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Anteprima de "Eros" di Igor Sibaldi

di Igor Sibaldi 3 anni fa


Anteprima de "Eros" di Igor Sibaldi

Leggi le pagine iniziali del nuovo libro di Igor Sibaldi "Eros"

Rispetto al loro significato, le parole sono il contrario delle opere d'arte: quando un capolavoro può essere interpretato in molti modi, vuol dire che è particolarmente ben riuscito, generoso, vasto; quando invece una parola d'uso corrente viene intesa dalla gente in molti modi diversi, vuol dire che qualcosa non va: è una parola debole, che non riesce a precisare ciò che indica, perché alcuni o tutti i suoi significati costituiscono, per il sentire comune, problemi irrisolti che non si ha voglia di definire.

In Occidente, una delle più famose tra queste parole eccessive e perciò deboli è «spirito».

Viene usata, infatti, sia quando si parla di credenze lugubri, dato che «spirito» è sinonimo di «spettro», sia quando si parla di una qualità allegra, dato che lo spirito è il senso dell'umorismo; ma al tempo stesso indica il senso più serio e concreto di qualcosa: per cui si dice, per esempio, lo «spirito di una determinata iniziativa». A volte indica l'anima umana, che è un'entità spirituale, e altre volte il principio materiale della vita - dato che chi muore «esala lo spirito». Indica anche un liquido alcolico, inebriante, e qualcosa di totalmente opposto: «spirito» è infatti la prontezza mentale, l'intelletto. Nella Trinità è riferita a Dio Padre («Dio è spirito», Giovanni 4,24), ma anche alla Terza Persona, raffigurata tradizionalmente come una colombina bianca. E d'altronde nella teologia cristiana gli studi dedicati allo Spirito Santo sono sempre stati i più oscuri e inconcludenti.

È probabile che, nel caso della parola «spirito», il problema sia derivato proprio dalla religione: nei Vangeli, lo «Spirito» è descritto come l'annunciatore della verità, che dovrà venire «a confutare il mondo intero» (Giovanni 16,8); ma il mondo - in cui includiamo anche le religioni praticate nel mondo - non ha intenzione di venire confutato, e ha dunque tutto l'interesse che nel parlare di cose spirituali ci si trovi nell'indeterminatezza. Così, se un giorno dovesse davvero presentarsi quello «Spirito di Verità», il mondo potrebbe contare sul fatto che ben pochi capiscano cosa sia.

Ora, esaminiamo il caso della sovrabbondanza di significati dell'«amore».

1. Usiamo questo termine per indicare il sentimento che lega i figli ai genitori e i genitori ai figli, e i fratelli tra loro. Di tutti questi nostri parenti è bello dire che li amiamo. E osserviamo che «amore», in questa accezione filiale, materna, paterna e fraterna, è un sentimento attivo, caratterizzato da un senso di responsabilità nei confronti dei diretti interessati, che quanto più è avveduto, tanto più può dirsi intenso.

2. Ma in alcune lingue europee, come l'italiano, suonerebbe inopportuna la frase «io ti amo», se a dirla fosse una figlia al padre, o un figlio alla madre, o una sorella a un fratello. C'è infatti nella parola «amore» un altro versante, che esprime la passione dei sensi, e che se emergesse tra consanguinei susciterebbe il fondamentale orrore dell'incesto.

Questo tipo di «amore» appare, almeno per un verso, come il contrario del precedente: la passione, come dice la parola stessa, è per sua natura un sentimento passivo; averla è esserne presi, subirla senza riuscire a liberarsene. È quell'amore che ti costringe a comportamenti che contrastano con quel che sapevi e che si sapeva della tua personalità; ed è altresì deresponsabilizzante: fa «perdere la testa», nel senso che fa dimenticare i criteri consueti, imponendosi come un altro dispositivo decisionale, strambo, ma talmente imperioso che poi, quando è passato, viene spontaneo dire «Che potevo farci! Ero innamorato!» E non c'è essere umano che non sia disposto a considerare questa ammissione come una valida attenuante di tanti errori.

