliore in senso generale, benché lo sia per le persone che hanno certe inclinazioni e atteggiamenti mentali.

Le persone hanno bisogno di un sistema adatto a sé. Ecco perché è molto importante attribuire valore a tutti i sistemi religiosi. Benché sul piano filosofico vi siano grandi differenze tra di essi, tutti possiedono precetti adatti a coltivare un atteggiamento positivo verso gli altri e aiutarli, tutti si richiamano alla pratica dell'amore, della compassione, della pazienza, dell'appagamento, e attribuiscono valore alle regole della società. Poiché tutte le religioni condividono tali obiettivi, è importante rispettarle e apprezzare i loro contributi.

Se osserviamo senza pregiudizi le religioni che possiedono una base filosofica, vediamo con chiarezza che ciascuna di esse è stata di giovamento a molti nel passato, continua a esserlo nel presente e lo sarà in futuro. Benché in nome delle religioni di questo mondo siano stati causati tanti problemi, ritengo che esse abbiano aiutato più di quanto abbiano nuociuto.

Quando i seguaci di una religione richiamano l'attenzione sulla necessità di migliorare il proprio comportamento, dovremmo rispettarli, e poco importa se le loro concezioni filosofiche sono valide o non lo sono.

La necessità di usare la ragione

Secondo un vecchio adagio tibetano, la persona del maestro spirituale va apprezzata, ma il suo insegnamento deve essere indagato. Persino negli insegnamenti del Buddha Shakyamuni va operata una distinzione tra ciò che deve essere interpretato e ciò che è definitivo, e tale distinzione è attuata tramite il ragionamento. Se un insegnamento del Buddha è contraddetto dalla ragione, non va preso alla lettera, anche se si tratta della sua parola.

Analogamente, se prendiamo in considerazione alcuni grandi esseri che furono seguaci del Buddha, dobbiamo riconoscere che determinati insegnamenti quali quelli impartiti nel IV secolo dal sapiente indiano Asanga, che negò l'esistenza di un mondo esterno che influisce sui sensi, non rispecchiano la realtà. Benché tali insegnamenti si trovino in certe scritture del Buddha, non rappresentano necessariamente il suo pensiero.

Ancora una volta, la distinzione tra il pensiero espresso nelle scritture e quello enunciato da un pensatore deve essere operata dalla ragione. Aver fede in Asanga non impone di accettare alla lettera la concezione della Sola Mente con uno scopo particolare.

Al tempo stesso, è ragionevole che i buddhisti rispettino gli insegnanti delle altre religioni. Da un certo punto di vista, potrebbero essere emanazioni di un Buddha, e da un'altra prospettiva, se pure non sono emanazioni, le loro filosofie sono di aiuto a certe persone e potrebbero esserlo anche a voi in una particolare congiuntura della vostra vita.

Nondimeno, tra gli aderenti a qualsiasi religione, compreso il buddhismo, vi sono dei sobillatori. Forse sostengono di essere religiosi e abbracciano dottrine intese a superare la bramosia, l'avversione e la confusione, ma le mescolano alle proprie afflizioni e fanno un uso scorretto della religione, operando distinzioni inderogabili tra noi e loro, e agitando le acque in modo da provocare disordini. Quando gli aderenti a un credo religioso si comportano così, non mi sembra ragionevole sostenere che sia colpa della religione.

La fede e il rispetto

Dal momento che fede e rispetto sono due cose diverse, rispettare le altre religioni non significa aver fede nelle loro dottrine. Ho conosciuto, per esempio, alcuni cristiani che provano interesse per certe pratiche buddhiste, le studiano e le mettono addirittura in pratica.

Sono particolarmente interessati ai metodi buddhisti con cui ottenere la concentrazione meditativa focalizzata su un solo oggetto e a quelli che permettono di accrescere amore, compassione e pazienza. Poiché tali pratiche sono comuni al cristianesimo e al buddhismo, esprimo ammirazione per ciò che queste persone stanno facendo.

Ai cristiani che sono interessati al concetto di vacuità, tuttavia, rispondo allegramente che è un concetto nettamente buddhista e ha scarsi rapporti con la dottrina cristiana.

Perché? Per indagare la vacuità bisogna esaminare a fondo l'originazione dipendente e, se le sue implicazioni sono state comprese, diventa difficile accettare l'esistenza di un Dio unico, permanente, immutabile quale creatore del mondo. Se qualcuno cercasse di aver fede nel cristianesimo e nel buddhismo, asserirebbe l'esistenza di un Dio creatore e al tempo stesso l'inesistenza di un Dio creatore. È impossibile. Pertanto, il rispetto per entrambe le religioni è attuabile e benefico, ma la fede è un'altra cosa.

