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Credere - Estratto da "Creatività Medica"

di Raffaele Fiore 4 mesi fa


Credere - Estratto da "Creatività Medica"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Raffaele Fiore

Il medico di quest’epoca è spesso impaurito dal dilagare di alcune tendenze alimentate dal culto delle terapie alternative.

È un vero e proprio spirito che li domina: possiamo leggerlo proprio sui volti dei colleghi, spesso aggressivi e polemici, che vengono però traditi da uno sguardo comunque dubbioso; tale sguardo è sostenuto dal timore che quel consolidato sapere universitario che, in cuor loro, vorrebbero si accollasse il compito di svelare l’universo e i progetti del suo Architetto, sia minato da una schiera di stregoni e ciarlatani. Altri ironizzano con un forte tratto aggressivo, talmente corrosivo da lasciar trasparire tutta l’incertezza che in realtà celano.

Allora, perché disprezzare e offendere a spada tratta chi si allontana, anche solo per un attimo, dai tracciati del sapere ufficiale anche solo per rivendicare quella funzione di cercatori della verità che tutti gli uomini di scienza hanno da sempre avuto?

A me, di solito, viene spontaneo rassicurarli per due motivi molto semplici; sia che si graviti nell’ambito accademico ufficiale sia che si abiti nell’odoroso mondo degli oli essenziali, la vera conoscenza non passa mai da un apprendimento culturale, ma soltanto attraverso una ricerca interiore e spirituale generata da uno stato iniziatico che non è acquistabile - grazie a Dio, almeno quello non è in vendita. Esso va acquisito per via esperienziale e basta. Quindi, come posso disprezzare o giudicare il percorso esperienziale di un altro individuo?

Socrate sapeva benissimo che ogni forma di sapere non può che espandere i confini dell’ignoranza. Quindi, non c’è alcun rischio che il solido castello che ha trovato le solide fondamenta nell’illuminismo europeo e che poi si è compiaciuto di sé nel delirio positivista del Novecento, che ancora anima il pensiero scientifico, subisca per ora l’azione tellurica di un sapere che affonda le radici nelle oscure ombre del passato.

Finché il sistema economico, quello storico, politico e antropologico saranno la colonna portante del nostro vivere, non c’è olismo che agisca: tutto è molto al sicuro, protetto dalle “grandi madri” (ospedali, istituzioni, partiti politici ecc.) che proteggono gli umani nel loro agire quotidiano, ormai quasi del tutto sterile.

Oggi l’olismo è una forma di marketing: lo sanno fin troppo bene coloro che lo praticano, coloro che si travestono da operatori del benessere, portatori di tecniche meccaniche e farraginose che hanno l’unico scopo di rendere ancora più assopita la coscienza durante i massaggi oleosi di mandorle amare... o dolci.

Non temete, cari amici: questi personaggi trascineranno nuovamente la tradizione medico-terapeutica ancor più nel buio di quanto già non lo sia. In quel buio, però, essa si caricherà di verità in modo da ritornare alla luce, quando una sana e completa rivoluzione antropologica avrà definitivamente cambiato l’animo umano e lo avrà preparato alla vera Apocalisse.

Prima di quel tempo futuro, di là da venire, che non sarà affatto regalato, ma che sarà frutto di un duro e costante lavoro su noi stessi, sarebbe già molto importante capire in che direzione rivolgersi. In questi ultimi trent’anni ho incontrato al massimo una ventina di persone, tra colleghi, terapeuti e pazienti, che hanno compreso a pieno il senso Reale del far terapia o di esserne oggetto.

Tutta questa polemica sull’omeopatia, che pratico ormai da vent’anni, mi pare assolutamente sterile, fintanto che non cambierà l’anima di chi si rivolge a essa.

