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Alcuni strumenti utili a costruire buone teorie

di Igor Sibaldi 12 giorni fa


Alcuni strumenti utili a costruire buone teorie

Leggi l'introduzione del libro "La Teoria del Tutto raccontata da Te" di Igor Sibaldi e scopri come tornare ad essere sovrano del mondo

Noi raccontiamo la nostra realtà. E il nostro racconto è vero soltanto se riesce a meravigliarci.

Questo è il principio su cui si basa il nuovo libro di Igor Sibaldi, "La teoria del tutto raccontata da te".

La Teoria del Tutto raccontata da Te

Come scoprirsi sovrani del mondo

Igor Sibaldi

Che tipo di narratore sei? Rispondere a questa domanda è cruciale per la tua vita, perché il mondo è come tu riesci a raccontarlo, attimo dopo attimo. Sei un narratore frettoloso? O peggio ancora, nascondi il tuo talento e ti limiti a copiare i...

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Indice dei contenuti:

Guardare

Tutti sanno costruire teorie. 'Teoria' è una parola greca che significa 'modo di guardare'. Quindi è semplice: ti guardi intorno, o ti guardi dentro, ed ecco, hai già la tua teoria.

Ma questo non vuol dire che sia facile. Guardare è un'operazione problematica, richiede decisioni: ogni volta che guardi, decidi quanto è ampio il tuo orizzonte.

C'è chi andando per strada guarda anche il cielo, altri guardano solo i semafori, perché hanno deciso così. Oltre all'orizzonte, decidi la velocità di ogni tuo sguardo: su alcune cose ti soffermi e su altre no, perché alcune cose contano per te e altre no. E delle cose che contano per te, guardi solo alcuni aspetti, e altri no.

Sono decisioni potenti, perché tutto ciò che fai dipende da ciò che conta per te, e ciò che conta per te è ciò che guardi. Ovvero: le tue teorie guidano la tua vita. È una faccenda talmente impegnativa, che tanti preferiscono non pensarci.

Dimostrazione

Puoi verificarlo da subito: da' un'occhiata fuori e prova a rallentare il movimento degli occhi. Guarda meglio una cosa, non importa quale. Le foglie degli alberi. Un tetto. Le braccia dei passanti. E accorgiti di ciò che comincia a succedere in te: quali stati d'animo si fanno timidamente avanti.

Alcuni di questi stati d'animo somigliano a ricordi di qualcosa che era rimasto incompleto chissà quando. Altri somigliano a desideri. O a domande.

Ma non sono ancora né ricordi né desideri né domande. Sono un aprirsi ai ricordi, ai desideri e soprattutto alle domande che verranno tra un po', se non le ricacci indietro.

È che, appena cambi modo di guardare, ciò che conosci già comincia a sembrarti troppo poco, e hai la sensazione di essertene accontentato, cioè di essertici rassegnato. Perciò emergono quei ricordi di incompletezze, e i desideri, e la voglia di domandare qualcos'altro: questi sono i tre cardini di ogni teoria, delle tue teorie quotidiane come anche di quelle filosofiche e scientifiche.

Incompletezze, desideri, domande

Se non ti accorgessi che qualcosa non ti è bastato, se non desiderassi niente, se temessi le domande, non guarderesti mai: non faresti altro che vedere - cioè ricevere immagini di cose e persone, una accanto all'altra, una dopo l'altra. E molti provano a fare così, imponendosi di guardare il meno possibile.

I colleghi del giovane Newton vedevano; ma guardavano meno di lui: ritenevano che Keplero e Galileo avessero già guardato abbastanza e che bisognasse solo vedere ciò che avevano guardato quei due.

Allo stesso modo, qualche tuo conoscente vede sua moglie ma non la guarda, e vede anche se stesso nello specchio ma non si guarda. Non costruisce teorie. Ha paura di desiderare qualcos'altro, anche perché intuisce che quando si incomincia a desiderare c'è il rischio di non smettere più. Ed è un rischio a cui questo libro vuole abituare.

Ci sono rischi peggiori

Ma non è che chi guarda il meno possibile non abbia teorie: preferisce solo tenersi la teoria che ha già. È quello che in filosofia si chiama: sostenere una teoria.

E quando sosteniamo una teoria, riduciamo il nostro campo visivo, vediamo solo il già visto, perché ci va bene così com'è: perché ciò che abbiamo già visto e rivisto dà senso a tante circostanze e rapporti che ci sembrano più o meno indispensabili.

Ma quelle circostanze e rapporti ci sono indispensabili perché hanno un senso o hanno un senso perché ci sono indispensabili? Le due possibilità sono l'una il contrario dell'altra. E nessuna delle due vale la pena.

