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Babe Ruth è stato cattivo con te? - Estratto da "Il Bambino che Sapeva Troppo"

di Cathy Bird 11 mesi fa


Babe Ruth è stato cattivo con te? - Estratto da "Il Bambino che Sapeva Troppo"

Leggi un capitolo tratto dal libro di Cathy Bird, una mamma che ha scoperto che il suo bambino Christian in un'altra vita era una leggenda del baseball

Il nostro viaggio verso Boston iniziò col botto quando Christian, in perfetto stile “terribili due anni”, rifiutò di farsi allacciare le cinture di sicurezza. Vedendo la mia lotta per ancorarlo al sedile, la gentile assistente di volo ci raggiunse e mi offrì il proprio aiuto. Mio figlio ci sorprese entrambe dicendo a gran voce: “Quando ero grande, non portavo le cinture di sicurezza e bevevo alcolici.

L’assistente di volo e i passeggeri vicini scoppiarono a ridere, mentre io facevo del mio meglio per tenere il mio piccolo tiranno fermo al suo posto.

“Un giorno sarai grande” dissi, mentre lo bloccavo con una mano e con l’altra assicuravo la chiusura metallica al sedile, “ma porterai sempre una cintura di sicurezza.” Decisi d’ignorare il riferimento agli alcolici.

Il nostro vicino di posto, che per puro caso era un calciatore professionista del Chivas USA con base a Los Angeles, aggiunse: “Giusto. Le mamme hanno sempre ragione.” Intorno a noi sedevano i suoi compagni di squadra, e quel giovane atleta pieno di energie intrattenne Christian parlando di sport finché lui dolcemente non si assopì.

Era la prima volta che mi allontanavo da Charlotte e mi mancava terribilmente, anche se sapevo che era in buone mani da mia mamma, mentre Michael era in Texas per tutta la settimana. La casa di produzione ci aveva offerto di coprire le spese di viaggio di un adulto accompagnatore insieme al biglietto aereo di Christian, e non potevamo permetterci di pagare il biglietto per Charlotte con un così breve preavviso. Mia mamma sarebbe stata impegnatissima a badare a Charlotte, ai nostri due terrier irlandesi e alle mie transazioni immobiliari mentre io ero via, ma non avevo dubbi che se la sarebbe cavata. Dopo tutto, era stata lei a insegnarmi quello che sapevo su come essere un genitore e un’agente immobiliare.

Nel momento in cui atterrammo al Logan International Airport di Boston, era già passata da un pezzo l’ora della nanna per Christian, eppure lui era pieno di energie e giocava a baseball nell’area ritiro bagagli con i nostri nuovi amici calciatori. Gli atleti professionisti si davano il cambio nel lanciargli la sua palla in schiuma preferita e a inseguirlo attorno alle basi, mentre io chiacchieravo con il loro allenatore, Robin Fraser. Robin e io ci eravamo conosciuti fuggevolmente molti anni prima, quando lui giocava nella nazionale maschile di calcio statunitense e io ero a capo degli eventi promozionali per la commissione organizzativa dei mondiali di calcio statunitensi del 1994. Mentre ci preparavamo a prendere ognuno la propria strada, Robin mi porse il proprio biglietto da visita.

“Fammi sapere se tuo figlio passa al calcio, perché siamo sempre in cerca di bambini con una passione come la sua.”

Quel commento mi portò a chiedermi se l’ossessione di Christian per il baseball fosse passeggera o destinata a durare nel tempo.

Erano quasi le 23:00 quando prendemmo l’auto a noleggio e iniziammo il viaggio di tre ore verso la nostra destinazione finale, Cape Cod, dove stavano girando il film. Mentre ci dirigevamo verso il nostro hotel a Hyannis Fort, ricevetti la chiamata da un coordinatore della produzione che ci disse che dovevamo essere sul set alle 9:00 in punto del giorno successivo. Sapendo che le probabilità che Christian funzionasse a regime con meno di otto ore di sonno erano molto poche, chiesi ingenuamente se fosse possibile fissare il suo turno un po’ più tardi. Imparai subito che eravamo solo un piccolo ingranaggio nella grande macchina di produzione del film e la tabella di marcia stabilita molto tempo prima il nostro arrivo non sarebbe stata cambiata.

