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Benvenuti nella neuroergonomia - Estratto da "Liberate il Cervello"

di Idriss Aberkane 3 mesi fa


Benvenuti nella neuroergonomia - Estratto da "Liberate il Cervello"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Idriss Aberkane e scopri come utilizzare al meglio il tuo cervello e ottimizzarlo al massimo

Noi non usiamo bene il nostro cervello. Non lo usiamo in modo ergonomico: né a scuola, né nel lavoro, né in politica. Questo cattivo uso del cervello ha conseguenze diverse, che hanno però in comune due caratteristiche: la rigidità mentale e l'inefficacia. Ciò è particolarmente evidente nel campo dell’economia: i correlati neurali sono tutt’altro che efficaci, il cervello collettivo dell’umanità è limitato, perché sono limitati i cervelli dei singoli individui.

A cosa si deve questa limitazione? Come sbarazzarsene?

La neuroergonomia è l’arte di utilizzare bene il cervello umano.

Come una sedia è più ergonomica di uno sgabello perché il peso di chi vi si siede risulta meglio distribuito, c’è un modo per distribuire più efficacemente nel nostro cervello il peso delle conoscenze, delle informazioni e delle esperienze, in modo da ottenere risultati che sono allo stesso tempo incisivi ed eclatanti.

Quando l’umanità ha scoperto la leva, la carrucola e la macchina a vapore, il mondo si è trasformato. Lo stesso è accaduto grazie alla scrittura, alla stampa, a Internet... Usando una leva nel mondo fìsico, questo si trasforma. Usando una leva mentale, il mondo si trasforma ancora di più, perché a cambiare non sono gli strumenti ma coloro che ne fanno uso. Il modo di vedere e di comprendere il mondo, se stessi e gli altri, le motivazioni dell’azione, si trasformano, perché la mente è più libera. Usare la neuroergonomia significa cambiare il mondo, cervello dopo cervello, e cambiare il destino dell’umanità. Significa liberare la mente delle persone.

Possiamo imparare meglio, produrre meglio, votare meglio; possiamo pensare, comunicare, comprendere meglio, sentendoci più realizzati, felici, produttivi e quindi più brillanti.

Ma cosa significa esattamente liberare il cervello?

Per esempio, significa fare come Rùdiger Gamm (nato nel 1971), che riesce a dividere a mente numeri primi fino al sessantesimo decimale. Oppure come Shakuntala Devi (1929-2013), che nel 1977 riuscì a estrarre la radice cubica di 188138517 più rapidamente di un computer, la radice ventitreesima di un numero a 201 cifre in meno di un minuto e a moltiplicare, sempre a mente e in 28 secondi, due numeri a 13 cifre.

Priyanshi Somani (nato nel 1998) ha calcolato dieci radici quadrate di numeri a 6 cifre, fino a 8 cifre dopo la virgola, in meno di 3 minuti. Alberto Goto (classe 1970) detiene il record mondiale di velocità - 17 secondi - per un’addizione di numeri a 100 cifre (pari ad almeno 6 operazioni mentali al secondo). Nel 1976 Wim Klein (1912-1986) impiegò 43 secondi per calcolare la radice settantatreesima di un numero a 500 cifre.

Shakuntala Devi o Rùdiger Gamm non hanno più neuroni di me e di voi. Non hanno un’area cerebrale in più, e nemmeno un cervello più grosso. Un sollevatore di pesi sì, ha molte più cellule muscolari della media delle persone; il detentore del record mondiale di sollevamento pesi, il georgiano Lasha Talakhadze, solleva 215 chili; essendo alto 1,97 per 157 chili di peso, ha molta più massa muscolare della media dei lettori di questo libro.

Quando un atleta del corpo si allena, i suoi muscoli s’ingrossano, perché non sono contenuti nelle ossa. Quando un atleta della mente si allena, il suo cervello non s’ingrossa, perché è contenuto nella scatola cranica. Il volume del cervello non può aumentare. Dal punto di vista della massa, della materia, del volume e del numero di neuroni, il cervello di un atleta del calcolo mentale come Riidiger Gamm è uguale a quello di chiunque altro. L’hardware è il medesimo; quello che cambia è il sistema operativo.

Dunque, ci dev’essere un motivo per cui le prestazioni del suo cervello sono diverse; e se il motivo non è né la massa, né il numero delle cellule, dev’essere per forza il modo in cui lo utilizza. Quindi, l’ergonomia: stesso numero di neuroni, stesse aree, uguale velocità delle sinapsi... ma connessioni diverse.

