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Cercasi interprete - Estratto dal libro "La Saggezza degli Alberi"

di Peter Wohlleben 4 mesi fa


Cercasi interprete - Estratto dal libro "La Saggezza degli Alberi"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Peter Wohlleben e scopri il ruolo degli alberi nella nostra storia e la loro saggezza millenaria

Sin dai tempi più remoti, gli alberi hanno avuto un ruolo significativo nella storia dell'umanità.

La materia prima più importante, cioè il legno, ce l'hanno data proprio loro, insieme con i frutti commestibili.

Niente fuoco con cui riscaldarsi, niente riparo dalle intemperie, niente armi con cui difendersi: senza gli alberi, la vita dei primi uomini sarebbe fallita miseramente; nel migliore dei casi, sarebbe rimasta un aneddoto dell'evoluzione.

Indice dei contenuti:

Dal mito alla silvicoltura

Non fa meraviglia che questi esseri maestosi venissero venerati. I boschi sacri dei germani erano paragonabili a cattedrali viventi, nelle quali si tenevano rituali religiosi come l'offerta agli dei di animali sacrificali. I missionari cristiani, per indurre gli idolatri ad andare in chiesa, fecero abbattere tutti gli alberi sospettati di essere adorati nei culti pagani e li sostituirono con santuari di pietra posti ben in vista in cima a colline.

Se in epoca romana molte zone furono disboscate, con i grandi movimenti migratori attorno al 400 d.C, negli insediamenti e nei campi abbandonati fece ritorno la foresta originaria. Tuttavia, nell'arco della vita di un albero, cioè 500 anni dopo, i nuovi coloni ripresero in mano l'ascia. I nomi dei centri abitati nati in questo periodo, nei paesi di lingua tedesca, terminano spesso in «rath», «roth», «rode», «reuth» (da roden = abbattere, sradicare) o in «feld» (campo) . Nonostante i molti alberi abbattuti, fu risparmiata una porzione notevole di natura incontaminata.

La seconda fase di deforestazione del medioevo mise ulteriormente a repentaglio la vita dei boschi, i quali non solo dovevano fare spazio ai nuovi insediamenti ma costituivano anche la materia prima su cui si fondava gran parte dell'economia.

Il medioevo, infatti, con le sue fiorenti città, viene definito «l'età del legno», dunque inimmaginabile senza gli alberi. Anche gli esordi dell'industrializzazione si fondano sul saccheggio dei boschi. I carbonai, artigiani neri di fuliggine e mezzi intossicati dal fumo, nelle loro officine maleodoranti bruciavano quantità enormi di legna di faggio o quercia per farne carbone. In vani circolari con un diametro che andava da un minimo di cinque a un massimo di dieci metri l'accatastavano ordinatamente, la coprivano con uno strato di terra e le davano fuoco. Iniziava così una cottura lenta e «fumosa» della durata approssimativa di due settimane, sorvegliata dall'«uomo nero», che doveva stare attento a spegnere le braci al momento giusto. Una volta pronto, il cumulo di carbone veniva irrorato copiosamente con l'acqua di un vicino ruscello, e la tanto richiesta materia prima era pronta. Per accorciare i tempi di trasporto, le prime acciaierie, vetrerie e saline furono costruite proprio in aree boschive, accelerandone così la scomparsa.

Solo la scoperta del carbon fossile e della lignite pose fine allo sfruttamento incontrollato dei boschi sopravvissuti. I baroni dell'industria si spostarono nelle miniere di carbone situate nella regione della Ruhr, e avviarono un'espansione illimitata delle loro attività grazie alle nuove fonti di energia pressoché inesauribili.

Alle loro spalle si lasciarono aree devastate, la cui riforestazione divenne il compito precipuo delle amministrazioni forestali, una nuova realtà che andava prendendo forma. Gran parte della popolazione rurale impoverita aveva perso, una generazione dopo l'altra, il concetto positivo di bosco e della sua preservazione. Tutto questo si riflesse in fiabe e miti, dove il bosco veniva rappresentato come qualcosa di minaccioso.

Le brughiere spoglie e inaridite vennero adibite al pascolo per un numero enorme di pecore e capre. Gli alberi disturbavano, e basta. Le autorità forestali, che funzionavano con efficienza militare, fecero distribuire ai contadini i semi degli alberi più diversi, con l'ordine di spargerli sul terreno inaridito, ma la popolazione affamata li seccava di notte sulla stufa per mangiarseli, con il risultato che, sotto l'occhio vigile dei funzionari, l'opera di rimboschimento con ghiande e semi di pini e pecci (abeti rossi) non diede alcun risultato.

Intanto, nello stesso periodo, con l'avvento dell'illuminismo, cambiò il modo di guardare alla natura, che fu dissezionata con metodo scientifico in tutti i suoi aspetti finché perse l'alone mistico che l'aveva circondata fino a quel momento. Suddivisa in numeri e fatti, appariva come qualcosa di calcolabile o, meglio ancora, di pianificabile. Di conseguenza, i nuovi boschi furono strutturati con rigore militare.

