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Coronado, Albuquerque: crocevia di mondi - Estratto da "Civiltà Perduta"

di Sam Osmanagich 2 mesi fa


Coronado, Albuquerque: crocevia di mondi - Estratto da "Civiltà Perduta"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Sam Osmanagich e scopri questa civiltà sconosciuta estremamente avanzata

Arrivo in aereo ad Albuquerque, una città di mezzo milione di abitanti. Qui vive un terzo della popolazione del vasto, ma scarsamente popolato, Stato del New Mexico. Le agenzie di autonoleggio degli aeroporti americani non sono più localizzate all’interno dei terminal. Probabilmente a causa del terrorismo. Il bus navetta mi guida fino a qualche chilometro dall’aeroporto. Le formalità richiedono solo pochi minuti. La chiave è nell’accensione dell’auto, una Hyundai Santa Fe.

La mattina soleggiata e la vasta autostrada mi accompagnano verso la mia esplorazione del mondo degli Anasazi nei quattro Stati americani del New Mexico, Colorado, Utah e Arizona.

Una nuova vita ha avuto inizio: un bambino piange nella piccola stanza dalle pareti in pietra. Giace su una coperta e, accanto a lui, c’è una pannocchia di mais, “Madre Mais”, che non verrà toccata per i prossimi venti giorni. Il bambino rimarrà nell’oscurità per tutto il periodo. All’alba del ventesimo giorno, la madre prenderà il bambino tenendolo sul braccio sinistro e raccoglierà la pannocchia con la mano destra. Annuirà a sua madre, la nonna del bambino, e lasceranno la casa col piccolo dirigendosi verso Est. Si fermeranno e, pregando in silenzio, cominceranno a sgranare la pannocchia di mais, gettando i grani in direzione del Sole. Quando il Sole sarà completamente sorto all’orizzonte, la madre avanzerà e sollevando il bimbo verso il Sole pronuncerà queste parole: “Padre Sole, questo figlio appartiene a Te”.

Il vero nome di questo popolo ci è tuttora sconosciuto. Diverse centinaia di anni dopo la loro sparizione, un gran numero di indiani navaho vennero da Nord, dal Canada, e vedendo le rovine di antichi edifici diedero ai costruttori il nome di Anasazi, “antico popolo” oppure, in un’altra traduzione, “nemici dei nostri antenati”. La storia moderna presenta il fenomeno degli Anasazi in modo molto aderente al quadro storico generale. Vengono menzionate tre fasi di evoluzione della loro civiltà:

  1. la prima fase da duemila anni fa fino al tempo dei primi nomadi;
  2. la seconda dal 600 d.C. circa fino ai primi insediamenti costruiti sottoterra;
  3. la terza fase, più sviluppata, è il periodo in cui furono costruite le città in pietra, dal X al XIII secolo d.C.

Senza alcuna spiegazione logica, le loro città, distribuite su un enorme territorio, furono abbandonate tutte contemporaneamente nel XIII secolo. La teoria dominante è che la migrazione si sia verificata in due direzioni: a Sud-Ovest verso l’Arizona, ubicazione dell’attuale popolo hopi che identifica gli Anasazi come propri antenati, e a Sud-Est, in New Mexico, dove sono localizzate diciannove tribù degli indiani pueblo.

Ma qui sorge un problema: il gran divario di tempo tra la scomparsa della civiltà Anasazi e l'apparizione degli indiani pueblo.

Tra i rari documenti scritti su ciò che è stato rinvenuto in una città Anasazi trovata ancora intatta, apprendiamo molto dalla penna dell’allevatore Al Wetberilb, che nel 1882 esplorò il canyon di Mesa Verde:

«Gli oggetti nelle stanze erano disposti come se le persone fossero andate in visita da qualche parte e potessero ritornare da un momento all’altro. Esemplari perfetti di terrecotte erano ordinata-mente disposti sul pavimento e in altri posti opportuni; le suppellettili domestiche erano dove le donne le avevano utilizzate; prove di bambini che giocavano “alla famiglia” come fanno ancora oggi. Nelle kiva dove gli uomini si incontravano c’erano ancora le ceneri di un fuoco estinto da tempo. Non c’era alcuna indicazione di atti di violenza verso le persone».

«Sembrava di poter vedere questa gente intorno a noi; guardarli lavorare nei campi mentre i cani abbaiavano e i tacchini gloglottavano; le donne che macinavano il mais e preparavano il pasto del giorno e i bambini che giocavano vicino a casa».

