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Bambini Iperconnessi

di Marianna Gualazzi 1 anno fa


Bambini Iperconnessi

I danni allo sviluppo causati da un contatto troppo precoce e prolungato con smartphone, tablet e console

Non sanno ancora parlare e nemmeno camminare, forse a tavola vengono ancora imboccati e non hanno mai tenuto in mano un pennarello, eppure sono dei fan scatenati di you tube: se ne vedono sempre più spesso, intabarrati nei loro passeggini, con in mano il telefonino di mamma e papà intenti a “scrollare” i video più amati, mentre i genitori possono godersi una pizza al ristorante in santa pace, un caffè al bar, una chiacchierata con gli amici.

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Sono bambini di 14 mesi, spesso anche più piccolini: maneggiano tablet e telefonini come se li avessero avuti anche quando stavano nella placenta e li richiedono con insistenza ai genitori non appena li adocchiano, scatenandosi in pianti, capricci e scenate da far tremare di vetri se la pretesa non viene esaudita all’istante o se il telefonino viene tolto “troppo presto” da quelle piccole manine affamate di tecnologia. Il telefonino diviene oggetto del precoce contendere tra bambino e genitori.

Sempre più incastrati tra lavoro, famiglia e ritmi stressanti, mamma e papà alla fine trovano comodo che la nuova tata elettronica intrattenga il piccolo di pochi mesi, magari anche per un'oretta a seduta.

Al ristorante senza telefonino: è ancora possibile?

Eppure dieci anni fa i telefonini e i tablet non c’erano, i bambini non li usavano e forse le famiglie erano pure più tranquille, senza questi terzi incomodi a farla da padrone del poco tempo rimasto a fine giornata. In un'era che oggi appare lontanissima, i pupi, per ingannare l’attesa al ristorante, coloravano gli albi illustrati o si divertivano con un gioco di società se più grandicelli. Oggi sembra impossibile uscire a cena o frequentare i luoghi pubblici con i bambini senza far usare loro il telefono, il tablet o la console.

Gli strumenti digitali la fanno da padrone nella vita quotidiana degli adulti e lo stesso accade in quella dei bambini: ma a che prezzo? Che impatto ha l’uso di queste tecnologie in un’età così precoce? «Gli strumenti digitali la fanno da padrone nella vita quotidiana degli adulti e lo stesso accade in quella dei bambini: ma a che prezzo? Che impatto ha l’uso delle tecnologie in un’età così precoce? “Dobbiamo pensare – mi dice Daniele Novara, pedagogista di fama internazionale che raggiungo al telefono - che la crescita del bambino, almeno fino ai sette anni, è totalmente sensoriale.

Viceversa questa realtà virtuale spegne l’ispirazione sensoriale e cattura l’attenzione cerebrale in forma passiva, puramente recettiva. L’esposizione così ravvicinata della prima infanzia allo smartphone è quindi devastante, non trovo altro modo per descriverla. Le ricerche scientifiche sono inequivocabili: non stiamo parlando di tecnologia, ma di un uso del digitale sostitutivo dell’esperienza. Il bambino deve fare giochi di carattere manuale, motorio, non c’è assolutamente bisogno che sia catturato da un mondo virtuale e artificiale così pervasivo.

Allo stesso modo è pericoloso l’uso precoce della tastiera. Se oggi sappiamo che l’esposizione ai videoschermi rallenta l’apprendimento del linguaggio, l’uso della tastiera, nei primi sei anni di vita, compromette in maniera significativa la capacità di lettura e scrittura. Le ultimissime generazioni di bambini faticano sempre più ad apprendere la scrittura in corsivo, con gravi danni neuro-cerebrali.

A questo proposito, gli strateghi del marketing delle grandi e potenti multinazionali tecnologiche hanno inventato due falsi miti che non hanno nulla di scientifico: quello del bambino digitale e del bambino touch. Il tutto per “vendere” gli strumenti digitali anche al mondo dell’infanzia, con i risultati che stiamo vedendo… Il bambino fa quello che l’ambiente gli mette a disposizione: se è circondato di strumenti digitali li usa, ma questi strumenti non fanno bene alla sua crescita».