3. Ma la parola «amore» si usa anche per indicare un sentimento che lega due individui in un rapporto duraturo e prevalentemente sereno. I due che si amano in questa terza modalità, detta solitamente coniugale, possono non essere affatto passionali, piacersi senza perciò passare notti insonni, godere nel dormire abbracciati tanto quanto nel capirsi sempre più, anno dopo anno, sentendosi sempre più se stessi e sempre più saggi, l'uno con l'aiuto all'altro.

4. Poi, c'è l'«amore» inteso come orientamento sessuale: chi inclina per l'amore eterosessuale, chi per quello omosessuale, e chi, a fasi alterne o contemporaneamente, per entrambi.

Va d'altronde segnalato, a questo riguardo, un cambiamento intervenuto dapprima in psicologia e poi nel sentire comune durante la seconda metà dell'Ottocento: fino ad allora, a venir definiti eterosessuali o omosessuali erano davvero gli amori come li abbiamo intesi nei due paragrafi precedenti, cioè le passioni o i legami; attorno al 1870, cominciarono a venir definite tali le persone: l'omosessualità fu intesa, da allora in poi, come «un'androginia interiore, un ermafroditismo dell'anima. L'omosessuale del XIX secolo è diventato un personaggio: un passato, una storia, e un'infanzia, un carattere, una forma di vita; una morfologia anche, con un'anatomia indiscreta e forse una fisiologia misteriosa. Nulla di quel che egli è complessivamente sfugge alla sua sessualità. Il sodomita era un recidivo, l'omosessuale ormai è una specie». L'eterosessuale, anche; e il bisessuale, un ibrido.

Ma poiché non trovo che tale trasformazione di un comportamento in un comparto psicofisico abbia ragioni sufficientemente fondate, in questo libro ci atterremo al significato che «amore omosessuale» aveva avuto prima di quel periodo.

5. In un senso molto meno determinante del precedente, con «amore» si indica anche una pratica sessuale che talvolta ci si permette: per esempio gli amori ancillari, o il cosiddetto amore mercenario. E abbiamo qui un quinto versante della parola, dato che si danno atti sessuali senza né vampe di passione né sentimento duraturo.

6. Con «amore» intendiamo anche il cosiddetto calore, il periodo, cioè, in cui le femmine degli animali superiori sono fertili e disposte all'accoppiamento: e questo è un altro versante, diverso da tutti i precedenti - dato che l'amore-passione non è affatto un'improvvisa predisposizione al coito, ma una focalizzazione del desiderio su una sola persona.

7. Un altro versante ancora è quello dell'«amore» inteso come vivo e prolungato interessamento non a qualcuno, ma a qualcosa: è il caso di chi «ama» un certo tipo di musica, o di alimento, o il teatro, gli scacchi, i viaggi, la ricchezza. A volte, le si definisce «passioni», ma naturalmente è solo una metafora: la passione è, dicevamo, obnubilante, mentre questi amori di qualcosa servono per lo più da stimolo all'intelligenza.

8. Abbiamo poi l'«amor proprio», che significa solamente orgoglio, ambizione piuttosto aggressiva, e costituisce perciò un versante a sé.

9. In tutt'altro ambito ci portano invece l'«amore» di Dio per l'uomo, o quello che viene raccomandato all'uomo di provare per Dio, amandolo «con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze» (Marco 12,30). Quest'ultimo, definito con tanta intensità, da un lato potrebbe assomigliare alla passione, ma senza implicazioni sessuali; e dall'altro esclude che si possa amare Dio come si ama tranquillamente il proprio coniuge, o i genitori, o un sesso più che un altro, o i viaggi e via dicendo.

10. E che dire dell'«amore» per il prossimo - ovvero per il connazionale, secondo il Vecchio Testamento, e per chiunque capiti d'incontrare, secondo il Nuovo?

Questo tipo di sentimento consiste nel ritenere il prossimo un amico (parola che deriva anch'essa da «amore») ma, certo, senza esserne innamorati: si sa che, quando vi interviene l'innamoramento, un rapporto di amicizia si dissolve, per diventare o un «amore» in qualcuna delle accezioni precedenti, o una situazione spiacevole. L'amore per il prossimo è inoltre qualcosa molto diverso dall'amore per la musica, dall'amore per il coniuge, dagli amorazzi, dal «calore», ed è l'esatto contrario dell'«amor proprio».

