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Che cos'è una fiaba? - Estratto da "La Vera Origine delle Fiabe"

di Paolo Battistel 8 mesi fa


Che cos'è una fiaba? - Estratto da "La Vera Origine delle Fiabe"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Paolo Battistel e scopri quali sono le origini di questo genere letterario e di cosa si tratta realmente

«La fiaba è come una melodia infinita che termina su una nota sospesa lasciando l’ascoltatore in attesa di nuove variazioni»Marie-Louise von Franz

Ormai nella vita quotidiana si è soliti usare le parole fiaba e favola come se fossero due sinonimi intercambiabili. Quest’uso completamente errato dei termini è stato spinto negli ultimi decenni soprattutto dai mezzi d’informazione che hanno piegato il significato di queste antiche parole per farlo coincidere a forza con ciò che la televisione proponeva come fiaba o favola.

Ciò che prima ricopriva il cielo come un manto rilucente di stelle ha dovuto subire l’affronto d’essere staccato dal suo luogo d’origine per diventare un semplice velo di carta stagnola che ricopre un goffo involucro che il mondo moderno (figlio legittimo dell’illuminismo) definisce fiaba o favola. Il racconto breve che al giorno d’oggi viene definito fiaba o favola è una narrazione in possesso (a grandi linee) di questi tre requisiti:

  • è scritta espressamente per il pubblico dei bambini;
  • all’interno spiccano dei contenuti soprannaturali di qualche genere (ma non troppo paurosi);
  • la trama deve essere inscritta in una chiara distinzione morale di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Tutto ciò che a grandi linee possiede tutti e tre questi elementi ha, secondo l’opinione corrente, il diritto di chiamarsi fiaba o favola.

Questo modo diffuso di pensare ha condotto negli ultimi anni alla pubblicazione di centinaia di racconti tediosi e insignificanti che rispondono al nome di “fiabe”. Queste cosine ricche di vezzeggiativi ridicoli, e nomi deturpati nel solo fine di fare degli orrendi giochi parole, sono spesso senza trama o se ce l’hanno ha a che fare con qualche intrigo ai danni dell’innocente protagonista da parte di uno scaltro cattivo. Simili opere narrative, oltre a rappresentare uno scadente risultato letterario, non hanno nulla a che vedere con l’antico modello letterario della fiaba.

Ma andiamo con ordine e vediamo che cos’è davvero una fiaba e che cosa la differenzia dalla favola.

Indice dei contenuti:

Che cosa differenzia una fiaba da una favola?

Prima di addentrarci in modo specifico su cosa sia una fiaba escludiamo da questo insieme immaginifico (e un po’ confuso) un genere di storie che ha ben poco in comune con le fiabe: le favole.

Le favole sono delle brevi narrazioni in prosa o in versi che vengono scritte con uno specifico intento morale e didascalico. Queste narrazioni hanno per oggetto un fatto immaginato con uno specifico fine morale e i cui protagonisti sono per lo più animali o cose. Quindi la grande differenza con le fiabe è che in queste storie non abbiamo un essere umano che vive degli incontri fantastici e delle avventure (magari parlando anche con degli animali) ma ci troviamo con degli animali che non rappresentano se stessi (in quanto specie) ma sono l’incarnazione didascalica di vizi e virtù umane.

L’animale in queste storie è una semplice maschera che nasconde un tipo stereotipato di essere umano.

La famosa favola di Fedro (risalente all’antica Roma), ripresa dall’omonima favola greca di Esopo, La volpe e l’uva rende evidente ognuna di queste caratteristiche:

«Una volpe affamata vide dei grappoli d’uva che pendevano da un pergolato, e tentò di afferrarli. Ma non ci riuscì. “Non è ancora matura; non voglio coglierla acerba!”, disse allora tra sé e sé; e se ne andò. Così anche tra gli uomini, c’è chi, non riuscendo per incapacità a raggiungere il suo intento, ne dà la colpa alle circostanze»

La protagonista della favola, la volpe appunto, non è in possesso delle caratteristiche proprie della sua specie animale, anzi, oltre a non avere una grande potenza nel salto (un elemento piuttosto irrealistico in una volpe), ha come oggetto del suo appetito non un animale ma della semplice frutta.