Passai il resto del viaggio immaginando tutto quello che sarebbe potuto andare storto. Christian avrebbe preso la palla al momento giusto? Si sarebbe spaventato per tutta quella pressione? Avrebbe dato di matto se avessero cercato di togliergli la sua divisa di baseball per mettergli dei vestiti normali? La vita con un bambino piccolo è sempre piena di sorprese, ma di solito la mancanza di sonno è la ricetta perfetta per un disastro, e lui quella notte avrebbe dormito molto meno delle dieci ore di cui aveva bisogno. Il fatto che Christian avesse tolto il pannolino solo poche settimane prima del nostro viaggio non faceva che aumentare l’incertezza.

L’unica informazione che ci avevano dato sul film era che Adam Sandler avrebbe ricoperto il ruolo di un padre fannullone che si presenta al matrimonio del figlio e Christian avrebbe impersonato uno degli ospiti durante una partita di baseball. Adam Sandler aveva cominciato la propria carriera cinematografica a metà degli anni Novanta con commedie comiche di successo come “Billy Madison” e “Un tipo imprevedibile”. Nel 2011 Adam aveva già recitato in più di venti film e di molti aveva anche scritto la sceneggiatura e curato la produzione, sotto l’egida della sua personale casa di produzione, la Happy Madison. I suoi film di solito non si aggiudicavano il favore della critica, ma il successo di pubblico a livello mondiale era indiscutibile, visto che, a quei tempi, gli avevano fatto guadagnare qualcosa come due miliardi e mezzo di dollari.

Per caso, una volta, all’età di circa venticinque anni, ero seduta di fronte ad Adam durante una partita dei Los Angeles Kings e lo avevo trovato amichevole e alla mano esattamente come appariva sul grande schermo. Le nostre strade stavano per incrociarsi di nuovo, quando entrambi eravamo sulla quarantina e genitori di due bambini suppergiù della stessa età. Era comprensibile per me che Adam avesse scelto un luogo a misura di famiglia come Cape Cod per trascorrervi l’estate a fare ciò che amava: creare film per far ridere la gente.

Avevo gli occhi gonfi di sonno quando facemmo il check in all’hotel. Il receptionist del turno di notte mi passò una busta con il mio nome che conteneva il programma della produzione per il giorno successivo, insieme all’indicazione, scritta a mano, di trovarci di fronte all’hotel alle 8:30 per essere accompagnati sul set. Il luogo delle riprese era indicato come “Mini Fenway Park”. Per curiosità, chiesi al receptionist se lo conosceva. Con un forte accento di Boston mi rispose che il Fenway Park è lo stadio di Boston dove giocano i Red Sox, ma che non aveva mai sentito parlare di un Mini Fenway Park nei paraggi. Non mi preoccupai di fare ulteriori domande pensando che lo avremmo scoperto da soli nel giro di poche ore.

Bene in vista sul banco della reception c’era una pila di volantini con il programma delle partite estive della Cape Cod Baseball League. Non so se sia stato il mio sguardo prolungato ai fogli o l’uniforme di Christian che spinse il receptionist a dire: “Dovreste andare a qualche partita mentre siete qui. I giocatori più talentuosi delle scuole superiori di tutto il Paese vengono a Cape ogni estate per giocare. Ci scommetto che tra non molto qualcuno di loro finirà nella Major League.” A quanto pareva eravamo appena arrivati nel paradiso del baseball, non tanto per me ma per Christian.

Il mattino dopo riuscii in qualche modo a tirar fuori dal letto Christian intontito dal sonno, a vestirlo e a dargli la colazione, in tempo per essere davanti all’hotel alle 8:30 in punto. Il grosso pulmino bianco ci stava aspettando quando uscimmo, e la prima persona che ci venne a salutare fu una donna spumeggiante di nome Lynn, “l’insegnante” di Christian inviata dalla casa di produzione.

