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A cosa serve leggere il linguaggio del corpo? - Estratto da "La Voce Invisibile"

di Ramon Testa 5 mesi fa


A cosa serve leggere il linguaggio del corpo? - Estratto da "La Voce Invisibile"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Ramon Testa e scopri tutti i segreti del linguaggio del corpo delle persone intorno a te

Per prima cosa il linguaggio del corpo ti permette di capire meglio ciò che ti viene detto. Imparare a leggere i segnali che i nostri interlocutori ci inviano ci permette di avere una comunicazione più piena e di conseguenza anche più profonda.

Indice dei contenuti:

Capire meglio per spiegarci meglio

Ti sarà sicuramente capitato di incontrare nel tuo percorso scolastico alcuni insegnanti più bravi di altri. In questo caso ti sarà capitato anche di ricordare e di capire meglio i concetti da loro espressi. Al tempo stesso sarai incappato in insegnanti non tanto bravi nel loro lavoro che si limitavano a proiettare sterili slides piene di parole e, voltando le spalle alla classe, leggevano meramente ciò che c’era scritto. In questo caso il tuo interesse nei confronti della lezione era sotto zero e, in più, ti ricordi poco o addirittura niente di ciò che hai sentito in quelle lezioni.

Questo fenomeno è dovuto al fatto che la comunicazione è fatta soprattutto dalla componente non verbale e un oratore che si rispetti deve tenere conto di questo. Arriviamo cosi anche al secondo motivo per cui è importante conoscere la comunicazione non verbale: spiegarci meglio.

Noi non ascoltiamo solamente. Siamo soliti comunicare a nostra volta. Pertanto se vogliamo essere più efficaci nella nostra esposizione, imparare come esprimerci al meglio, anche da un punto di vista fisico, è fondamentale. Riuscire ad accompagnare le nostre parole con un linguaggio del corpo congruente e allineato farà recepire il messaggio più profondamente e sarà più facile essere percepiti positivamente.

Il terzo motivo che rende importante la lettura del linguaggio del corpo è la nostra sicurezza. In qualche notiziario, in televisione o in rete, avrai sicuramente sentito di qualcuno che, a causa di un raptus, ha aggredito un povero malcapitato. Escludendo i rari casi patologici di squilibrio mentale, i raptus di cui sentiamo parlare non sono affidati al caso. Quasi sicuramente è accaduto che l’aggressore abbia “scelto la propria preda” valutando istintivamente la sua postura e interpretandola come facile da sopraffare.

Immagina questa scena: stai camminando in una strada poco illuminata di periferia e ti capita di incontrare un brutto ceffo. Se il tuo linguaggio del corpo rivela timore e insicurezza (sguardo basso, spalle chiuse e camminata morbida) è facile che il brutto ceffo scelga di sfogare la sua frustrazione verso di te. Diversamente invece, se il tuo portamento è fiero e sicuro (testa alta, spalle aperte e camminata stabile e decisa) l’aggressore cercherà altre prede “più facili”.

Il quarto motivo per cui è importante imparare a leggere il linguaggio del corpo è scoprire le bugie. Immaginiamo per un attimo che le parole che diciamo e i gesti che facciamo abbiano delle direzioni. Se ciò che dico va in un senso e i miei gesti sono orientati allo stesso modo, significa che sono sincero. Se ciò che dico va in senso contrario da quello che rappresento con i miei gesti, è molto probabile che io stia mentendo o che stia effettuando una dissimulazione (di cui parleremo nel prossimo capitolo).

Gli errori più comuni

È assolutamente lecito chiedersi: come mai gli errori si trovano già all’inizio del libro? La risposta è abbastanza semplice. Se ti spiego prima gli errori e poi le tecniche ci evitiamo un sacco di grattacapi che invece mi sono dovuto sorbire io quando ho iniziato questo fantastico viaggio nella lettura del linguaggio del corpo.

Fantastico il viaggio lo è diventato nell’ultima parte, perché il primo approccio che ho avuto con la materia non è stato dei migliori. Ho mosso i primi passi in questo campo, non per scelta ma per necessità. Purtroppo fin da giovane ho avuto a che fare con persone che, per un motivo o per l’altro, non avevano tutta questa propensione a dire la verità. La cosa mi ha fatto molto male, soprattutto i primissimi tempi, quando ero più piccolo. Di contro, mi ha permesso di sviluppare i giusti anticorpi per riconoscere in modo naturale le bugie.

Solo più tardi, circa una quindicina di anni fa, ho cominciato a studiare la materia in modo didattico, giusto per dare un senso logico a ciò che sapevo di fare in modo empirico. Ho studiato i testi di molti esperti del settore come Messinger, Pacori e altri.

