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Amore materno - Estratto da "La Vita Segreta degli Animali"

di Peter Wohlleben 30 giorni fa


Amore materno - Estratto da "La Vita Segreta degli Animali"

Leggi in anteprima un capitolo tratto dal libro di Peter Wohlleben e scopri alcuni meravigliosi e sconosciuti segreti degli animali del nostro pianeta

Era una torrida giornata estiva del 1996. Per rinfrescarci, mia moglie e io avevamo installato in giardino una piscinetta gonfiabile, all’ombra di un albero.

Ero seduto nell’acqua con i miei due bambini e ci stavamo gustando le succose fette di un melone, quando all’improvviso con la coda dell’occhio avevo percepito un movimento. Un animaletto color ruggine stava saltellando verso di noi, continuando a fermarsi per qualche istante fra un balzo e l’altro. «Uno scoiattolo!», avevano esclamato con entusiasmo i bambini.

La mia gioia aveva però ceduto il posto a una grande preoccupazione, poiché dopo pochi passi lo scoiattolo si era rovesciato su un fianco. Evidentemente era malato, e dopo qualche altro passo (nella nostra direzione!) avevo notato una grossa tumefazione sul suo collo. A quanto pareva, si trattava di un animale sofferente, forse addirittura altamente infetto, che puntava lentamente ma inesorabilmente verso la piscina gonfiabile.

Stavo già per battere in ritirata insieme ai bambini, quando la situazione si era ribaltata in una scena commovente: quella che avevo scambiato per un’escrescenza in realtà era un piccolo, avvinghiato alla mamma come un collo di pelliccia. Per questo la mamma scoiattolo non riusciva quasi a respirare e, anche per via del sole cocente, il fiato le bastava solo per fare pochi passi prima di cadere di lato e sentirsi mancare l’aria.

Le mamme scoiattolo si occupano con abnegazione dei loro piccoli: in caso di pericolo, li trascinano al sicuro nel modo appena descritto, e senza risparmiarsi, perché a seconda della cucciolata i piccoletti da trasportare uno alla volta aggrappati al collo possono arrivare a sei. Nonostante queste premure, il tasso di sopravvivenza dei piccoli non è elevato: circa l'80 per cento di loro non arriva all’anno di vita.

E i pericoli aumentano di notte: mentre di giorno i fulvi spiritelli riescono a sfuggire alla maggior parte dei nemici, la morte sopravviene nel sonno. È allora che le martore avanzano di soppiatto fra i rami degli alberi e colgono di sorpresa gli animali immersi nei sogni. Alla luce del giorno sono gli astori che, con un volo temerario, sfrecciano fra i tronchi in cerca di un gustoso pranzetto. Quando avvistano uno scoiattolo, si innesca una spirale di paura nel vero senso della parola, poiché l’animaletto cerca di sfuggire all’uccello nascondendosi sul lato opposto del tronco. L’astore compie in volo una curva stretta per inseguire la sua preda. Lo scoiattolo continua a scappare veloce come un fulmine girando intorno al tronco e l’uccello lo tallona, al punto che i due animali danno origine a un indiavolato moto a spirale. Vince il più svelto, che di solito è il piccolo mammifero.

Ben più terribile di qualsiasi nemico animale è però l’inverno. Per affrontare la stagione fredda ben equipaggiati, gli scoiattoli costruiscono delle tane, nidi sferici situati fra i rami delle chiome degli alberi. Al fine di sfuggire a sgraditi visitatori inattesi, scavano due uscite con le loro zampe. La struttura fondamentale della tana è costituita da tanti piccoli rami, all’interno l’abitazione viene riempita di soffice muschio, che serve da isolante termico e in più è comodo. Comodo? Certo, anche gli animali attribuiscono importanza al comfort. I ramoscelli che premono contro la schiena mentre si dorme risultano fastidiosi anche agli scoiattoli, non solo a noi umani. Un morbido materasso di muschio invece garantisce un sonno piacevole.

Dalla finestra del mio studio osservo regolarmente come le tenere erbette vengono raccolte dal nostro prato e trasportate sugli alberi. Ma vedo anche qualcos’altro: in autunno, non appena le ghiande e le faggiole cadono dagli alberi, gli animaletti raccolgono i semi nutrienti e li sotterrano ad alcuni metri di distanza, per usarli come scorte invernali.