Lynn ci spiegò che il suo lavoro consisteva nell assicurarsi che Christian non “lavorasse” per più di due ore al giorno, per un massimo di quattro ore in totale sul set, come stabilito dalle leggi sul lavoro minorile del sindacato degli attori cinematografici, lo Screen Actors Guild. L’atteggiamento sereno di Lynn era esattamente ciò di cui avevo bisogno per placare le mie paure su come sarebbe andata la giornata e i miei dubbi riguardo alla capacità di Christian di reggere alla pressione di recitare a comando senza andare in pezzi. Le confidai che temevo un’enorme crisi di nervi da parte di Christian se avessero cercato di fargli cambiare i pantaloni e le scarpe da baseball e la voluminosa casacca dei Red Sox.

“Sono sicura che andrà tutto bene” rise. Sorrisi anch’io e annuii concordando con lei, ma non ne ero così certa.

Gli occhi di Christian s’illuminarono quando vide il set cinematografico. Era un campo da baseball immacolato, con zolle erbose posate di fresco e con la sua amata terra rossa, proprio come quella del Dodger Stadium. La produzione naturalmente non aveva badato a spese nel costruire questa versione in miniatura di un campo da baseball della Major League. Attorno al campo esterno c’era un muro di cinta verde, alto nove metri, su cui campeggiavano i marchi degli sponsor. Una riproduzione del logo della CITGO, la compagnia petrolifera di Boston, era stata posizionata in modo da fare capolino sopra il muro del campo centrale, proprio come nello stadio Fenway Park dove i Boston Red Sox giocano in casa. Non c’era da stupirsi se il receptionist dell’hotel non aveva mai sentito parlare di un Mini Fenway Park. Era un’oasi costruita ad arte per una scena di cinque minuti di un film hollywoodiano, e sarebbe stata smantellata alla fine delle riprese.

Una volta giunti al campo, fummo accolti da un aiuto regista che c’informò che quello sarebbe stato un giorno di prova per Christian. Poi fummo raggiunti da cinque ex atleti professionisti universitari sui venti/trent’anni incaricati di organizzare quella che immaginavo sarebbe stata una scena di baseball da un milione di dollari. Christian tirò fuori entusiasticamente dal suo zainetto il guantone, la mazza e l’elmetto, desideroso di giocare a baseball su quel campetto da sogno.

Un signore che indossava un guantone si presentò come Mike ed era uno dei proprietari dello Sports Studio. Mike posizionò Christian tra la prima e la seconda base, e gli disse che il suo compito era raccogliere le palle con il guantone quando rotolavano verso di lui per poi lanciarle alla ragazza. Carri, che stava in prima base. Restai colpita dalle doti atletiche di Carri, prima di sapere che era un’allenatrice di softball dell’Università di Harvard. Un cameraman riprese l’azione sul campo mentre io giravo qualche video con la mia telecamera per immortalare il momento. Christian raccoglieva da terra pallina dopo pallina e le rilanciava con precisione. Mike gridò in preda all’entusiasmo; “Ci sono bambini di dieci anni che non sanno farlo!”.

Un flusso ininterrotto di gente, che sembrava appartenere allo staff di produzione del film, continuò ad arrivare andando a formare una folla considerevole attorno al campo. Tutti gli occhi erano puntati su Christian ed era evidente che lui apprezzasse di essere al centro della scena. Almeno una delle mie paure era stata placata. Poi Mike diede istruzioni a un membro dello staff di portare una scala in prima base, in modo che potessero filmare Christian che riceveva i lanci. Ripeterono l’esercizio più di venti volte di fila e, contro ogni probabilità, Christian prese ogni fly ball [volata], palle alte che formavano un arco nell’aria. Tirai un sospiro di sollievo quando superò la prova.

Fu allora che mi dissero che il ruolo in cui avrebbe recitato Christian in origine era stato pensato per un bambino di cinque o sei anni. Mike mi raccontò che avevano fatto qualche casting a Boston per alcune settimane selezionando giovani giocatori di baseball prima d’imbattersi nel video di YouTube in cui Christian gioca a baseball. Si chiama fortuna quando la preparazione incontra l’opportunità, ma in quel caso particolare era stata tutta questione di tempismo.