Se i desideri del narratore (o meglio dei narratori) fossero stati “realistici” la volpe avrebbe puntato un coniglio in cima a una collina o un recinto di galline, ma alla favola non interessa essere aderente alla realtà, la favola è come una rappresentazione teatrale per il pubblico dell’antica città (greca e romana), in cui gli attori indossano maschere allegoriche.

La volpe, nella sua rappresentazione classica nelle favole antiche e medievali, incarna la furbizia e la scaltrezza che si trova sempre a vincere sui suoi avversari spesso creduloni o accecati dalla loro forza fisica o dall'importanza del loro ruolo sociale. Questo modello didascalico volpe/astuzia troverà un successo totale nel Medioevo con opere come il Roman de Renart cioè il “Romanzo di Renart”, una famosa raccolta di storie di tipo favolistico che vedranno come protagonista Renart, cioè la volpe, che ingannerà a suo piacimento gli altri animali e anche alcuni uomini.

Tuttavia nella nostra favola, ripresa in epoca romana da Fedro, la volpe si distanzia dal suo classico modello dello stereotipo della furbizia rappresentando invece coloro che disprezzano ciò che non possono avere. Questa è una reazione umana piuttosto comune, poiché per quanto desideriamo ardentemente una cosa non sempre ci è concesso raggiungerla e a questo punto la favola ci mostra come alcuni individui assumano l’atteggiamento sbagliato davanti a questa sconfitta: il disprezzo o l’astio.

Se non possiamo avere ciò che desideriamo allora disprezziamo l’oggetto del nostro desiderio, fingiamo di non averlo mai desiderato, proprio come la volpe ha giudicato l’uva non ancora matura.

La volpe si allontana dall’uva cercando di convincersi che è stata lei a non volere quel frutto.

Tutta questa situazione ha un preciso uso morale e didascalico. Rappresenta un insegnamento per le nuove generazioni (e un monito per le vecchie) che non devono comportarsi come la volpe ma, oltre a questo aspetto morale e didascalico, la narrazione non dice altro. Nasce con uno specifico intento morale e ogni elemento della favola è solo una maschera che rappresenta qualcos’altro.

Questo genere di storie per quanto sia antico, e abbia uno specifico (e importante) uso sociale, non ha nulla a che vedere con la fiaba. Il grande filologo inglese J. R. R. Tolkien (noto in Italia soprattutto come romanziere) era solito spiegare la differenza delle favole dalle fiabe con queste parole:

«Nelle storie in cui non compaiono degli esseri umani; o in cui gli animali sono gli eroi e le eroine, e gli uomini e le donne, se appaiono, sono semplici comparse; e soprattutto quelle in cui la forma animale è solamente una maschera su un viso umano, un trucco dello scrittore satirico o del predicatore, in queste storie abbiamo favole di animali e non vere fiabe».

La favola quindi è un racconto allegorico con un fine morale dove ogni personaggio è una maschera dei vizi e delle virtù degli esseri umani.

Le favole rappresentano un insegnamento millenario che le nuove generazioni dovrebbero imparare da quelle precedenti per il corretto vivere sociale. Tuttavia, nonostante la grande bellezza e l’uso fondamentale di queste brevi narrazioni, esse, come dice Tolkien, non hanno nulla a che vedere con le fiabe.

Che cos’è davvero una fiaba?

Cos’è quindi una fiaba?

Se molti dei racconti che spacciano per fiabe non lo sono davvero qual è lo schema, o la definizione, che ci permette di capire quando abbiamo davanti una vera fiaba?

Nonostante l’uso comune (e decaduto) della parola fiaba, se andiamo a vedere in un’enciclopedia o in un buon dizionario cosa significa il termine “fiaba” scopriamo che le cose sono piuttosto diverse da ciò che viene creduto nel parlato comune.

Riporto qui in seguito la definizione che ne dà Jack Zipes (docente di Germanistica e Letterature comparate) che ha passato la sua intera esistenza a studiare le fiabe. La sua definizione ricalca a grandi linee quella che qualsiasi lettore può rintracciare a casa in un buon supporto enciclopedico specificando però alcuni necessari punti:

«La fiaba era al principio una storia narrata oralmente, semplice e immaginosa, che conteneva elementi di magia e prodigi, e si collega ai sistemi di credenze, ai valori, ai riti e alle esperienze dei popoli pagani».

