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Bianco sporco - Estratto da "Occhio all'Etichetta!"

di Lucia Cuffaro, Elena Tioli 1 anno fa


Bianco sporco - Estratto da "Occhio all'Etichetta!"

Leggi un estratto dal libro di Lucia Cuffaro ed Elena Tioli e scopri cosa c'è realmente scritto nelle etichette dei prodotti che acquistiamo ogni giorno

Vogliamo un bucato che più bianco non si può, ma dalla lavatrice esce pulita anche la nostra coscienza? Uno dei prodotti casalinghi più pubblicizzati e venduti è il detersivo da bucato, il detergente che lava, smacchia e igienizza. E che però lascia residui sui tessuti a contatto diretto con la nostra pelle.

Un tipino viscido, insomma!

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Occhio all'Etichetta!

Tutto ciò che devi sapere prima di fare la spesa

Lucia Cuffaro, Elena Tioli

(6)

Un libro che ti aiuta a decifrare il difficile linguaggio delle etichette. Immagini, scritte, luci, musiche, odori… tutto in quella corsia dice: Comprami! E spesso, il bravo consumatore, ubbidisce. Non c’è scelta. Anni di bombardamenti mediatici...

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Indice dei contenuti:

Le regole dell'etichettatura

C’è da restare basiti dal Regolamento (CE) n. 648/2004 di pertinenza da cui si evince che non è obbligatorio riportare sulle confezioni la lista completa degli ingredienti, ma solo alcuni di questi e in particolari dosaggi.

Cerchiamo allora di analizzare le sostanze che non sono presenti sull’etichetta stampata. La legge obbliga a pubblicarli sul sito aziendale. Dopo aver trascorso tristi serate a cercare l’elenco ingredienti sui portali internet delle case produttrici, arriviamo alla conclusione che non siano di facile consultazione.

Proviamo allora tramite i motori di ricerca. Finalmente con alcune parole chiave, “Scheda tecnica + nome del prodotto”, riusciamo nell’impresa. Ecco apparire sullo schermo l’agognata lista: tensioattivi, candeggianti ottici, antischiuma, coloranti, enzimi proteasi ed enzimi amilasi, profumi di sintesi e poi una moltitudine di tensioattivi. Tutti elementi che meritano un approfondimento specifico.

Prima, però, è fondamentale distinguere tra sicurezza per il consumatore e biodegradabilità nell’ambiente: un detergente biodegradabile può apporre sulla confezione simboli di pericolo ed essere quindi dannoso per l’uomo, mentre un prodotto sicuro può bioaccumularsi a danno della flora e della fauna marina, con danni talmente persistenti da essere visibili occhio nudo.

Fosfati e alghe giganti

“Riviera Adriatica. Un insopportabile e acre odore sale dal mare fino alle pensioni, agli alberghi. Sulla spiaggia migliaia di pesci morti in decomposizione, gettati lì dall’acqua rossa e putrida che arriva fino a 6 km dalla battigia. Molti turisti fuggono allarmati e la loro non sarà certo una buona pubblicità per l’anno prossimo. 200 kmq del mare Adriatico romagnolo sono praticamente morti. Da Goro a Rimini l’eutrofizzazione, cioè la proliferazione abnorme di alghe che depositandosi sul fondo uccide per asfissia pesci e molluschi, ha colpito in maniera eccezionale. Un disastro ecologico ed economico di grandi proporzioni, come mai si ricorda”.

Nel lontano 1984 gli italiani leggevano queste parole su La Repubblica, senza sapere che la concausa di questo disastro fosse anche il loro bucato.

L’invasione di alghe che colpisce l’Europa e gli altri continenti deriva proprio dall’eccesso di fosforo e fosfati, ingredienti impiegati nei detersivi industriali per migliorare l’efficacia dei tensioattivi, specialmente in presenza di acque calcaree, onnipresenti anche in concimi e antiparassitari usati in agricoltura. Alghe concimate dal fosforo diventano enormi blob che danno luogo all’eutrofizzazione, un fenomeno di eccessivo arricchimento di alcuni elementi in corpi idrici a debole ricambio, che provoca un abbassamento del tasso di ossigeno, rendendo l’ambiente inadatto per altre specie, in particolare per i pesci.

Proprio per questo dal 2013 la Commissione europea ha fissato un tetto ai composti del fosforo. Non un divieto quindi, ma solo una riduzione, che continua a determinare ingenti danni ambientali.

Finto sapone di Marsiglia

I problemi iniziano proprio dalle cose più semplici: un classico panetto di sapone di Marsiglia di una nota azienda, onnipresente nei bagni delle nostre famiglie di origine.

Sulla confezione di plastica è impresso a caratteri ben visibili la dicitura “Sapone di Marsiglia”. Questo farebbe supporre che venga prodotto secondo le tecniche antiche e con i soli tre ingredienti necessari: olio d’oliva, soda caustica e acqua.

La scheda tecnica riporta però il seguente elenco: Sodium palm kernelate, C12-18, sali di sodio. Dov’è il benefico olio d’oliva? Proprio non c’è. Evidentemente la ditta non conosce l’editto di Luigi XIV che indicava una quantità pari al 72% del frutto degli ulivi affinché un sapone potesse fregiarsi del nome “di Marsiglia”.