Nel 2001 una équipe francese ha studiato il cervello di Riidiger Gamm usando la tomografia a emissione di positroni (PET) per confrontarlo con quello di altre persone impegnate a elaborare calcoli.' La PET evidenza le aree cerebrali che consumano più glucosio mentre si compie una determinata operazione - in questo caso, il calcolo a mente.

Gli studiosi hanno scoperto che Gamm utilizzava le stesse aree delle altre persone sottoposte all’esperimento, ma in più ne utilizzava delle altre: aree situate nella corteccia o nel cervelletto, aree che possediamo tutti ma che la maggior parte di noi non sollecita quando esegue calcoli. Precisamente, Gamm attivava la corteccia entorinale, l’ippocampo e il cervelletto. Quest’ultimo, in particolare, è un calcolatore eccellente; dal punto di vista strutturale è organizzato come un vero data center, file di neuroni (le cellule di Purkinje) sono disposte come in un cristallo e, senza che abbiamo bisogno di pensarci, intervengono nei nostri movimenti, nel nostro equilibrio, nell'accelerazione degli arti e nella postura. Il cervelletto è dotato di una grande autonomia di funzionamento, dovuta anche alla sua posizione: separato dal resto del cervello, è organizzato diversamente da esso, e il suo funzionamento ricorda quello di una scheda grafica.

Se imparassimo a usare questa sua autonomia di calcolo, il cervelletto sarebbe per la nostra mente l’equivalente di una leva; quest’organo essenziale per la coordinazione fisica potrebbe esserlo anche per la coordinazione mentale, come sembrano dimostrare i «calcolatori prodigio» come Gamm e Klein.

Ma cosa fanno in sostanza i «calcolatori prodigio»?

Pensate a una grande bottiglia di vetro piena d’acqua e immaginate che rappresenti un problema matematico; per esempio, calcolare a mente la radice settantratreesima di un numero a cinquecento cifre. La bottiglia ha un dato peso, e questo peso rappresenta il «peso cognitivo» del problema. Ora immaginate la vostra mano aperta; essa rappresenta il vostro cervello, la vostra mente. Per risolvere il problema e alzare la bottiglia, provate ad afferrarla con il mignolo e basta. Chiaramente vi risulterà diffìcile, se non impossibile.

Ebbene: Gamm e Klein usano tutta la mano, e quindi riescono tranquillamente ad alzare la bottiglia e a tenerla sollevata più a lungo.

In questa metafora, il mignolo rappresenta la nostra memoria di lavoro, il cosiddetto «taccuino visuo-spaziale»,' quei «plugin» mentali che sollecitiamo di continuo e ai quali siamo abituati a ricorrere ogni volta che svolgiamo un’operazione mentale. Ebbene, la memoria di lavoro si esaurisce più o meno in quindici secondi... potete verificarlo subito rispondendo a questa domanda: siete in grado di ripetere a memoria la frase che avete letto quindici secondi fa?

Se la nostra mano rappresenta la nostra mente e il mignolo la memoria di lavoro, potremmo proseguire con la metafora dicendo che le altre dita sono la memoria spaziale, la memoria episodica e quella procedurale (a cui presiedono il cervelletto e la corteccia motoria). Questi plugin sono molto più potenti; possono sollevare i pesi cognitivi molto più velocemente e con minor sforzo rispetto al taccuino visuo-spaziale o alla memoria di lavoro (che utilizziamo, per esempio, per memorizzare un numero di telefono). Tutti possediamo una memoria episodica, una procedurale e una spaziale, forse altrettanto sviluppate di quelle di Wim Klein e di Rùdiger Gamm, ma, a differenza di loro due, non le chiamiamo in causa per fare calcoli a mente. Tutto qui. Le utilizziamo per sapere dove siamo cresciuti (memoria episodica o biografica), per fare il nodo alla cravatta (memoria procedurale), per ricordare dove abbiamo parcheggiato l’auto (memoria spaziale oppure episodica).

A fare di Klein e Gamm dei calcolatori prodigio non è quindi una quantità supplementare di cervello, ma la capacità di utilizzarlo in modo ergonomico. Le loro prestazioni sono esempi di neuroergonomia. Sono fermamente convinto che con cinquantamila ore di esercizio (nientemeno!) riusciremmo tutti a ottenerle, anche se non tutti aspiriamo a diventare campioni di sollevamento pesi, atleti della memoria o del calcolo a mente. Questi livelli di ergonomia cerebrale sono più acquisiti che innati: sono il risultato di una pratica fatta di assiduità e di passione.

