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Wakan Tanka, il Grande Mistero

di Alessandro Martire


Wakan Tanka, il Grande Mistero

Spiritualità, ritualità e rapporto col sacro dei Popoli Aborigeni Nord Americani

Per molte e complesse ragioni non è stato facile, e forse mai lo sarà, per l’uomo bianco comprendere la spiritualità dei Nativi Americani. Tutta la loro vita era incentrata sull’aspetto spirituale. Non vi era niente, dalle azioni dei singoli a quelle del gruppo, che non fosse preceduto da una preghiera, da un ringraziamento e da un’offerta; restituivano sempre una parte di tutto ciò che ricevevano e non prendevano mai senza rendere.

Anche il loro accampamento rispecchiava chiaramente la loro filosofia di vita: il campo era disposto circolarmente e con l’entrata rivolta ad est, dal momento che circolare è la vita dell’uomo, sferico è lo stesso universo, rotondo è il linguaggio, e le stesse età dell’uomo si susseguono in modo circolare.

Ogni nuovo giorno era celebrato come la manifestazione di un evento sacro. Nessun cibo veniva consumato prima di aver ringraziato tramite un’offerta ed una preghiera “wopyla” (che significa grazie). Ciò poteva essere preceduto da una purificazione con erbe sacre quali la salvia, l’erba dolce (erba ierocloe), il ginepro, il cedro e spesso si eseguiva anche un sacro rito di sudorazione.

Tutte le attività erano precedute da una preghiera. Talvolta, quando l’evento riusciva positivamente, ulteriori offerte erano fatte con tabacco e cibo. Questo ringraziamento era indirizzato al “grande antenato” e a tutte le forme di vita che avevano aiutato nell’intento.

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Indice dei contenuti:

La spiritualità dei Nativi

Per i Nativi esisteva un’energia superiore che ha creato tutto in un ordine ben preciso. In questo “tutto” era inserito anche l’uomo, intorno al quale tutto è impregnato dello “spirito” di “colui che è grande-immenso”. Perciò tutto è sacro, dal ramo dell’albero alla foglia al sasso all’acqua, insomma, la terra e ciò che in essa vive. Così è anche per le altre “nazioni” con le quali parliamo e viviamo nel pieno rispetto reciproco.

Ciò è la base della spiritualità dei Nativi Americani, ecco quindi che l’utilizzo di ogni cosa che fa parte del nostro habitat deve essere appunto presa con “sacralità”, comprendendo che essa rappresenta per noi un dono che il “grande-antenato” e Wakan-Tanka (che letteralmente significa il grande sacro) ci hanno messo a disposizione.

Tendenzialmente tutti i Nativi riconoscevano nel sole la forma di energia espressione di potenza creatrice. Questa venne chiamata in vario modo: per i Crows il nome era “colui che per primo fece”, i Pawnees lo nominarono “TI-RA-WA”. Per i Lakota, “il grande sacro Wakan Tanka”, per gli Arapaho, “l’uomo che vive sopra”.

Altre espressioni di questa forza ed energia creatrice erano la madre terra, la luna, le stelle e i venti. In genere subordinati a questi vi erano poi tutte quelle manifestazioni del mondo naturale che per i Nativi divenivano un modo di esprimere e di voler trasmettere un messaggio da parte di questa immensa energia creatrice.

I riti sacri dei Lakota

Di seguito sono elencati i 7 principali riti sacri del Popolo Lakota:

RITO DELLA SACRA PIPA: (Canumpa Wakan)

Questo rito sta alla base di tutti i successivi riti spiegati. Possiamo dire che esso più che un rito rappresentava, e rappresenta oggi, per alcune nazioni di Nativi delle pianure, una pratica quotidiana di preghiera sulla quale s’innestavano poi le successive cerimonie descritte. Il fornello della pipa rappresenta la nostra madre terra, il cannello nostro padre, o elemento maschile. Questo sacro “strumento” sembra sia stato usato fin dal tempo in cui fu portato tra il popolo Lakota dalla “donna bisonte bianco”, la quale spiegò che lo si sarebbe usato in ogni occasione spirituale e, quotidianamente, per ringraziare di tutto ciò che la vita ci dà.

