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Che cos'è l'autoproduzione?

di Grazia Cacciola 2 settimane fa


Che cos'è l'autoproduzione?

Leggi un estratto da "L'Autoproduzione è la Vera Rivoluzione" di Grazia Cacciola e approfondisci il significato di Autoproduzione

Venerdì sera, il sole sta tramontando dietro i colli, dipingendo di rosso la casa. Man mano che le ombre diventano buio, il profumo del sottobosco arriva più pungente dalla finestra della cucina.

Vado nell’ingresso, dove ho lasciato al fresco il cestino con il raccolto del giorno. Lo appoggio sempre in questa stanza che non viene riscaldata e che anticamente serviva ai contadini per cambiarsi prima di entrare nella parte più domestica e pulita.

L'Autoproduzione è la Vera Rivoluzione

Storie di decrescita, d’utopia e d’altre leggerezze

Grazia Cacciola

Grazia Cacciola è stata una delle prime persone in Italia a praticare e diffondere l'autoproduzione come stile di vita. E in questo libro racconta la sua storia, e insieme la sua visione. Perché leggere questo libro: Per capire che un'alternativa...

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Indice dei contenuti:

È sempre stato così?

Spesso, quando ritorno la sera a prendere il cestino con le erbe ancora fresche e umide, ripenso a quante volte, quando ero a Milano, al termine della giornata di lavoro correvo fuori dall’ufficio per fare la spesa, il mio appuntamento del venerdì sera al supermercato aperto fino alle dieci. Era una corsa per risparmiarmi la ressa del fine settimana.

Oggi ripenso sorridendo a quel periodo ormai lontano, mentre svuoto il mio cestino sul ripiano della cucina. Ecco, questa è la mia spesa senza denaro di oggi, fatta nella pausa pranzo, una passeggiata nel bosco, qualche taglio di forbice gentile (non si strappa mai!). Riverso nell’acquaio la menta selvatica, il prezzemolo selvatico, i radicchi e il cicorino di campo, il tarassaco appena rispuntato e perciò tenerissimo. Qualche bacca di ginepro che appoggio nell’essiccatore.

La cena di stasera sarà composta da polpette di ceci, coltivati da amici qui vicino, bagnetto di prezzemolo, un’insalata di cicorino e tarassaco condita con i crauti rossi fermentati al naturale da noi, il mio pane di farro e una fetta di castagnaccio fatto con la farina del bosco. Dopo la raccolta delle castagne, una parte la facciamo essiccare per consumarla durante l’inverno e una parte la facciamo macinare per ottenere la nostra farina, anche se negli ultimi anni è sempre più difficile. Un tarlo cinese e la calura estiva stanno riducendo sempre di più i raccolti.

Il resto della menta che ho raccolto oggi andrà a seccare insieme al ginepro. Con la menta farò aromi per il tè, tisane, insaporitori per qualche piatto.

Una pausa pranzo e una cena simili ad altre, in un venerdì simile a tanti altri. Musica mentre tolgo le patate dal forno della cucina a legna, dove le ho infilate a mezzogiorno e sono state cotte lentamente nella cenere fino a ora. Profumano di brace, di buono.

Passa un’amica e si ferma a chiacchierare mentre preparo le polpette, trito erbe, infilo la teglia nel forno a legna e intanto ci godiamo un tè. Un venerdì come altri prima di cena.

Mentre vedo la sua auto che si allontana, ripenso a un venerdì di tanti anni fa a Milano. Una serata con amici a casa mia, un problema al lavoro che mi trattiene più del solito e le due ore che avevo pensato di dedicare alla preparazione della cena che vengono assorbite dallo straordinario non discutibile. Corro in auto, corro verso casa, cerco di pensare a tutte le alternative mentre sono ferma nel traffico: a me spettavano torta e antipasti, gli altri avrebbero portato il resto, come faccio a prepararli in mezz’ora, sempre che il traffico non si blocchi prima di arrivare?

Entro correndo in un supermercato che trovo lungo la strada, fingendo di ignorare che mancano solo dieci minuti alla chiusura, raggiungo il banco torte e vengo assalita dallo sconforto. Sono rimaste una torta mezza schiacciata su cui si sta sciogliendo una palla che doveva essere MioMiniPony di zucchero e un ciambellone che sembra il nonno della Luisona del Bar Sport.