Giunto il momento per Christian di fare le pause previste dalla legge, l’insegnante di produzione, Lynn, fece di tutto e di più per convincerlo a deporre l’attrezzatura e a riposare. Scoprì

presto che non cera mezzo per farlo mangiare o per fermarlo quando era in modalità Baseball Konrad. Dissi a Lynn che giocare a baseball non poteva essere considerato “lavoro” da Christian e finché non avesse rappresentato una violazione della legge, ero d’accordo nel permettergli di continuare a colpire le palline a bordocampo durante le pause. Christian reclutò con successo un signore simpatico e tranquillo di nome Kevin, per farsi lanciare le palle. Scoprimmo che, oltre a essere un fan dei Boston Red Sox, Kevin era anche uno dei produttori del film e amico intimo di Adam Sandler, fin dai tempi delle superiori.

Tra un lancio e l’altro, posi a Kevin la grande domanda che mi assillava da quando avevo ricevuto la chiamata per il casting.

“C’è qualche probabilità che lui possa indossare la sua uniforme da baseball per le riprese del film?”.

La sua risposta non era quello che avevo sperato di sentirmi rivolgere.

“Temo di no. La costumista lo preparerà con abiti e scarpe.” Dissi a Kevin della fissazione di Christian per la sua uniforme da baseball e scherzai: “La seduta con la costumista potrebbe segnare la fine della sua breve carriera cinematografica.” Kevin scosse la testa e sorrise: “Naa, non vede come gli piace avere un pubblico? Quel bambino ha un’inclinazione naturale.” A prescindere da come sarebbe andato il potenziale debutto al cinema di Christian, ce la stavamo davvero spassando nella nostra vacanza “tutto incluso” a Cape Cod. La cittadina di mare di Hyannis Fort è una comunità benestante, dove gli abitanti degli Stati americani del nordest si riversano d’estate, ed è nota soprattutto come dimora della famiglia Kennedy. Era il posto perfetto per rilassarsi dopo le prove, mentre aspettavamo di ricevere notizie dalla produzione su quando sarebbe toccato a Christian presentarsi sul set.

A parte un paio di giornate piovose, i nostri giorni e le nostre sere a Cape Cod sono stati pieni di baseball. Baseball in spiaggia, baseball nella camera d’hotel, baseball su una miriade di campi da baseball, che a Cape Cod abbondano.

Assistemmo a ben più di qualche partita della Cape Cod Baseball League, dove tifammo per squadre come gli Hyannis Harbor Hawks e i Chatham Anglers. Eravamo allo Hyannis Fort Stadium e stavo facendo dei lanci a Christian nel batting cage, il tunnel di rete a bordocampo dove ci si esercitano i battitori, quando sentimmo qualcuno dire che gli Yankees sarebbero venuti a Boston due giorni dopo, per giocare contro i Red Sox al Fenway Park. Dal momento che eravamo in attesa delle riprese del film, era piuttosto rischioso sborsare centocinquanta dollari per comprare il biglietto aereo più economico possibile e volare a Boston per l’incontro, ma feci un atto di fede e lo acquistai comunque, pensando che Christian era ancora abbastanza piccolo da poter stare seduto in braccio a me durante il volo. A poche ore dall’acquisto del biglietto, la produzione ci contattò per informarci che quello successivo sarebbe stato il giorno tanto atteso. Finalmente Christian avrebbe girato il suo carneo come giocatore di baseball nel film. Dando per scontato che per la sua parte sarebbe bastato un giorno di riprese, saremmo riusciti miracolosamente a farcela per la partita dei Red Sox, prima del viaggio di ritorno a Los Angeles.

Il giorno delle riprese, l’atmosfera sul set era in netto contrasto con l’ambiente rilassato delle prove. Il pulmino bianco ci scaricò in quello che aveva tutta l’aria di essere un villaggio improvvisato pieno di roulotte e gente che sfrecciava indaffarata in ogni direzione.