Ci sono seguaci di alcune religioni, fra le tante che rivendicano l'esistenza di un Dio creatore, secondo cui il buddhismo non è una religione perché non accetta l'idea che un Dio abbia creato il mondo. Molti miei amici musulmani, per esempio, mi hanno spiegato che, malgrado diversi precetti buddhisti siano assai benefici per le persone, musulmani compresi, molti loro correligionari non ritengono che il buddhismo sia una religione.

Analogamente, alcuni cristiani di fede rigorosa affermano che i buddhisti sono nichilisti perché non accettano l'esistenza di un essere permanente che ha origine da se stesso.

Tempo fa, quando mi sono recato in Canada, diversi manifestanti cristiani hanno innalzato cartelli in cui affermavano di non avercela con me personalmente ma con la mia filosofia, considerata eretica.

Un giorno in Svezia, quando sono uscito dall'auto, mi sono imbattuto in un uomo che portava un cartello. Ho giunto i palmi in segno di saluto e l'uomo ha fatto la stessa cosa. Un giornalista ha scattato una foto che è apparsa il giorno dopo su un quotidiano, approvando che il manifestante e l'oggetto delle sue proteste mostrassero rispetto l'uno per l'altro. Così dovrebbe essere, in effetti, ma devo ammettere di non essermi accorto che l'uomo protestava contro le mie idee!

A dire il vero, dal punto di vista delle religioni che affermano l'esistenza di un Dio creatore, la filosofia buddhista è dispregiativa per la sua negazione dell'esistenza di tale Dio, ed è esagerata per la sua credenza nelle vite passate e future. Per contro, dalla prospettiva buddhista, le religioni per cui esiste un Dio creatore peccano di esagerazione e, con la loro negazione della causa e dell'effetto del karma nel corso d'innumerevoli vite, danno mostra di un pensiero dispregiativo.

Eppure, i buddhisti devono riconoscere che l'idea di un Dio creatore di tutte le cose arreca ad alcune persone un forte senso d'intimità con questo Dio e le stimola ad accettare l'idea di doversi comportare in conformità con la visione divina. Qual è questa visione?

Amare tutti, aiutare gli altri, essere altruisti.

L'Islam, per esempio, dà enorme risalto all'importanza di aiutare gli altri, soprattutto i poveri. I novantanove nomi di Allah, quali il Misericordioso, il Pacifico e il Compassionevole, l'Amorevole e il Caritatevole, ruotano intorno ai concetti di amore e solidarietà.

Nessuna religione tratteggia un essere supremo perennemente irato e feroce. Nessuna religione richiede ai suoi seguaci di essere belligeranti e nuocere alle altre persone.

Secondo il mio punto di vista, mostrarsi di buon cuore perché esiste un Dio creatore amorevole è per gli individui dotati di un certo tipo di personalità un messaggio più efficace della relatività o relazionalità, che chiamiamo originazione dipendente, al cuore del messaggio buddhista.

Pertanto, è decisivo individuare la religione che arreca più giovamento a un determinato individuo, considerata la grande varietà di inclinazioni delle persone.

Verso l'Illuminazione

Come la meditazione insegna la felicità

Dalai Lama (Bhiksu Tenzin Gyatso)

Come possiamo liberarci dalla sofferenza? In questo libro Sua Santità il Dalai Lama presenta numerosi esercizi di pratiche contemplative per aiutare il lettore nel suo cammino di crescita spirituale. Una guida chiara che...

€ 19,50 € 16,58 -15,00%

Disponibilità: Immediata

Vai alla scheda


Dalai Lama (Bhiksu Tenzin Gyatso)

Il DALAI LAMA è il leader politico e spirituale del popolo tibetano, nonché la massima autorità spirituale della scuola Gelug del Buddhismo Tibetano. Le parole Dalai e Lama vengono normalmente tradotte come "Oceano di Saggezza". L'attuale Dalai Lama è Tenzin Gyatso,...
Leggi di più...

Dello stesso autore


Gli ultimi articoli


Non ci sono ancora commenti su Cure mancate - Estratto da "Verso l'Illuminazione"

Golden Books S.r.l.
Via Emilia Ponente 1705
47522 Cesena (FC)
P.iva e C.F. e C.C.I.A.A. 03271030409
Reg. Impr. di Forlì – Cesena n.293305
Capitale Sociale € 12.000 I.V.
Licenza SIAE 4207/I/3993
Macrolibrarsi è un marchio registrato
di Golden Books S.r.l. - Nimaia e Tecnichemiste