+39 0547 346317
Assistenza — Lun/Ven 08-19, Sab 08-12

Ad memoriam

di Franco Fracassi 10 mesi fa


Ad memoriam

Leggi un estratto dal libro "Protocollo Contagio" di Franco Fracassi

Don Dino Garbini era un sacerdote genuino. Quel che ti colpiva di lui era la sua empatia. Difficile non volergli bene.

Carlo Urbani era uno studente del liceo scientifico "Leonardo da Vinci". E come tutti i suoi compagni di scuola nel tempo libero andava a giocare nel campetto della parrocchia di San Sebastiano.

In effetti, all'inizio degli anni Settanta non c'era molto da fare a Castelplanio, paesino di poco più di tremila anime in provincia di Ancona.

II mare era a trenta chilometri e ci si poteva andare solo la domenica. Gli altri giorni c'era la chiesa. E don Dino Garbini.

Il giovane Carlo era il suo discepolo più entusiasta.

Stai leggendo un estratto da questo libro:

Protocollo Contagio

Come e perché avrebbero potuto proteggerci dalla pandemia e non l'hanno fatto

Franco Fracassi

Il Covid-19 non è stato un tsunami imprevedibile. Chi doveva sapere del suo arrivo sapeva, con mesi, anni di anticipo. E, nonostante tutto, non ha fatto nulla. Il Covid-19 rappresenta la più cocente e miope sconfitta della politica nel Ventunesimo...

€ 15,00 € 14,25 -5%

Disponibilità: Immediata

Vai alla scheda

Racconterà poi: «Grazie all'amicizia di don Dino, grazie alla sua guida, ho capito quanto fosse importante impegnarsi nel sociale. Ricordo il Vangelo letto da don Dino. La sua semplicità essenziale nello spiegare come il Signore si rivolge ai poveri. La fede di don Dino mi ha accompagnato nel tempo. È grazie al suo esempio che ho deciso di iscrivermi a medicina. Aiutare chi soffre, giorno dopo giorno, è diventato il modo in cui la fede in Gesù Cristo ha trovato carne nella mia vita. Ho capito sempre più che i malati non hanno bisogno solo di cure, ma che il medico prescriva anche se stesso, una medicina per l'anima insieme a quelle per il corpo».

Il dottor Urbani divenne un infettivologo. E, in seguito, esperto di malattie tropicali.

Prima la Mauritania, dalle parti del Sahara. Poi negli altri Paesi dell'Africa occidentale, diventando consulente dell'Organizzazione mondiale della sanità. «Parlava bene sia l'inglese che il francese», ha raccontato la moglie.

Così lo descrisse sua mamma. Maria Concetta: «Carlo era umile, schivo. Non amava che si parlasse di lui. Ma era una voce che si levava per difendere i diritti dei più poveri. Carlo è stato un uomo di pace. Un granello portatore di pace, di amore per l'umanità. Testimone della pace che si trasmette agli altri».

Quindi, Vietnam, Cambogia e poi Filippine.

Nel 1999 venne eletto presidente nazionale di "Medici Senza Frontiere" e, di conseguenza, membro del comitato internazionale dell'organizzazione non governativa.

Fu lui a ritirare il Premio Nobel per la Pace, assegnato proprio quell'anno a MSF.

La fama, però, non ne aveva cambiato il pensiero, il suo essere.

Il dottor Urbani, premio Nobel e presidente eccetera, era tipo da continuare a fare dichiarazioni del genere: «Il novanta per cento del denaro investito in ricerca sui farmaci è per malattie che colpiscono il dieci per cento della popolazione mondiale. Un paradosso su tutti: ogni anno le aziende farmaceutiche dedicano gran parte di fondi a patologie come obesità o impotenza, mentre malaria e tubercolosi, che da sole uccidono cinque milioni di persone Tanno nei Paesi in via di sviluppo, non attirano nessun finanziamento».

L'anno successivo la nomina a esperto regionale dell'Oms per la regione del Pacifico occidentale.

Lui, la moglie Giuliana Chiorrini e i tre figli Tommaso, Luca e la neonata Maddalena si trasferirono ad Hanoi, la capitale del Vietnam.

Tutti e cinque erano abituati alla vita nomade. Soprattutto, si erano integrati benissimo nella realtà indocinese.

«Da quattro anni vivevamo in quella fetta di mondo. Da quando giungemmo quattro armi prima in Cambogia», ha ricordato Giuliana. «Carlo si recava nei villaggi per le visite e la somministrazione dei farmaci, spesso si spostava in piroga lungo i fiumi. A volte i territori erano controllati da bande armate e ogni tragitto era molto pericoloso. Sembra strano, ma un uomo così coraggioso aveva paura dei cani, e quando andava a visitare i suoi pazienti non usciva dalla macchina se ne vedeva uno in giro! Io sono andata con lui insieme ai nostri due figli maggiori, Tommaso e Luca. Abbiamo vissuto lì per circa un armo. È stato un periodo intenso, bellissimo, durante il quale ci siamo confrontati con stili di vita e abitudini tanto diversi da quelli occidentali, a contatto con una popolazione sempre ospitale e generosa nonostante l'estrema povertà».