11. Infine, abbiamo l'«amore» come sinonimo di persona, animale o cosa bella, o anche soltanto carina - per esempio nell'espressione «Ma che amore che è Puffi!»

A qualcuno potrebbe sembrare l'accezione meno rilevante di tutte: ma potrebbe benissimo darsi che Puffi, per l'individuo che pronuncia quella frase, sia l'unico oggetto e l'unica sorgente di vero amore che il mondo riesca ancora a offrirgli.

Questo eccesso di applicazioni di un'unica parola obbliga a precisarla di caso in caso, per evitare equivoci: la si puntella, a tale scopo, con una serie di aggettivi e sostantivi (come abbiamo appena visto parlando di amore filiale, materno, dell'amore-passione, dell'amore di Dio eccetera), oppure con particolari intonazioni della voce, o semplicemente appellandosi alla perspicacia dell'interlocutore.

Ma dobbiamo domandarci come mai le lingue occidentali, che pure sono ricchissime, non abbiano coniato termini specifici per ciascuna delle modalità dell'«amore», tanto più che queste sono sempre state tutte estremamente importanti nelle relazioni degli individui gli uni con gli altri, e di ciascuno con se stesso. Non abbiamo che due ipotesi a disposizione.

La prima è che vi sia, nel nostro concetto di «amore», un quid talmente elastico da potersi allungare in tutti quei versanti, pur rimanendo sempre il medesimo: un super-significato, o sostrato di significato, da cui discendano tutti gli undici che abbiamo appena esaminato; ma tale quid, se pure c'è, è sempre sfuggito ai linguisti.

La seconda ipotesi è invece che noi usiamo il concetto «amore» allo scopo di non vedere le molte cose che esso indica: di non cogliere e apprezzare né la particolarità che è propria a ognuna di esse, né ciò che davvero ne accomuna alcune e non altre. Usare il sostantivo «amore» e il verbo «amare» è, insomma, come dire, trovandosi davanti a un gruppo di persone: «Tutta questa gente...» invece di guardar bene quali persone siano - con la differenza che con quel sostantivo e con quel verbo indichiamo non soltanto qualcosa che ci stia davanti, ma una serie di elementi essenziali nella vita di ciascuno di noi.

«Amore» è insomma una x, ma la si direbbe una x fabbricata apposta per scoraggiare i curiosi. Tutte le volte che la usiamo, questa parola ci annuncia qualcosa che manca, ma non che manca a noi, bensì soltanto alle lingue della nostra civiltà.

A quanto pare è avvenuto anche con l'«amore» quel che è avvenuto con lo «Spirito»: la civiltà occidentale non ha voluto e non vuole fare i conti con qualcosa.

Tanto più eloquente diventa l'espressione comune a molte lingue europee: fare l'amore. È proprio vero: noi siamo stati abituati a fare l'«amore», ma non solo con i nostri amanti, bensì sempre, nel nostro linguaggio e nel nostro ragionare, continuiamo a farlo esistere - a parlare d'«amore», a pensare l'«amore», a volere l'«amore» - perché non appena smettessimo, ci accorgeremmo che non c 'è una cosa chiamata amore, che sia una soltanto e solo quella. C'è, quella cosa, solo se ci sforziamo di credere che ci sia, ma quanto più la osserviamo, tanto più vediamo che non è affatto quel che credevamo che fosse, bensì un velo di nebbia, con cui le nostre lingue ci nascondono un chissà che di profondamente nostro, di cui qualcuno per qualche ragione ha avuto e ha timore, e vuole perciò che continui a rimanere vaga nel pensiero della gente.

Così ci risulta più comprensibile il fatto che discutendo d'amore si finisca con il parlare tanto di sé: quando uno ha sentore di star trattando d'un qualcosa che non si sa bene cosa sia, tenderà più che altro a descrivere i propri rapporti con quel qualcosa, dato che se provasse a precisarlo non saprebbe cosa dirne.

Già, ma a chi e perché il qualcosa che la parola «amore» indica o nasconde è risultato tanto scomodo?

Eros

Igor Sibaldi

Lasciarsi possedere o lasciarsi scoprire? Un viaggio affascinante nelle implicazioni più segrete del desiderio. Nell'idea occidentale di amore si accavallano e si confondono molti significati, ma resta nascosto il senso più...

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