Ciò che noi definiamo fiaba sorse migliaia di anni fa da un’ampia varietà di minuscole storie che si trovavano a contagiarsi a vicenda modificando e sviluppando il loro tracciato. Questi cosiddetti “semi narrativi” erano diffusi a quell’epoca in tutto il mondo e continuano a esistere (anche se modificate) anche nelle nostre mutate condizioni ambientali.

La fiaba a quell’epoca non era ciò che conosciamo oggi (la sua differenza con il mito e la leggenda era molto più sfumata) poiché questi racconti durante i secoli hanno affrontato numerose trasformazioni, alimentandosi del materiale dell’epoca in cui si trovava a vivere. Le fiabe si adattano al tempo, alle condizioni climatiche e al materiale con cui possono alimentarsi. Ciò che permette a queste storie di mantenersi vive e pulsanti, è il continuare a essere narrate.

Anche quando la stampa portò alla produzione di testi stabili, e quindi a un certo tipo di convenzioni nell’esposizione verbale o nella lettura, la fiaba si rifiutò di essere dominata dalla stampa e continuò, in modo più o meno omogeneo, a venire rielaborata e diffusa oralmente in tutto il mondo fino ai giorni nostri.

La fiaba quindi deve continuamente essere rinarrata (secondo determinati principi) e quando questa diventa un reperto da museo, chiuso in una teca come se avesse assunto la sua forma definitiva da studiare (e sezionare) come una pietra sedimentaria, allora, e solo allora, la fiaba è definitivamente morta.

Ogni volta che una fiaba viene narrata assorbe per potersi alimentare, come una balena che solca il mare, tutto il materiale che si trova in sua prossimità, la storia quindi sarà la medesima ma il materiale con cui verrà narrata si modificherà in base a ciò che la fiaba avrà ingoiato nel suo percorso.

Sul tema del continuo alimentarsi della fiaba il filologo inglese J. R. R. Tolkien usava nelle sue lezioni universitarie (a Oxford) un’interessante allegoria che associava le fiabe a un Grande Paiolo o Calderone. Una fiaba per essere viva doveva sempre essere rinarrata e per fare ciò doveva assorbire i materiali che il solco della storia faceva cadere nel suo Paiolo. Il Paiolo e la fiaba coincidevano perfettamente e il suo continuo bollire segnava la sua vitalità. Tutto ciò che segnava un’epoca cadeva nel Paiolo della fiaba che bollendo lo modificava integrandolo al tracciato narrativo di quella storia. Tolkien riguardo questo processo faceva l’esempio di re Artù - personaggio storico divenuto in seguito leggendario e fiabesco — con queste parole:

«Sembra abbastanza evidente che Artù, un tempo personaggio storico (ma forse non poi di così grande rilievo) sia stato messo pure lui nel Paiolo. Vi bolli a lungo, con molti personaggi e situazioni più antichi di lui, appartenenti alla mitologia e al Mondo Fatato [...] fino a venire a galla come re di Faèrie».

Quindi una fiaba che aveva come tema l’incontro con un re dell’Altromondo vedrà, con l’aggiunta di Artù tra gli ingredienti, un re Artù signore di Faèrie.

Questa recettività con il tempo in cui viene narrata permette alla fiaba di vivere e prosperare nei secoli e quando la fiaba è viva ha la grande capacità di attrarre i lettori e gli ascoltatori per sua forza propria insediandosi saldamente nelle loro teste come un incantesimo di una creatura elfica.

Tutti i tentativi degli studiosi di catalogare la fiaba in un genere prestabilito che rispondesse a specifiche caratteristiche sono sempre falliti. La fiaba è una creatura viva che si alimenta delle rovine del mito e della storia e continuamente le rielabora nel suo bollente Paiolo.

Ogni tentativo accademico di dare una definizione più approfondita della fiaba, che vada oltre quella data all’inizio del paragrafo, va spesso a naufragare con l’elemento vivo e pulsante di questi racconti che bolle nel Paiolo come un denso fluido magico in divenire. Sia che gli studiosi cerchino di catalogare la fiaba sotto una specifica forma narrativa, con caratteristiche facilmente identificabili, sia che la considerino una “categoria ombrello” sotto cui varie forme possono essere raggruppate, l’epilogo di questi studi porta sempre a un risultato piuttosto approssimativo.