Chiedo alla banconista se non c’è proprio altro e lei legge la disperazione nei miei occhi. “Se va nel banco frigo, ci sono i preparati per torte”. Non quelli di una volta, mi spiega, sono dei nuovi preparati in busta, già miscelati, si versa tutto nella teglia e si inforna, non c’è niente da aggiungere.

Sembra un miracolo, così mi avvio alla cassa con un magico preparato al cioccolato, vari tipi di pane e vasetti di paté, con la speranza di non fare una pessima figura. Guido nel traffico fino a casa, entro trafelata mezz’ora prima degli ospiti, infilo in forno l’impasto pronto, preparo vassoi di pane, paté e intingoli, poi corro a prepararmi in cinque minuti, passando dalla versione tailleur-aziendale a quella diva-e-donna che prepara le torte in cinque minuti dopo una giornata di lavoro.

Arrivano gli ospiti mentre la casa profuma di torta appena sfornata e il suo sacchetto è ben nascosto sul fondo della spazzatura. Sento il commento ammirato di un’amica che si sorprende che io trovi anche il tempo di fare una torta. La trovano tutti buonissima, mentre a me sembra una spugna sporca di cioccolato e imbevuta di detersivo. Le torte sono una delle poche cose che faccio io e hanno un gusto decisamente diverso da quella. Però mi adeguo agli altri che sembrano entusiasti: è ottima, come le altre cose confezionate che mangiano, con i sapori pompati dagli additivi e quantità di zucchero esasperate. La mattina dopo sono stanca, non solo per la festa, non solo per la settimana di lavoro. Sono stanca di un mondo finto, fatto solo di apparenza, in cui le torte e le spugnette per piatti hanno lo stesso gusto. Sono stanca fisicamente per tutti quegli zuccheri, per queste montagne russe dell’insulina che ci auto-infliggiamo solo perché non abbiamo tempo per preparare del cibo vero, sano, naturale. Non abbiamo tempo per nutrirci, un bisogno primario, così lo deleghiamo ad altri, strapagandoli, altri che lo faranno malissimo.

Mi do della stupida, perché quando ho visto scendere l’impasto magico nella tortiera, ho pensato che se fossi tornata a casa subito e avessi impiegato tre minuti ad amalgamare in una ciotola acqua, latte, farina, olio, cacao e zucchero, sarebbe venuta molto meglio e sarebbe costata meno in soldi e in tempo. Tre minuti a girare con una spatola pochi ingredienti.

L’autoproduzione è uscire dalla gabbia

I supermercati risucchiano una quantità di tempo enorme.

Quando oggi le persone mi dicono che il supermercato è comodo, che non possono rifornirsi in un Gruppo di Acquisto Solidale o in una bottega perché non hanno tempo, sorrido. Ci vuole molto meno tempo, molta meno energia per acquistare fuori dal supermercato.

Ieri mattina ho casualmente guardato l’orologio quando sono uscita di casa per fare il nostro giro di spesa settimanale, in un paesino di montagna in cui, stando ai pochi turisti “non si trova niente”, perché il supermercato locale non ha ottanta gusti di caffè in capsula.

A noi piace fare la spesa insieme, intanto chiacchieriamo e giriamo a piedi per il paese. Sono passata in erboristeria, dove ci scappano sempre due chiacchiere con la proprietaria che è anche un’amica, è lì che prendo buona parte di cereali, legumi e spezie, oltre a tè e tisane, qualche fitoterapico se necessario. Poi il negozio di frutta e verdura, dove la gran parte arriva dalla Romagna e per noi è a chilometro contenuto. Qui si imparano ricette nuove e si può ordinare quel che si vuole, dalle rape rosse alle puntarelle: se qualcuno in zona le coltiva, arriveranno. Le mele, succose e che durano settimane fuori dal frigo, le prendiamo da un agricoltore del paese vicino, una volta ogni tanto. Anche la farina che prendo in erboristeria è di un produttore locale che coltiva e macina qui, rivendendo in alcuni negozi locali.

Il nostro rilassante giro di spesa, comprese chiacchiere, un caffè e due ricette nuove, è durato tre quarti d’ora. Se io andassi in un supermercato, ci metterei di più.