Cresciuta nei giardini botanici e portata fuori in aperta campagna dai contadini, che d'inverno si guadagnavano da vivere come boscaioli, la riforestazione assunse presto vaste proporzioni: il tutto con direttive chiare e precise, come piaceva ai forestali di formazione militare, reclutati fra i soldati della fanteria leggera. Al contempo, tutto doveva essere registrabile e controllabile.

E per farlo, quale miglior soluzione se non ripartire le nuove foreste in «quadretti»? Per esempio, stabilita di cento anni l'età massima di una determinata specie, la si piantava in cento quadrati di bosco, uno all'anno. Quando gli esemplari di un «quadretto» raggiungevano l'età massima prevista, si poteva procedere al loro abbattimento e alla successiva riforestazione della zona. In questa (teorica) forma ideale di gestione, ogni anno c'era un'area pronta a essere totalmente disboscata: in pratica, un rifornimento a ciclo continuo. E nato così il concetto di sostenibilità.

Tuttavia, questa programmazione era ostacolata da vari fattori, come violente intemperie o anche semplici parassiti che distruggevano inaspettatamente intere zone boschive. Eppure, ancora oggi, la maggioranza delle amministrazioni forestali si attiene a questo schema. Il termine tecnico è «fustaia coetanea» (o bosco coetaneo assestato per classi di età) e significa che gli alberi di una certa area hanno tutti la stessa età, in quanto piantati nello stesso momento. Con la natura, tutto questo non ha più molto a che fare. Per capire quanto siano diverse queste monotone piantagioni dai boschi delle origini, diamo un'occhiata alle foreste vergini.

Alberi in libertà

I processi evolutivi delle foreste primordiali sono caratterizzati da una lentezza inconcepibile. Il concetto moderno di «slow life», di ritorno a ritmi più lenti, sembra coniato su misura per questi ecosistemi.

Già dalla nascita, le minuscole piantine vengono frenate nella crescita dai loro genitori. La luminosità residua che penetra fino al suolo attraverso le imponenti chiome ammonta solo al 3 per cento della luce del giorno: troppo poco per vivere, troppo per morire. Per evitare il peggio alle pianticelle, la pianta madre riveste le proprie radici di morbide fasce contenenti una soluzione zuccherina. Inibiti nel loro sviluppo da un lato, supportati dall'altro, i giovani virgulti vivacchiano per molti decenni senza costrutto. Dal punto di vista biologico, questa dinamica ha però un senso: il legno del piccolo fusto che si stratifica pian piano è estremamente compatto, resistente ai funghi e flessibile. Eventuali lesioni non portano a una putrefazione letale e, in caso di bufera, l'albero si piega ma non si spezza.

La mancanza di luce non è un caso, naturalmente, perché costringe i polloni (germogli nati alla base dell'albero) a crescere diritti: solo così all'interno del tronco la stratificazione delle fibre avviene in modo omogeneo, senza irregolarità o gibbosità, che costituirebbero potenziali punti di rottura.

Insomma, un portamento eretto fin dalla tenera età, appreso in giardini d'infanzia in piena regola. Le pianticelle imparano a contendersi ogni raggio di sole: se uno degli allievi tende a scantinare, piegando di lato la cacciata apicale, ossia il suo germoglio principale, gli altri lo raggiungono pian piano fino a sormontarlo, togliendogli la luce. Il «gobbette» muore di fame all'ombra degli allievi modello e torna a essere humus.

In un giorno lontano, quando la pianta madre esalerà l'ultimo respiro e i suoi rami ormai secchi lasceranno arrivare tutta la luce fino al suolo senza intralci, l'esemplare più alto del gruppo s'innalzerà trasformandosi in un albero maestoso.

Tuttavia, la morte di un gigante è un evento raro. Per la maggior parte del tempo, nella foresta vergine non succede niente. Nella penombra, tranne i figli della pianta madre, non sopravvive quasi nient'altro. Le foreste primarie assomigliano a grandi saloni fra le cui colonne si può passeggiare senza trovare ostacoli - in questo caso, senza usare il machete. Invece le foreste attuali dell'Europa centrale o dell'Amazzonia, in cui viticci e arbusti sbarrano la via, sono perlopiù foreste secondarie, regioni dove l'uomo ha già praticato il taglio degli alberi. Il motivo dell'alta densita di piante è la mancanza dell'azione schermante delle fìtte chiome di alberi vecchi a rallentare la crescita; così, nel sottobosco, può proliferare qualsiasi tipo di vegetazione che altrimenti soffocherebbe al buio.

Solitamente gli alberi sono esseri prudenti, ai quali ogni forma di fretta è estranea.

Piante sedentarie o pioniere

Nel regno animale, si parla di specie nidicole o nidifughe. Le prime sono quelle i cui piccoli, necessitando di cure, se ne restano belli e beati con i genitori; le seconde sono quelle i cui piccoli sono già autonomi dalla nascita, si procurano il cibo da soli ed esplorano il mondo di propria iniziativa.

