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Creare un'esperienza emozionale

di Giorgio Nardone 12 giorni fa


Creare un'esperienza emozionale

Leggi un estratto da "Emozioni - Istruzioni per l'Uso" di Giorgio Nardone e scopri come indurre le emozioni può aiutarti a comprenderle e affrontarle

Saper riprodurre un fenomeno è uno dei passi fondamentali per conoscerlo e poi gestirlo. In mancanza di questo, non c'è sperimentazione ma solo osservazione: l'evoluzione stessa del metodo scientifico dipende da tale assunzione.

Tuttavia, esistono due modalità fondamentali di sperimentazione nella riproduzione di un evento: in contesto naturale e in laboratorio.

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Emozioni - Istruzioni per l'Uso

Giorgio Nardone

Le emozioni governano la nostra vita. Ora possiamo imparare a gestirle al meglio per stare bene con noi stessi e con gli altri. Le emozioni sono strumenti fondamentali per capire la realtà che ci circonda: Proviamo piacere: una cosa è buona per noi...

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La prima metodologia è quella privilegiata dalle cosiddette soft sciences, come le scienze sociali e antropologiche, la seconda dalle hard sciences, come la biologia, la chimica e le discipline matematiche.

Fa eccezione la fisica, poiché attinge in egual misura a entrambe le metodologie di sperimentazione, anche se storicamente le scoperte più importanti sono state realizzate mediante sperimentazioni sul campo: basti pensare a Galileo e alla caduta dei gravi dalla torre di Pisa, o a Newton e alla sua leggendaria mela.

La psicologia, dapprima eminentemente soft, sotto l'influenza del metodo sperimentale americano in prevalenza skinneriano, è diventata sempre più hard, basata su sperimentazioni in laboratorio piuttosto che su sperimentazioni sul campo, che sarebbero da preferire data la sua natura di disciplina che studia l'uomo in tutte le sue espressioni.

Questo purtroppo è anche il destino della medicina, dove si osserva un numero sempre più alto di metodiche diagnostiche e terapeutiche prodotte in laboratorio piuttosto che nella reale pratica clinica.

La sperimentazione in laboratorio ha certo il vantaggio di un maggiore controllo delle variabili e dei fattori in gioco durante l'esperimento, ma questo è anche il suo limite maggiore: l'ambiente costruito artificialmente non riproduce la realtà esterna al laboratorio, pertanto i suoi risultati spesso non collimano con quanto avviene nella vita reale.

È come se nella fabbricazione di un'automobile ci si fidasse solo delle prove eseguite in laboratorio senza testare il mezzo su strada.

Purtroppo il gioco perverso delle carriere dei ricercatori, basato sulle pubblicazioni scientifiche, li induce a produrre molti più lavori a partire da ricerche di laboratorio piuttosto che da sperimentazioni sul campo, perché più facili da eseguire e più controllabili nel metodo e, per questo, meno contestabili.

Il risultato è che negli ultimi anni il numero delle pubblicazioni basate su studi longitudinali e sperimentazioni nei contesti reali dei fenomeni studiati è così ridotto da apparire quasi una specie in via d'estinzione. Inoltre, gli studi sul campo che trovano spazio nelle cosiddette riviste scientifiche il più delle volte vengono considerati poco rispettosi dei rigidi criteri della metodologia di laboratorio.

Questo deragliamento della ricerca nella direzione di uno strapotere dei metodi da laboratorio e della misura quantitativa dei risultati ha indubbiamente prodotto una deformazione della conoscenza dei fenomeni studiati. Tuttavia, poiché questo è il sistema per fare carriera in ambito scientifico, nessuno più si stupisce né si scandalizza.

Come abbiamo mostrato nel capitolo precedente, il fenomeno delle emozioni, quando se ne voglia studiare l'effettivo funzionamento, si presta ben poco a questo tipo di sperimentazione artificiale e artificiosa, ancor più se l'oggetto di studio sono le modalità con cui è possibile indurre i processi emotivi.

I padri fondatori della psicologia posero l'attenzione su quanto profondamente la percezione visiva influenzasse l'attivazione dei meccanismi emozionali: la psicologia della Gestalt, ossia della «forma», evidenziò come la visione di forme naturali, come l'ala di un rapace o il serpeggiare di un rettile, attivassero immediate reazioni di allarme, innescando l'emozione «paura». Allo stesso modo, la vista di un cibo succulento innescava la risposta immediata del piacere, attivando la cosiddetta «acquolina in bocca»; la visione di un'immagine erotica attivava la risposta dell'eccitazione sessuale.

Fin dagli albori degli studi psicologici, quelli visivi risultarono stimoli molto potenti, in grado di attivare le reazioni emotive e i corrispettivi atti comportamentali. Ben presto ci si rese conto che questo valeva per tutti e cinque i sensi, benché la vista giocasse un ruolo prevalente rispetto a udito, olfatto, tatto e gusto.

Dopo una prima fase in cui la psicologia della percezione si focalizzò sulla dinamica dei sensi e l'attivazione delle risposte psicofisiologiche dell'organismo agli stimoli sensoriali, i primi grandi psicologi dovettero confrontarsi con fenomeni che ben poco avevano a che fare con i sensi e gli stimoli esterni, ovvero l'introspezione.

Wilhelm Wundt nell'Ottocento elabora per primo il metodo introspettivo, anche se il filosofo John Locke e, ancora prima, Platone avevano già formulato ipotesi a tale riguardo.

Ciò che è importante sottolineare è che gli effetti dell'introspezione - ovvero riflettere sull'ascolto interiore associato all'evocazione di esperienze, ricordi e fantasie - non apparivano dissimili da quelli dei cinque sensi stimolati dalla realtà esterna.

Nel frattempo, le prime sperimentazioni sui fenomeni suggestivi di Franz Anton Mesmer e sull'ipnosi formalizzata poi da James Braid, Jean-Martin Charcot e Benjamin Franklin (Nardone et al, 1996) dimostrarono che le emozioni, anche quelle travolgenti, potevano essere indotte anche senza lo stimolo concreto dei sensi, mediante suggestioni e immagini guidate dall'esperto ipnotizzatore.

E ricordo che ben prima di queste sperimentazioni più sistematiche e rigorose, la suggestione e i fenomeni ipnotici erano già noti nell'antica Cina, in Egitto e nel mondo ellenico presocratico.

In Medio Oriente queste tecniche venivano già utilizzate in ambito medico. Gli egizi parlavano di «sonno magico» (Nardone et ai, 1996), mentre gli antichi greci erano maestri dell'uso del linguaggio suggestivo, capace di indurre forti emozioni tanto nell'individuo quanto nelle folle.

L'arte di indurre emozioni per esercitare il potere sugli altri e su sé stessi è stata oggetto di studio e sperimentazione per millenni...

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