L’autoproduzione è anche questo: uscire dalla gabbia.  Niente impasti magici in cui il costo maggiore è il tempo, la perdita delle capacità di fare, la perdita del gusto e dove il prezzo maggiore, reale, è la confezione di plastica che verrà buttata, accatastata, incenerita, re-immessa nei nostri polmoni perché “nella norma”.

No, non è nella norma della vita naturale dell’uomo mangiare costose spugne al detersivo e respirarne la confezione incenerita.


L’autoproduzione, a qualsiasi livello, è un sistema per riuscire dalla macchina di svalorizzazione dell’individuo e iper-produzione delle merci che è il capitalismo.


In versione molto semplicistica, se so piantare le patate e raccogliere i pomodori, non vado a farlo per venti euro al giorno per un’azienda agricola per poi spendere quei venti euro in altri beni al supermercato. Pianto le mie patate, raccolgo i miei pomodori, ci aggiungo tutte le altre verdure che ho bisogno e invece di comprarli al supermercato me li mangio.

Questa, però, è una visione semplicistica, esemplifica la soluzione dell’autosufficienza.

In teoria si potrebbe fare della propria vita il proprio lavoro, una vita in cui coltivare o raccogliere il proprio cibo, produrre i propri vestiti, il carburante e l’energia utile al proprio fabbisogno, in cui il baratto sia una forma economica e sociale di scambio, in cui le persone abbiano un valore e ne siano consapevoli quindi non più disponibili a svendere le proprie competenze.

Ho mai incontrato qualcuno che viva esattamente così, realizzando in pieno tutti questi aspetti? No, quelli che sostengono di vivere così abbondano solo sulle pagine dei giornali.

L’autoproduzione non è la gara a chi spende meno soldi

Mi ricordo ancora, parecchi anni fa, la scarpinata per arrivare a una comune (oggi si chiamano ecovillaggi) che distava dal paese più vicino ben otto chilometri di strada dissestata e sentieri sconnessi, da fare a piedi.

Non vedevamo l’ora di incontrare questi comunardi autosufficienti, io ero alla ricerca di nuove prospettive, nuovi luoghi, idee. Non c’erano ancora Google Map e le viste satellitari, altrimenti avremmo saputo che proprio dietro l’ecovillaggio, a un solo chilometro, passava una strada statale.

Prendere in giro i giornalisti credo che sia uno sport praticato in molti ecovillaggi quando vogliono farsi pubblicità. Caso volle però che non ci fossimo capiti sul giorno di arrivo, così bussammo a questa deliziosa casa mezza diroccata con una settimana di anticipo.

Vi lascio immaginare il mio sconcerto trovando una tavola imbandita con prodotti da supermercato di note marche, un detersivo per piatti inquinante sul lavello e un orto con quattro cavoli morti da tempo. Probabilmente avrebbero fatto un allestimento più consono per il nostro arrivo.


Il fatto è proprio questo: lo fai perché ci credi e lo senti come una tua esigenza o lo fai solo perché è di moda per essere alternativo?


Nascono così gli articoli sulla coppia che vive in due con due euro al giorno, la famiglia di otto che vive con un solo euro e l’affascinante ragazza che vive senza comprare nulla. Sono irreali, è un rigore che non esiste nella realtà.

L’autoproduzione o la decrescita non sono e non devono essere gare tra chi spende meno. Riducendole a questo se ne mortifica il senso, si minimizzano gli sforzi.

A noi che autoproduciamo nel senso più vero e concreto, non interessa il risparmio economico delle nostre tasche ma il risparmio energetico del pianeta, l’arricchimento della nostra salute e della nostra vita.

Cosa mi può interessare lo “spendere meno” se devo mangiare la pasta di grano duro del discount prodotta a Bari con la farina di Chernobyl? Io pago di più, il giusto prezzo per l’agricoltore, per una farina di farro antico coltivata di fianco a casa mia, macinata integralmente a pietra nel paese di fianco e vendutami dal negozio locale a conduzione familiare o dal Gruppo di Acquisto Solidale. Il mio chilo di farina costa tre euro e ne vale mille.

Questa è la decrescita, questo è il senso corretto dell’autoproduzione.

Una pizza di farina bianca del discount su un piatto di plastica non è autoproduzione, è un disastro ecologico.

L’autoproduzione per trasformare radicalmente il bilancio mondiale

Negli anni, dopo aver cambiato completamente il mio modo di vivere e lavorare, ho incontrato molte persone che come me hanno cambiato radicalmente vita.

