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A prova di errore - Estratto da "Cristianaggini"

di Giuseppe Verdi (Docente) 1 mese fa


A prova di errore - Estratto da "Cristianaggini"

Leggi in anteprima il primo capitolo del libro del professor Giuseppe Verdi e scopri tutte le verità celate e non dette all'interno del credo cristiano

La domanda che più spesso viene posta quando si parla di Bibbia, è la seguente: è vero che tutto quello che è scritto in quei libri è stato ispirato da Dio, ovvero che gli autori dei “testi sacri” sono stati guidati direttamente dalla mano divina?

Indice dei contenuti:

Prima puntata: ispirazione divina e inerranza biblica

La maggior parte degli interpellati risponderà di sì, spiegando che la Bibbia è la parola di Dio, rivelata per mezzo di scrittori “sacri” o, appunto, “ispirati”. Questa è, ancora oggi, la risposta fornita dalla stessa chiesa cattolica, secondo la quale tutti i testi inclusi nel canone delle sacre scritture sono «verità divinamente rivelate scritte per ispirazione dello Spirito Santo»; i libri della Bibbia, dunque, hanno per autore Dio, il quale

«scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte».

La stessa autorità della chiesa si fonda proprio sul presupposto che il contenuto delle Sacre Scritture sia ispirato da Dio e, quindi, veritiero. Alla questione dell’ispirazione divina della Bibbia si lega pertanto a doppio filo anche quella della sua inerranza, termine che sta a significare “mancanza di errori” e indica che le sacre scritture sono — secondo la chiesa - scevre da ogni inesattezza.

Ora, il fatto stesso che non esista alcun originale della Bibbia, che i manoscritti giunti fino a noi siano zeppi di varianti e che gli studiosi siano tutt'altro che concordi riguardo alla traduzione di diversi passi, dovrebbe implicitamente suggerire che la natura inerrante della Bibbia e la sua ispirazione divina siano più un pio desiderio che non due presupposti inattaccabili e che, lungi dall’essere scritta dal «dito di Dio» la Bibbia è il punto di arrivo di un processo di elaborazione marcatamente umano.

La chiesa, tuttavia - e non solo quella cattolica - ritiene che la Bibbia sia “Sacra Scrittura”, “Parola di Dio”, dunque a prova di errore. Per molti, soprattutto credenti, sarà motivo di sorpresa apprendere che la chiesa dichiarò Dio autore della Bibbia solo nel 1442, in occasione del Concilio di Firenze. Un secolo dopo, nel Concilio di Trento (154563), essa accettò e riconobbe con pari venerazione sia l’Antico che il Nuovo Testamento, vedendovi in Dio il loro unico autore: una dottrina mai modificata che smentisce quanti, in epoca recente, considerano il primo accantonato dal secondo^. Infine, con il Concilio Vaticano del 1870 (oltre diciotto secoli dopo Gesù!), l’ispirazione divina della Bibbia divenne a tutti gli effetti un dogma, con conseguente scomunica nei confronti di chiunque la negasse.

A partire dalla fine dell’Ottocento, la chiesa ha pubblicato una serie di documenti particolarmente importanti in materia di inerranza e di ispirazione divina. Da essi traspare la posizione di chiusura e di arroccamento tipica dei cattolici, riguardo a temi particolarmente delicati, ed emergono dogmi di fede incontestabili, con sorpresa di chi fosse ancora convinto che, su certi argomenti, la chiesa sia approdata a posizioni più elastiche.

Il primo documento che prendiamo in considerazione risale al 1893 ed è l’enciclica Providentissimus Deus, opera di papa Leone XIII. In essa, incoraggiando alla lettura dei testi biblici (non i fedeli, però, ma il solo clero!) il pontefice si soffermava lungamente sull’ispirazione divina delle sacre scritture, sottolineando che i libri biblici «sono stati scritti sotto l’ispirazione dello spirito santo, quindi hanno Dio per autore»; il che, mi pare, dovrebbe escludere a priori il rischio che nella Bibbia possa esserci qualcosa di non vero. Scorrendo il testo dell’enciclica, in effetti, non vi si trova il benché minimo accenno alla possibilità che la Bibbia contenga errori, ma vi è solo menzionato il fatto che i libri sacri sono “spesso oscuri”, e questo allo scopo di giustificare la necessità di “interpretazione corretta” da parte della chiesa, “guida e maestra” cui Dio affidò “provvidamente” le scritture (si veda più avanti il paragrafo sul magistero). Si parla quindi solo di interpretazione del testo biblico; la possibilità che esso contenga errori non viene nemmeno lontanamente presa in considerazione.