La scrittura a mano come patrimonio dell’umanità

Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Anita Rusciadelli, grafologa clinica che da anni lavora a stretto contatto con il mondo dell’infanzia e in particolare con i bambini con sindrome da disattenzione e iperattività (ADHD): «Numerose ed autorevoli ricerche in campo neurofisiologico, psicologico e pedagogico hanno dimostrato che l’atto di scrivere a mano è la risultante di una raffinata sinergia tra un numero di aree cerebrali maggiore rispetto a quanto si verifica nella scrittura digitale.

Da ciò deriva che la scrittura a mano, grazie al coinvolgimento dell’intera persona dal punto di vista cerebrale, muscolo-scheletrico, di coordinazione (occhio-mano), motivazionale ed emotivo, è in grado di alimentare e potenziare il processo di apprendimento, di incidere positivamente sulla capacità di lettura e di comprensione del testo e di svolgere un ruolo primario nello sviluppo del pensiero logico e critico, della creatività e della capacità di problem solving.

I circuiti cerebrali e psico-fisici che si attivano durante l’atto scrittorio, permettono un migliore apprendimento in senso lato, una maggiore capacità di formulare e di esprimere idee e pensieri e di migliorare la memoria e la concentrazione. Dal 2015 è nata in Urbino, promossa e sostenuta dall’Istituto Grafologico Internazionale G.Moretti, la Campagna per il diritto di scrivere a mano, che ha come intento quello di ottenere dall’UNESCO il riconoscimento della scrittura a mano come Patrimonio dell’Umanità».

Disattenzione, iperattività e strumenti digitali

In termini di sviluppo, quindi, usare uno schermo touch per diverse ore al giorno prima dei tre anni, scarabocchiare su un foglio o provare a tagliare le verdure insieme al papà per preparare la zuppa della cena non hanno gli stessi effetti.

A questo punto mi chiedo qual è la relazione tra l’abuso di strumenti digitali (smartphone, tablet, videogiochi) e il dilagare tra i bambini dell’ADHD così come dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). «Quello che sto notando da una decina d’anni a questa parte – continua Anita Rusciadelli – è un aumento esponenziale della difficoltà dei bambini a rimanere fermi e a soffermarsi, a prestare attenzione e a contenere le reazioni emotive, quasi si sentissero perennemente carichi, allertati e sradicati, pronti a reagire a ogni stimolo e a ogni sollecitazione, interna ed esterna.

Lo stato di agitazione che ben traspare dai loro comportamenti e atteggiamenti è solo una faccia della medaglia; l’altra è quello dell’ansia, della fragilità emotiva, delle paure e delle insicurezze che si rivelano con molta chiarezza nei loro prodotti grafici, siano essi scarabocchi, disegni o scritture.

Parallelamente all’aumento di tali tratti aumentano esponenzialmente anche le diagnosi di ADHD, ma soprattutto l’uso e l’abuso degli strumenti digitali che precocemente – ad iniziare dai 14 mesi – vengono messi a disposizione dei bambini». «Le neurocertificazioni psichiatriche nell’infanzia – chiosa Daniele Novara – stanno crescendo a dismisura: oggi soprattutto in Italia si confonde l’immaturità infantile con la patologia e questo è una tendenza molto grave.

Il bambino ha diritto ad attraversare tutte le fasi della sua crescita senza essere sottoposto a test, screening che fatica a reggere sul piano psicologico, da qui la loro inattendibilità. Ovviamente c’è una relazione tra la virtualizzazione dell’infanzia e gli eccessi di diagnosi neuropsichiatrica: se il bambino non può fare la vita che gli compete, ovvero correre, muoversi, stare in contatto con la natura, vivere il gruppo spontaneo dei bambini, il cerchio dei pari, si spegne dal punto di vista dello sviluppo, con gravi danni e conseguenze.

