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Conosci te stesso - Estratto da "Coaching Quantico di Risveglio"

di Luigi Miano 6 mesi fa


Conosci te stesso - Estratto da "Coaching Quantico di Risveglio"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Luigi Miano e scopri come prendere le redini della tua vita e diventare maestro di te stesso

«Conosci te stesso» è una sentenza religiosa greco-antica iscritta nel tempio di Apollo a Delfi. Su cosa abbia voluto significare, nonostante le molte interpretazioni, rimane un mistero.

«Conosci te stesso» richiama qualcosa di così profondo e primordiale (e vero) da scuotere l'intero nostro essere. Probabilmente va oltre le mille maschere e facciate di maniera che possiamo aver adottato nella nostra vita.

Ci riporta a una essenza che non sappiamo e non possiamo conoscere se rimaniamo nel nostro vecchio approccio mentale, intrisi dell'energia della personalità, così limitato e limitante.

Indice dei contenuti:

A che punto sei?

Questa frase dovrebbe essere affissa davanti a tutti gli ingressi della nostra Italia: uffici, scuole, condomini, giardini. Poiché prima di pensare a incontrare gli altri, a lavorare e pensare di fare qualcosa, dobbiamo essere così radicati nel nostro profondo. La nostra vita di tutti i giorni, in cui le cose sembrano accadere nonostante noi, è priva di conoscenza interiore e consapevolezza. E tutto scivola via nella inconsapevolezza. La vita si consuma come una paglia che brucia. Pensiamo di aver vissuto, ma siamo stati vissuti. E anche questa enorme opportunità è ormai andata via.

Ricordo, parecchi anni fa, quando leggevo i primi libri di crescita personale, che venni a sapere di un particolare esercizio di auto-conoscenza. Esso consisteva nell'annerire un grande cerchio diviso in spicchi. Ciascuno spicchio corrispondeva a un'area della propria vita. Per esempio l'area finanziaria, la salute, le relazioni e così altro ancora. Si trattava di dare una sorta di voto da uno a cento per ciascuno spicchio. E così il risultato era quello di un cerchio non omogeneo.

E la domanda che veniva posta al termine dell'esercizio era: andresti in giro con una ruota così? Il mio cerchio risultava essere particolarmente incompleto poiché la percezione della mia vita in quel momento era di incompletezza, frustrazione e forte insoddisfazione.

Ricordo in particolare lo spicchio dell'area lavoro e crescita personale, che erano a livelli infimi. Ma il cerchio era frutto di una mia percezione soggettiva e di una valutazione filtrata dalle emozioni, dalle mie reazioni (nevrosi, frustrazioni) e credenze ecc.

La difficoltà di un lavoro come questo sta nel definire il confine tra ciò che è vero e ciò che risulta esserlo soltanto per me.

La domanda è: posso stabilire il punto della mia vita in cui mi trovo? Esiste una metodologia pratica, ma anche abbastanza esatta, per poter definire oggi a che punto di evoluzione interiore io mi trovo?

Immaginiamo che l'evoluzione interiore - e per questa intendo in particolare quella spirituale - sia come una scala infinita. In questo momento sono in grado di vedere solo qualche gradino sopra la mia testa e mi sembra che sia tutto lì. Leggo qualche libro, scambio conversazioni con qualche essere umano interessato e interessante o che chiede aiuto e mi sento un illuminato.

Successivamente mi confronto con qualcuno che ne sa molto più di me e mi sento improvvisamente degradato. Vado avanti, faccio dei salti di coscienza e intravedo tantissimi gradini che non hanno mai termine.

A volte sono ricco di coraggio e poi succede qualcosa che non accetto e mi sento l'ultimo. In ogni caso è importante stabilire che non si tratta di una classifica, di una gara a chi sta più avanti, a chi è più illuminato. Esistono delle gerarchie, ma sono esclusivamente spirituali e non competitive.

