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All'origine c'è il desiderio- Estratto da "Manuale di un Monaco Buddhista per Abbandonare la Rabbia"

di Ryunosuke Koike 5 mesi fa


All'origine c'è il desiderio- Estratto da "Manuale di un Monaco Buddhista per Abbandonare la Rabbia"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Ryunosuke Koike e scopri come la filosofia buddhista può aiutarti a superare rabbia, ansia e stress

Quasi nessuno capisce che la causa principale dello stress che toglie energia e voglia di fare è il desiderio. Se si continua a monitorare attentamente il proprio animo mantenendo un'attitudine buddhista, si riesce a scoprire che alla base di quello stress che ci crea problemi e ci fa preoccupare vi è proprio il desiderio, che, però, inteso come «voglia di avere», non ha niente a che fare con la voglia di agire o la motivazione.

Indice dei contenuti:

Da adulti si diventa insensibili alla sofferenza

Ancora oggi mi ricordo molto bene quando da piccolo piangevo e strillavo se non riuscivo a ottenere il giocattolo che volevo.

All'epoca della scuola materna andava di moda un manga chiamato Kinnikuman: anche a me - come a tutti - piaceva, e collezionavo le gomme per cancellare a forma di supereroi. Tuttavia, poiché da bambino non ricevevo una paglietta, non c'era altro modo per averle se non aspettare il momento giusto e pregare mamma e papà di comprarmele.

Cosi imploravo i miei genitori di comprarmi le gommine di Kinnikuman, ma loro, timorosi che viziandomi troppo sarei diventato uno spendaccione, non acconsentivano facilmente: «Non si può, le avrai un'altra volta. Se alle gare di corsa della scuola arriverai fra i primi tre te le compreremo».

Essendo negato per gli sport, all'epoca quell'argomento mi gettava nella disperazione. Volente o nolente, non avevo speranze. Volevo le gommine di Kinnikuman ma non c'era modo. Però le volevo. Il fatto che non me le comprassero mi feriva come se per loro io non esistessi, e tutto ciò mi faceva montare la rabbia. Un pensiero del genere era talmente straziante da farmi piangere a dirotto.

Quando si è bambini il corpo è molto sincero. Ogni sofferenza spirituale viene percepita come un dolore fisico. E per me quel dolore era tanto disperato da sembrarmi la fine del mondo. Sono certo che anche voi avete un flebile ricordo di tutto questo. I desideri - soprattutto quelli che sembrano irrealizzabili - danno origine alla rabbia, provocano violenti cambiamenti nel corpo, infliggono dolore e fanno piangere i bambini.

I monaci antichi dicevano che il desiderio è «proprio come essere arrostiti dalle fiamme dell'inferno», che non è necessariamente sbagliato. Perciò, crescendo, la maggior parte della gente reprime la voglia di piangere, la morsa allo stomaco o il nodo alla gola che si provano a causa del desiderio. In realtà, nonostante a livello corporeo avvenga una vera e propria reazione biochimica, riusciamo a diventare insensibili a tutto ciò facendo finta che non sia successo nulla.

Si può affermare tranquillamente che imparare a fare finta di niente è un processo che sta diventando immorale: se i sensori che rilevano le reazioni fisiche sono in azione, infatti, ci fanno capire che creando un desiderio proveremo sofferenza, dal punto di vista fisico e mentale.

È così che, a livello corporeo, capiamo che se non mantenessimo il desiderio entro certi limiti sarebbe un guaio. Tuttavia, se i sensori sono inattivi, la consapevolezza dei danni legati al desiderio resta totalmente assente in noi. È per questo motivo, che, a mio vedere, chi è in preda al desiderio sviluppa una personalità che non si cura dei fastidi arrecati agli altri.

L'illusione che il benessere sia legato al desiderio

Il motivo per cui il desiderio si manifesta è da rintracciarsi nella sofferenza di non avere ancora qualcosa, e proprio la forza con cui tentiamo di eliminare questo dolore dà origine a tutta una serie di comportamenti. In un regno fatato non sarebbe un grande problema ottenere qualcosa nel momento stesso in cui la si desidera; nel mondo reale, invece, dal momento in cui si inizia a pensare di volere una determinata cosa a quando la si ottiene davvero, passa inevitabilmente un certo lasso di tempo.

