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Allaccia la cintura - Estratto da "First Class"

di Alfio Bardolla 30 giorni fa


Allaccia la cintura - Estratto da "First Class"

Leggi un capitolo tratto dal libro di Alfio Bardolla e scopri come rivoluzionare completamente la tua vita ed essere finalmente libero economicamente

«Benvenuto, la accompagno al suo posto.»

Una hostess alta quanto me, con un lezioso cappellino viola, sbircia la mia carta d'imbarco. Individuata la mia fila, apre il braccio sinistro in un gesto rodato e si avvia per il corridoio. La seguo fin davanti a una poltrona larga una volta e mezzo me: è il mio posto. Se non altro, la First Class qualche vantaggio ce l'ha. Meglio cercare di smaltire la rabbia comodamente sdraiato, invece che pressato come una sardina.

Il mio vicino è già al suo posto. Alza lo sguardo dal cellulare, mi sorride e mi saluta con un energico: «Buonasera».

Provo a rispondergli a tono, ma credo di avere un'espressione così sconfitta che, se lo fissassi a lungo, finirei per spegnere persino l'arancione del maglioncino che indossa.

Stringe leggermente le palpebre per osservarmi con attenzione, come se avesse una domanda in testa che non è ancora il momento di verbalizzare, poi toma a smanetta- re sul telefono.

"Non credo che sarà una buona serata... Mi annoierò come al solito al pc" penso tra me e me.

Prendo possesso del mio posto. Tiro fuori il laptop, ripiego la giacca e la ripongo insieme alla borsa da lavoro nella cappelliera. Mi siedo. È tardi ma mando un ultimo messaggio a Silvia, finché sono sicuro di poterlo fare: "Amore, sono lontano ma ti penso. Dormi bene, ti chiamo domani mattina". Chissà se deciderà di rispondermi.

Estraggo il tavolino, apro il computer e cerco una presa: l'ho collegato in sala d'attesa ma la batteria era talmente a terra che si sarà caricata del 10 per cento al massimo. Tra poco scoccherà la mezzanotte e la mia "carrozza" mi porterà a New York: ho tempo per prepararmi in vista della riunione.

Come sempre, la presa è come il santo Graal: introvabile. Mi abbasso per cercarla e, mentre ho la testa inabissata davanti al sedile, con la coda dell'occhio intercetto una ruota che avanza, silenziosa. Stupendo: in First il carrello dei giornali non cigola! Sollevo leggermente lo sguardo: la hostess che ho già conosciuto mi sta offrendo una ventina di riviste e quotidiani. «Me ne basta uno qualsiasi, grazie, tanto passerò le prossime ore su una tabella excel...» le spiego.

Il mio vicino, invece, si fa dare una copia di ogni testata, italiana e inglese: dal "Sole 24 Ore" a "Vanity Fair", da "AD" all'inserto culturale del "New York Times". "Forse soffre d'insonnia, oppure è un giornalista..." penso.

Inizio a interessarmi al suo comportamento. E vedo che, prima di me, riesce a trovare la presa elettrica, posta proprio sotto il sedile. Lo imito, riemergo vittorioso e decido di premiarmi con qualche minuto di tregua: dedicare dieci minuti alla lettura non farà fallire una multinazionale, giusto?

Apriamo i nostri giornali in contemporanea, in un gran frusciare di carta: io il mio quotidiano scelto dalla hostess, lui il "Wall Street Journal". Questo posto è così largo che le pagine si sfiorano appena. Conosco bene il "Wall Street Journal": lo leggeva mio padre. Per anni se l'era fatto tenere da parte da un'edicola del centro di Milano. Scendeva una fermata prima mentre andava al lavoro appositamente per passare a ritirarlo.

Era da molto tempo che non ne vedevo una copia! Ripensare a quegli anni mi scalda il cuore.

Sarà la serata difficile, sarà l'ora, sarà la stanchezza, ma sento un moto di riconoscenza per quest'uomo, che mi ha risvegliato un ricordo al quale non pensavo da tanto. Così, prendo spunto dai titoloni praticamente identici che abbiamo davanti e gli rivolgo la parola come un attaccabottoni professionista: «Adesso anche negli Stati Uniti c'è aria di crisi, eh?».

«Secondo me c'è più che altro aria di cambiamento... che è il rovescio della medaglia. Non credi?»