Evolversi non vuol dire essere in competizione

Qualche giorno fa guardavo una conferenza (dvd) in cui Wayne Dyer e Eckhart Tolle discutevano, con ironia, di una classifica degli esseri umani spiritualmente più influenti sul pianeta. In questa speciale classifica Tolle risultava primo e Dyer terzo (purtroppo è scomparso di recente).

Quest'ultimo scherzava sul fatto che il suo ego si chiedesse come mai lui non fosse primo. Eckhart Tolle, dopo aver sorriso, seriamente ammonì di lasciar cadere queste questioni come patate bollenti, poiché potrebbero minare seriamente il nostro percorso spirituale.

Non è importante ciò che viene detto su di noi, sia nel bene che nel male (questa distinzione è mentale). Ciò che importa è il nostro autentico sentire. Se cercheremo continuamente l'approvazione saremo deboli spiritualmente. Poiché tutto sarà così effimero e transitorio. Afferrando il nostro essere conquisteremo la saldezza.

Quindi lasciamo da parte confronti, classifiche, primati ecc. Non siamo qui per confrontarci, ma per evolvere. E ciascuno ha un suo personalissimo e unico cammino. E questa unicità va rispettata, sia da parte di chi la vive sia da chi potrebbe essere nella posizione di giudicare.

Chiediamoci seriamente, guardandoci negli occhi (metaforicamente o guardandoci in uno specchio), a che punto sentiamo di essere. Come ci sentiamo? Siamo in pace con noi stessi oppure in continuo conflitto interiore? Ci sentiamo stabili oppure in preda ad alti e bassi? Qual è la qualità del nostro mondo interiore? Dobbiamo essere sinceri nell'osservazione di noi stessi, nel valutare se stiamo vivendo di reazioni e meccartismi, oppure centrati nel sé. Occorre umiltà e sincerità.

Una cosa che ho imparato sulla mia pelle è che risulta determinante indirizzare nel miglior modo possibile la giornata, dal punto di vista delle emanazioni energetiche interiori. Mi spiego meglio: se inizio la giornata maledicendola, imprecando, vivendo totalmente di ansia e angoscia e aspettandomi il peggio che possa accadere, sto indirizzando il corso degli eventi verso una direzione infausta. Dobbiamo assumere su di noi la responsabilità dell'andamento delle nostre singole giornate e poi della vita intera. Gli accadimenti della mia esistenza non sono altro che una proiezione di un mondo interiore di una certa qualità.

Ora potremmo chiederci: come faccio ad accorgermi che sto producendo una certa qualità di pensieri ed emozioni e infine azioni?

Teniamo un diario («dell'alchimista»), in cui ogni giorno tracciare come ci siamo sentiti e le emozioni che abbiamo provato. Se non siamo abituati a scrivere, all'inizio sarà più complicato, ma con l'abitudine riusciremo a scioglierci. Quindi vinciamo dolcemente le nostre resistenze. Possiamo scegliere delle fasi intermedie della giornata in cui raccoglierci e scrivere oppure direttamente al termine della giornata.

Questo esercizio è estremamente utile sotto diversi punti di vista: in primo luogo costringe a prestare maggiore attenzione al proprio mondo interiore mentre esso si svolge nel corso del quotidiano (cosa che normalmente non accade). Inoltre permette di porsi in terza posizione percettiva nei confronti della propria interiorità.

Quindi, da soggetto coinvolto e identificato nei corpi (mentale, emotivo e fisico), divenire un osservatore cosciente, che può oggettivamente analizzare lo stato di salute del proprio universo interiore. È come proiettare su uno schermo il proprio andamento interiore. È una sorta di lastra radiografica di emozioni e pensieri. I risultati inizialmente saranno profondamente toccanti (lasceranno senza fiato o interdetti), ma costituiranno la spinta a cambiare.

Ci renderemo perfettamente conto che la nostra vita è l'esito scientifico (la fisica quantistica lo dimostra ampiamente) di un determinato modo di pensare, di atteggiamenti interiori e associazioni continue. Se penso male (ma in realtà il nostro pensare è essere pensati), vivo male.