Un giorno una signora - e anche di buona cultura, per quanto la si possa avere in quest’epoca dominata da Wikipedia - mi chiese come mai mi fossi preso la briga di somministrarle la nux vomica, dato che su Internet aveva letto che si trattava di un rimedio prettamente indirizzato al maschile. A parte che, se avessimo chiesto consiglio al marito, gliel’avrebbe somministrata anche lui - chi è omeopata m’intende - il fegato, l’intestino e il cervello, nonché il carattere di quella donna, urlavano comunque questo rimedio come Tarzan nella giungla.

In questo caso risposi più o meno: “Rimane comunque il fatto che lei, cara signora, cerca le indicazioni e le applicazioni di una molecola su un dizionario medico. Questa non è omeopatia, è meccanicismo. Si rivolge all’omeopatia, ma continua a pensare in termini allopatici. L’omeopatia non ha il potere di fare il male: al massimo ha la capacità di far emergere dolorosamente processi di guarigione lunghi e difficili che, sepolti, farebbero danni silenti e ben più nocivi. Mi creda, osservo questa fenomenologia da moltissimi anni. Bisogna anche tenere in buon conto che l’omeopatia è pressoché impotente nei confronti dei conflitti psicodinamici e affettivi, per cui l’unica cosa che si deve fare è prendere consapevolezza che non c’è una molecola esterna più o meno diluita che entra nelle nostre vite e ne determina le trasformazioni. Se c’è un elemento che può attuare tali trasformazioni, è il coraggio di far crollare quella maschera, cioè quelle caratteristiche egoiche che ci fanno credere di sapere chi siamo e cosa vogliamo per aprirci definitivamente alla verità che ci vive. Questo per dirle che la povera silicea può far venire un ascesso laddove è necessario farlo manifestare, ma, francamente, non riuscirà mai a far venire un’osteomielite.”

Provo costantemente un forte imbarazzo, misto a delusione, quando, tra le inutili chiacchiere nocive da salotto, qualcuno scopre che pratico l’omeopatia e che la pongo, insieme alla dieta e alla parola, al centro del mio lavoro terapeutico sul corpo fisico e non solo.

C’è sempre qualcuno che non trova il coraggio di tacere e sfodera la propria saggezza dicendo: “Ah, così lei crede all’omeopatia? Io l’ho provata qualche volta, ma non ho avuto risultati.” E allora rispondo sempre: “Scusi, a chi si è rivolta? Chi è il suo terapeuta?”

Lei a me: “Ma no... Così, su consiglio di un’amica che aveva sempre mal di stomaco al mattino e il medico le aveva dato Yarsenicum album. L’ho preso anch’io per una settimana, ma non mi ha fatto nulla...”

E allora di solito dico: “Se questa è la sua modalità di curarsi, allora le consiglio, da omeopata, 20 mg di Omeprazolo due volte al dì!” Questo porta a due risultati: uno è che la signora può, temporaneamente, liberarsi del sintomo senza in alcun modo farsene carico, interpretarlo e assumersi la responsabilità di un eventuale cambiamento; il secondo è che posso conservare la dignità dell’omeopatia in quanto scienza dell’individualità per indirizzarla con tutta la sua carica a chi accetta di comprenderne la ricchezza.

Se un buon omeopata, attento ascoltatore, rispettoso del metodo, cosciente dei propri pregiudizi, amante della materia medica, impiega al più presto un’ora a trovare una piccola rosa di rimedi tra cui scegliere quello più idoneo, è perché ciò che deve analizzare è l’individualità-irripetibilità del soggetto che gli sta di fronte. Alla fine, non ci sono protocolli ferrei da rispettare, ma ciò che suggerisce l’anima: l'anima, cioè, farà emergere tra domande e risposte quell’intuizione che fa del rimedio la sua espressione materiale. Il mal di stomaco non è lo stesso per tutti.

Quel mal di stomaco è di quella e solo di quella persona lì davanti a noi e di nessun altro. C’è un mal di stomaco delle donne che è legato alla figura del marito, ma se quel mal di stomaco affligge la signora quando il marito rientra a casa oppure quando esce di casa, per noi omeopati si tratta di due rimedi ben differenti che esprimono due mondi ben definiti. Tutto questo un buon omeopata non lo sa perché lo ha studiato o perché “ci crede”, ma perché l’ha vissuto su di sé. A noi medici, se siamo veri medici, non è chiesto di credere: o sappiamo o non sappiamo.