Bisogna tenere conto che nei millenni i bambini sono cresciuti con i loro coetanei, ora vengono separati dai coetanei e messi davanti prima a un televisore, poi a uno smartphone e infine a una console di video giochi: questo passaggio non è senza conseguenze, la natura non fa salti e quello che si prospetta sono danni genetici alle generazioni future». Che fare quindi? Io un consiglio ve lo do: non datelo il telefonino ai vostri figli. Non è difficile: basta dire no.

Così come si vietano tanti altri pericoli manifesti per la salute e l’incolumità dei nostri piccoli, si farà lo stesso con il telefonino. Io ai miei figli non l’ho mai dato, qualche volta me l’hanno chiesto vedendo che i compagni lo usavano, ma il no è stato fermo e loro non ne hanno di certo fatto un dramma. A 10 e 7 anni non hanno mai usato un computer e hanno accesso al tablet una volta a settimana: se lo chiedessero glielo faremmo usare anche di più, ma non lo chiedono! Preferiscono giocare tra loro o uscire o essere coinvolti nelle faccende di casa.

E usiamolo meno anche noi, questo benedetto telefonino: quando siamo con i nostri figli spegniamo il wi-fi, chiudiamo lo smartphone in un cassetto e dedichiamoci a loro: usciamo per un giro in bicicletta, facciamo una torta, andiamo a raccogliere le foglie e i sassi nei parchi. E se siete nonni, educatori, zii, insegnanti parlate ai genitori e consigliateli bene, perché ogni bambino salvato dal telefonino è un bambino più felice, intelligente e sano.

Bambini malati o solo vivaci?

«Negli ultimi anni scolastici la priorità sembra sia stata quella di trasformare le difficoltà degli alunni in vere e proprie malattie. In 10 anni sono raddoppiate le certificazioni di disabilità, in un anno i cosiddetti DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) sono cresciuti del 37%, e nel frattempo (dicembre 2012) è uscita la nuova disposizione ministeriale sui BES (bisogni educativi speciali) che punta a rintracciare ancora altri alunni bisognosi di cure particolari». Daniele Novara, ADHD: un bambino vivace non è malato, UPPA, maggio 2014.

LA REGOLA DEL 3-6-9-12 DI SERGE TISSERON

Psichiatra infantile, psicoanalista e direttore della ricerca presso l’Università Paris Ouest-Nanterre, Tisseron ha compreso la necessità di stilare una guida per genitori ed educatori relativa all’utilizzo delle nuove tecnologie da parte dei bambini: alla base ci sono le buone abitudini da veicolare sin dalla primissima infanzia.

Ecco le sue linee guida: regola del 3: niente schermi prima dei tre anni, di nessun tipo; regola del 6: niente console di gioco portatili prima dei sei anni; regola del 9: niente internet prima dei 9 anni. Se proprio il bambino deve accedere alla navigazione lo farà sempre sotto la supervisione attenta di un adulto o un insegnante; regola del 12: internet in autonomia solo a partire dai dodici anni, ma comunque sotto la supervisione attenta dei genitori che stabiliscono orari, limiti di tempo e dispositivi di controllo sulla navigazione.

La regola del 3-6-9-12 è necessaria, ma non sufficiente in quando gli adulti dovranno vigilare sul tempo di permanenza davanti agli schermi e sui contenuti fruiti dai bambini e dagli adolescenti. Secondo Daniele Novara ad esempio, nella fascia di età 3-6 anni mezz’ora al giorno di videoschermi è più che sufficiente.

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Marianna Gualazzi

Laureata in Lettere Moderne, giornalista pubblicista, lavora da oltre dieci anni per il Gruppo Editoriale Macro in qualità di editor e di content manager per l'editoria periodica e per il web. Ha scritto decine di articoli di ecologia, salute naturale, gravidanza e parto consapevoli,...
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