Quelli che più hanno contribuito alla mia formazione sono stati Pease ed Ekman. Proprio quest’ultimo mi ha dato, indirettamente, lo spunto per dare vita al libro che stai leggendo. In questo testo ho raccolto le mie esperienze personali: sia quelle dirette, maturate formandomi con i più grandi coach italiani come Roberto Re, Max Formisano, Giancarlo “Johnny” Nacinelli, Sergio Borra e Andrea Favaretto, e anche quelle indirette grazie a tutto ciò che ho appreso studiando i più grandi a livello internazionale come Dale Carnegie, Wayne W. Dyer e Anthony Robbins.

Ringrazio tutti loro per il contributo che hanno dato alla mia formazione. Il libro che stai per scoprire è l’unione delle esperienze che mi hanno trasmesso loro, insieme alle mie, vissute in questi anni di continue ricerche e deduzioni.

Errore n. 7 - Tutto il mondo è paese?

Sin da giovane ho avuto la fortuna di girare il mondo e il detto “Tutto il mondo è paese” lo condivido in pieno, maaa (non è un errore di battitura, io ho un modo tutto mio di dire “ma”) quando parliamo di linguaggio del corpo le cose cambiano.

Lo psicologo Paul Ekman ha dimostrato quanto le microespressioni facciali (espressioni del volto che hanno una durata temporale molto limitata) siano universali, ha dimostrato cioè che le espressioni usate per esprimere le emozioni sono le stesse per l’essere umano, di qualsiasi etnia sia, e per alcune specie di animali.

Il primo errore che incontriamo in questo countdown che faremo insieme è proprio quello di estendere l’universalità delle microespressioni a tutto il linguaggio del corpo.

La gestualità di una persona si può suddividere infatti in 5 macro categorie:

  • Emblemi - gesti che possono addirittura sostituire le parole per rappresentare i concetti espressi;
  • Illustratori - accompagnano le parole per rafforzare i concetti soprattutto durante una descrizione;
  • Indicatori delle emozioni - rivelano quali sono le emozioni che si stanno vivendo in quel determinato istante;
  • Regolatori - vengono utilizzati per regolare il flusso di informazione e stabilire quando sia il turno corretto per esprimersi;
  • Adattatori - scarichi tensionali necessari per riportare l’equilibrio psicofìsico di chi li esprime.

Queste gestualità e queste movenze non sono tutte innate e di conseguenza non sono tutte universali. Soprattutto quando analizziamo gli emblemi possiamo vedere come, da nazione a nazione, un gesto possa assumere significati diametralmente opposti.

Avevo notato questa cosa ancor prima di dedicarmi in modo didattico alla materia.

Nel 1999 feci una lunga trasferta in Turchia, Paese a dir poco bellissimo. Conobbi Rauf e Dilek, due amici che ancor oggi porto nel cuore. Sono stato diverso tempo nella “culla” delle civiltà ottomana e bizantina e questo mi ha permesso di vivere il Paese veramente e non da semplice turista. Mi capitava spesso di chiacchierare con i miei amici e, in un’occasione particolare, mi resi conto come un gesto fatto da Rauf avesse un significato completamente diverso da quello che gli assegnavo io che sono italiano. Il gesto in questione è la famosa mano a carciofo.

Noi italiani, soprattutto in meridione, usiamo questo gesto per indicare una leggera ostilità che vuole esortare il nostro interlocutore a non impicciarsi degli affari nostri (tant’è che spesso il gesto è accompagnato dalla frase un po’ minacciosa “Si può sapere che vuoi?”). Lui la usava fuori da quel contesto e mi sono domandato cosa significasse.

Quando faceva quel gesto era sempre sorridente e spesso elogiava la cosa di cui stava parlando. Ho capito che non era un’esortazione atta a intimidire bensì un evidente gesto di gradimento. Se avessi dato per scontato che il significato attribuito da me potesse essere lo stesso dato da lui avrei sicuramente rovinato un’amicizia bellissima.

Vi posso garantire che un italiano e un turco con origini tedesche non sono facilitati nel comunicare. Fortunatamente però, il nostro inglese è molto buono e siamo riusciti a spiegarci brillantemente. Un altro aneddoto simpatico risale ad alcuni anni fa, durante una gara di motociclismo. Chi mi conosce sa perfettamente che adoro guardare le gare di motomondiale e, nello specifico, quelle di MotoGP (tifando ovviamente per Valentino Rossi).

Quando posso però mi guardo anche le classi minori e proprio durante una di queste competizioni, vidi gli ultimi giri condotti da un pilota giapponese. Tagliato il traguardo per primo, questi tolse le mani dal manubrio e comincio a fare il gesto della mano a ombrello, quello reso famoso da Alberto Sordi ne I Vitelloni, film del 1953 di Federico Fellini.

Guido Meda, famoso cronista del Moto gp, si avventò sul microfono per spiegare che quel gesto non voleva essere offensivo. Ebbene sì, in Italia, questo gesto ha un’accezione negativa. Viene considerata la versione volgare di essere mandati “a quel paese”, in Giappone invece, è un gesto usato per esultare.