Ad Hanoi Tommaso e Luca frequentarono la scuola francese, mentre alla piccola Maddalena toccò un asilo nido locale.

Ha ricordato Giuliana: «Dopo poco Maddalena cominciò a parlare la lingua del posto. Purtroppo noi non riuscivamo a capirla. Così, chiedevamo aiuto alla ragazza vietnamita che viveva con noi. Carlo tentò di imparare la lingua, ma con modesti risultati. Un giorno, infatti, mentre era ospite in casa di una famiglia del luogo, gli venne offerta una ciotola di zuppa con la raccomandazione di non toccarla perché era bollente. Lui, però, non capì l'avvertimento, e per non essere scortese con la padrona di casa la sollevò scottandosi entrambe le mani».

Due anni di serenità. Poi accadde.

26 febbraio 2003. «Il dottor Carlo Urbani era alla sua scrivania presso l'ufficio dell'Organizzazione mondiale della sanità ad Hanoi, quando ricevette una chiamata urgente dall'ospedale francese della città», ha raccontato il medico britannico Kevin Fong, anche lui di stanza in Vietnam. In linea c'era Olivier Cattin, un medico francese. «Urbani rimase in ascolto per un paio di minuti. Man mano che passavano i secondi il suo viso sbiancava. Poi disse con estrema calma solo: "Ok". E riattaccò. "Mi devi scusare ma devo andare in ospedale", e uscì dalla stanza. Fu l'ultima volta che lo vidi».

La cucina cantonese è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Come l'opera cantonese è molto popolare in tutto l'Estremo Oriente.

Canton è il capoluogo del Guandong, una provincia posta all'angolo sud-est della Cina, all'estremità orientale del Golfo del Tonchino. Cento milioni di abitanti. Tante industrie. La regione è, soprattutto, la porta di entrata per Hong Kong e Macao.

Poi ci sono i vulcani inattivi, il grandioso delta del fiume delle Perle (convergenza del fiume Est, del fiume Nord e del fiume Ovest) e, infine, le foreste. Tante foreste. Da lì, dal Guandong, viene la maggior parte della canfora che spalmiamo sulla pelle, che usiamo per fare i fuochi d'artificio, per imbalsamare o come anti ruggine.

Foreste a perdita d'occhio. Foreste che provengono, senza soluzione di continuità, dai monti dello Yun, seicento chilometri più a ovest. Laggiù, quelle montagne ricoperte di alberi di canfora sono squarciate da centinaia di grotte, popolate da infiniti pipistrelli a ferro di cavallo.

All'alba del nuovo millennio il passo dalle caverne alla metropoli fu rapido. Un maiale morso da un pipistrello in una fattoria in una radura, ai limiti della foresta. E poi via, via, verso est, fino a Foshan, sobborgo occidentale di Canton. Era metà novembre del 2002. Nel giro di poche settimane in città si verificò un inspiegabile scoppio di polmonite.

Da lì a Hong Kong il passo fu breve. Poche decine di chilometri. Nulla, per un virus che si diffondeva nell'aria.

A far entrare la malattia nell'ex colonia britannica fu uno pneumologo cinese. Si chiamava Liu Jianlun. Aveva sessantaquattro anni. Bastò il soggiorno di una notte nella camera 911 all'Hotel Metropole. Un albergo a tre stelle e 487 camere, situato nel quartiere di Kowloon.

Liu quella notte incrociò solo sette persone che si trovavano al suo stesso piano, il nono. Tanto bastò.

Un turista canadese di Toronto, una coppia di Taiwan, tre donne di Singapore e un uomo d'affari sino-statunitense, un certo Johnny Chen.

Il giorno seguente Chen era salito su un aereo per Hanoi, ottocento chilometri più a ovest.

L'ospedale francese di Hanoi era un nosocomio privato. Di buon livello, anche per gli standard occidentali. I posti letto erano sessanta.

Cattin: «Chen mostrava i sintomi di una polmonite batterica grave, ma gli antibiotici non ebbero alcun effetto». Pochi giorni dopo morì.

Urbani fu l'unico a rendersi conto da subito che la situazione era grave, molto grave. Così, il 28 febbraio contattò l'Oms. «Ci disse che un paziente aveva presentato un insolito virus simile all'influenza. Lui sospettava si trattasse di un virus aviario e ci chiese di dare un'occhiata», ha ricordato l'allora capo dell'ufficio di Hanoi, Pascale Brudon.

Cattin: «Pensavamo tutti che saremmo morti uno per uno. Nessuno aveva idea di cosa stessimo affrontando o se qualcuno di noi sarebbe sopravvissuto. L'unico che mantenne la calma fu Urbani, che sfruttò tutta la sua influenza per mettere in allerta l'Oms. Arrivò ad attraversare da solo su un motorino tutta la città trasportando campioni del virus, pur di proteggerci dal pericolo».