Come in una colonia di formiche, ciascuno sembrava dedicarsi a una specifica missione. C’incontrammo con l’assistente regista che subito ci spedì dalla costumista. I suoi sforzi per far togliere a Christian la divisa da baseball e infilarsi una polo, pantaloncini kaki e scarpe eleganti da indossare sul set furono accolti da calci e urla, proprio come avevo temuto. Christian pianse così tanto che vomitò sulla donna ma fortunatamente non sui vestiti nuovi che indossava.

La tappa successiva fu al trucco, dove la sua cicatrice sulla fronte, dovuta allo scontro con il nostro tavolino del salotto qualche mese prima, fu magicamente nascosta. Il simpaticissimo e talentuoso cantante e attore Tony Orlando (quello della canzone “Tie a Yellow Ribbon Round thè Ole Oak Tree” degli anni Settanta) era seduto al trucco di fianco a Christian, per recitare il ruolo di un miliardario sfarzoso che aveva la riproduzione del Fenway Park in giardino.

Nel giro di qualche minuto, Tony fece ridere Christian, che si dimenticò completamente di quanto odiasse i suoi nuovi vestiti. L’unica traccia del fallimento con la costumista erano i suoi occhi gonfi e rossi. Kevin, il produttore che avevamo conosciuto qualche giorno prima alle prove, arrivò per condurci a una tenda dietro alla casa base, per incontrare Adam Sandler. Adam mise subito Christian a proprio agio con un cinque e poi gli fece alcune domande sul baseball, mentre io immortalavo quel tenero scambio con foto e video.

“Allora, Konrad, posso contare su di te per vendere un sacco di biglietti?” scherzò Adam. “Per quale squadra giocherai? Per i Dodgers?”.

“No!” obiettò Kevin, “per i Red Sox!”.

Christian ci sorprese tutti, quando scosse la testa e disse: “Io gioco per gli Yankees.”

Adam Sandler ci fece capire qual era la sua squadra del cuore perché abbracciò Christian e disse orgogliosamente: “Eccolo qui il mio ragazzo!”. Christian sorrise mettendo in mostra tutti i denti e io fui felice di aver catturato quello scambio prezioso in un video, per ricordare quell’esperienza negli anni a venire.

Ebbi il primo sospetto che sarebbe stato un film vietato ai minori, quando Adam ci disse che sarebbero comparse anche le sue figlie di due e quattro anni ma che avrebbero avuto il permesso di vederlo solo dopo le superiori. Salutai Christian mentre lo accompagnavano al campo centrale vicino a un enorme schermo bianco che serviva per l’illuminazione, e restai in allerta per quello che sarebbe successo sul campo da baseball. Il viaggio sulle montagne russe stava per cominciare e a quel punto non si poteva più scendere.

Il regista diede il segnale: “Silenzio sul set.” Quando ci fu silenzio totale, le telecamere iniziarono a girare. Osservai da lontano Christian mettersi un dito nel naso e afferrarsi i genitali a comando. Non era esattamente quello che mi sarei aspettata mentre salivamo sull’aereo per Boston, ma era proprio divertente. Ci volle poco meno delle due ore preventivate per girare il carneo di Christian e, non appena ultimammo le riprese, lui mi supplicò di fargli togliere quegli odiati vestiti per rimettersi la sua uniforme e le scarpe da baseball. Ogni possibile disastro era stato scongiurato e avevamo ancora un giorno tutto per noi prima di tornare a casa.

L’indomani ci avventurammo nella città di Boston per vedere i Red Sox giocare contro i loro rivali storici, i New York Yankees, al vero Fenway Park. Allora non sapevo che quel campo da gioco quasi centenario era lo stadio più antico ancora in uso della Major League di baseball. Dopo lo shock per aver sborsato la cifra astronomica di sessanta dollari per parcheggiare la nostra auto a noleggio, camminammo fino a Yawkey Way, la strada principale di fronte allo stadio, dove erano in corso le celebrazioni del prepartita. Nei giorni in cui si gioca, Yawkey Way chiude al traffico per permettere a migliaia di persone di affluire al Fenway Park. La strada si trasforma in un animato paesaggio pedonale pieno di venditori e gente festante.