«Sembrava che stessimo calpestando un suolo sacro, entrando nelle case dall’aspetto pacifico di un popolo scomparso da molto tempo».

Guidare è piacevole. Faccio una sosta in un Taco Bell. Nel ristorante trovo una scolaresca: hanno la fisionomia degli indiani. Mi rendo conto di essere arrivato alla riserva indiana Sandia Pueblo. Nel parcheggio vedo un indiano sulla cinquantina con i capelli lunghi, un autostoppista. Prima di aprire la portiera della macchina, gli chiedo dove sta andando.

“A San Ysidro”, risponde, “e da lì in autobus fino a Farmington”. Dato che penso di trascorrere la notte da qualche parte intorno a Farmington, gli offro un passaggio.

“Ma ci arriveremo la sera tardi, perché intendo fermarmi a Coro-nado e passerò un po’ di tempo al Chaco Canyon”, lo avverto.

Mi guarda come se si stesse chiedendo se voleva veramente viaggiare in mia compagnia. Poi annuisce, accennando che la sua riunione a Farmington sarebbe stata solo tra due giorni.

“Melvin”, dice presentandosi, “sono un interprete degli indiani santa ana pueblo, dopodomani c’è una riunione dei rappresentanti dei Pueblo, degli Ute, dei Navaho e degli Apache”.

Credo che durante il viaggio avremo sicuramente un’interessante e piacevole conversazione.

I raggi del Sole si riflettevano sull’armatura scintillante di trecento cavalieri orgogliosamente disposti in parata nella piazza principale di Città del Messico. Erano condotti dal loro capitano Don Francisco Vasquez de Coronado. Egli aveva atteso questo momento per gli ultimi due anni, da quando era stato nominato nel 1538 governatore della provincia di Nueva Galicia da Mendoza. Stava richiamando alla memoria tutto ciò che sapeva della terra a Nord del Messico coloniale nota come Nuova Spagna...

.. .Quando i musulmani conquistarono il Portogallo nel 714 d.C., sette vescovi cattolici e i loro successori erano fuggiti attraverso l’Atlantico in una terra nota come Antilia dove fondarono sette città. Con il tempo iniziarono a circolare racconti su queste città (note come Cibola) piene di oro, argento e diamanti.

...Dopo il naufragio della loro nave nel golfo del Messico e otto anni di vagabondaggio nei territori inesplorati dell’attuale Texas e del Messico settentrionale, tre spagnoli e il nordafricano Estevanico finalmente arrivarono a Città del Messico nel 1536. Riferirono ai signori della città di come avessero sentito racconti di “grandi città le cui strade erano laboratori di orafi, con edifici di molti piani e cancelli in pietra decorati con gemme preziose”.

... Il re di Spagna espresse un interesse particolare per queste leggende e nel 1539 inviò una spedizione. Estevanico faceva da guida e il frate Marcos de Nica rappresentava la corona. Il primo approccio della spedizione con gli indiani zuni nella piccola città di Havikuh ebbe come esito il massacro di Estevanico e dei suoi seguaci. Frate Marcos tornò a Città del Messico e annunciò l’esistenza di “città d’oro, la più piccola delle quali era più grande di Città del Messico”.

Il generale Coronado tornò in sé. Aveva continuato a salutare la folla raccolta nella piazza principale. Dopo aver salutato il viceré, rappresentante della Nuova Spina, una colonna di uomini a cavallo con bandiere, migliaia di schiavi neri e indiani, mille cavalli e greggi di pecore, vacche e muli che trasportavano scorte e provviste, partì da Città del Messico. Coronado immaginava se stesso come un glorioso conquistatore al suo ritorno dalla scoperta delle sette città d’oro di Cibola, coperto di gloria e ricchezza, alle luci della ribalta con una popolarità maggiore di quella di Cortes e Pizzarro.

“Tutte le diciannove tribù pueblo si trovano entro un raggio di 350 miglia”, mi racconta Melvin, “Santa Ana, la mia tribù, è qui a destra”, dice indicando il finestrino, “al di là ci sono gli Zia, gli Hemez, i Kochiti e i Santo Domingo”. Poi si volta a indicare il lunotto posteriore: “Dietro di noi c’è la tribù dei Sandia e laggiù, dietro di te, ci sono i Laguna, gli Akoma e i Tohadjili”.