Prima di trarre conclusioni affrettate è meglio studiare e comprendere più approfonditamente il nostro interlocutore al fine di evitare inutili incomprensioni.

Errore n. 6 - L’abito FA il monaco!

Ti sarà capitato migliaia di volte di sentir dire il contrario. Il proverbio popolare infatti recita “L’abito non fa il monaco!”. Ora, la domanda che ci attanaglia è: quale delle due versioni è quella vera? La risposta, come mio solito, è: “Dipende”. Nel momento in cui conosci una persona e sai che è assolutamente affidabile, onesta, rispettosa, ti si può presentare davanti vestita con qualsiasi tipo di abbigliamento, e tu continuerai a pensare le stesse belle cose di lei. Mi viene sempre in mente un mio caro amico di nome Paolo, il quale veste sempre in maniera elegante e con stile. Una volta lo vidi in maglietta e pantaloni lunghi fino al ginocchio e non lo riconobbi. Ovviamente, a patte due battutine simpatiche sul nuovo look, non accadde nulla: ho continuato a stimarlo come sempre (ci mancherebbe!).

Ti pongo una domanda adesso: quando incontri qualcuno, il suo modo di vestire influenza il tuo giudizio su di lui o no? Qui, le persone si dividono in due categorie quelli che dicono di no e quelli che sono sinceri. Lo so, sono provocatorio maaa chi pensa che l’aspetto dell’altra persona non sia influente non si conosce affatto e si sta mentendo da solo (se non mi credi guarda la Fig. 12).

Per capire come mai sia fondamentale la valutazione dell’aspetto di una persona non bisogna ragionare come se fossimo ai giorni nostri. Bisogna invece immaginare di fare qualche passo mentale all’indietro (magari anche un bel po’). Bisogna andare indietro a quando le nostre reazioni erano molto più spontanee e istintive, quando eravamo prede e non eravamo ancora diventati i più spietati predatori di questo pianeta.

Immagina di essere una gazzella nella savana africana. Vivresti in branco e baseresti la tua sopravvivenza sul tuo aspetto e sul valutare l’aspetto degli altri. Tutti i tuoi simili sarebbero ben accetti, mentre tutti i “diversi” riceverebbero un trattamento diffidente.

Perché accade questo? Per il semplice motivo che se sei simile a me sei “dei nostri” e non devo temere nulla da te. Se invece non sei simile a me, potresti essere un malintenzionato e potresti volermi mangiare. Infatti, nel linguaggio del corpo, gli step di valutazione sono tre.

Il primo step è la valutazione del pericolo. Appena intercetto visivamente un soggetto, la valutazione che compio, serve per capire se il mio interlocutore sia un imminente pericolo o meno per la mia incolumità.

Superata questa valutazione, il secondo step è relativo alla valutazione di un eventuale partner. Mi spiace essere poco romantico ma l’ambito di valutazione è di tipo sessuale. Quando dico questo ai miei corsi in aula, solitamente, le signorine e le signore fanno finta di indispettirsi e di indignarsi. La verità è che inconsciamente tutti noi, quando incontriamo una persona, la valutiamo per stabilire se possa essere o meno un partner sessuale appetibile.

Il terzo step di valutazione è quello sociale. Valuto che tipo di persona ho davanti a me dal suo aspetto. Ti sarà capitato un sacco di volte di dire o di sentir dire: “Ma guarda quel tipo, sembra che si sia vestito al buio..“Ma chi è il suo stilista? Ray Charles?” (guarda nuovamente la Fig. 12). Una delle più divertenti, lo ammetto, l’ho detta anche io. A una ragazza che si è presentata in aula con un taglio molto, ma molto, coraggioso ho detto: “Ci sono tanti professionisti da non fare arrabbiare e il parrucchiere è uno di questi!”.

Scherzi a parte, il nostro aspetto racconta molto di noi. Abbigliamenti particolarmente appariscenti o particolarmente modesti, perfettamente in ordine o trasandati, raccontano le nostre storie prima di riuscire ad aprir bocca. Come spiego nei miei corsi live di linguaggio del corpo, il problema non è tanto che quando incontriamo una persona quest’ultima usi i primissimi secondi per farsi una sommaria idea di quello che potremmo essere. Il problema è che investirà i minuti successivi per cercare indizi a conferma di quanto pensato in precedenza. Se il nostro aspetto non ispira ottime impressioni da subito, sarà più impegnativo cambiare l’idea che questa persona si è fatta di noi.

In un mondo così veloce, come quello dei giorni nostri, è facile rimanere vittima di un preconcetto come questo. Ecco perché spesso incappiamo nell’errore seguente: un indizio non fa primavera.

La Voce Invisibile

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Ramon Testa

Ramon Testa è originario di Torino e ormai adottato da un po’ tutta Italia. E' life coach: aiuta le persone a stare meglio ed essere più soddisfatte e aiuta le aziende ad essere più efficienti e performanti. Negli ultimi 10 anni ha studiato con i più grandi...
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