Lo sapevo che da qualche parte c'era una fregatura: mi aggiudico un upgrade in First, ma mi tocca passare nove ore seduto di fianco a un tizio che sembra essersi appena svegliato e vuole testare la mia opinione sullo stato dell'economia mondiale. Sono già pentito, ma ormai è fatta, non posso più tirarmi indietro: dovrei lasciar cadere la domanda nel vuoto, e non mi piace. Mi tocca continuare sulla strada che ho intrapreso, forse con troppa leggerezza. Con il più bel sorriso che riesco a produrre, ribatto: «Il cambiamento mi fa pensare a qualcosa di positivo, ma sui giornali non se ne vede traccia. Leggo piuttosto tanti articoli sulla crisi, i giornali ne sapranno certamente più di me...».

«È vero, sui giornali si parla tanto di crisi. Peccato che non sia una cosa nuova, anzi: ripropongono gli stessi titoli dagli armi Settanta.»

Vuole prendermi in giro? «Non ha pensato che forse si trattava di altre crisi...? Questa è esplosa nel 2008, non può esserci stata prima di allora...»

«Aspetta, guarda queste immagini...»

Prende il telefono, scartabella tra le immagini e mi piazza davanti una serie di copertine di "Time". Sembrano prevedere una sequenza di catastrofi:

  • l'economia è malata;
  • la recessione non ha risparmiato nemmeno il Natale;
  • i politici non sanno più che cosa fare;
  • la situazione in Medio Oriente sta per degenerare;
  • la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli elevatissimi;
  • una laurea non è più garanzia di un posto di lavoro.

«Cosa ci sarebbe di strano? Succede negli Stati Uniti e succede anche in Italia, sono temi di attualità. È chiaro che la globalizzazione li ha spostati in cima all'elenco delle priorità per quasi tutti gli Stati. La disoccupazione è alle stelle, siamo sulla soglia della recessione e la crisi in Medio Oriente fa paura...»

«Scusa, posso chiederti il tuo nome?»

«Certo. Piacere, mi chiamo Andrea» rispondo allungandogli la mano.

Con la destra mi stringe la mano, con la sinistra mi passa il telefono: «Andrea, tieni. Ingrandisci le immagini. Guarda la data nell'angolo in alto a destra».

Controllo. La prima è del luglio 1974. «Settantaquattro?! E la crisi ci sarebbe da allora? Ma dai!» L'esclamazione mi esce involontariamente. Il vicino mi guarda compiaciuto, evidentemente non aspettava altro. Per sicurezza guardo anche le altre immagini: sono tutte degli stessi anni.

Mi giro e gli restituisco il telefono, aspettandomi che cominci a gongolare. Invece, per fortuna, mi risparmia. Mi spiega: «Lo so, sembrano proprio copertine d'attualità. Eri convinto fossero uscite nei mesi scorsi, vero? Ti capisco. Il problema è che i giornali raccontano sempre la stessa cosa. Tutti i quotidiani che ho qua sul tavolino parlano di situazione internazionale sull'orlo del baratro, di Medio Oriente pronto a esplodere, di economia in bilico, di drammi e tragedie. Non è un caso. Li leggo per informarmi, ma anche un po' per testare la mia teoria».

«E quale sarebbe?» chiedo con un tono leggermente provocatorio.

«Be', che il business dei giornali non è legato all'informazione neutra, ma a quella che genera paura. Compreresti una testata sulla quale c'è scritto: "Oggi tutto va bene, non ci sono stati omicidi, sono nati molti bambini sani e il cielo resterà sereno per tutto il giorno"? No, non la compreresti, perché il nostro cervello reagisce in modo più forte alle cattive notizie. E i giornalisti lo sanno.

«Se invece guardi le statistiche, ti accorgerai che viviamo nel mondo migliore di sempre, che i crimini violenti sono in continuo calo, l'aspettativa di vita è in costante crescita e il tasso mondiale di povertà è ai minimi storici. Voglio dire che il numero di persone al mondo che vivono con meno di un dollaro al giorno è il più basso di sempre, nonostante la crescita straordinaria della popolazione mondiale.

«In realtà, poi, non tutte le "brutte notizie" sono buone da comunicare per i giornali. Ci sono informazioni che non troverai mai, o che saranno nascoste in un trafiletto, e che invece dovrebbero preoccuparti moltissimo. Per esempio, dell'effetto clessidra non parla nessuno...»

«Mi scusi... Cosa intende per "effetto clessidra"?»

«Vedi? Non conosci questa espressione, utilizzata dagli economisti per indicare il restringimento della classe media, proprio perché al fenomeno è stata data poca rilevanza. Si usa il riferimento alla clessidra perché in Occidente c'era una classe media molto forte. Se avessi provato a disegnare la distribuzione della popolazione per reddito, avresti ottenuto una specie di rombo: pochi poveri, pochi ricchi e una classe media molto numerosa. Oggi non è più così: la classe media sta andando incontro a un indebolimento costante, che assottiglia il rombo fino a trasformarlo in una sorta di clessidra...»