Si può dare un senso a circostanze e a rapporti (cioè limitarsi a ciò che ne hai già teorizzato) solo a condizione di diventare meno curiosi, più ottusi. E questo è ancora più rischioso dell'aumento dei desideri: perché quanto più uno si aggrappa a una sua teoria, e la sostiene, tanto meno ne vede i difetti, e rischia di lasciar guidare la propria vita da una teoria carente, che magari era buona anni fa e ora non lo è più.

Teorie vantaggiose

Se sostenere una teoria presenta tali svantaggi, conviene costruire teorie temporanee e stare pronti ad abbandonarle prima che ci siano di ostacolo. E neanche questo è facile, perché molti disprezzano chi non persiste nelle proprie convinzioni. Dunque ci vuole più coraggio a cambiare idea, che non a impuntarsi.

Vantaggioso è anche costruirsi teorie che producano più domande che risposte: che cioè amplino sempre più l'orizzonte, mostrandoti quante cose non stai ancora capendo, nuove direzioni. E più direzioni hai, più trovi in te le forze per esplorarle.

Così, una persona che abbia deciso, poniamo, di sentirsi italiano, e dunque di guardare il mondo da italiano, e perciò rida di quello di cui ridono gli italiani e si irriti di quello di cui si irritano gli italiani, e lo stia facendo da quando era ragazzo e abbia intenzione di continuare a farlo per tutta la vita, sta rinunciando a una quantità di scoperte che potrebbero essergli utili, non perché non abbia la forza di scoprire direzioni diverse, ma solo perché per ora non vuole - e può rallegrarsi soltanto che molti altri italiani lo approvino.

Capire è uno stato d'animo

Possiamo metterla anche così: le teorie servono a 'star capendo', ma non ad 'aver capito'.

Se questa frase non risulta immediatamente chiara non è colpa mia, ma del cattivo stato in cui versa, nelle nostre lingue, la parola 'capire'.

Dai dizionari risulterebbe che capire è un'azione. Un afferrare, un penetrare, un apprendere, un impadronirsi. Se ne deduce che stare capendo e aver capito siano due gradi dell'azione, e che il secondo sia il risultato del primo. Ma chiunque abbia capito una qualsiasi cosa sa che così non è.

Stare capendo è provare un certo stato d'animo, molto piacevole. È un sentirsi trasportati avanti, senza sapere cosa ci stia trasportando, ma fidandosi finché dura: cioè finché quello stato d'animo cambia il modo in cui guardiamo.

Aver capito è la fine di questo stato d'animo, ed è una cosa triste.

Perciò una teoria vantaggiosa serve soltanto a stare capendo, e deve tenersi alla larga dall'aver capito come da una trappola.

Dimostrazione

Prova ne sia la sensazione di disagio che avvertiamo davanti a una persona che vuole dimostrare di aver capito tutto in un certo ambito.

Se si è di buon cuore, si reagisce a questa persona annuendo vagamente, fingendo di congratularsi (si intuisce che ha bisogno di conforto) e cercando intanto un buon pretesto per allontanarsi. Inutile tentare di dissuadere chi ritiene di aver capito tutto: non capirebbe, proprio perché è uno che ha già capito - cioè ha già finito di capire.

C'è, in questo genere di persone, una debolezza costituzionale: un'incapacità di reggere al piacere. Lo stato d'animo dello star capendo è, per loro, un'esperienza troppo forte, da cui devono liberarsi al più presto, come può esserlo per altri l'emozione provocata dalla bellezza o dalla gioia.

Che cos'è la verità

Le persone che hanno già capito qualcosa (e capita a tutti, purtroppo) sentono di possedere la verità su qualcosa. Ma il verbo 'sentire' ha molti significati, e perciò richiede sempre precisazioni.

Cosa sente chi crede di avere acchiappato un pezzo più o meno grande di verità? Non è propriamente una sensazione: sensazioni sono la fame, la sazietà, il vento freddo o il tepore del sole sul viso. Le sensazioni sono passive.

Il possesso della verità è invece un comando. Uno dice: «Ecco, questo è vero!» perché sta ordinando a se stesso o ad altri di non guardare più in là.

Perché lo fa? Che cos'è la verità che a tanti sembra un concetto evidente? È un fermarsi a un certo punto, un azzittire le sensazioni da cui risulterebbe che più in là c'è altro di interessante.

Di questa brutta tendenza la filosofia si è occupata a lungo, dato che la filosofia è la ricerca della verità (non meriterebbe attenzione se non lo fosse): e in più di due millenni i filosofi occidentali hanno prodotto, in sostanza, tre teorie della verità, una più deludente dell'altra...

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