“Cosa ti porta a Farmington? Che tipo di riunione hai?”, gli chiedo. “Abbiamo fatto causa al Governo degli Stati Uniti per non averci protetto dalla società che sta prelevando uranio dal nostro territorio senza pagare il prezzo concordato”, risponde.

“Hai detto che sei un interprete per la tua tribù. Ce n’è davvero bisogno al giorno d’oggi?”.

“E' in qualche misura una reliquia del passato, ma la nostra tradizione è molto forte e lavoriamo sodo per mantenerla nonostante il fatto che siamo rimasti solo in poche centinaia. E, a parte questo, le varie tribù pueblo parlano tutte lingue diverse. Allo stesso modo, gli Apache, gli Utah e i Navaho hanno lingue completamente diverse. Quindi la traduzione è importante anche per la comunicazione tra di noi. E tu? Che cosa ti porta nel New Mexico?”.

“Sto conducendo ricerche sugli Anasazi”, rispondo.

“Cosa sai di loro?”.

“Beh, so che i Pueblo li rivendicano come loro antenati” dico con uno sguardo interrogativo per vedere quale sarà la sua reazione.

“Sì, gli Anasazi sono i nostri antenati”, risponde usando una gestualità che dimostra la serietà della sua affermazione.

Coronado e la sua spedizione seguirono il fiume San Pedro (entrando negli Stati Uniti d’America di oggi). Conquistò Haviku sconfiggendo gli indiani zuni. Tuttavia, non trovò alcuna città d’oro. Continuò a Nord-Est, attaccando gli insediamenti indiani pueblo, perse soldati e schiavi e finì le scorte di cibo. Attraversò l’Arizona, il New Mexico, il Texas, rOklahoma e il Kansas. Senza mai trovare le leggendarie città di Cibola. Decise di tornare. Due anni dopo la sua gloriosa partenza del 1540, ritornò a Città del Messico a mani vuote e con solo un centinaio di soldati. La spedizione fu dichiarata un fallimento.

Sul lato destro della strada troviamo una indicazione incisa sul granito: “Coronado, monumento nazionale”. Interrompendo la mia conversazione con Melvin, parcheggio l’auto davanti all’edificio del museo. Melvin mi dice che mi avrebbe aspettato su una panchina all’ombra.

Una volta questo era Kuaua Pueblo, un insediamento di 1200 ambienti. Nel settembre del 1540, mentre la maggior parte dell’esercito del generale Coronado era occupato in battaglia con gli indiani zuni e akoma, un’unità di esplorazione arrivò in questa valle. Vi furono combattimenti e furono brutali con la popolazione.

Alcuni documenti riportano che Coronado trascorse qui tutto l’inverno, ma i reperti archeologici non lo confermano.

Dal museo, la strada conduce agli umili resti delle rovine della città e alla ricostruzione di un ambiente e di una kiva, il centro spirituale dell’insediamento. Se questo insediamento è stato costruito nel XV secolo, o solo trecento anni dopo il dominio degli Anasazi, è solo una copia scadente di quanto essi erano in grado di fare. Le pareti sono molto più sottili rispetto a quelle delle costruzioni anasazi e la qualità degli edifici è architettonicamente inferiore.

Un cartello vicino a uno stretto sentiero indica: “Non disturbare i serpenti”.

Questo luogo rappresenta simbolicamente un crocevia di mondi ed eventi esistenti e non esistenti. Il generale Coronado sembra che abbia trascorso qui l’inverno, ma non ci sono prove che lo confermino. Egli stava cercando inesistenti città d’oro con vere e proprie forze militari.

Gli indiani pueblo di quel tempo, come gli attuali, sostenevano che gli Anasazi fossero loro antenati, ma c’è una divergenza di opinioni tra di essi che sembra smentire tale rivendicazione. Il “Monumento Nazionale” di Coronado non è un monumento. Le descrizioni all’interno del museo glorificano il barbarico arrivo dei primi europei sul terreno sacro degli indiani amanti della pace. Tutto è sottosopra. Qual è la vera realtà?

Ci deve essere un motivo per cui sono qui in compagnia di un indiano pueblo. Probabilmente risponderà ad alcuni dei miei quesiti.

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Sam Osmanagich

Sam Semir Osmanagich, nato a Zenica (Bosnia- Erzegovina) il 1° giugno 1960, ha conseguito presso l’Università di Sarajevo la laurea in Scienze Politiche, in Economia, il master in Scienze Economiche Internazionali e un dottorato di ricerca in studi Maya. Ha lasciato la Bosnia nel...
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