Il nostro cervello ha come delle articolazioni: ci sono movimenti che può fare e altri che non può fare, ha dei limiti ben precisi che potremmo chiamare, riprendendo l’analogia con la mano, le sue spanne. Nella mano tenuta aperta, la spanna è la distanza tra la punta del pollice e quella del mignolo, e dalla misura della spanna dipende cosa riusciamo ad afferrare. Possiamo però afferrare oggetti ben più ampi della nostra spanna, se questi oggetti sono dotati di impugnature o di maniglie.

Con gli oggetti della mente accade esattamente la stessa cosa: il cervello può afferrare idee più ampie della spanna del nostro intelletto, purché siano fornite di impugnatura. In psicologia si definisce affordance la parte di un oggetto materiale che viene più naturale afferrare con le mani. Il manico di una casseruola, per esempio, è la sua affordance. Anche le idee sono in un certo senso dotate di simili impugnature: e infatti la bravura di un insegnante sta anche nel saper aggiungere alle nozioni astratte le «impugnature intellettuali» che permettono di afferrarle. Anche questa è neuroergonomia.

Si sente dire spesso che noi utilizziamo solo il 10% del nostro cervello. Si tratta di un mito e di un’assurdità in termini evolutivi. Cosa sarebbe questo 10 %? Il 10% della sua massa? Dell’energia che consuma? Il 10% dei neuroni? Il nostro cervello è stato ottimizzato durante l’evoluzione; centinaia di milioni di esseri umani e di ominidi sono morti nel corso di questo perfezionamento, e anche se è straordinariamente flessibile, plastico e adattabile, non c’è più molto che ci si possa buttare dentro.

Questa storia del 10% non è una bufala: semplicemente non significa nulla, è come dire che utilizziamo solo il 10 % delle nostre mani, oppure affermare «Hai utilizzato solo il 10 % di questa matita». La storia del 10 % del cervello ha successo perché rimaniamo facilmente colpiti dai numeri e dalle percentuali... Come ha detto lo scrittore René Guénon, è il «Regno della Quantità»; non siamo in grado di valutare veramente la qualità delle cose, così ci abituiamo a guardarle solo in termini di quantità, anche quando le quantificazioni sono false o fuorvianti.

E' vero però che non utilizziamo tutto il potenziale del nostro cervello, come del resto facciamo anche con le mani: non tutti dirigiamo sinfonie o dipingiamo capolavori, né fabbrichiamo violini o creiamo sculture da blocchi di marmo, tutte cose che fanno parte delle potenzialità delle nostre mani ma vengono tradotte in pratica da una persona su centomila.

In questo senso, sì: utilizziamo solo una minima parte del potenziale del nostro cervello.

Il Massachusetts Institute of Technology si è dato come motto Mens et manus, la mente e la mano; in un certo senso, questa metafora significa che la nostra mente è sottoutilizzata. Se ripercorriamo il cammino compiuto dall’umanità nell’utilizzo delle mani, dalla punta di selce al pianoforte, possiamo immaginare gli orizzonti insospettabili che si nascondono dietro la perfetta padronanza dei nostri movimenti - la cosiddetta «cinesfera». Lo stesso si può dire per la mente.

Non c’è dubbio che le interfacce del futuro faranno dialogare in modo sempre più stretto le nostre potenzialità corporee e mentali, già intrecciate sia grazie al cammino evolutivo che hanno percorso insieme, sia dalle loro applicazioni. I neuroni, infatti, sono comparsi originariamente per controllare i movimenti del corpo; solo più tardi hanno iniziato a farlo con la mente.

Le potenzialità di precisione delle nostre mani, quella gestualità fine che produce musica come Giani Steps di John Coltrane o il Paradiso di Tintoretto, potranno pilotare un giorno strumenti molto più delicati e ricchi di sfumature di un pianoforte, per guidare un’astronave o eseguire operazioni chirurgiche. Lo strumento, musicale come di qualsiasi altro tipo, è un istmo che mette in comunicazione il corpo e la mente.

E nell’arte di esplorare questo istmo dobbiamo fare ancora tantissima strada.

Liberate il Cervello

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Idriss Aberkane

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Idriss Aberkane

Idriss Aberkane è considerato un piccolo genio delle neuroscienze applicate: ha tre dottorati, di cui uno in neuro-ergonomia applicata a l'Ecole Polytechnique. A trentanni appena compiuti ha già al suo attivo 170 conferenze in tutto il mondo. Ha creato tre start up e consigliato...
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