In un’epoca in cui cominciavano a prendere corpo i primi, seri, attacchi della scienza contro la presunta ispirazione divina della Bibbia, Leone XIII non mancava di scagliarsi contro i “razionalisti”, rei, a suo avviso, di negare «la divina rivelazione, l’ispirazione e la sacra Scrittura» e, con esse, la veridicità di fatti e prodigi narrati nei testi sacri. Quale impudenza!

Pur dicendosi certo che «nulla può ricavarsi dalla natura delle cose, nulla dai documenti della storia che realmente sia in contraddizione con le Scritture», il papa lanciava la sua stoccata alla scienza, rea di studiare «monumenti dell’antichità, costumi e istituzioni di gente antica e altre testimonianze del genere» con l’intento di «scoprire errori nei libri sacri» per riuscire a «infirmarne e a scuoterne l’autorità» (quale delitto!) e ribadiva a chiare lettere che

«tutti i libri e nella loro integrità, che la chiesa riceve come sacri e canonici furono scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, ed è perciò tanto impossibile che la divina ispirazione possa contenere alcun errore...».

Così è. Non c’è discussione. Amen.

Nel 1943, esattamente nel cinquantesimo anniversario della Provi-dentissimus Deus — da lui definita «Magna Charta degli studi biblici» - Pio XII volle celebrarne i concetti fondamentali, ribadendoli nella Divino ajflante spiritu. In buona sostanza, Pacelli si limitava a insistere sui due punti essenziali espressi dal suo predecessore, vale a dire la necessità di intensificare lo studio delle scritture per far fronte al montante movimento critico e l’invito, rivolto al clero (e, ancora una volta, non ai credenti), a dedicarsi a tale studio. Neanche Pio XII, dunque, era sfiorato dall’idea che il “dito di Dio” potesse avere scritto nella Bibbia qualcosa di inesatto.

Il documento principe sull’ispirazione divina e, quindi, sull’inerranza della Bibbia, rimane tuttavia la costituzione dogmatica Dei Verbum, promulgata durante il Concilio Vaticano II, precisamente nel 1965.

Nel capitolo III, si reiterano i consueti concetti fondamentali: la Sacra Scrittura è stata scritta per ispirazione dello Spirito Santo; la chiesa ritiene sacri sia l’Antico che il Nuovo Testamento; la Scrittura insegna «fedelmente e senza errore» la verità.

La Bibbia, dunque, è a prova di errore. Certo, la sua comprensione ne richiede una corretta interpretazione (riservata alla chiesa, naturalmente!), ma si ribadisce il concetto per cui non è in dubbio la veridicità di quanto in essa scritto.

Il solo passo in avanti compiuto dalla Dei Verbum rispetto alle due summenzionate encicliche consiste nell’affermare, finalmente, la necessità che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra scrittura, sebbene solo con l’ammaestramento dei vescovi e con edizioni corredate dalle “note necessarie”. Vale a dire: leggete la Bibbia, ma sarà la Chiesa a dirvi come interpretarla.

Di fronte a tanta coerenza nella formulazione dogmatica della dottrina della Bibbia ispirata da Dio, ecco però giungere, nell’ottobre del 2005, una netta marcia indietro, per quanto solo da parte del clero del Regno Unito. I vescovi cattolici di Irlanda, Galles e Scozia, infatti, pubblicarono un documento con il quale avvisavano i fedeli d’oltremanica che alcune parti della Bibbia «non sono in realtà veritiere, il che significa, d’ora in avanti, non attendersi “totale esattezza” dalle Sacre Scritture».