Per i giovani alberi è lo stesso. La maggior parte delle specie, come descritto nel capitolo precedente, ha bisogno di essere educata e protetta dai genitori. In questa categoria rientrano, per esempio, faggi, querce, abeti bianchi e rossi. All'occorrenza, possono andare bene anche dei genitori adottivi.

Comunque sia, per crescere sana una pianticella ha bisogno di un vecchio albero sopra di sé.

Le piante sedentarie hanno di regola semi pesanti, che cadono direttamente vicino alla pianta madre, in modo che i piccoli restino da bravi con la mamma. Tuttavia, è auspicabile che una parte dei frutti venga trasportata lontano perché la specie abbia nuove possibilità di diffusione. A rendere possibile tale spostamento, in molti casi, è una struttura aerodinamica del seme, una forma elicoidale che sfrutta i venti forti per migrare, come nel caso dei pinoli di molte conifere ma anche dei semi degli aceri.

Poiché gli alberi non possono spostarsi, sono gli embrioni - i semi non sono altro che questo - a doverlo fare. Il trasporto dei semi più pesanti viene affidato a un corriere del mondo animale: la ghiandaia, secondo gli ultimi studi, nasconde ghiande e faggiole in circa 10.000 posti diversi, ma poi non li sfrutta tutti. La parte del ghiotto bottino che non viene consumata germina in primavera e forma la riserva di base per nuovi boschi di querce o faggi. La maggior parte dei frutti, tuttavia, resta a casa. Raggiungere nuovi orizzonti con l'aiuto di questi corrieri è un processo lungo e difficile. I depositi, infatti, vengono solitamente creati al massimo a qualche chilometro dalla pianta madre.

Il viaggio prosegue dopo un'attesa che va dai 50 ai 100 anni, poiché solo a tal punto i germogli nati dai semi sono in grado di fiorire e moltiplicarsi. Con questi piccolissimi passi, quindi, la velocità di diffusione di faggi e querce non può essere che ridotta: solo 20 chilometri ogni 100 anni.

Per le piante pioniere, la cosa è molto diversa. I loro embrioni sono leggeri come piume, nel vero senso della parola. Affinché si levino in aria al minimo alito di vento, i genitori li dotano di sistemi per volare. I semi pesanti della maggioranza di conifere e aceri possiedono vere e proprie pale da rotore. In questo modo, possono frenare la caduta dall'albero e librarsi nel cielo come elicotteri.

E meglio ancora, questi semi dalle dimensioni di granelli di polvere presentano una riduzione del peso fino a pochi milligrammi e, se sono anche muniti di peli finissimi che si muovono al primo filo d'aria, niente può più fermare il loro viaggio in terre lontane. Così equipaggiati, in caso di bufera possono coprire anche centinaia di chilometri e quindi, altrettanto velocemente, la specie di albero cui appartengono può migrare e conquistare nuovi territori.

Fra i rappresentanti di questa categoria si annoverano betulle, salici e pioppi. La loro prole se ne infischia dell'educazione e della protezione dei genitori, a differenza di quanto succedeva per gli alberi delle origini, ed è allenata a puntare dritto in alto anche nel nuovo posto in cui si trova. Per farlo ha bisogno però di tanta luce a terra, luce che trova in abbondanza nei grandi spazi aperti.

Il termine tecnico per questi tipi di alberi è «specie pioniere», perché sono capaci di insediarsi ovunque non vi siano ancora aree boschive. La crescita rapida le aiuta a sfuggire alla concorrenza di erbe e arbusti.

Tuttavia, il rovescio della medaglia del dinamismo - per non dire fretta - tipico di questi alberi è un'aspettativa di vita molto più breve. Infatti, gli alberi pionieri non superano mai i 150 anni, e sono pochi quelli che arrivano a 100.

Nella buia foresta vergine, le betulle e i loro simili non hanno alcuna probabilità di sopravvivenza, perché i loro germogli muoiono regolarmente di fame in condizioni di semioscurità perenne, perciò possono vivere solo in quelle aree in cui lo sviluppo della foresta vergine viene disturbato, con effetti devastanti, da eventi quali incendi o tempeste. Oppure possono prosperare nel vostro giardino!

 

Tratto dal libro:

La Saggezza degli Alberi

Peter Wohlleben

Peter Wohlleben ci svela in questo libro i misteri più affascinanti degli alberi: scopriamo che sono dotati di forme di comunicazione e sensibilità sorprendenti; che sono solitamente esseri prudenti, ai quali ogni forma di fretta è estranea; che gli esemplari di una stessa specie tendono ad allearsi, a difendersi l’un l’altro o a sostenere i malati (ma ciò non accade nel caso degli alberi piantati dall’uomo).

Vai alla scheda

Peter Wohlleben, anno di nascita 1964, voleva diventare ambientalista già da bambino. Ha studiato scienze forestali e ha prestato servizio per più di vent'anni presso il corpo forestale. Dopo essersi licenziato per mettere in pratica le sue convinzioni ecologiche, oggi dirige un'azienda...
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