Questa difficoltà nella definizione nasce dal fatto che i narratori di queste antiche storie non hanno mai usato il termine “fiaba” o il molto più diffuso “racconto di fate” finché nel 1697 Marine Marie-Catherine d’Aulnoy lo coniò quando pubblicò la sua prima raccolta di storie. La d’Aulnoy chiamò i suoi racconti Contes des fées ossia “racconti di fate” e non diede mai una precisa spiegazione a questa scelta che fornì un volto preciso e indelebile a queste storie millenarie.

Il nome per definire questo genere di racconti ebbe un immediato successo e nel 1707 con la traduzione in inglese dell’opera della d’Aulnoy, il nome si diffuse in tutt’Europa. La raccolta fu pubblicata nel mercato inglese con il titolo di Tales of Fairies facendo nascere una delle denominazioni più conosciute delle fiabe cioè fairy tale. Da questo momento il termine fairy tale - conte de fées si diffuse in Europa come un meme inarrestabile, un nome dalla forza magica e mimetica che come un ombrello cercò di coprire queste storie millenarie.

La cosa più sconcertante fu che all’inizio del Settecento vi fu un pullulare delle cosiddette “fate” nei testi francesi. Questo termine divenne un’autentica maschera imposta a forza da questi autori francesi (e successivamente inglesi) dietro a cui si decise di celare il vero volto delle creature dell’Altromondo. Dalle divinità agli elfi, dalle lamie alle ninfe, tutte vennero rimpicciolite come farfalle e vestite ridicolmente con abiti alla moda come bambole da collezione. Divennero un semplice elemento fiabesco che dava colore a queste storie senza spaventare (abolendo in esse ogni elemento sacro), rappresentarono nulla più che uno svago, un sollazzo per i salotti letterari delle personalità di corte più influenti.

Prima dell’avvento della d’Aulnoy esistevano in questi racconti alcune fées (fate) ma nessuno ci aveva mai focalizzato l’attenzione. Le prime raccolte scritte di questi racconti non facevano riferimenti alle fate. Straparola, nel suo testo Le piacevoli notti, non ne faceva menzione, anche se va detto che all’interno della raccolta il numero delle fiabe è piuttosto esiguo, mentre Giambattista Basile aveva intitolato il suo libro, scritto in dialetto napoletano. Lo canto de li canti {Li racconto dei racconti), facendo per il titolo una scelta dal sapore arcaico ed evocativo che i fratelli Grimm apprezzeranno molto poiché si inseriva nel desiderio di guardare queste storie con reverenza e rispetto nel volerle cioè inserire nel passato perduto e desiderato.

In Basile non si faceva menzione di fate e questo termine coniato dalla d’Aulnoy per riferirsi alle fiabe se da un lato porterà lustro a questi racconti nel mondo letterario, e dall’altro - come suole ripetere Zipes nelle sue lezioni — il nome fairy tale conte de fées divenne un autentico virus che contagiò nel tempo le fiabe di tutta Europa (e del mondo) facendole diventare, per imitazione della d’Aulnoy e dei suoi successori, un prodotto di corte pieno di moralizzazioni e censure non necessarie che stravolse in molti casi il senso di queste antiche storie.

Questi primi decenni del Settecento furono il periodo in cui, nell’intera storia letteraria dell’Occidente, una moltitudine di fate, dipinte come creaturine alte come farfalle - che non erano altro che il riflesso decaduto delle antiche dee - furono il centro focale di una moltitudine di storie scritte dai successori della d’Aulnoy.

I mondi creati da questi scrittori francesi erano per il pubblico di corte, non avvezzo alla cultura contadina e alle narrazioni davanti al fuoco, spettacolari, catapultandoli in mondi lontani e magici ma la mano degli autori era talmente evidente da modificare radicalmente il senso di queste storie inserendo una morale ingenua, assurda e un po’ ossessiva.

Se prima queste fiabe avevano avuto il blocco della Chiesa cristiana che vedeva in esse gli ultimi retaggi del paganesimo, ora la cultura benpensante e nobile si troverà ad alimentarsi di queste storie vestendole con sfarzosi abiti di corte e mettendole in una struttura morale che ne stravolgeva il testo.

Per quanto abbiamo un debito di riconoscenza incalcolabile con questi autori che hanno messo su carta un mondo che altrimenti avrebbe potuto andare completamente perduto dobbiamo anche a loro una definitiva forma morale e stucchevole che la fiaba in origine non aveva.