1-RITO INIPI: è il sacro rito della purificazione ed è alla base di ogni altro rito. La capanna sudatoria è sacra, rappresenta l’universo, ed in essa, tutto è contenuto. Rappresenta l’incontro dell’uomo con i 4 elementi della creazione: acqua-terra-aria e fuoco. Le pietre incandescenti al centro della capanna irrorate con acqua fresca producono vapore purificatore; si prega per il popolo, per i propri cari, per sé stessi e ci si purifica dalle negatività terrene. Al termine del rito si “rinasce” con animo nuovo e pronto ad affrontare nuovamente le difficoltà quotidiane. Erbe sacre come salvia, erba dolce, cedro, ginepro vengono utilizzate durante la cerimonia, sia bruciate sulle pietre roventi, sia “sfregate” sul corpo di ogni partecipante.

2-RITO ISNATI-AWICALOWAN: è il rito della “pubertà femminile”. La cerimonia, riservata alle giovani donne, celebra il sacro passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Le giovani donne ricevono istruzioni oltre che dalla madre, dalle zie, dalle nonne e dalla “donna sacra”, che riveste il compito di guida e leader delle giovani fanciulle. Il rito rappresenta anche il veicolo attraverso il quale si crea un “legame spirituale” con Whope, “la donna bisonte bianco”. Il tutto avviene in un particolare tipi preparato appositamente per celebrare la cerimonia.

3-RITO HAMBLECHEYAPI: significa “lamentarsi per avere una visione”, ma può anche essere tradotto come: “piangere per la visione”. Il rito viene effettuato dai giovani, o anche adulti, quando ne hanno necessità nel corso della loro vita, guidati da un uomo di medicina, ed è eseguito per ottenere una visione, per chiarire il significato di un sogno, per chiedere consiglio alle forze superiori in momenti difficili della propria vita, o quando si deve passare da una età giovanile a quella adulta. Si sceglie una collina sacra dove il soggetto, sempre sotto l’attenta guida dell’intercessore spirituale resta per 4 giorni senza acqua, senza cibo, senza vestiti, solo con la sua sacra pipa ed una pelliccia di bisonte. Al termine dei 4 giorni, seguirà immediatamente un rito Inipi e, dopo aver fumato la sacra pipa, l’intercessore spirituale, aiuterà il soggetto a interpretare e chiarire la visione avuta.

4-RITO HUNKAYAPI: è la cerimonia dell’imparentamento. Con essa è celebrata l’entrata all’interno della famiglia in senso allargato, che si chiama “TIOSPAYE”, di un nuovo individuo, non biologicamente connesso alla famiglia di cui farà parte (una sorta di adozione). Durante la cerimonia sono date al nuovo familiare indicazioni precise dei suoi doveri verso i nuovi membri della sua famiglia. Vi è un uomo che guida la cerimonia utilizzando la sacra pipa, un crine di cavallo, una piuma d’aquila e “incensando” i partecipanti con salvia sacra (la qualità botanica conosciuta scientificamente come Artemisia lodoviciana). Prima della conclusione, il nuovo membro e il capo famiglia dovranno esprimere il loro consenso dinanzi a tutti sui nuovi doveri reciproci accettati e dichiarare di accettarsi l’un l’altro.

