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Resilienza: l'arma segreta del Sapiens Sapiens - Estratto da "Perseverare è Umano"

di Pietro Trabucchi 7 mesi fa


Resilienza: l'arma segreta del Sapiens Sapiens - Estratto da "Perseverare è Umano"

Leggi in anteprima le prime pagine del libro di Pietro Trabucchi e scopri perché perseverare nelle proprie intenzioni è un tratto distintivo del genere umano

Al contrario di quello che sostiene il noto detto, perseverare non è diabolico: è umano. Diabolico è rinunciare a impegnarsi, rimanere immobili, mettersi ad aspettare che la motivazione arrivi dall'esterno, non sfruttare a fondo tutte le risorse di cui gli esseri umani sono dotati. Se impegno e motivazione mettono in grado di raggiungere risultati straordinari, diabolico è sprecare questa opportunità.

Intorno al concetto di motivazione esiste molto disorientamento. Confusione inevitabile, visto che viviamo in una società che ha abbandonato il senso dell'impegno e della volontà individuale in cambio del culto della fortuna, del talento, della genetica interpretata come destino.

La genetica iper-semplificata, quella dei rotocalchi, è una scienza fraintesa e piegata a un uso improprio: è una sorta di oroscopo più aggiornato, utile nel rassicurarci che tanto le cose sono già scritte e noi non possiamo cambiare nulla. Significativo che in questo capillare sforzo di divulgazione a uso sedativo siano andati persi gli ultimi sviluppi della genetica: quelli noti con il nome di epigenetica.

L'epigenetica ha dimostrato che le nostre esperienze di vita - quindi le nostre scelte e i nostri comportamenti - modificano il nostro DNA qui e ora; e che queste modificazioni sono trasmissibili alla discendenza. Questo significa, in una specie di karma rivisitato, che quello che otteniamo in vita con fatica e impegno lo tramandiamo ai nostri successori. E altrettanto quello che non otteniamo.

Improvvisamente il fattore trainante dell'evoluzione non è più il caso: diventa in gran parte un fatto di motivazione, di volontà. Ciò aumenta in modo esponenziale il potere degli individui sulla propria vita, ma anche la loro responsabilità. Meglio non saperlo, allora: qualcuno potrebbe svegliarsi e rimanerne spaventato.

Smarriti l'impegno e la volontà individuale, nel nostro tempo la motivazione viene percepita sempre di più come qualcosa di esterno: qualcosa che non ci si può dare da soli, che si ha quasi per caso. Che dipende da incentivi, dall'essere fortunati o dalla volontà altrui. Una merce rara, una specie di dono occasionale, che ci è estraneo anche se ci muove.

Non è così. Essere motivati non è una condizione eccezionale: come vedremo, per la nostra specie rappresenta la norma. Si tratta di uno dei segreti del successo dell'evoluzione umana: la capacità di automotivarsi e di mantenere per lunghissimo tempo la motivazione.

Una società demotivata condanna i suoi membri a non diventare mai padroni della propria vita. Finisce che il luogo del controllo è sempre esterno: se sei nato così, con queste caratteristiche, a che prò lottare per cambiare la situazione? Se per la corsa o per quell'attività «non sei portato », oppure sei di quel segno zodiacale che non è adatto, o se non hai il gene giusto, perché continui ad affannarti? Se sei furbo aspetti la fortuna, la spintarella, il cambiamento di vento.

Nel frattempo è inutile stancarsi. La scomparsa dell'impegno lascia spazio all'adorazione delle scorciatoie: abbiamo una pillola per raggiungere senza fatica qualsiasi obiettivo, da oggi perfino la crema per dimagrire mentre si dorme. Il prodotto finale di questo modo di pensare sono passività e apatia. Soprattutto nelle nuove generazioni. Allevate con questa mentalità, non rimane altro destino per le nuove generazioni che crescere come buoni e docili consumatori. Una sorta di schiavitù edulcorata.

Eppure, prima di oggi, il genere umano non ha potuto permettersi alcuna demotivazione, alcun tentennamento di fronte alla vita. E ciò - principalmente - per due ordini di fattori radicati nel nostro passato. Ci soffermeremo a lungo su di essi, ma voglio anticiparli brevemente: per prima cosa siamo una specie che nasce incompleta, bisognosa di accudimento esterno, con pochi comportamenti già pre-formati e con un cervello privo di connessioni stabili.

Il controvalore di questa vulnerabilità iniziale sta nella possibilità successiva di super-apprendere rispetto agli altri animali e di sapersi quindi adattare a tutti gli ambienti.