Nei giorni successivi, mentre il virus si diffondeva tra i reparti. Urbani non si risparmiava. Era sempre in prima linea. «Gli dissi di non andare in ospedale. Che il suo compito era di coordinare il lavoro altrui. Mi rispose: "Se non vado ora cosa ci faccio qui? Solo per rispondere alle email e andare ai cocktail party? Sono un medico, devo aiutare"», ha raccontato la moglie. E con il passare dei giorni la situazione degenerò. Urbani restava in ospedale anche di notte. «Ci descriveva la disperazione delle infermiere per il rischio di venire contagiate, il suo timore era quello di non riuscire a fermare l'espansione del virus».

Brudon, dell'Oms: «Quando l'11 marzo Carlo venne nel mio ufficio al primo piano dell'Oms ad Hanoi, prima di prendere l'aereo per Bangkok, non potevo immaginare che non l'avrei più rivisto e che sarebbe morto due settimane dopo, proprio a causa di quella malattia che lui stesso aveva contribuito a identificare, la Sars. Nessuno di noi, in realtà, pensava di non rivederlo più. Mi aveva salutato la mattina accompagnando i figli a scuola. Stava bene. Ma forse intuiva il pericolo, visto che quel giorno li salutò senza baciarli, come era solito fare prima di ogni partenza».

Durante l'ora e mezza di volo il medico marchigiano iniziò ad avere la febbre. E così, quel che fino a quel momento era stato un sospetto si tramutò in certezza. Al suo arrivo, disse al collega del Cdc che era andato a prenderlo in aeroporto di non avvicinarsi. Si sedettero a distanza l'uno dall'altro, in silenzio, aspettando che un'ambulanza montasse le protezioni.

Urbani venne trasportato in una stanza di isolamento improvvisata in un ospedale di Bangkok. Immediatamente, la notizia si sparse per i quattro angoli del pianeta.

Carlo sapeva che non si sarebbe salvato. Scientemente decise di trasformare questa sua malattia nella cura per il resto del mondo. Ai medici accorsi dalla Germania e dall'Australia disse di prelevare i tessuti dei suoi polmoni, per analizzarli e utilizzarli per la ricerca. Mentre era in isolamento con febbre e tosse forniva consigli ai suoi colleghi su quale terapia utilizzare.

Dopo una settimana disse alla moglie: «Prendi i ragazzi e parti per l'ltalia con il primo aereo. È meglio che non vengano a salutarmi». Sapeva che il contatto diretto avrebbe potuto trasmettere il virus.

Tommaso, Luca e Maddalena volarono via. Giuliana no. Rimase a vegliare sul marito protetta da tuta e scafandro.

Il 29 marzo 2003, dopo diciotto giorni di isolamento, Carlo Urbani morì.

Grazie alla sua prontezza, lui e altri quattro operatori sanitari furono gli unici decessi per Sars osservati in tutto il Vietnam.

Grazie alla sua lucidità, al suo sapere e alle sue intuizioni, la prima minaccia sanitaria globale del Ventunesimo secolo riuscì a essere contenuta. Non prima, però, di aver contagiato ottomila persone e averne uccise 774.

Protocollo Contagio

Come e perché avrebbero potuto proteggerci dalla pandemia e non l'hanno fatto

Franco Fracassi

Il Covid-19 non è stato un tsunami imprevedibile. Chi doveva sapere del suo arrivo sapeva, con mesi, anni di anticipo. E, nonostante tutto, non ha fatto nulla. Il Covid-19 rappresenta la più cocente e miope sconfitta della politica nel Ventunesimo...

€ 15,00 € 14,25 -5%

Disponibilità: Immediata

Vai alla scheda


Iscriviti alla nostra newsletter e ricevi novità, sconti, promozioni speciali riservate e un premio di 50 punti spendibili sul sito.

Procedendo dichiaro di essere maggiorenne e acconsento al trattamento dei miei dati per l'uso dei servizi di Macrolibrarsi.it (Privacy Policy)

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.

Franco Fracassi

Franco Fracassi

Giornalista da ventotto anni, è reporter investigativo e di guerra. E'è anche autore di numerosi libri e documentari di successo, anche internazionale, di libri come “Il Quarto Reich”, “G8gate”, “L’internazionale nera”, “Piano Bojinka, come fu organizzato l’11 settembre”, e...
Leggi di più...

Dello stesso autore


Gli ultimi articoli


Non ci sono ancora commenti su Ad memoriam

Golden Books S.r.l.
Via Emilia Ponente 1705
47522 Cesena (FC)
P.IVA e C.F. e C.C.I.A.A. 03271030409
Reg. Impr. di Forlì – Cesena n.293305
Capitale Sociale € 12.000 I.V.
Licenza SIAE 4207/I/3993
SDI NSIIURR
Macrolibrarsi è un marchio registrato
di Golden Books S.r.l.