Come giustamente diceva Carl Gustav Jung durante l’ultima intervista concessa alla BBC: “Io non credo in Dio, io “so”. Non ho bisogno di credere, ho fatto esperienza.”

Il vero medico non crede a nulla: sa, perché ha fatto esperienza, osservazione attenta e cosciente; sa cosa è accaduto dentro e fuori di sé in terapia. Credere è un lusso che il medico non può permettersi. Se il medico è un poeta - quindi intende fare ed essere poetico e poietico - deve essere nel Reale e non nell’immaginario. Peccato per chi non comprende che il Reale è talmente grande, immenso e miracoloso da far impallidire qualsiasi forma di immaginario, di metafora o metonimia.

Si pensi alla cosmogonia di Steiner o dei Rosacroce e si avrà una sparuta intuizione di ciò che si cela nel Reale.

Ouspensky, uno dei più grandi allievi di un autorevole maestro spirituale del Novecento, Gurdjieff, all’interno di un testo molto conosciuto dagli addetti ai lavori e noto in italiano con il titolo di Coscienza. La ricerca della verità, scrisse: “Le persone possono passare la loro vita studiando sistemi e parole di sistemi e non arrivare mai a cose reali. Tre quarti o nove decimi delle nostre conoscenze ordinarie non esistono in realtà. Esistono solo neU’immaginazione. La convinzione di essere addormentati è l’unica cosa.”

Fintanto che il mondo non accetterà questa realtà che sta alla base della scoperta delle origini della coscienza dentro di noi, il mondo non ha alcuna chance di cambiamento. Per anni ho tenuto l’Odissea e la Bibbia sul comodino, ma avrei potuto tenere l’Etica di Spinoza o l’Apologià di Socrate di Platone, tutti testi fondamentali per un argonauta della coscienza, ma non sarebbe mai cambiato nulla, se non avessi trovato il coraggio di dedicare due volte al giorno mezz’ora alla meditazione.

Non avrei mai potuto abbandonare la reattività a un insulto, non avrei mai assaporato il dolce vino del perdono, non avrei capito il senso cristiano del servizio, non avrei aperto il mio cuore a quel “farsi vuoto”, in cui il divino agisce tutta la propria creatività tramite noi; non avrei capito il profondo messaggio mariano.

Quindi, per me poco conta che un medico si faccia più o meno incline alle medicine della tradizione o che sia onestamente innamorato del proprio sapere universitario: ciò che per me conta - e ve lo dico non da collega, ma da paziente occasionale - è che accetti di contattare il proprio spirito almeno due volte al di e che quindi apra il proprio cuore alla poetica terapeutica. Come ho più volte ripetuto, terrò segreto il mio percorso interiore doloroso e porterò le tecniche utilizzate per la mia guarigione personale con me fino all’ultimo viaggio - che poi non è affatto l’ultimo.

Voglio però raccontare un episodio recente che può chiarire cosa intendo per “farsi vuoto”. Erano circa le sei di una domenica di dicembre, in Sagittario, quando mia moglie ebbe i primi segni che il parto di nostro figlio Gabriele era agli sgoccioli. Sarebbe stato proprio Gabriele, il comunicatore, a portarmi un messaggio trasformativo che non potrà più essere ignorato per tutta la vita. Rotte le acque, sarebbe ben presto cominciato quell’arcaico e potente rituale che riporta un’anima a incarnarsi in un corpo fisico per riprovare, nell’arco d’una vita, a distillare un’ulteriore evoluzione della coscienza.