Proprio dall’olio d’oliva deriva il tradizionale, vero e meraviglioso colore tendente al crema o al verde.

Fino al XIX secolo per produrlo si utilizzava la soda vegetale, il cui nome proviene dalla Salsola, una pianta (detta anche barba di frate o agretto) coltivata ai tempi nella Camargue francese, che veniva bruciata per ottenere ceneri utili alla saponificazione.

Questo procedimento è stato soppiantato dall’utilizzo della soda caustica, ovvero l’idrossido di sodio.

Studiando i Regolamenti europei ci siamo rese conto che un produttore può utilizzare beatamente indicazioni del genere senza che vi sia una coerenza tra il messaggio pubblicitario e la reale composizione del prodotto.

Diciture che rimandano a fantomatici “ingredienti naturali” o a “oli di origine vegetale” non chiariscono la concentrazione nel composto. Troppo spesso, infatti, le materie prime di sintesi sono molto più abbondanti di quelle naturali, ma molto meno indicate in etichetta.

Oggi al supermercato è probabile imbattersi in saponi bianco panna, nei quali l’olio d’oliva (Sodium Olivate) è rimpiazzato dal più economico Sodium Tallowate, proveniente dalla macellazione dei bovini, o dal Sodium Cocoate, estratto dall’olio di cocco, e perfino dal Sodium Palmate, ricavato dall’olio di palma.

All’interno di un sapone da bucato industriale si possono trovare tante altre sostanze, come la glicerina (e fin qui tutto bene), ma anche fosfati, sequestranti inquinanti come il Tetrasodium EDTA, coloranti potenzialmente cancerogeni come il Titanium dioxide, utilizzato per rendere il panetto bianco brillante, l’oTolyl biguanide, un antiossidante irritante per la pelle e dannoso per la salute degli animali acquatici.

La differenza tra il sapone industriale e il vero Marsiglia si riconosce al tatto e all’olfatto, che non percepisce il tipico aroma di olio d’oliva, ma quello forte e persistente dato dai profumi di sintesi.

Profumo di primavera?

Con la dicitura parfum, arome o fragrance, sono indicate sia le profumazioni realizzate in laboratorio, che quelle provenienti da coltivazioni.

Per la legge europea è obbligatorio indicare in etichetta quelle considerate “allergizzanti”, se presenti a una concentrazione sopra lo 0,001% (per i prodotti che restano sulla pelle) o 0,01% (per i prodotti che si risciacquano): sono in totale 264 e i più diffusi sono Linalool, Limonene e Geraniol. Certo non è detto che un allergene causi allergie in tutti i soggetti con cui viene a contatto, o che la sintomatologia si manifesti immediatamente, ma in caso di uso reiterato possono verificarsi sensibilizzazioni, soprattutto in bambini o persone con pelle delicata.

Meglio allora preferire prodotti “ipoallergenici”?

Con questo termine si indica in genere un detergente per la casa o per il corpo che non contiene nella sua profumazione nessuna tra le sostanze allergizzanti riconosciute. La normativa, come abbiamo già visto, in questo caso è nebulosa poiché non regola l’uso di questo termine. E quando c’è un vuoto normativo immediatamente il marketing lo colma, con prodotti di dubbia qualità che si fregiano di questo vocabolo per aumentare le vendite.

Come non citare il famoso muschio bianco sintetico, una delle fragranze più in voga negli anni Novanta, che per decenni è stata inserita in alte percentuali in prodotti di uso comune, nonostante la sospettata tossicità per il sistema nervoso. Le sue molecole tendono infatti ad accumularsi nell’ambiente e nell’organismo umano, tant’è che ne sono stati ritrovati residui anche nei tessuti adiposi e nel latte materno. Greenpeace ai tempi del celebre rapporto sui profumi, rintracciò tracce di muschi sintetici, in particolare i muschi policiclici galaxolide (HHCB), in vari prodotti, tra cui “Le Baiser Du Dragon” di Cartier e “Muschio bianco” del Body Shop.

Fortunatamente da molto tempo la fragranza sintetica ormai non è più presente sul mercato. Questa storia ci insegna che molto spesso dietro un nome che profuma di buono si cela puzza di marcio.

Sbiancanti ottici: l'illusionismo della grande distribuzione organizzata

In cima alla nostra lista nera ci sono gli sbiancanti ottici: si tratta di additivi utilizzati nei detersivi commerciali per ottenere un bucato più bianco e luminoso. Ma solo in apparenza.

Funzionano come se si nascondesse lo sporco sotto al tappeto. In un modo furbetto, creano una patina che, attraverso un gioco di fluorescenza, inganna l’occhio, facendo percepire il bianco al posto degli aloni. Sono addirittura in grado di ritoccare la lunghezza d’onda dei raggi UV rendendo lo spettro riflesso più ricco di azzurro, mascherando l’ingiallimento con il risultato di rendere il tessuto superficialmente più bianco.