Se apprendere, allenarsi, creare nuove connessioni nervose fa parte del destino umano, non deve stupire che l'uomo sia straordinariamente motivato da tutte quelle attività che lo fanno sentire capace, autonomo e autodeterminato.

Le persone sono molto più disposte a impegnarsi quando la motivazione fa leva su questi fattori; lo sono molto meno quando le motivazioni si appoggiano soltanto su incentivi, sanzioni o sulla volontà altrui non condivisa. Purtroppo la nostra cultura è debole di fronte a questa esigenza, le organizzazioni sono impreparate a fornire stimoli di questo tipo: tutte, a cominciare dal sistema scolastico, sono molto più strutturate per far leva sul senso di incompetenza dell'individuo, piuttosto che per cercare di sviluppare l'opposto.

Nei prossimi capitoli leggerete alcune testimonianze su quanto le persone siano disposte a soffrire, fare sacrifici, andare oltre i propri limiti se in cambio ricevono il piacere di «farcela», di sentirsi competenti.

Ciò che più di tutto contraddistingue le spinte motivazionali è la loro resistenza, la forza con cui sanno abbattere difficoltà e ostacoli. In fondo, se ci pensiamo bene, tutti abbiamo delle motivazioni. Ne abbiamo ogni giorno. Il vero problema sta nella capacità di farle durare.

Facciamo un esempio classico: quello di san Silvestro. L'ultimo giorno dell'anno gran parte della gente si pone obiettivi ambiziosi per l'anno successivo. Dimagrire, rinunciare a certe abitudini, oppure intraprendere un programma di esercizio fisico. Purtroppo gran parte di quelle intenzioni svaniscono entro la prima settimana.

Che succede? Le persone non erano davvero motivate? No, molto probabilmente lo erano. Quasi sempre avevano scelto liberamente l'obiettivo. Spesso la scelta si era basata su una serie di processi e informazioni razionali che sostenevano la reale utilità di quel proposito. Ad esempio, tutti i fumatori sanno benissimo a livello razionale che smettere di fumare porta a sensibili vantaggi in termini di salute. E questo vale anche per chi vuole perdere peso, smettere di bere, controllare i propri impulsi iracondi e così via.

Eppure quando i costi del perseguire quell'obiettivo (in termini di disagi, di percezione di fatica, di imprevisti, di ostacoli incontrati, di attenzione da dover dedicare...) hanno superato una certa soglia soggettiva, la motivazione si è volatilizzata.

Ecco che per comprendere come funziona la motivazione, diventa essenziale il concetto di «resilienza».

La resilienza è la capacità di persistere, di far durare la motivazione nonostante gli ostacoli e le difficoltà. li termine «resilienza » proviene dalla metallurgia: indica, nella tecnologia dei metalli, la resistenza a rottura dinamica ricavata da una prova d'urto. In questo campo, la resilienza rappresenta il contrario della fragilità.

Etimologicamente il termine «resilienza » deriva dal verbo latino «resalio», iterativo di «salio ». Qualcuno propone un collegamento suggestivo tra il significato originario di «resalio» - che connotava anche il gesto di risalire sull'imbarcazione capovolta dalla forza del mare - e l'attuale utilizzo in campo psicologico: entrambi i termini indicano l'atteggiamento di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà.

La differenza nell'intensità delle motivazioni umane si misura proprio nel loro grado di resilienza. C'è chi rinuncia a un obiettivo neanche troppo sfidante al primo contrattempo. C 'è chi, come Henri Charrière (al secolo «Papillon »), è riuscito a sopravvivere ai lavori forzati in Caienna per trenta atroci anni, perché motivato dal desiderio di riconquistare una libertà che gli era stata ingiustamente sottratta. La potenza della motivazione umana è stupefacente.

Gli altri animali non sanno apprendere dalle sconfitte, esercitare la speranza nei contesti più sfavorevoli, rialzarsi e ricominciare a ricostruire da capo dopo le sventure. Queste capacità umane non sono l'effetto del possesso di un fisico invulnerabile o di un potere soprannaturale. La resilienza è una capacità cognitiva. Vale a dire che attiene al modo in cui elaboriamo le informazioni e ci rapportiamo con la realtà.

Come tutte le capacità umane, è incrementabile: tutti gli individui possono migliorarla, indipendentemente dalla dotazione di base che ricevono alla nascita. Coltivare la resilienza però, come vedremo, è una disciplina. Non ci sono formule magiche o scorciatoie. Va allenata, ma richiede tempo e dedizione.