5-RITO WIWANG WACHIPI: è la danza del sole in lingua Lakota: “Wywanyagwacipi”, sicuramente riveste un’importanza fondamentale tra i Nativi delle pianure. In questo rituale, i Lakota eseguono la pratica dell’auto sacrificio. Questa cerimonia, sebbene praticata dalle varie tribù in modo talvolta diverso, aveva, e ha tutt’oggi, in comune un significato che deve necessariamente essere capito per non rischiare di fraintendere le singole azioni che si verificano nella ritualità. Se osserviamo come i Nativi si mettevano, e si mettono ancora oggi, in rapporto sia con il “grande sacro” (inteso come emanazione di energia positiva che tutto ha creato in perfetta armonia ed equilibrio), sia con tutte le forme del creato, vediamo l’essere umano, inserito in questa sfera armoniosa anche in relazione all’ambiente circostante. Per i Lakota, si deve sempre ringraziare per tutto ciò che si ha a disposizione per vivere, per tutti i meravigliosi doni ricevuti con la vita. Per i Nativi, non esiste prendere, senza restituire ciò che si è avuto. Il ringraziare non è solo una frase... “grazie di tutto”, ma deve esternarsi dal soggetto che ringrazia in modo anche materiale, tramite cioè delle azioni concrete. Talvolta, agli occhi dello spettatore o dell’occidentale, azioni anche forti, e che implicano la sofferenza fisica, possono apparire “estreme e irrazionali”; ma esse, per i Nativi ed i Lakota, hanno il preciso significato di restituire, tramite il proprio dolore anche fisico, solo una parte di tutto ciò che si è ricevuto, non solo in termini materiali, ma anche come insegnamento di vita. Senza dubbio, durante la Danza del Sole, le prime preghiere sono riservate alla “vita” del Popolo (…perché il popolo viva), alla salute dei bimbi malati, degli anziani, delle persone che soffrono, o che hanno perso un loro amato, quindi le preghiere scendono a un livello personale. Il soggetto (che possiamo chiamare “danzatore del sole”) invia le preghiere per la salute dei suoi familiari, di sé stesso e della sua famiglia.

Abbiamo evidenziato come, nel pensiero e nella “filosofia” dei nativi, tutto abbia aspetto sferico, circolare: tutto si muove seguendo il “naturale movimento del sole e con esso quello della terra e degli astri”. Anche il luogo dove si svolge la Danza del sole è circolare, costruito con pali in legno tali da formare un perfetto cerchio. Esattamente al centro del cerchio, viene scavata una grande buca, nel terreno. La terra rappresenta nostra madre. All’interno di questa buca verrà successivamente disposto il “Sacro albero del Pioppo” che rappresenta l’elemento maschile, l’antenna che invierà nell’universo e al “Grande padre”, le nostre sofferenze e le nostre suppliche. Ogni danzatore lega la sua “corda” ai rami alti del pioppo, oltre la biforcazione, e che rappresenta il cordone ombelicale che un tempo lo legava a sua madre. Le incisioni, che l’intercessore del “sacro” esegue su ogni danzatore, esattamente all’altezza dei muscoli pettorali, tagliando da una parte all’altra la carne, e facendovi scorrere due schegge o in osso, o in legno, provocano il dolore fisico, accentuato dalla corda che viene fissata a queste schegge. Ogni danzatore, con movimenti di tensione cercherà di lacerarsi la carne, liberandosi dalla corda e dalle schegge con enorme dolore fisico. Tale sofferenza è idealmente paragonata a quella che nostra madre, un giorno, provò per darci il più grande dono: LA VITA.

In questo modo i danzatori restituiscono alla loro madre, la terra, parte di queste sofferenze e del loro sangue, per ringraziare prima di tutto della vita avuta, e poi di tutto ciò che con essa ci è stato e ci sarà dato. Il rito, intende esprimere l’umiltà che ogni danzatore dimostra, dando in sacrificio ciò che di più prezioso ha: il suo corpo fisico e il suo sangue, rifacendo in modo simbolico, ma allo stesso tempo anche reale, ciò che fu fatto all’inizio della creazione. All’interno del cerchio e per 4 giorni, i danzatori, restano senza mangiare e senza bere. Si danza pregando e sacrificandosi per gli altri, per alleviare e curare le sofferenze dei nostri cari, per un mondo migliore.

Questo rito, che assume forme procedurali diverse in relazione alla tribù che lo pratica, ha sempre un significato comune che è quello descritto.

