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Che cos'è la preghiera

di Gregg Braden 11 mesi fa


Che cos'è la preghiera

Leggi un estratto dal libro "La Scienza Perduta della Preghiera" di Gregg Braden

«Dentro di noi esistono forze selvagge e meravigliose».

Con queste parole, San Francesco d'Assisi descrisse il mistero e il potere che convivono nell'animo di ciascun uomo, donna e bambino della Terra. Rumi, il poeta sufi, ha descritto la grandezza di quel potere, paragonandolo a un fantastico remo che ci spinge lungo il flusso della vita.

«Se anche voi come me porrete l'opera la vostra anima su questo remo», egli esordì, «il potere che ha creato l'universo entrerà nelle vostre membra non da una fonte esterna, bensì da un regno celeste che dimora in ciascuno di noi».

Attraverso il linguaggio della poesia, Rumi e San Francesco esprimono un concetto che va oltre la natura ordinaria dell’esperienza quotidiana. Con le parole del loro tempo, ci ricordano ciò che gli antichi definivano come la più grande forza dell’universo, il potere che ci unisce al cosmo. Oggi conosciamo quel potere col nome di “preghiera”.

Parlando della preghiera, San Francesco disse semplicemente: «Il risultato della preghiera è la vita». La preghiera ci dà vita, egli affermava, perché «irriga la terra e il cuore».

Stai leggendo un estratto da questo libro:

La Scienza Perduta della Preghiera

Il potere nascosto della Bellezza, della Benedizione, della Saggezza e del Dolore

Gregg Braden

La preghiera come la conosciamo oggi, nella società occidentale, ha ben poco a che fare con le antiche tradizioni che sono state tramandate per migliaia di anni. Gregg Braden condivide con noi ciò che ha appreso durante lunghi viaggi e ricerche...

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Indice dei contenuti:

Un ponte verso il passato

La conoscenza è il ponte che ci unisce a tutti quelli che hanno vissuto prima di noi. Civiltà dopo civiltà, vita dopo vita, le storie personali di ciascuno confluiscono nella storia collettiva dell’umanità. Tuttavia, a prescindere dal livello di conservazione delle informazioni tramandateci dal passato, le parole di quelle storie si limitano a restare dei semplici “dati” finché noi non riusciamo a dotarle di significato. Infatti, è proprio il modo in cui applichiamo nella vita quelle conoscenze antiche, a trasformarsi in saggezza nel presente.

Per migliaia di anni, ad esempio, i nostri predecessori ci hanno tramandato la conoscenza della preghiera, del perché funziona e dell’uso che possiamo farne. 1 nostri avi hanno affidato a templi imponenti e a tombe nascoste la potente forma di conoscenza insita nella preghiera, grazie a linguaggi e costumi che hanno subito ben pochi mutamenti nel corso degli ultimi cinquemila anni. Ma il segreto non si cela nelle parole che compongono le preghiere. Proprio come la portata di un programma informatico va al di là del linguaggio in cui è scritto, anche noi dobbiamo cercare una dimensione più profonda nella preghiera, per comprendere il reale potere che ci attende in essa, quando vi ricorriamo.

Forse si tratta proprio del tipo di potere che il mistico George Gurdjieff scoprì nell’arco di una vita dedicata alla ricerca della verità. Dopo aver seguito per anni una serie di antichi indizi che lo condussero da un tempio all’altro e in numerosi villaggi dove incontrò molti maestri, si ritrovò in un monastero segreto, appartato fra le montagne del Medio Oriente. Là, un grande maestro gli rivolse parole di incoraggiamento che diedero significato alla sua ricerca: «Tu hai appena trovato le condizioni in cui il desiderio del tuo cuore può diventare la realtà del tuo essere». Non posso fare a meno di pensare che la preghiera faccia parte integrante dell’insieme di condizioni scoperte da Gurdjieff.

Per scatenare quelle che San Francesco aveva definito come le “forze meravigliose e selvagge’’ che risiedono in noi e per trovare le giuste condizioni in cui il desiderio più profondo del nostro cuore possa diventare realtà, dobbiamo comprendere il rapporto che intratteniamo con noi stessi, col mondo e con Dio. La conoscenza necessaria per farlo ci è data dalle parole che ci giungono dal passato. Nella sua opera Il Profeta, Kahiil Gibran ci ricorda che nessuno può insegnarci cose che già sappiamo. Egli afferma: «Nessuno può rivelarvi ciò che già sonnecchia nell’alba della vostra conoscenza». È molto sensato ritenere che, racchiuso in noi, esista già un potere che ci consente di comunicare con la forza che determina la nostra esistenza! Per fare questo, tuttavia, dobbiamo scoprire chi siamo veramente.

Due domande universali

Una volta fu chiesto a Louis Leakey, pioniere e antropologo, perché attribuisse tanta importanza al compito di ritrovare le tracce più antiche dell’esistenza umana. Egli rispose; «Senza una comprensione di chi siamo e da dove veniamo, non credo che si possa realmente evolvere». Ritengo che il concetto espresso da Leakey sia dotato di un grosso fondamento di verità, ne sono convinto a tal punto che per gran parte della mia vita mi sono concentrato sullo studio di chi siamo e di come la saggezza del passato possa farci diventare persone migliori, in un mondo migliore.

La mia ricerca si è incentrata sul mistero in cui è avvolto il nostro passato e mi ha condotto in tutti i continenti del pianeta, eccetto l’Antartico. Da metropoli come il Cairo e Bangkok ai remoti villaggi del Perù e della Bolivia, dagli antichi monasteri del Tibet himalayano ai templi indù del Nepal, ho visto emergere un singolo tema comune a ogni cultura: i popoli di questo mondo sono pronti per qualcosa di più della sofferenza e dell’incertezza che hanno condizionato la vita umana per così tanta parte del XX secolo. Sono pronti per la pace e per la promessa di un domani migliore.