Dobbiamo osservarci e meditare durante il corso della giornata, mentre siamo impegnati. Non possiamo continuare a pensare che il lavoro interiore sia uno spicchio microscopico di una giornata, in cui ci separiamo dal mondo e fissiamo una candela. La meditazione, o osservazione, consapevole avviene attraversando le giornate ordinarie, che sono quelle che maggiormente creano attriti e fastidi. Sono i fastidi della vita nevrotica e convulsa (e sempre più accelerata) che ci danno delle enormi occasioni di lavoro su di noi.

In altre epoche, penso per esempio alle scuole di Gurdjieff, bisognava procurare gli attriti artificialmente poiché la vita quotidiana non offriva molti spunti. Egli proponeva durissimi esercizi che andassero verso la direzione opposta a quella delle abitudini radicate. Era un'altra epoca, che poteva in qualche modo giustificare uno stile di vita, presso il priorato di Avon, al limite del sadismo.

Oggi invece tutto è attrito (dal momento in cui ci svegliamo) e le sollecitazioni che sopportiamo sono pesantissime. È un lavoro da guerrieri spirituali e non da puri contemplativi. Oggi serve questa energia dotata di Vril (forza vitale) per affrontare il percorso di risveglio. Occorre coltivare lo spirito, quanto l'azione pratica nella materia. Non è un periodo fertile per la contemplazione pura. Un percorso da monaci Shaolin!

Sono convinto, avendo avuto tantissimi riscontri, che questo primo passo di auto-conoscenza (possiamo chiamarlo il «diario dell'alchimista») possa aiutare a comprendere a che punto ci troviamo. La comprensione dovrà però essere totale, ossia dotata di sensazioni, e non soltanto mentale. Dobbiamo cominciare a «sentire» di vivere vari gradini di evoluzione spirituale. È importante cominciare a raccogliere segnali del fatto che stiamo salendo (e di conseguenza ci stiamo modificando anche geneticamente). I segnali possono essere molteplici.

Utilizzare le ferite come un dono

Consideriamo che un essere umano inconsapevole vive nel caos (mentale e emotivo) e disperde moltissime energie. Di riflesso ha livelli di stress molto elevati ed è in preda all'ansia e a mille paure. La sua autostima è molto bassa e non ritiene di poter avere in mano la guida della sua vita. Tutto sembra essere affidato al caso. Questa situazione genera un'infelicità che è una conseguenza naturale di questo stato di cose. Anche lo stress è frutto di quest'ordine di cose, di non riuscire a sentire il comando della propria interiorità.

Se progrediamo e se il nostro lavoro interiore è corretto, inizialmente abbiamo una ribellione dei corpi della personalità e quindi possiamo sentire forti affaticamenti, mal di testa, sensi di nausea ecc. È assolutamente normale perché ci stiamo costringendo a fare un qualcosa che non è mai stato abituale per noi. Successivamente a questa instabilità subentra un senso di pace e di centratura emozionale e intellettuale molto maggiore rispetto al passato. Ci stiamo ricongiungendo con il nostro centro, con l'essere. Stiamo giungendo alla sorgente di noi stessi.

Devo aggiungere che quando siamo pronti, se veramente lo vogliamo, ad aiutare altri esseri umani a salire con puro spirito di servizio, questo potrà accelerare profondamente la nostra evoluzione. Ogni volta che un essere umano ci incontra con una questione da risolvere, noi incontriamo quella parte di noi che ha bisogno e soffre. E scioglierla nell'altro significa scioglierla in noi. Una ferita che ci viene offerta da un essere umano è il dono che l'universo pone davanti ai nostri occhi. Questo è un enorme privilegio.