Per essere più precisi, secondo tale documento - intitolato II dono della scritturanon sono da considerarsi storici i primi undici, celebri capitoli della Genesi, quelli che vanno dalla creazione alla torre di Babele. Il clero anglo-sassone, tuttavia, precisava che la Bibbia rimane vera «in tutto ciò che riguarda la salvezza umana e, ovviamente, l’insegnamento, la natura divina e la resurrezione di Gesù».

Nemmeno l’Apocalisse si salvava da questo processo “revisionista”; i vescovi affermavano infatti che le profezie in essa contenute rifiutate, in quanto si trattava di “linguaggio simbolico”, che non rivelava alcun dettaglio circa la fine del mondo.

Di fronte a una simile notizia, qualcuno plaudì alla “modernità” di una chiesa cattolica che sembrava, finalmente, adeguarsi ai tempi e riconoscere che la Bibbia non essere interamente veritiera. Attenzione, però: non è tutt’oro quel che luccica.

Tanto per cominciare, quell’apertura non arrivava dai vertici della gerarchia cattolica, ma solo da alcuni suoi rappresentanti, peraltro minoritari, visto che in Irlanda, Galles e Scozia il cattolicesimo conta appena cinque milioni di seguaci, il che fa pensare a un tentativo di far aumentare il numero delle “pecorelle” mostrandosi “moderni”. In secondo luogo, se le parti della Bibbia da considerare “non storiche” sono soltanto i primi capitoli della Genesi e l’Apocalisse e rimane invece credibile e “storico” tutto il resto (come le favole dell’Esodo, la nascita verginale di Gesù, la strage degli innocenti, ecc.), allora il mutamento non è affatto radicale, anzi non c’è proprio alcun mutamento, ma solo il consueto camaleontico trasformismo di una chiesa cattolica che, come sempre, confida nell’ignoranza dei propri fedeli che mai si prenderanno la briga di documentarsi e scoprire che, come abbiamo appena visto, la chiesa non ha mai messo in dubbio l’inerranza biblica.

I vescovi d’Irlanda, Galles e Scozia, in ultima analisi, si sono posti in netto contrasto con una secolare tradizione della chiesa cattolica. Possibile che i nostri ecclesiastici “modernisti” non conoscevano le encicliche sopra citate? O, forse, più semplicemente contavano sul fatto che nessun cattolico le avesse mai lette?

Seconda Puntata: Tradizione e Magistero

Accanto alle sacre scritture, la religione cattolica attribuisce grandissima importanza alla “tradizione”, costituita in ampia misura dalla predicazione degli apostoli, tramandata lungo le successive generazioni cristiane ma non fissata nel Nuovo Testamento. Della tradizione fanno parte, pertanto, notizie ed eventi privi di sostegno biblico, ma ritenuti autentici dalla chiesa e, quindi, dai fedeli.

Ora, se risulta già abbastanza difficile credere per fede alle verità contenute nelle sacre scritture, figuriamoci quanto sia arduo credere in verità semplicemente tramandate. A dispetto di tutto questo, tuttavia, quanto a valenza dogmatica la chiesa pone la tradizione praticamente sullo stesso piano delle sacre scritture, imponendo cosi ai fedeli tutta una serie di credenze e testimonianze indimostrabili ed esigendo che esse siano considerate verità di fede alla stessa stregua di quelle proclamate dalla Bibbia.

Di quali “verità ” stiamo parlando? Basteranno pochi esempi.

Nella Bibbia non si dice che Mosè abbia scritto il Pentateuco; non si dice che gli apostoli Matteo e Giovanni siano autori degli omonimi vangeli; non si dice che Gesù sia nato il 25 dicembre; non si parla esplicitamente della trinità; né si dice che Pietro si recò a Roma e ne divenne il primo vescovo. Eppure, tutte queste verità rientrano nella “tradizione ” e, quindi, il fedele ha il dovere di credervi come crede a quello che è scritto nella Bibbia.

