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Creare un ponte - Estratto da "La Mente in Ayurveda"

di Bruno Renzi 2 mesi fa


Creare un ponte - Estratto da "La Mente in Ayurveda"

Leggi in anteprima la prefazione del libro di Bruno Renzi

Uno degli incontri fondamentali della mia vita è stato quello con Clara Mancini. Clara è stata la mia insegnante di meditazione trascendentale e mi ha introdotto nel mondo della filosofia orientale e della conoscenza vedica.

Iniziai a meditare intorno al 1979. Ricordo che pochi anni dopo, un pomeriggio, Clara mi sventolò sotto gli occhi un foglietto di carta: era un invito, rivolto ai medici occidentali, a frequentare il primo corso full time, di dodici mesi, in medicina ayurvedica. Era esattamente il 1982.

Provenivo da una formazione medica ortodossa e, sino ad allora, non avevo mai sentito parlare di medicine non convenzionali: quindi, non avevo la più pallida idea di cosa fosse la medicina ayurvedica, se non che rappresentasse la medicina tradizionale indiana, una medicina caratterizzata dall’approccio olistico all’individuo; in sostanza, non ne sapevo nulla.

Avevo una vita professionale già decisamente avviata e pensavo che fosse praticamente impossibile potersi sganciare dall’ospedale e dal centro che dirigevo, ma oggi posso comprendere che spesso la traccia della nostra esistenza è già ben determinata nei recessi più profondi della nostra anima e nella nostra infinita linea evolutiva.

Altre volte, nella mia vita, eventi apparentemente casuali avevano rappresentato dei punti di svolta o, se vogliamo, indicazioni finalizzate a perseguire una strada tracciata da parti profonde dell’essere: questo avvenne esattamente in questa circostanza, poiché, seguendo un desiderio ispirato e non del tutto razionale, decisi di partire per gli Stati Uniti per frequentare questo corso. Riuscii perfino a ottenere una posizione di comando presso la Maharishi International University con lo scopo di approfondire le correlazioni tra i principi di base della medicina ayurvedica e le neuroscienze; ero l’unico italiano di un gruppo molto piccolo di sette medici.

Seguirono dei mesi non semplici di adattamento a un sistema di vita e di studio completamente diverso da quello che avevo conosciuto in Europa, ma comunque stimolante: quello che doveva essere un periodo di approfondimento di un sistema di medicina alternativo, di fatto, costituì la più bella esperienza della mia vita sia per la conoscenza acquisita che per la struttura di lavoro a cui Maharishi Mahesh Yogi ci sottopose.

Questo periodo di studio e le esperienze di vita vissuta per sedici mesi - il corso, infatti, si protrasse ulteriormente - trasformarono profondamente la mia visione dell’esistenza. Ancora oggi, quel processo di cambiamento non è cessato, ma si è trasformato in un processo evolutivo continuo.

Inizialmente non mi resi conto di quanto profondo fosse tale processo di cambiamento: il seme che era stato innestato avrebbe dato i suoi frutti progressivamente nel tempo. Di certo ricordo che, quando tornai in Europa, la mia visione dell’uomo, come medico, era cambiata divenendo molto più estesa: l’attenzione non era più limitata a processi biomolecolari, ma si era estesa a campi molto più vasti.

In quegli anni esisteva ancora una forte scissione fra il mondo psichiatrico a orientamento psicodinamico e il mondo dell’ortodossia medica, di indirizzo prevalentemente biologico. Dopo tale esperienza, la scissione in me divenne ancora più profonda e avevo difficoltà a integrare le conoscenze che avevo acquisito con il mondo della medicina istituzionale in cui ero inserito.

Mi resi conto che non era facile introdurre certi concetti, che sembravano prettamente “esotici”, all’osservatore e all’uomo occidentale. Così seguì un periodo iniziale di silenzio e poi una seconda fase, in cui io e altri professionisti aprimmo la strada all’inserimento e alla diffusione delle medicine non convenzionali, tentando di far comprendere l’importanza che avrebbe avuto un lavoro di integrazione. Tutti gli anni Novanta furono spesi nella divulgazione e nel porre l’enfasi sulla promozione della salute e sull’idea della possibile integrazione delle medicine non convenzionali con la medicina allopatica.

Nel 2002 ebbi anche la determinazione di avviare il primo Centro di Medicina Psicosomatica e Funzionale Integrata, che integrava principi di base e metodologie ayurvediche nel trattamento dei disturbi psicosomatici, all’interno di una struttura pubblica di grande rilievo come l’Ospedale Polo Universitario “Luigi Sacco” di Milano: questo centro ha rappresentato la prima esperienza in Italia di integrazione di una medicina non convenzionale all’interno di una struttura pubblica; era, quindi, un’esperienza pilota e innovativa.