Durante questo periodo perdura un senso di malessere costante dettato dall'andare a un bene che non è ancora in nostro possesso. È questo il problema di fondo del desiderio. La ragione per cui ci si sente confortati e si prova una sensazione piacevole quando si desidera qualcosa è che si ha l'illusione che il batticuore generato dal malessere ci faccia stare bene. In realtà, nonostante la sensazione percepita sia sgradevole, è la mente che converte questa informazione in gradevole.

Che la persona in questione se ne accorga o no, la sensazione sgradevole di soffrire perché non si ha qualcosa verrà accumulata nel subconscio come energia negativa e diventerà un seme in grado di generare, prima o poi, altra sofferenza. Detto in altre parole, poiché il malessere causato dal desiderio non si limiterà a una sola apparizione, si verrà a creare una terribile reazione a catena.

La sensazione spiacevole di «non avere» è un problema mentale, ma quando la mente ne è contaminata produce delle microsostanze: detto in un modo più comprensibile, il desiderio dà origine a delle sostanze sgradevoli, chiamate noradrenalina e adrenalina, che arrecano danni fisici.

Osservando attentamente il corpo, si nota che con l'aumentare del desiderio compaiono nausee e dolori al petto; inoltre, ci si accorge che il respiro diventa man mano più superficiale e il proprio alito diventa terribilmente caldo e sgradevole.

Senza che il diretto interessato se ne renda conto, questi cambiamenti fisici lo innervosiscono, abbassano la sua concentrazione e trasformano comportamenti normali in stati violenti. La conseguenza di tutto ciò è che, più ci creiamo dei desideri, più il nostro essere perde di dignità.

I desideri si svuotano una volta appagati

Anche Yòsuì Inoue, da giovane, cantava che «ciò che non ha limiti è il desiderio». Nella storia del genere umano tale assenza di limitazioni è stata raccontata infinite volte. Tuttavia, raramente sono state proposte soluzioni efficaci per venirne a capo. Non serve reprimere a forza i desideri: piuttosto, è meglio provare ad appagarli tutti.

La sensazione di felicità che pensiamo di poter provare soddisfacendo un desiderio è in realtà un'illusione: spesso, le persone che hanno iniziato a lavorare senza essere andate all'università elaborano nella propria testa una storia secondo cui, se avessero potuto studiare, sarebbero state senza dubbio più felici. E cosi coinvolgono i propri figli in questa illusione e, costi quel che costi, fanno di tutto affinché questi frequentino un ateneo prestigioso. Tuttavia, se loro stessi frequentassero l'università, riuscirebbero a capire che andarci non li renderebbe più felici, e cosi" la loro delusione diminuirebbe.

Il funzionamento del nostro cervello in questi momenti è il seguente: finché il desiderio non viene soddisfatto la mente si illude che quella sensazione sgradevole di mancata realizzazione sia eccitante e ci faccia stare bene. Inoltre, appagando il desiderio, la percezione di malessere si annulla; ma, nonostante il piacere momentaneo, la mancanza di stimoli successivi ci farà cadere nella noia.

È questa la vera natura della delusione. Se non soddisfiamo un desiderio, diventiamo ossessionati dal pensiero che appagarlo ci garantirebbe la felicità. Entriamo in un circolo vizioso nel quale non possiamo essere felici perché non siamo in possesso della «pietra magica». Se solo l'avessimo avuta, infatti, lo saremmo stati.

Dai desideri che si riescono ad appagare con facilità non sorgono che stimoli deboli, perciò la gente ambisce a stimoli più forti e si mette alla ricerca di «pietre magiche» che siano via via più difficili da ottenere. Nella malaugurata ipotesi in cui la «pietra magica» sia troppo per il proprio livello e le proprie capacità, sarà impossibile ottenerla e ciò ci terrà sotto scacco per tutta la vita. «Quella cosa non è ancora mia. Com'è eccitante.» E nell'assaporare il piacere dell'illusione continueremo a danneggiare corpo e spirito.

Tuttavia, ottenendo la «pietra magica», riusciremmo a capire che averla fra le mani non ci rende felici come avevamo immaginato. Ciò che accresceva il suo splendore era semplicemente l'eccitazione del non riuscire ad averla.