Gli scoiattoli infatti non vanno propriamente in letargo, ma trascorrono le giornate perlopiù sonnecchiando, in un periodo di riposo invernale durante il quale il corpo consuma meno energie, senza tuttavia ridurre completamente l’attività, come fa per esempio il riccio. Di tanto in tanto lo scoiattolo si sveglia affamato, allora scende agilmente dall’albero e va in cerca di uno dei numerosi nascondigli in cui ha depositato il cibo. Cerca e continua a cercare.

In un primo momento è divertente osservare come l’animaletto tenti di ricordarsi il posto. Ecco allora che scava un po’ qua e un po’ là, fra un tentativo e l’altro si mette seduto, come se volesse fare una pausa di riflessione. Ma è troppo difficile. L’aspetto del paesaggio è abbastanza cambiato rispetto all’autunno: alberi e arbusti hanno perso il fogliame, l’erba è diventata secca e, come se non bastasse, spesso la neve ha avvolto e mimetizzato tutto in una bianca ovatta. Mentre lo scoiattolo disperato continua a cercare, io vengo colto dalla compassione; la natura opera una selezione spietata e gran parte di questi roditori smemorati, perlopiù i nuovi nari di quest’anno, non arriverà alla primavera seguente perché morirà di fame.

Allora, a volte, nelle antiche riserve di faggi trovo piccoli ciuffi di questi alberi che cominciano a germogliare. Somigliano a farfalle su steli sottili e di solito compaiono singolarmente. Li troviamo a cespi solo dove gli scoiattoli non li hanno più prelevati, spesso per dimenticanza, come abbiamo visto con conseguenze fatali per questi animaletti.

Per me lo scoiattolo è però anche un esempio eccellente del nostro modo di suddividere gli animali in categorie. I suoi occhi scuri tondi e vivaci lo rendono molto carino, ha un morbido mantello rossiccio bello a vedersi (ne esistono anche varianti marrone scuro) e non è pericoloso per noi umani. In primavera, dai depositi di ghiande dimenticati spuntano giovani alberelli, per cui lo scoiattolo può addirittura essere considerato un fondatore di nuovi boschi.

In poche parole, questo animaletto è un vero campione di simpatia, così tendiamo a ignorare che proprio i piccoli degli uccelli sono il suo cibo preferito. Dalla finestra del mio ufficio nella casa del guardaboschi posso infatti assistere anche a queste razzie. Quando in primavera uno scoiattolo si arrampica sui tronchi, nella piccola colonia di cesene impegnate a covare fra i vetusti pini silvestri regna grande agitazione.

Gli uccelli schiamazzano e cinguettano svolazzando intorno agli alberi, nel tentativo di scacciare l’intruso. Gli scoiattoli sono i loro nemici più temibili, afferrano con indifferenza un uccellino implume dopo l’altro. Perfino i nidi nei tronchi degli alberi offrono agli uccellini solo un riparo limitato, poiché, con le loro zampe snelle munite di unghie lunghe e affilate, gli scoiattoli riescono a estrarli anche dalle cavità dove si presumeva fossero ben protetti.

Ma allora gli scoiattoli sono più cattivi che buoni? Né l’uno né l’altro. Per un capriccio della natura, questi animaletti accendono il nostro istinto protettivo, suscitando in noi emozioni positive. È un fenomeno che non ha niente a che vedere con la bontà o l’utilità. L’altra faccia della medaglia, ovvero l’uccisione degli uccelli canori a noi altrettanto cari, non è sintomo di cattiveria: gli scoiattoli hanno fame e devono anche provvedere ai loro piccoli, che dipendono dal nutriente latte materno. Se questi roditori soddisfacessero il loro fabbisogno di proteine nutrendosi dei bruchi di cavolaia, saremmo entusiasti.