Presso questo centro avevo creato una piccola équipe di lavoro: ci occupavamo sostanzialmente, in modo innovativo, di disturbi psicosomatici o disfunzionali in una nuova ottica di educazione alla salute; in sostanza, ci interessava rimettere in equilibrio la fisiologia delle persone attraverso un approccio integrato e abbandonando la logica della terapia sintomatica che tendeva a cronicizzare le disfunzionalità presenti. Il nostro obiettivo era la promozione della salute e la riorganizzazione funzionale della fisiologia, determinando un naturale e fisiologico miglioramento con la scomparsa dei sintomi.

Non desidero entrare nei dettagli - per altro complessi e articolati - delle procedure che utilizzavamo, poiché non pertinenti a questo lavoro, ma nel periodo in cui ebbi modo di dirigere quel centro abbiamo trattato quasi duemila pazienti e circa il 60% delle persone trattate ha avuto sensibili miglioramenti o addirittura la scomparsa dei disturbi.

Avevo deciso di utilizzare solo parzialmente le conoscenze ayurvediche nelle procedure integrate che avevo creato, poiché altre metodologie più sostanziali non erano ammissibili all’interno di una struttura pubblica: non sarebbero state comprese né erano percorribili dal punto di vista amministrativo.

Avevo avuto modo di studiare, nel periodo in cui avevo lavorato per il MIU (Maharishi International University), anche la sezione riguardante l’impostazione e il trattamento delle patologie mentali: nel nostro percorso formativo avevamo coperto una buona parte della conoscenza ayurvedica tranne la sezione riguardante le patologie mentali, il Bhuta Vidya; essendo psichiatra, questa sezione per me era di fondamentale importanza e, quindi, decisi di approfondirla attraverso degli studi personali.

Inizialmente non avevo fatto attenzione a questa mancanza, forse perché lo studio della medicina ayurvedica è talmente vasto che non poteva essere coperto esaustivamente in un periodo di tempo così breve; in genere la formazione in medicina ayurvedica nelle università indiane viene effettuata in sei anni con percorsi residenziali.

In un secondo momento, mi resi conto di una certa reticenza nell’affrontare il Bhuta Vidya da parte dei vaidya, i medici ayurvedici che erano i nostri maestri: reticenza in parte dovuta al disinteresse rispetto alla patologia mentale e in parte alla mancanza di un reale approfondimento della conoscenza in quel campo.

Sebbene il Bhuta Vidya sia considerata normalmente come la psichiatria ayurvedica o come la medicina psicosomatica, il termine bhuta fa riferimento alle diverse dimensioni “dell’esistere”: in particolare, si riferisce all’esistenza degli esseri invisibili, o spiriti, in un’accezione comune e normalmente intesa sia dal vaidya - medico ayurvedico o “colui che conosce” - che dai cultori ùeWAyurveda in Occidente.

In quanto scienza degli spiriti, rimaneva e rimane tuttora poco comprensibile agli occhi della medicina occidentale e, per tale motivo, questa sezione dell’Ayurveda è poco nota, poco studiata e poco divulgata in ambito medico; gli stessi vaidya, pur essendone a conoscenza, tendono a non correlare le patologie a questa dimensione.

Susruta descrive in tal modo il Bhuta Vidya: “Prende il nome di Bhuta Vidya quella sezione dell’Ayurveda che ha come proposito la cura, mediante riti di pacificazione, offerte, rituali eccetera delle possessioni da parte di entità catturatrici quali Deva, Asura, Gandharva, Yaksa, Raksasa, Pitr, Pisaca, Naga eccetera.” (S.S. sut. 1.8.)

Ho deciso di descrivere in questo lavoro la complessa visione ayurvedica della mente nella sua più profonda natura e mi riservo di estendere in un secondo momento l’approfondimento dei dettagli della nosografia ayurvedica rispetto alla patologia mentale e la classificazione delle varie metodologie di cura. Nella descrizione della complessità della mente, utilizzando una chiave di lettura neuropsicofisica, comprenderemo come l’individuo nella sua dimensione biopsicofisica possa entrare in risonanza con dimensioni diverse dell’esistere che non sono solo quelle immediatamente percepibili e comprensibili con i nostri sensi.

La risonanza si verifica nei confronti di complessi vibrazionali che possono avere una loro autonomia e che possono creare disfunzionalità all’interno della realtà biopsicofisica dell’individuo: questi complessi vibrazionali possono essere di diversa natura e avere una loro caratteristica specifica; possono persistere all’interno della mente individuale, assumendo un potere invasivamente destrutturante sul funzionamento fisiologico della mente.

La visione energetica od olografica dei complessi vibrazionali costituirà, come vedremo, una possibile comprensione del Bhuta Vidya, nel tentativo di rendere attingibile a una mente occidentale “la scienza degli spiriti” comunemente accettata in un contesto culturale che fa riferimento a diversi millenni or sono.