Non avevamo voluto nessuna medicalizzazione: la natura odia le nauseabonde rappresentazioni delle ansie da controllo degli eventi e in certi ambiti esprime di malavoglia il proprio potenziale. Mia moglie Paola aveva già partorito due figlie sanissime in casa e stava per riprodurre per la terza volta lo stesso miracolo. Mi ha sempre trovato d’accordo in questa decisione.

Abbiamo un sacco di piccole incomprensioni quotidiane sulle cose banali - il dosaggio dei carboidrati a cena, il significato del tenere in ordine il tavolo o il senso della puntualità, la carica dei cellulari o le spese voluttuarie - ma sui grandi temi della vita e della morte, sul senso del parto e dell’allattamento, sull’amore per coloro che tengono viva la memoria della Shoah, sul senso del gesto misericordioso e cristiano nel mondo e sul significato della donazione di sé ai figli siamo in assoluta sintonia.

Tutto ciò intreccia l’anello di fede che ci unisce in matrimonio e non certo quei pochi grammi d’oro che ce lo vorrebbero rammentare.

Alle otto meno un quarto di quella domenica il parto era al massimo della sua forza. Avvertivo la tensione e la potente drammaturgia che la natura mette in atto in questo momento, come si scatenano aria, fuoco, terra e acqua. Tutti questi elementi stavano risuonando nella casa insieme alle urla di Paola che, come in tutte le donne in quel frangente, assumono una valenza molto più ampia del dolore: è una forza primigenia, ricca anche di follia e sacralità, che ci rammenta la nostra totale incapacità d’interpretare in modo razionale ciò che sta accadendo, lo rimanevo al piano di sopra a governare il sonno reale o simulato delle bimbe, lasciando alle donne il compito di compiere il rito del femminile che dà la vita.

Eppure, nonostante la fiducia nelle donne e nei loro infiniti mezzi, appena colsi un lieve ritardo nei tempi di espulsione, appena un pensiero prese corpo nella mia mente come un demone nel centro di una meditazione, cominciai a vacillare e un dubbio sottile si insinuò tra la mia presenza e la realtà.

Quel piccolo diaframma di distrazione ha un solo e semplice compito: quello di fare entrare la paura all’interno dell’esperienza. Non potevo precipitarmi al piano di sotto, dove si stava compiendo il tutto, perché il mio ruolo era di portare serenità alle bimbe con la mia sola presenza.

In quel momento mi rammentai di avere un piccolo rosario in tasca, regalo di amici che avevano visitato Medjugorje. Un piccolo rosario composto da un laccio che attraversa dieci pietre e annoda una croce finale, anch’essa in pietra; piccolo, fatto per il palmo della mano, lo avevo sempre utilizzato per recitare, camminando, le dieci Ave Maria e il Padre Nostro come un mantra, per riportare l’attenzione ai passi, al respiro e al cuore.

In quel contesto, che pareva essere quello in cui il marinaio dubita di rivedere la luce del sole durante la burrasca, mi venne in aiuto, come una luce che lampeggia nell’oscurità di una mente turbata. Presi in mano quelle povere piccole pietre e cominciai a recitare con la massima presenza le parole sacre che compongono quelle care preghiere cristiane che ci portiamo dietro dall’infanzia.

Qui accadde la cosa più sconvolgente: mentre all’inizio della recita riuscivo a governare il ritmo e la scansione, nonché la pronuncia delle parole, mano a mano che entravo all’interno del miracolo verbale che esse generavano, mi parve di perdere totalmente il controllo, entrando in un cerchio ripetitivo che pareva alimentarsi di energia propria.

Mentre le urla di Paola, forti e intense, ma anche modulate come un canto, elettrizzavano tutta la casa, la mia preghiera cominciava a vorticare dentro e fuori di me, come se vivesse di forza propria, come se di colpo si fossero ribaltate le parti: non c’era più un “io” a recitare e forse neanche un sé, ma c’era una preghiera che recitava me.