Ma in linea di massima tutte le nostre ferite originarie sono un immenso dono per aiutarci a sviluppare talenti e capacità. La vita è un mosaico di cui non abbiamo alcuna consapevolezza, sino a quando non iniziamo a risvegliarci e allora tante cose divengono improvvisamente chiare. E quindi quello che abbiamo condannato diviene una benedizione. I nostri genitori da aguzzini vengono vissuti come benefattori. E il mosaico appare perfetto.

In questa fase di enorme transizione è come se vivessimo in una tromba d'aria energetica, che può agevolarci tantissimo nel nostro compito di ascesa spirituale, come può gettarci nello sprofondo del nostro senso di impotenza e depressione. Da un giorno all'altro, o addirittura di ora in ora. Dobbiamo sviluppare attenzione ed essere consapevoli dei nostri passaggi interiori, evitando di farci sballottare emotivamente dagli eventi esterni.

Poiché altrimenti saremo sempre sulla giostra, che un giorno ci farà salire in cima e il giorno dopo ci farà scendere negli inferi.

Le emozioni non sono giuste o ingiuste. Divengono veleno nel momento in cui non si riconoscono e si reprimono. Esse costituiscono una parte dinamica del mondo interiore, ma bisogna permetterle di muoversi. Come ricorda Osho (in Il gioco delle emozioni), se osserviamo le emozioni attraverso il testimone possiamo comprendere ciò che ci fa bene e ciò che può essere veleno.

Se qualcosa diviene più profondo attraverso la consapevolezza può essere positivo e costituire una virtù, altrimenti si dissolve. Probabilmente si tratta di sviluppare l'attitudine a cavalcare l'onda energetica (di questa fase), che è decisamente propizia, sia per le realizzazioni interiori che esteriori. Abbiamo un'opportunità unica!

Ritornando al «conosci te stesso», a mio parere oggi si fa di tutto per sfuggirsi. Si cercano stordimenti, piaceri effimeri, tecniche brevi, ipnosi o autoipnosi. Insomma ogni via che eviti di farci realmente entrare in contatto con il profondo. Mettiamo la polvere sotto il tappeto sperando di non trovarcela ancora in casa.

Ma la polvere esce, basta aprire una finestra e la polvere la ritroviamo in tutta la casa. Si pensa che cambiando ambiente, cambiando moglie, casa, lavoro, le cose andranno meglio. Stiamo solo creando una via di fuga che ci fornisce ossigeno per brevissimi periodi, ma portiamo con noi la nostra corazza carica di problemi e di questioni irrisolte. In questi casi la via di fuga è alimentata dall'enorme corpo di dolore che è al nostro interno. Questa massa di ricordi dolorosi e ferite sanguinanti si alimenta continuamente di pensieri assonanti. Si può vivere con questa energia 24 ore su 24, senza scampo.

Si può giungere alla follia. Questa voce nella testa sembra non lasciarci tregua e allora ci diamo alla fuga pensando di scamparla. E invece la voce ci segue, il dolore non ci molla. Eppure il corpo di dolore può essere gestito e trasformato (ne scrivo nel capitolo «Il corpo di dolore»). La fuga è assenza. La presenza è stare qui e ora, pensando che questo momento che ci è donato sia tutto ciò che abbiamo e possiamo viverlo totalmente. La fuga è transitare continuamente dal passato al futuro con la mente (e quindi è assenza). La presenza è l'assoluto del qui e ora. La fuga è un palliativo, la presenza è la soluzione.

Ecco profilarsi meglio il senso, a mio parere, di quel «conosci te stesso». Nello spazio del qui e ora e nell'affrontare il momento si aprono fronti di conoscenza assoluti.

«Conosci te stesso» non può non essere nella presenza. E probabilmente soltanto nella presenza possiamo rispondere alla domanda: a che punto sono?

Coaching Quantico di Risveglio

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Luigi Miano 40 anni, laureato in giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica istituzionale. Life Coach formatosi presso la Scuola italiana di Life e Corporate Coaching di Luca Stanchieri.Communication Coach (personal trainer della comunicazione), esperto di linguaggio verbale e non verbale e...
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