Una vera e propria illusione ottica degna di Houdini, in quanto il loro effetto schiarente è pura finzione, tant’è che viene tecnicamente definito candeggiamento ottico.

Ma basta andare in una discoteca con luce ultravioletta per veder riapparire sulla candida camicia tutte le macchie! La macchia quindi c’è, ma non si vede. Genialata delle multinazionali. Il problema è che queste sostanze rimangono depositate sui tessuti. Le possiamo anche sentire al tatto, perché lasciano una patina leggermente scivolosa, non sicura a livello di salute della pelle e potenzialmente allergizzante, soprattutto nel caso di soggetti sensibili come i bambini.

Dal 2014 è obbligatorio per un produttore indicare gli sbiancanti ottici in etichetta, ma questo non basta. Meglio rimettere sullo scaffale un prodotto che li contiene. Anche perché l’alternativa naturale c’è, ed è più efficace.

Siamo in un mare di m...icrogranuli!

Aggiunti a numerosi prodotti di uso domestico, come tabs per la lavastoviglie, paste abrasive, ma anche scrub, bagnoschiuma, dentifrici, sono i peggiori nemici degli oceani: signore e signori ecco i microgranuli, particelle plastiche sotto i 5 mm di diametro. La loro ridotta dimensione le rende pericolosissime perché in grado di oltrepassare qualsiasi sistema di filtrazione e di arrivare senza grandi sforzi direttamente in mare.

Di derivazione petrolchimica, sono prodotti a partire dapolyethylene tereftalato (PET), polypropylene (PP) e polyethylene (PE), la materia prima di realizzazione delle bottiglie per l’acqua, per intenderci.

I microgranuli contribuiscono agli 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno giungono negli oceani. Qui ondeggiano nell’acqua come plancton e vengono scambiati come cibo, finendo così nello stomaco di pesci, tartarughe e uccelli acquatici. Di conseguenza, anche se non ce ne accorgiamo, questi microscopici e indistruttibili pezzetti di plastica restano nella catena alimentare e finiscono direttamente nei nostri piatti. Studi rivelano la presenza di microgranuli anche nelle feci umane. Secondo una ricerca pubblicata su «Frontiers in Marine Science», quasi tre pesci su quattro tra quelli che vivono in profondità nei mari dell’Atlantico Nord-Occidentale sono contaminati da microplastiche.

I ricercatori delle università dell’Oregon e della California dichiarano che 8 trilioni di microperle confluiscono ogni giorno negli habitat acquatici degli USA. Se si allineano queste microsfere fianco a fianco si potrebbe coprire la superficie di trecento campi da tennis. Uno studio dell’Università di Lubiana indica che ben 112,5 milioni di microplastiche da prodotti per la cura personale entrano nelle acque superficiali della Slovenia attraverso gli impianti di depurazione della città, con una concentrazione di ventuno particelle per metro cubo.

L’ex presidente americano Obama nel 2015 ha firmato una legge epocale (che ha ricevuto addirittura il sostegno bipartisan del Parlamento): la Microbead-Free Waters Act, che da luglio 2017 ha introdotto negli USA il divieto di produzione di prodotti contenenti microgranuli e, da gennaio 2018, il divieto di vendita al dettaglio degli stessi. Stesso provvedimento per Nuova Zelanda e Taiwan.

E in Italia? A dicembre 2016 la Commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento alla manovra di stabilità che prevede il divieto di microplastiche nei cosmetici, ma solo a partire dal 2020. Una vittoria contro il marine litter, a tutela di ambiente e cittadini, che arriva due anni dopo il Regno Unito e ben tre anni dopo gli Stati Uniti. Anni in cui si continuerà a produrre, vendere e consumare prodotti altamente dannosi per l’ecosistema marino e per l’uomo.

La scelta quotidiana

Ogni mattina nel mondo quando sorge il sole il proprietario di una piccola azienda di eco detergenza si sveglia e sa che dovrà correre più veloce di una multinazionale o morirà di fame. Ogni mattina in Italia il dirigente di una multinazionale si sveglia e sa che non farà fatica a correre e a mangiarsi una piccola azienda.

Non importa se il leone della GDO è sempre più grande, l’importante è che si cominci a riflettere prima di ogni scelta, prima di devolvere il nostro euro alla piccola azienda o alla multinazionale.

Filiere etiche, locali, sostanze naturali, prezzi equi, gruppi d’acquisto solidale, negozi dello sfuso. Ben-essere, salute, bellezza.

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Lucia Cuffaro

Lucia Cuffaro

Lucia Cuffaro. Personalità eclettica e frizzante, Lucia Cuffaro è sempre alla ricerca dei nascondigli dell’energia vitale e creativa. Esperta di pratiche ecologiche e autoproduzione, ha una vita dedicata alla divulgazione di pratiche per la riduzione degli sprechi e il...
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Elena Tioli

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Elena Tioli, blogger, scrittrice, collaboratore parlamentare. Si occupa di comunicazione politica e ambientale, collabora con diverse realtà ecologiche e solidali. Autrice di Vivere senza supermercato (ed. Terra Nuova).Cura i blog vivicomemangi.it e viveresenzasupermercato.it
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