Avevo una certa consapevolezza di quanto premesso e pensavo che questo argomento potesse essere compreso all’interno di studi antropo-logici o storico-filosofici riguardanti la conoscenza ayurvedica. Solo recentemente - intendo negli ultimi anni - ho maturato l’idea di presentare a un lettore occidentale e ai medici che hanno avuto una parziale formazione in medicina ayurvedica la concezione della mente in Ayurveda, nonché secondariamente un approfondimento rispetto alla visione delle patologie mentali dal punto di vista ayurvedico.

Sottolineo che questa scelta è avvenuta di pari passo con una serie di esperienze evolutive recenti, che mi hanno consentito di avere una visione della complessità dell’essere umano: tali esperienze sono state illuminanti, costituendo dei tasselli mancanti che mi hanno permesso di avere un quadro più completo e più comprensibile del tema che affronterò in questo lavoro.

L’intenzione principale è quella di presentare una visione dell’uomo nel sistema di riferimento vedico, in cui l’essere umano ha una sua progettualità evolutiva strutturata all’interno di linee esistenziali flessibilmente definite; un individuo inserito in un ciclo evolutivo cosmico eterno, in cui l’aspirazione prevalente è ritornare a immergersi nella sostanza originaria.

La coscienza è prioritaria ed è la realtà senziente che organizza un eterno sogno cosmico di creazione e dissoluzione. Ogni “dimensione configurata” percorre questo ciclo all’intemo di quella eternità che è. La mente e la psicopatologia ayurvedica sono un riflesso, semplicemente un riflesso, di questo gioco cosmico e in questo senso devono essere intese: come realtà qualificate che si reificano nella capacità percettiva dell’essere umano; esse, però, sono solo una dimensione possibile, coesistente insieme ad altre prospettive possibili. Il gioco di Dio ha infinite forme.

Gli studiosi che si sono occupati di testi vedici o di conoscenza vedica si sono sempre trovati ad affrontare una scelta metodologica nell’impostazione e nel progredire del loro lavoro: attenersi alla traduzione letterale del testo, che va compreso nella matrice storico-culturale del periodo in cui esso è stato redatto, oppure tentare delle chiavi interpretative nella ricerca delle corrispondenze fra i principi e l’impostazione metodologica della medicina ayurvedica e la medicina dei nostri giorni.

Nella stesura di questo lavoro ho scelto di non attenermi all’ortodossia, ma l’utilizzo di un’adesione letterale ai testi diviene stimolo anche per alcune riflessioni sulla visione dell’essere umano; riflessioni personali, comunque, non molto distanti da alcune impostazioni filosofiche ben note al mondo occidentale.

Sono consapevole del rischio di allontanarmi dalla purezza dell’insegnamento che è connesso anche alla struttura linguistica del sanscrito, ma, come accennato prima, la mia intenzione non è quella di una mera registrazione e traduzione dei testi classici, bensì quella di poter creare un ponte, una chiave di lettura interpretativa, utile per il lettore occidentale; è comunque una visione che ha la funzione di stimolare ulteriori approfondimenti e ricerche.

Inizialmente affronterò in questo lavoro la concezione della mente in Ayurveda, costruendo un mosaico che comprende le radici storiche e filosofiche di tale concezione, nonché una visione cosmogonica basilare per la comprensione di tale concetto. Quindi, descriverò il valore basilare della coscienza con una chiave di lettura fisico-quantistica, ma anche la natura della mente in Ayurveda, la struttura della personalità e i fattori che intervengono nella determinazione di tale struttura; le determinanti quantistiche del temperamento e il rapporto fra struttura di personalità e progetto esistenziale.

In un secondo lavoro affronterò la patologia mentale secondo la nosografia ayurvedica con riferimenti alla nosografia occidentale; approfondirò le metodologie terapeutiche con indicazioni relative ad alcune preparazioni ayurvediche che vengono usate nel trattamento di tali patologie, nonché la descrizioni di una serie di terapie rituali che comunque vengono descritte nei testi classici.

Mi scuso sin da ora per l’incompletezza di alcune sezioni e per la complessità dei principi presentati, ma l’essere umano, nella visione radicata nella conoscenza vedica, è profondamente complesso, costituendo una configurazione unica all’interno della totalità infinitamente dinamica che è il Brahman.

La Mente in Ayurveda

I fattori che determinano il destino di un individuo

Bruno Renzi

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Bruno Renzi

Bruno Renzi, nato a Catania nel 1953, Psichiatra, psicoterapeuta. Ha curato la propria formazione in ambito analitico transazionale e PNL. Dirigente presso il Dipartimento di Salute Mentale e Responsabile del centro di Medicina Psicosomatica e Funzionale Integrata presso l’Ospedale - Polo...
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