L’atmosfera carnevalesca a tema baseball sembrava fatta su misura per un bimbo di due anni ossessionato da quello sport, a parte i fiumi di birra che scorrevano ovunque. Christian rimase incantato alla vista di un tizio travestito da giocatore, su trampoli alti tre metri, che si piegò per dargli il cinque. La gigantesca caricatura rise di gusto quando Christian segnò uno strike dopo l’altro in uno stand gonfiabile dove ci si poteva allenare nei lanci.

Christian stesso divenne un’attrazione quel giorno, mentre fan entusiasti dei Red Sox si alternavano a lanciargli le palline e a ricoprirlo di applausi quando le spediva in alto nel cielo con la sua piccola mazza di legno, per poi correre attorno a basi immaginarie vicino all’ingresso dello stadio.

Entrare nei corridoi deserti di Fenway Park fu come tornare indietro nel tempo. Seguii il mio bambino mentre vagava verso un venditore di fotografie in bianco e nero dei giocatori dei Red Sox del passato. Con mia grande sorpresa, Christian mi supplicò di comprargli una gigantografia di due vecchi giocatori dei Red Sox: Ted Williams e Bobby Doerr.

Mi sembrò strano che una foto del 1939 fosse l’unica cosa che mi avesse chiesto di comprargli durante l’intero viaggio. C’eravamo imbattuti in molti altri souvenir decisamente più appropriati e divertenti per un bimbo piccolo. Ma il suo palese amore per quella foto mi spinse a comprargliela e a farcela spedire a casa.

Quando poi presi Christian per mano per guidarlo attraverso l’atrio fino al nostro posto, successe una cosa strana. Mi dovetti bloccare lungo il percorso perché, tutto a un tratto, lui si rifiutò di procedere. Fu rapito da una gigantografia che ritraeva un giocatore di baseball dei tempi andati appesa al muro dietro di noi.

Poi ebbe un’esternazione che mi gelò il sangue nelle vene. Christian era visibilmente sconvolto quando, agitando la sua piccola mazza di legno verso la fotografia, ripetè urlando: “Quello non mi piace. E' stato cattivo con me!”.

Non era un normale capriccio di un bimbo di due anni, ma uno sfogo appassionato mosso da sentimenti veri. Fu chiaro a tutti nei paraggi che Christian era convinto che quell’uomo ritratto sul muro gli avesse fatto del male.

Persino gli estranei non ebbero problemi a interpretare ciò che stava cercando di comunicare. Un signore che passava di là commentò: “Questo bambino non sbaglia, perché Babe Ruth era proprio uno stronzo.” All’epoca non sapevo niente di Babe Ruth, ma l’avevo riconosciuto come un giocatore famoso di molto tempo prima.

Cercando di solidarizzare con il palese turbamento di Christian, gli chiesi con calma: “Babe Ruth è stato cattivo con te?”. Quando disse di sì mi sentii come un cervo illuminato dai fari di un’auto e non avevo idea di cosa rispondergli. Come fai a sostenere una conversazione reale con un bambino di due anni convinto che un uomo morto decenni prima della sua nascita sia stato cattivo con lui?

Riuscii in qualche modo a calmarlo e a portarlo al nostro posto, ma era talmente agitato che vedemmo solo i primi due inning della partita. Mentre ci facevamo strada verso l’uscita dello stadio, cambiai percorso per evitare di passare accanto al muro dove torreggiava la foto di Bade Ruth. Quando chiamai Michael per raccontargli l’accaduto, l’unica parola che riuscii a usare per descrivere l’esperienza fu “inquietante”.

Il Bambino che Sapeva Troppo

La storia vera dei ricordi di una vita precedente

Cathy Bird

E se scoprissi che il tuo bambino in un'altra vita era un campione di baseball degli inizi del Novecento? Alla tenera età di 2 anni, il bambino prodigio del baseball Christian Haupt cominciò a condividere ricordi vividi di...

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Cathy Bird

Cathy Byrd è un’indaffarata agente immobiliare madre di due figli piccoli, che non ha mai aspirato a diventare una scrittrice finché il figlio ha cominciato a condividere ricordi vividi di quando era un giocatore di baseball negli anni Venti e Trenta.
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