Questo loop intensissimo, come il vorticare della danza dei dervisci, finì per possedermi al punto da non permettermi di generare un pensiero, di non potermi muovere, di non poter fare altro che “lasciar fare” a chi sapeva cosa fare di me, di Paola e di mio figlio. In quel momento vissi - e quindi imparai - che la natura libera d’agire sa come operare e lo fa.

Il medico, lo psicoterapeuta innamorato dall’età di diciassette anni di Sigmund Freud e di Cari Gustav Jung, orgoglioso dei successi universitari degli anni della ritrovata salute, così innamorato della propria mente e degli studi sull’alchimia e sulla simbologia e frequentatore della Quarta Via, era ridotto a un bambino piangente, posseduto da un ritmo verbale sacro, senza possibilità di interromperlo fìntanto che quella forza non avesse deciso di completare il proprio lavoro. In quei casi il tempo s’annulla: l’esperienza può durare un minuto o un’ora, ma il soggetto (in quel caso io) non riesce a valutarlo.

Le parole acceleravano, ma la scansione era perfetta, precisa: non c’erano errori. Tutto fluiva come una cascata di montagna, gelata e liberatoria; fintanto che necessita, questa forza è presente.

Come si era fatta vuota e accogliente Paola all’atto del concepimento, esattamente con quello stesso spirito del “farsi vuoto” che è la forza di Maria, io mi stavo facendo vuoto e lasciavo parlare la preghiera senza neppure aver la capacità di interromperla.

Ad un certo momento, come accade per un motore d’aereo che prima di atterrare riduce il numero dei giri, sentii che il fluire delle mie parole stava rallentando, pur mantenendo la precisione di prima; riduceva lentamente e progressivamente la velocità, fino al punto in cui mi parve di poter riagganciare a essa la mia volontà in modo da potermene riappropriare. Proprio parallelamente a quella ripresa di coscienza, mi accorsi che le urla di Paola erano cessate ed erano state sostituite da un bisbiglio collettivo delle donne.

Pur mantenendo ancora fede, per inerzia, alle preghiere che non avevo nessuna voglia di abbandonare, scesi di qualche gradino le scale e vidi mio figlio Gabriele uscire dal ventre, proprio poco prima che potessi sentirne la voce.

Chi ha vissuto questi eventi, sa che la fine di un parto giunge come il suono delle campane al mattino dell’ultimo giorno di guerra. Ci si accorge dell’infinita distanza che ancora intercorre tra l’uomo e la verità, una distanza incolmabile; solo quella preghiera l’aveva di poco accorciata, ma ora era tornato tutto come prima. A breve, sarei comunque partito, perché, guarda caso, quel giorno non avrei potuto mancare all’inizio delle lezioni che dovevo tenere in un importante master a Milano. La ricchezza di quella mattina non mi abbandonerà mai.

Ecco, se ci apriamo al miracoloso, se accettiamo di abbandonare i gesti meccanici e le rassicurazioni assolutamente false e inconsistenti di quest’epoca, la nostra professione, qualsiasi essa sia, diventerà un atto poetico e creativo senza precedenti.

All’interno di questo atto possiamo mettere tutto e il suo contrario. Ecco perché poco conta, dal punto di vista spirituale, che il tramite della terapia sia l’Omeprazolo o l'arsenicum album (le polemiche sono sterili e pane per i media). Ciò che conta è la libertà interiore di chi le pratica, la conoscenza di sé e l’atto creativo che ottiene con la propria presenza.

Creatività Medica

L’atto poetico in terapia

Raffaele Fiore

Questo libro suggerisce, citando il poeta, qualcosa di nuovo che, in sé, è qualcosa di antico. L’atto terapeutico è da sempre legato all’arte medica. La dimensione artistica prevede un costante gesto creativo che può...

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Raffaele Fiore

Raffaele Fiore, nato a Novara il 24 agosto 1956, consegue nella città natale il Diploma di Maturità. Si iscrive dapprima all’Università degli Studi di Torino, poi si trasferisce a Milano ove si Laurea in Medicina e Chirurgia con una tesi in Psicosomatica. Consegue un...
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