L'attimo in cui si appaga il desiderio è certamente una fonte di piacere; si tratta però pur sempre di un piacere che dura solo per l'istante in cui ci si libera dallo stimolo del dolore e che poi svanisce immediatamente.

Se in quel momento scrutassimo con attenzione la nostra mente, dovremmo di certo percepire che tutto ciò è un'illusione e avremmo l'occasione perfetta per renderci conto della verità. Questo significa che, dall'ottica buddhista, è decisamente meglio soddisfare i desideri piuttosto che lasciarli inappagati.

Fare qualcosa a mente vuota è il modo migliore per non stancarsi

Nella vita si pensa che per portare a compimento qualcosa ci sia bisogno dell'energia che scaturisce dal desiderio; tuttavia ciò presuppone un fraintendimento dei meccanismi della mente.

Ad esempio, per scrivere questo libro ho dettato i capitoli a una persona che li ha poi trascritti. Se in quei momenti avessi desiderato finire in fretta il lavoro, o che le mie parole assumessero presto la forma di un libro, o mi fossi chiesto cosa fare dopo averlo terminato, queste divagazioni avrebbero compromesso la mia chiarezza mentale, la superficie della mia mente si sarebbe agitata e non sarei stato in grado di continuare a formulare pensieri coerenti. Di conseguenza, il contenuto dettato avrebbe potuto diventare prolisso o io stesso avrei potuto perdere il filo del discorso.

Crearsi dei desideri come «Voglio fare cosi», «Voglio fare colà» o «Voglio diventare questo tipo di persona» allontana l'attenzione dalle cose che abbiamo davanti agli occhi e ci fa perdere la concentrazione. Nel buddhismo si usano spesso dei modi di dire in grado di generare disorientamento, come «Non bisogna pensare di voler mangiare ma bisogna mangiare e basta» o «Non bisogna pensare di voler camminare ma bisogna semplicemente farlo».

Anche per il lavoro vale la stessa cosa: invece di pensare «Voglio lavorare» o «Devo lavorare», se si lavora e basta si riesce a mantenere la concentrazione e ad affrontare ogni impegno in maniera produttiva.

Prima di iniziare una mansione si può tranquillamente pensare «Voglio fare cosi e colà», ma una volta iniziata bisogna procedere pensando solo alle cose che si hanno davanti agli occhi, affrontandole una dopo l'altra, istante dopo istante. Cosi facendo, le cose inutili resteranno lontane dai propri pensieri e l'animo non verrà turbato dal desiderio. Senza l'interferenza delle divagazioni non esisterà alcuna fonte di stress e, proprio per questo motivo, si riuscirà a portare a termine il lavoro senza sentire alcun tipo di stanchezza fisica o mentale.

Se riuscirete a mantenere una condizione in cui la mente è «vuota» e a svolgere il vostro compito senza pensare a niente, alimenterete in continuazione la vostra motivazione verso quel lavoro, oltre ad assaporare un senso di produttività senza eguali.

Ad esempio, affrontare uno sport con la massima concentrazione in ciò che si sta facendo significa provare la più completa soddisfazione e allontanarsi dalle divagazioni. Non importa quanto duro sarà l'allenamento: ritengo che nell'energia che spinge le persone verso lo sport ci sia un forte senso di appagamento.

Al contrario, se ci si perde in pensieri come «Voglio vincere» o «Voglio avere un ruolo importante», l'agilità e la capacità di giudizio verranno smorzate e di conseguenza sarà più difficile guadagnare la vittoria. Se non si riesce a essere totalmente assorbiti in ciò che si sta facendo, non si riesce neanche a sudare. Tutto questo non si limita agli sport, ma è applicabile a ogni tipo di attività che pratichiamo.

Manuale di un Monaco Buddhista per Abbandonare la Rabbia

Accumulare energia positiva per trovare un animo sereno

Ryunosuke Koike

La rabbia è un sentimento potente. È velenoso. Offrendo un'illusione di forza, essa esercita sull'animo uno stimolo molto più intenso del senso di appagamento. Più ce ne serviamo però, più la sua energia aumenta...

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Ryunosuke Koike è un giovanissimo monaco Buddista ma è già autore di diversi bestseller. Partendo dalle basi del pensiero Buddista e Zen ha elaborato una filosofia a misura d'uomo, capace di rispondere alle necessità quotidiane. Koike ama comunicare attraverso Internet e in modo moderno, non...
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