Il nostro bilancio emotivo sarebbe positivo al 100 per cento, visto che quelle creature fastidiose disturbano le nostre coltivazioni di ortaggi. Ma anche i bruchi di cavolaia sono cuccioli, in questo caso delle farfalle. E il solo fatto che queste a loro volta prediligano casualmente le stesse piante con cui avevamo previsto di nutrirci non basta nemmeno lontanamente a fare dell’uccisione dei loro bruchi una buona azione nei confronti della natura.

Agli scoiattoli, della nostra categorizzazione non importa un bel niente. Hanno già un bel da fare a mantenere in vita se stessi e la loro specie, e soprattutto a divertirsi.

Ma torniamo all’amore materno di questi fulvi spiritelli: sono davvero in grado di provare qualcosa di simile? Un amore cosi forte da indurre mamma scoiattolo a mettere in secondo piano la propria esistenza rispetto a quella della sua prole?  Non si tratta solo di un’ondata ormonale che le attraversa le vene e, come da programma, la spinge a prendersi cura dei piccoli?

La scienza tende a declassare questi processi biologici facendoli passare per meccanismi inevitabili, ma prima di incasellare lo scoiattolo e altre specie in questo modo alquanto prosaico, diamo un’occhiata all’amore materno che contraddistingue gli esseri umani. Che cosa succede nel corpo di una donna quando tiene in braccio un neonato? L’amore materno è innato?

A questa domanda la scienza risponde con un “ni”: non è l’amore a essere innato, bensì i presupposti necessari al suo sviluppo. Poco prima del parto viene prodotto un ormone chiamato ossitocina, che permette la formazione di intensi legami affettivi. Inoltre, vengono rilasciate grandi quantità di endorflne che hanno un effetto analgesico e ansiolitico. Questo cocktail di ormoni permane nel sangue anche dopo la nascita del bebé, che viene così accolto da una mamma completamente rilassata e di buon umore. L’allattamento incentiva ulteriormente la produzione di ossitocina, così il legame fra mamma e bambino può rafforzarsi.

Un fenomeno analogo si verifica in molte specie animali, comprese le capre, che allevo con la mia famiglia presso la casa del guardaboschi in cui abitiamo (e che tra l’altro producono anch’esse ossitocina). Per loro il riconoscimento dei capretti ha inizio mentre li leccano per liberarli dal muco che li ricopre: questa procedura rinsalda il legame, inoltre la madre bela delicatamente e ottiene una risposta acuta ed esile dai suoi piccoli, in modo da memorizzarne le voci.

Guai però se la procedura di asportazione del muco non funziona come si deve! Al momento del parto gli animali del nostro piccolo gregge vengono fatti entrare in un box separato per poter partorire in pace. La porta di questo box ha una piccola fessura al di sopra del pavimento e una volta un capretto di taglia particolarmente ridotta era scivolato attraverso questa apertura. Prima che ci accorgessimo dell’inconveniente era già trascorso tempo prezioso e il muco si era seccato. Nonostante tutti i nostri tentativi, mamma capra non aveva più accettato il capretto: l’amore materno non aveva potuto svilupparsi.

Anche agli esseri umani capita spesso qualcosa di simile: se negli ospedali i lattanti vengono tenuti a lungo separati dalle loro mamme, aumenta la probabilità che l’amore materno non si manifesti, seppure non in modo così eclatante e con conseguenze così drammatiche come nelle capre, poiché le donne possono imparare a provare questo sentimento e non dipendono solo dagli ormoni. Se così non fosse, le adozioni sarebbero del tutto impossibili, visto che in questi casi madri e bambini estranei si incontrano spesso diversi anni dopo la nascita.

Le adozioni sono quindi il metodo migliore per verificare se l’amore materno sia solo un riflesso istintivo o possa invece essere appreso. Ma prima di analizzare a fondo questa questione, vorrei illustrare la qualità degli istinti.

La Vita Segreta degli Animali

Provano gioia, dolore, paura e riconoscenza - Vivono assieme chiamandosi per nome - Sono coraggiosi e ricercano il piacere e il divertimento

Peter Wohlleben

Sorprendenti rivelazioni su un mondo nascosto Amorevoli come uno scoiattolo, fedeli come un corvo imperiale, compassionevoli come un topo selvatico, tristi come un cervo: gli animali sono in grado di provare queste emozioni?...

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