I Lakota, pensavano e pensano che, soffrendo al centro del sacro cerchio, essi assumono su se stessi tutte le sofferenze della loro gente, e che il loro corpo sacrificato rappresentasse l’ignoranza dell’uomo. Pertanto con queste cerimonie cercavano, e cercano ancora oggi di essere il più umile possibile, e di liberarsi da ogni più bassa “negatività”; tutto ciò per il bene del loro Popolo.

La danza del sole si teneva, e ancora oggi, si svolge nei mesi estivi, in genere nel solstizio d’estate, quando la luna era piena, e l’accampamento si riempiva di gioia e allo stesso tempo di profonda sacralità. Guerrieri e donne indossavano i loro vestiti migliori e talvolta clan diversi si riunivano insieme per celebrare questo importante evento.

6-RITO TAPA WANKA YAP: è il rito del “lancio della palla o sfera”. In questa cerimonia viene utilizzata una palla confezionata con una pelle di bisonte, dentro la quale sono inseriti peli del bisonte stesso. Una giovane ragazza è posta in mezzo al campo sacro e file di persone sono disposte ai 4 punti cardinali. La ragazza lancia la palla a turno in ognuna delle 4 direzioni, iniziando sempre da ovest, e ogni persona del gruppo afferra la palla offrendola ai 4 quadranti dell’universo, quindi verso lo “zenit”, per poi rilanciarla infine alla ragazza al centro. Si può dire che la palla rappresenti la forza del “grande spirito” e le 4 squadre di persone le entità dei 4 quadranti dell’universo e del mondo. Afferrando la palla, quindi, ciò che essa rappresenta, ovvero il “grande spirito”, afferrano con essa anche la conoscenza.

7- RITO WANAGI YUHA: è il rito della custodia dell’anima. Quando muore un familiare si trattiene il suo spirito per un periodo che può durare da 6 a 12 mesi. Lo spirito è tenuto dai familiari, fino a quando, con un rito appropriato, viene reso alla sua origine. I parenti del defunto, offrono gran parte dei loro averi ai bisognosi, in memoria del morto. Una ciocca di capelli è tagliata dall’intercessore spirituale, dalla parte frontale della testa del defunto. Poi, avvolta in pelle o stoffa, viene conservata in modo sacro per 4 giorni. Dopo un periodo che, come detto, può variare da 6 a 12 mesi, in un apposito Tipi (la tipica tenda a forma di cono dei popoli delle grandi pianure) costruito per l’occasione, l’intercessore spirituale, esegue una cerimonia particolarmente complessa, naturalmente usando la sacra pipa. Prende dai parenti del defunto il fagotto con i capelli e libera all’esterno lo spirito di “colui che non è più con noi”. Finisce il tempo delle lacrime e i familiari ricorderanno poi con gioia il defunto, in quanto è ormai in un posto lontano dalle disgrazie umane e dalle sofferenze della vita.

Spiritualità e vita quotidiana

Il Governo degli Stati Uniti ha restituito la “libertà di religione”; sarebbe stato più opportuno dire “libertà di praticare la spiritualità”, dal 1978, con la legge conosciuta come “ Indian Freedom religion Act” e da quella data, i nativi, oggi, continuano a recuperare la propria identità, praticando l’antica spiritualità.

Purtroppo dalla fine del 1800 ad oggi molti nativi sono stati “cristianizzati” e quindi, hanno perso la loro ancestrale forma di preghiera, ma, dal 1970, abbiamo assistito al fenomeno di “ritorno alla spiritualità” in molte riserve Indiane Americane. In particolare, oggi, molti giovani partecipano agli antichi rituali, in molte riserve degli attuali Stati Uniti.


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Alessandro Martire

Alessandro Martire

Alessandro Martire vive e lavora a Firenze. Nel 1978, dopo aver conseguito la maturità si reca negli Stati Uniti, dove consegue la laurea in giurisprudenza e svolge un master Europeo in antropologia e biologia Umana. Già attratto fortemente dalla cultura delle popolazioni aborigene del Nord...
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