Due parole sul termine «cognitivo». È importante evitare di cadere in certi equivoci. Cambiare la propria percezione del mondo non significa crearsi illusioni o raccontarsi menzogne. Significa, al contrario, diminuire il tasso di falsità, inesattezza o distorsione con cui costantemente leggiamo la realtà.

Questo velo di contraffazione ha spesso la funzione di mantenerci all'interno della nostra area di comfort, proteggendoci dalla fatica di impegnarci per realizzare pienamente il nostro potenziale. E, attraverso continue endovene di vittimismo, ci consola del fatto che il mondo è cattivo e non ci merita; e che quindi noi non abbiamo alcuna responsabilità.

Il sistema cognitivo della persona resiliente scopre opportunità reali, non si inventa fantasmi consolatori. La differenza tra la prima e la seconda opzione è che la prima si può tradurre in comportamenti che modificano in modo efficace la realtà, cioè in impegno. La seconda no. «Motivazione », «resilienza» e «impegno» sono le tre parole chiave di questo libro.

Rimane solo un'ultima nozione generale riguardo la resilienza. Il sistema cognitivo attiene al pensiero e origina nelle nostre strutture cerebrali; tuttavia è in strettissima relazione con il funzionamento del corpo e con la regolazione dei processi emozionali. Per duemila anni in Occidente abbiamo vissuto nella falsa credenza che «mente» e «corpo » fossero separati. Oggi sappiamo che non è così. I pensieri influenzano il funzionamento del corpo e viceversa.

Le persone resilienti possono contare anche su una risposta corporea adeguata per sostenere la propria motivazione. Le dimostrazioni sono tante. Lo sport ci sottopone continuamente esempi empirici dell'influenza tra pensiero e corpo. Pensiamo alla stupefacente capacità che possiedono certi atleti di spostare le soglie di percezione del dolore.

La convinzione di «potercela fare» spinge avanti soggetti con lesioni o gravi forme di infiammazione. L'ho potuto constatare molte volte nelle gare di ultramaratona. È un dato di fatto, a prescindere dai giudizi che si possano dare sulla scelta di trascendere i propri limiti fisici procurandosi delle patologie. Una forte resilienza può spingere la motivazione delle persone a un impegno straordinario.

Se l'impegno è il risultato della motivazione, perché gli esseri umani sono così bravi a impegnarsi? Perché abbiamo detto che essere intensamente motivati rappresenta la norma nella nostra specie? La risposta riguarda l'altro ordine di fattori che, in senso motivazionale, ci rende unici in quanto esseri umani.

Be', è una storia lunga, che va avanti da quasi due milioni di anni, da prima che diventassimo Homo Sapiens Sapiens. Permettetemi una parentesi. Mi ha sempre colpito il fatto che quando dobbiamo pensare alla massima espressione sportiva, la maggior parte di noi indica la finale olimpica dei cento metri: la suprema manifestazione di potenza e velocità.

Eppure, la nostra specie è poco adatta a quel tipo di prestazioni. Un leone affamato impiegherebbe meno di venti secondi a raggiungere Usain Bolt, l'uomo più veloce del pianeta. Forse è vero che l'erba del vicino è sempre più verde; o che si ammirano di più le qualità che meno si possiedono. Perché c'è un fatto incontrovertibile.

Altro che sprint: la specie umana è molto lenta se consideriamo la velocità massima su brevi distanze. Ma indubitabilmente l'uomo è l'animale più resistente (in senso fisico) sulla faccia della Terra: quello capace, cioè, di tenere una bassa velocità per un tempo maggiore.

Tratto dal libro:

Perseverare è Umano

Come aumentare la motivazione e la resilienza negli individui e nelle organizzazioni. La lezione dello sport

Pietro Trabucchi

Cosa significa perseverare? Semplicemente rimanere concentrati su un obiettivo e mantenere la motivazione che ci spinge nonostante le difficoltà e la tentazione di mollare per una ricompensa più "facile".

L'uomo per natura non è un centometrista, è un maratoneta: questo è il risultato di due milioni di anni di evoluzione e adattamento all'ambiente circostante come dimostrano le più recenti teorie scientifiche sull'evoluzione umana.

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Pietro Trabucchi, psicologo e autore, da sempre si occupa di prestazioni sportive, in particolare di discipline di resistenza, e di formazione in varie aziende sui temi della motivazione e della gestione dello stress. È stato psicologo della squadra Olimpica Italiana di Sci di Fondo alle...
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