Sarà soltanto con l’avvento del Romanticismo tedesco e con autori come Clemens Brentano, Ludwig Tieck, Friedrich Schlegel e soprattutto i fratelli Grimm che si cercherà di ridare alla fiaba una forma più autentica, solida e pagana togliendole gli inutili orpelli che la cultura di corte le aveva inserito a forza.

Fino al XVII e al XVIII secolo queste narrazioni, che noi chiamiamo fiabe, venivano raccontate sia agli adulti che ai bambini, erano ricordi ancestrali che legavano in un filo ininterrotto ogni generazione di un popolo che in questo modo portavano con sé una parte del mito con cui era sorta una civiltà. Ancora oggi se ci affacciamo in luoghi in cui la civilizzazione ha influito di meno troveremo piccoli insediamenti umani in cui le narrazioni fiabesche son raccontate all’intera comunità come elemento di unione e identità che lega i vivi con i morti poiché ogni generazione ha plasmato da sempre la sua essenza in base a queste antiche narrazioni.

In Europa le fiabe erano da sempre una delle principali forme di intrattenimento durante l’inverno. Per le popolazioni agricole -prima che l’illuminismo e la rivoluzione industriale modificassero il mondo - raccontare le fiabe rappresentava una delle principali occupazioni spirituali. Per quanto il cristianesimo nei secoli avesse spinto a una maggiore censura di queste storie in cui spesso elementi cristiani si erano sovrapposti alle originarie creature pagane, la narrazione delle “storie degli antenati” era un’esigenza troppo forte per poter essere cancellata dalla società rurale.

La narrazione della fiaba nelle notti d’inverno intorno a un fuoco che riuniva più famiglie era quella che molti studiosi hanno chiamato Rockenphilosophie, ossia la filosofia del filatoio. Questa parola riprendeva l’antica idea della donna avanti negli anni che mentre filava narrava le “storie d’inverno”, cioè le antiche fiabe di quel popolo che permettevano un legame costante tra le generazioni.

Con la diffusione delle fiabe come prodotto letterario per un pubblico colto nacque anche nel mondo accademico un interesse scientifico per le fiabe.

Mentre alcuni studiosi come Karl Philipp Moritz diedero a questo prodotto narrativo un semplice significato letterale Johann Gottfried Herder fu di tutt’altro avviso e sostenne che le fiabe racchiudevano i resti (espressi in simboli) di una fede antica e ormai dimenticata. Il tentativo di Herder era quello di voler inserire le fiabe sul solco di un monoteismo originario e primitivo da cui sarebbe derivata la fede cristiana.

Questo tentativo, di moda tra Settecento e Ottocento, era un modo per rispondere all’ormai incalzante neopaganesimo generato dalle prime fiamme del Romanticismo.

Risalgono a quest’epoca infatti le forti insoddisfazioni per la religione cristiana, vista come una dottrina prettamente formale che non soddisfaceva i bisogni spirituali delle nuove generazioni. Questo sentimento d’insoddisfazione divenne imperante in una parte della società - soprattutto in quella più colta (e di riflesso in quella rurale che non si era mai completamente cristianizzata) - e spinse le nuove generazioni verso la ricerca di una saggezza “più autentica” che fosse, ancestrale, terrena e istintiva, una saggezza che riprenderà le radici pagane e che diverrà in seguito il marchio di fabbrica del Romanticismo tedesco.

Proprio questa ricerca di qualcosa che sembrava mancare all'insegnamento cristiano ufficiale, ormai un vuoto simulacro sprovvisto d’anima, spinse molti a riaffacciarsi alla raccolta di antiche storie e leggende che fino a quel momento erano solo servite come spunto per intrattenere i salotti letterari del Settecento. Tra i nuovi studiosi (e raccoglitori) spiccarono fin da subito, come due diamanti grezzi, i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm che passarono tutta la vita a raccogliere e studiare le fiabe.

La Vera Origine delle Fiabe

Gli ultimi frammenti di un mondo perduto

Paolo Battistel

(3)

Che cosa sono le fiabe? Perché riescono a far presa con tale forza sull’immaginazione di tutti noi? Queste narrazioni che la società moderna ha rinchiuso nella stanza dei bambini nascondono un volto segreto che affonda in...

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Paolo Battistel

Paolo Battistel, laureato in Filosofia con una tesi in Mitologia, vive e lavora a Torino come scrittore. Collabora con la trasmissione «Mistero» e con «Mistero Magazine».
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