La principale conseguenza di tutto questo è che, in un’ipotetica quanto improbabile “gerarchia delle fonti” della verità rivelata, Bibbia e tradizione si pongono sostanzialmente sullo stesso piano, con la sola differenza che la prima è una fonte scritta, la seconda una fonte non scritta. Anzi, a volte la chiesa attribuisce alla tradizione un valore addirittura superiore alla Bibbia, come ad esempio a proposito del comandamento “non commettere adulterio”, trasformato in “non commettere atti impuri” semplicemente perché la tradizione della chiesa ingloba nel sesto comandamento l’intera sessualità umana; in altre parole: l’interpretazione della chiesa prevale sulla parola divina.

Questo rapporto paritario tra Bibbia e tradizione viene sancito dalla già citata costituzione dogmatica Dei Verbum, che non esita ad attribuire a esse pari dignità, in quanto scaturenti «dalla stessa divina sorgente», e sancisce che, nel loro insieme, «costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla chiesa». Non v’è dubbio, pertanto che, come la Sacra Scrittura, per i cattolici anche la tradizione sia “ispirata”, per quanto questo principio sia in netto contrasto con la concezione protestante secondo cui la * Il termine Pentateuco (dal greco pente, “cinque”, e teuchos, “libro”) indica i primi cinque libri dell’Antico Testamento (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) e corrisponde alla Torab (“Legge”) ebraica. Anche in tal caso, si veda al riguardo il mio La truffa del popolo eletto, op. cit.

Bibbia contiene da sola tutto quando occorre per l’insegnamento cristiano.

È tutto? Nient’affatto, perché accanto alla tradizione e alla scrittura, a chiudere il cerchio (o meglio il triangolo!) ecco il “magistero”, termine con il quale la chiesa cattolica indica la propria autorità esclusiva in materia di interpretazione e corretto insegnamento del significato delle scritture e della tradizione.

Il magistero della chiesa, già sancito in occasione del Concilio Vaticano del 1870 con la costituzione Dei Filius, viene meglio chiarito dopo circa un secolo dalla solita Dei Verbum, che a esso assegna «l’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio». Insieme alla scrittura e alla tradizione, il magistero viene così a formare una sorta di nuova, santissima, trinità.

Ricapitolando, non pare eccessivo affermare che, prima di tutto, per poter fabbricare altre “verità divine” non presenti nella Bibbia, la chiesa inventò la tradizione, mettendosi così in condizione di sostenere - in maniera del tutto arbitraria - che, ad esempio. Paolo morì a Roma o che Pietro fu crocifisso a testa in giù.

Non contenta, altrettanto arbitrariamente e in maniera autoreferenziale, la chiesa ha poi attribuito a sé stessa il magistero, vale a dire la competenza esclusiva nell’interpretare correttamente sia la tradizione che la sacra scrittura. Da dove nasce questa necessità? Ovviamente dal fatto che le scritture sono spesso “oscure” e che quindi qualcuno dovrà interpretarle nel modo “giusto”, come leggiamo nell’enciclica Providentissimus Deus di Leone XIII (1893), che di questo compito investe ovviamente la chiesa, «guida e maestra» alla quale Dio affidò «provvidamente» le scritture.

Secondo il punto di vista papale, quindi, solo la chiesa può attribuire alle scritture il senso autentico; ne consegue che nessuno può azzardarsi a proporre interpretazioni che si discostino da quella ufficiale: mirabile esempio di presunzione, arroganza e intolleranza!

In conclusione:

  • la Bibbia è opera di Dio perché lo dice la chiesa;
  • la Bibbia è esente da errore perché lo dice la chiesa;
  • laddove la Bibbia non si pronunci, viene in suo soccorso la tradizione, perché cosi dice la chiesa;
  • l’interpretazione della Bibbia (magistero) è di competenza esclusiva della chiesa, perché lo dice essa stessa.

Ci chiediamo - e chiediamo - soltanto chi abbia detto tutte queste cose alla chiesa.

Molto probabilmente, lo spirito santo, come di consueto sotto forma di colomba.

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Giuseppe Verdi (Docente)

Giuseppe Verdi, catanese nato nel 1962, ha conseguito la maturità classica, dedicandosi poi all'informatica fino a divenire docente nella formazione professionale, ambito nel quale, dal 2001, si occupa di progettazione e politiche attive del lavoro. Non credente, da oltre un decennio si...
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