«Non è un'analisi un po' estrema? La realtà è un'altra cosa...»

«Forse vale per te in questo momento ma, dati alla mano, la classe media si sta restringendo. Chi ne faceva parte, quelli che i nostri genitori chiamavano "colletti bianchi", se non sta diventando ricco sta diventando povero.»

Penso a mio padre, che con il suo stipendio manteneva una famiglia intera, e devo dire che non ho mai avuto la sensazione di dover rinunciare a qualcosa. Durante la mia infanzia era prassi andare a fare la settimana bianca in inverno e fare un mese di ferie in estate. Babbo Natale era sempre generoso. Mi chiedo come facesse: guadagno decisamente più di lui ma faccio fatica ad arrivare a fine mese, e ancora non ho figli! Io e Silvia non potremmo permetterci di non lavorare tutti e due. Forse l'analisi del mio vicino di posto non è poi così fuori luogo...

Finisco per annuire, e lui prosegue con la sua spiegazione: «Capisco che sia terribile da accettare, ma che ciò che dico sia corretto lo dimostra il fatto che i beni di lusso non conoscono crisi, come i prodotti a basso prezzo o i discount. A essere in affanno sono i consumi di livello intermedio, perché chi fino a trent'anni fa poteva considerarsi benestante oggi non è più così tranquillo».

Sono basito. Forse non sono seduto di fianco a un giornalista, mi sembra più uno statistico...

Mentre mi interrogo, lui continua: «Tornando al business dei giornali, ti chiedo: sei più propenso a spendere 1,40 euro per conoscere i retroscena dell'ultimo delitto efferato, per saperne di più sulla vita delle vittime del terremoto o dell'inondazione, per leggere tutti i dettagli dell'ultimo scandalo politico, oppure per sapere che nella foresta amazzonica sono stati piantati cinquantamila alberi che aiuteranno a riportare in equilibrio l'atmosfera? Sia le prime sia la seconda sono notizie a tutti gli effetti. Ma sono le cattive ad attrarci. In questo senso il mercato dei giornali e dell'informazione è una delle tante economie della paura. La paura fa vendere, e non solo copie di giornali.

«Esiste una vera e propria economia della paura, alla base anche del commercio di integratori e parafarmaci che forse non ci servirebbero, di assicurazioni, di sistemi di sicurezza e di allarme. Acquistare questi prodotti non è in sé un male, basta essere consapevoli del meccanismo che ci fa scattare il bisogno. E del fatto che, forse, quel bisogno è indotto e non dettato da una percezione diretta. A guidarci, invece, dovrebbe essere appunto la percezione diretta.»

Sono completamente frastornato. «In che senso?» chiedo, un po' attonito: non avrei mai pensato di avere una conversazione simile con uno sconosciuto, per di più proprio questa sera e su questo aereo.

«Quante volte ti è capitato di essere a cena con amici e di sentirti coinvolto in discorsi del tipo: "C'è la crisi, migliaia di persone vengono licenziate e perdono la loro casa, si stava meglio prima..."?»

«Credo che sia successo un po' a tutti negli ultimi tempi...» rispondo ripensando alle recenti, noiosissime cene di famiglia.

«Io credo che si debba fare una distinzione. Esiste l'Economia, fatta dai numeri raccontati (forse) dai giornali, ed esiste la MIA Economia, l'economia del singolo. Può sembrare egoistico, me ne rendo conto, ma credo che sia il modo più utile di ragionare. La tua economia, Andrea, è totalmente scollegata da quella generale. Per stare a quanto c'è scritto qua» e mi agita il "Wall Street Journal" davanti «il mondo sta crollando, mentre tu sei ben vestito, hai un laptop nuovo di zecca, sei in partenza per New York, probabilmente spesato dall'azienda. Dormirai in un hotel 4 stelle superior e immagino che avrai una fidanzata che ti aspetta nella vostra casa di proprietà. Stai andando alla grande, non mi pare affatto che tu sia al collasso... Ti torna?»

Eh, che dire: «Sì, mi torna». Mi sento uno studentello del primo anno di liceo, ma cos'altro posso rispondergli?

«Mi fa piacere.» Mi sorride e si immerge nella lettura.

Questo viaggio forse sarà meno terribile di quanto avevo immaginato.

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Alfio Bardolla

Alfio Bardolla nasce nel 1972 a Chiavenna. Fonda la sua prima società a 19 anni e si laurea in Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative presso l’Università Cattolica di Milano. All’età di soli 33 anni è considerato uno dei massimi esperti nel campo...
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