Per quanto molteplici culture e stili di vita possano apparire superficialmente diversi, nel profondo siamo tutti alla ricerca delle stesse cose: un lembo di terra da chiamare casa, una soluzione per provvedere ai bisogni della famiglia e un futuro migliore per noi e per i nostri figli. Vi sono anche altre due domande che persone di tutte le culture mi pongono spesso, direttamente o attraverso i traduttori. La prima è semplicemente questa: «Cosa sta succedendo al nostro mondo?» La seconda è: «Cosa possiamo fare per migliorare le cose?». La risposta a entrambi i quesiti sembra essere imbevuta di un’unica consapevolezza, che si rifa alla visione moderna della preghiera e, nel contempo, alle più antiche e rispettate tradizioni spirituali del passato.

Quattrocento anni fa i grandi saggi della nazione Navajo, stanziata nei profondi deserti del sud-ovest americano, erano messi a dura prova dalla terra, dalla natura e dalle tribù confinanti. Attraverso le condizioni estreme che la siccità, il calore intenso e la carestia imponevano alle loro comunità, i Navajo si resero conto che sarebbe stato necessario fare appello al potere della sofferenza interiore per riuscire a sopportare le durissime condizioni esteriori imposte dalla vita. La loro sopravvivenza dipendeva proprio dal saper applicare quella lezione.

Avendo compreso che le prove della vita li sospingevano ai limiti delle più intense sofferenze, i Navajo scoprirono che quelle sfide erano anche in grado di far emergere i loro maggiori punti di forza. La chiave della sopravvivenza consisteva nell’immergersi nelle lotte della vita, ma senza perdere se stessi durante l’esperienza. Avrebbero in pratica dovuto trovare una sorta di “àncora” - una convinzione che avrebbe dato a ciascuno la forza interiore necessaria per sopportare le prove — da aggiungere alla consapevolezza che ci sarebbero stati giorni migliori. Quel luogo interiore di potere conferì loro la fiducia necessaria per poter correre dei rischi, cambiare la loro vita e dare un significato al loro mondo.

Forse anche la nostra vita di oggi non è poi così diversa da quella dei valorosi che scorrazzavano nei deserti del sud-ovest americano molti secoli prima della fondazione di questo paese. Sebbene lo scenario sia mutato e le circostanze non siano più le stesse, anche oggi ci capita di trovarci in situazioni che scardinano le basi delle nostre credenze, mettendo alla prova i confini della nostra sensibilità e sfidandoci a superare gli eventi che ci arrecano dolore. In un mondo che, a detta di molti, “sta dando i numeri” ed è costellato di atti insensati ispirati dall’odio, di una quantità esorbitante di rapporti finiti, famiglie divise e malattie che minano la sopravvivenza di intere società, siamo tuttora davanti alla sfida di trovare uno stile di vita quotidiano capace di trasmetterci un senso di gioia, ordine e pace.

Con l’eloquenza tipica dell’antica saggezza, la tradizione navajo fa riferimento a un concetto di vita che attribuisce direttamente a ciascun individuo la responsabilità di vivere nella felicità o nella sofferenza. Esso è giunto fino a noi col nome di “Preghiera della Bellezza”, con formulazioni che variano a seconda dei documenti o delle tradizioni orali, ma la cui essenza può essere riassunta in tre brevi frasi. In sole venti parole, gli anziani navajo ci tramandano una ricercata forma di saggezza, che ricorda resistenza di un collegamento fra il nostro mondo interiore e quello esterno, un legame riconosciuto dalla scienza solo di recente.

Ogni frase, composta di tre parti, ci offre la percezione del nostro potere di modificare la chimica del corpo umano e di influenzare in senso quantistico le possibilità presenti nel mondo. A livello superficiale, le parole sono autoesplicative. I Navajo usano la frase «Nizhonigoo bil iina», che corrisponde approssimativamente alla seguente traduzione:

La bellezza di cui ti circondi.

La bellezza secondo cui tu vivi.

La bellezza su cui fondi la tua vita?

Grazie alle parole di un autore da tempo dimenticato, la semplicità di questa preghiera porge una nuova vena di speranza, quando ogni altro tentativo sembra fallito.

Ma la “Preghiera della Bellezza” è molto più di un semplice testo verbale. Nella sua linearità si cela la chiave per risolvere uno dei maggiori misteri umani: come sopravvivere alle ferite della vita? Anziché proteggersi ed evitare proprio le situazioni che danno un significato alla vita quotidiana, col potere della bellezza e della preghiera possiamo calarci dentro l’esperienza, guidati dalla consapevolezza che qualunque ferita è solo temporanea. Il popolo dei Navajo ha trovato da tempo la forza, il conforto e il modo giusto per gestire la sofferenza nel mondo attraverso la “Preghiera della Bellezza”.

Quali segreti sono stati custoditi e protetti dai Navajo nel sud-ovest americano, dai monaci e dalle monache del Tibet e da altre tradizioni, mentre gran parte della popolazione mondiale perdeva il suo rapporto con la terra, con gli altri esseri umani e con un potere più alto? Da quale saggezza attingevano le tradizioni di allora, che possa anche oggi farci diventare persone migliori e aiutarci a creare un mondo migliore?

La Scienza Perduta della Preghiera

Il potere nascosto della Bellezza, della Benedizione, della Saggezza e del Dolore

Gregg Braden

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