Uno degli aspetti che accomunano queste persone è l’aver cambiato la propria mentalità nei confronti del denaro e del lavoro. Sebbene eliminare la dipendenza psicologica dall’entità stipendio sia difficilissimo, è pur sempre possibile. In fondo, se state leggendo un libro sull’autoproduzione, qualcosa in voi è già cambiato.

La maggior parte di noi, specialmente se cresciuta in città, è stata convinta fin da piccola che per avere un chilo di frutta dobbiamo dare in cambio dei soldi, decurtati dal nostro stipendio, proveniente dalla vendita del nostro lavoro a terzi. Non è un grande affare a pensarci bene.

Sul nostro lavoro ci deve guadagnare prima di tutto il datore di lavoro. Sul chilo di frutta che compriamo in città ci deve guadagnare il coltivatore, il mediatore, il grossista, il trasportatore, il supermercato. In pratica, tra noi e il chilo di frutta, c’è un esercito da mantenere. Con il nostro stipendio. Non staremo lavorando per troppe persone?

Sono state queste le domande che mi sono fatta alla fine degli anni novanta, leggendo i primi scritti del movimento Décroissance (niente a che vedere con l’edulcorato, maschilista e sonnacchioso gruppo italiano), poi del Gruppo Krisis, di Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle. Il bioregionalismo di Rebb mi ha fatta riflettere anche sull’insensatezza di spostare merci per tutta la penisola, una parte molto inquinante del decentramento umano post-industriale.

Io mi spostavo di chilometri per andare al lavoro, mentre quello che finiva sulla mia tavola viaggiava per mezzo mondo e necessitava industrie di materiali plastici per impacchettarlo. Mentre il mio stipendio doveva essere decurtato dal costo dell’auto, del treno, della manutenzione e del tempo impiegato per il pendolarismo, il mio cibo veniva aggravato da costi di trasporti, confezioni e trasformazioni che erano spesso inutili.

La soluzione per fermare questa macchina ormai globalizzata è stata quella di iniziare ad autoprodurre qualcosa da sola. Iniziare a fare un passo indietro, timidamente, togliendomi in silenzio da questo fiume di persone che ogni giorno si riversavano prima al lavoro e poi nei supermercati.


L’autoproduzione è fondamentale.


Può trasformare radicalmente il bilancio mondiale, può alterare gli equilibri di potere, può essere realmente un’azione sovversiva, probabilmente la principale.

Non essere più dipendenti dal supermercato perché il pomodoro cresce coltivato da noi e con i semi che noi abbiamo conservato è una possibilità reale, è lì, una realtà concreta, vuol dire aver già intrapreso una rivoluzione di indipendenza e aver fatto una dichiarazione pubblica di non accettare il controllo dell’industria alimentare. È dall’industria alimentare che parte tutto.

Dal fatto che cent’anni fa, tra noi e il nostro pomodoro c’era al massimo un contadino e un bottegaio, mentre oggi ci sono fino a venti passaggi e ricarichi. Questi ricarichi che sono mediatori, grossisti, autotrasportatori, autostrade, confezionamento, smistamento, certificazioni, fanno sì che il nostro pomodoro invece di costare l’equivalente di due minuti del nostro lavoro, ne costi quindici.  Ne consegue che per acquistare quello che ci serve davvero e quello che ci faranno credere che ci serva, finiremo a lavorare quelle quaranta, sessanta ore settimanali senza vivere mai davvero.

È una moderna forma di schiavismo, che al contrario delle precedenti nella storia è molto più allargata e pare essere anche un po’ volontaria.

L’unica via reale, praticabile e urgente per contenere i consumi è l’autoproduzione: produrre il più possibile in proprio, creare reti di scambio per non fare tutto da soli, comprare il resto scegliendo criticamente. E diffondere, diffondere, diffondere.

Perché solo così possiamo uscire da questo schiavismo moderno, da questo controllo del mondo che passa attraverso il controllo del cibo.

L'Autoproduzione è la Vera Rivoluzione

Storie di decrescita, d’utopia e d’altre leggerezze

Grazia Cacciola

Grazia Cacciola è stata una delle prime persone in Italia a praticare e diffondere l'autoproduzione come stile di vita. E in questo libro racconta la sua storia, e insieme la sua visione. Perché leggere questo libro: Per capire che un'alternativa...

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