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Asana

di Marco Mandrino 10 mesi fa


Asana

Leggi un estratto dal libro "Lo Yoga oltre lo Yoga" di Marco Mandrino e scopri di più su questa antichissima pratica

Nel gergo contemporaneo la definizione Hatha Yoga è utilizzata spesso per indicare una pratica fisico-posturale a bassa intensità e dinamicità, mentre, viceversa, per Vinyasa Yoga si intende una pratica fisico-posturale dinamica e intensa.

In questo testo invece, come già accennato altrove, per Hatha Yoga si intende tutto lo yoga fisico-posturale, con le sue infinite sfumature possibili: da questa radice chiamata Hatha Yoga si sono sviluppati oggi tanti rami e rametti con tantissimi nomi differenti e con qualità e obiettivi molto diversi.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Lo Yoga oltre lo Yoga

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Marco Mandrino

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La pratica dello yoga come mezzo e nuovo inizio: lo scopo di questo viaggio insieme non è diventare dei perfetti yogi, ma utilizzare lo yoga per migliorare la nostra vita e trovare degli spunti per cambiarla. Un manuale completo, con un approccio...

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Indice dei contenuti:

Introduzione alla pratica

Personalmente, e come scuola, per continuità anche in questo testo scelgo di non scegliere, ovvero di presentare la pratica dell'Hatha Yoga nel modo più aperto e “inclusivo” possibile, perché dal punto di vista del risultato ogni tipo di Hatha Yoga, sostenuto da una conoscenza esperienziale, è comunque una buona pratica.

Le varie posizioni dello yoga possono essere utilizzate con obiettivi e motivazioni assai differenti. Ovviamente chi conduce una lezione darà un indirizzo, una sorta di “focus” attorno al quale dovrebbe girare il tutto, ma poi, all’interno di questo indirizzo, come un vero e proprio dialogo con il praticante, si aprono e si sviluppano diverse interpretazioni possibili.

Chi istruisce dovrebbe aspettarsi - e in qualche modo “pretendere”- rispetto per il taglio che decide di dare alla pratica, ma allo stesso tempo lasciare spazio ad interpretazioni differenti. In questo senso è importante definire il ruolo dell’istruttore, che volutamente in questa sede non chiamerò maestro.

Il termine “maestro” spesso è utilizzato come sinonimo occidentale di guru, che appartiene invece alla tradizione indiana. Il termine “guru” ha a che fare più con una guida spirituale, il che riporterebbe il tutto sotto l’impostazione spiritual-religiosa dello yoga che, come detto più volte, non fa che creare confusione e fraintendimenti.

L’istruttore di yoga rimane un essere umano con le sue qualità e le sue ombre e dovrebbe essere, se davvero bravo, una sorta di facilitatore che “sparisce” all’interno della pratica, il cui centro rimangono gli allievi. La pratica non è una esibizione dell’insegnante che dimostra quanto è bravo ma è un organismo che si muove all’unisono, in cui tutto si amalgama in modo equilibrato.

Questo significa che se un istruttore opta per caratterizzare la pratica in modo estremamente intenso e dinamico, ma tra chi segue c’è chi, per motivi suoi, vuole prendere la cosa più blandamente, questo desiderio va rispettato.

Ovviamente è diverso se un allievo sta seguendo un’altra lezione che ha nella sua testa e che crede migliore di quella che gli viene proposta. Gli studenti di questo tipo sono spesso persone che non sanno molto ma credono di sapere tanto. In ogni caso è importante, nel contesto della pratica, che ognuno mantenga il proprio ruolo nel rispetto di quello degli altri, ed è responsabilità dell’istruttore adoperarsi perché le cose vadano in questa direzione. Il confine tra il modificare un poco le caratteristiche della lezione e invece “farsi gli affari propri” è spesso sottilissimo e solo un sano e comune buon senso può identificarlo.

Come dicevo, le posizioni possono essere praticate in modo lento, badando molto agli allineamenti ed eventualmente utilizzando anche supporti, e in questo caso la lezione prenderà una impostazione molto strutturale, posturale, fino a poter essere considerata terapeutica. Oppure, si può adottare un andamento ugualmente lento ma focalizzandosi maggiormente sull’effetto rilassante e meno sugli allineamenti, e quindi la pratica sarà basata su una sequenza fatta da posizioni tecnicamente e fisicamente molto semplici. Oppure ancora, può essere molto dinamica e intensa fisicamente, giocando sull’aspetto del movimento, con intensità muscolare, coinvolgendo anche la qualità della resistenza che è un po’ il carattere del Vinyasa Yoga moderno.

Ovviamente è possibile fare delle pratiche che mischiano in percentuali differenti queste caratteristiche, oppure semplicemente tendono ad accentuare delle caratteristiche psicofisiche legate ai gruppi di posizioni.

I capitoli che seguono riguardano l’approfondimento di alcune tra le più importanti posizioni dell'Hatha Yoga con una breve introduzione focalizzata su un tema, di mia scelta arbitraria, in qualche modo accostabile al gruppo di posizioni che introduce e può essere un esempio, tra i tanti possibili, attraverso il quale creare delle classi a tema o dei workshop, che uniscano delle qualità e delle posizioni in modo da rendere le lezioni più accattivanti e interessanti sviluppando un qualche tema che sta a cuore all’insegnante.

Asana in piedi: azione e responsabilità

Le posizioni in piedi mi accendono nella mente l’idea del prendere una posizione e mantenerla nonostante le difficoltà e le conseguenze. Qualcosa che non ha a che fare con la testardaggine ma con l’etica e il senso di giustizia.

Un senso della giustizia legato alla “misura” e alla compassione, che è in antitesi rispetto al “giustizialismo” contemporaneo, dove ci si accanisce contro chi non può difendersi. In un periodo storico come questo, dove è facile nascondersi dietro a una tastiera, fare la voce grossa e accanirsi, voglio non essere frainteso.

I “leoni da tastiera” mi disgustano, disprezzo chi giudica sempre e comunque senza conoscere cosa significa empatia e senza prima cercare di mettersi nei panni dell’altro. Ciò a cui mi riferisco, quando parlo di prendere posizione, è più un atto di eroismo, un tentativo estremo verso i casi e le situazioni che sembrano non avere speranza. Un atto che ha un costo e un rischio e richiede responsabilità.

Proprio “responsabilità” è la parola chiave, un’idea che sembra ormai dimenticata e di cui si è perduto il significato. La nostra è la società della deresponsabilizzazione, dove le colpe sono sempre “degli altri”: quando si è scontenti della propria vita la colpa è sempre del governo, del vicino e del compagno/a, degli amici, degli stranieri ecc. Se può esistere una speranza per un cambiamento reale, sia che si parli di una vita o del pianeta, questa speranza parte dalla responsabilità.

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Marco Mandrino

Marco Mandrino

Marco Mandrino è il fondatore e direttore della scuola Hari-Om. La sua professione ufficiale è agricoltore ma è autore di libri, articoli e altre pubblicazioni. Appassionato e praticante di Muay Thai e di sport da combattimento in generale, nutre un amore viscerale per la...
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