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Nascere tondi e morire quadrati - Estratto da "Rapsodie Romagnole"

di Roberto Mercadini 4 mesi fa


Nascere tondi e morire quadrati - Estratto da "Rapsodie Romagnole"

Leggi in anteprima l'inizio del libro di Roberto Mercadini e scopri come alcuni personaggi del territorio romagnolo si leghino a grandi nomi internazionali

C'è un proverbio: "Chi nasce tondo non può morire quadrato". Fosse così, credo, non varrebbe la pena di nascere. Tanto meno di morire.

Qualunque cosa voglia dire, quell'affermazione così vaga, astratta, assoluta, lapidaria e mortifera mi gela il sangue ogni volta che la sento.

E, personalmente, benedico con un sospiro di sollievo l'intera storia mondiale delle metamorfosi geometriche; tutte le umane trasformazioni poligonali, una per una.

Per esempio, questa: Garibaldi.

Indice dei contenuti:

Trasformazioni

Garibaldi è nato tondo. A Nizza, una città di mare. In una casa che dava sul mare. Figlio di un marinaio.

Il padre lo vorrebbe indirizzare ad un altro mestiere. E lui? Pur di fare il marinaio, scappa di casa (in barca) appena adolescente. La sua determinazione è incrollabile; anche al padre tocca rassegnarsi: vuole fare il ma-ri-na-io. A quattordici anni, infatti, è già iscritto al registro dei marinai. Dopodiché fa il marinaio per i successivi 1, 2, 3, 5,10 anni.

Ora, supponete per un attimo di non conoscere il seguito della storia. Cosa avreste pensato di questo tizio? Cosa pensate che abbia pensato - lui stesso - di sé stesso? Che era un marinaio nato, presumibilmente. Cioè un tondo da capo a piedi. Il più tondo marinaio di tutti i mari. Uno destinato a vivere da marinaio tutta la vita. E morire marinaio. Amen.

Ma, come sappiamo, non andò così.

Rullo di tamburi: il tondo... hop... muore quadrato. Applausi.

Certo, i cambiamenti radicali non sono cosa facile: implicano il rimettersi in gioco, il ricominciare - per certi versi - daccapo, l'essere divorato dai dubbi (di tanto in tanto), cose del genere.

E si potrebbe pensare che chi non ha dovuto affrontali, chi ha trovato la propria strada fin da subito goda di un vantaggio sugli altri. Per lo meno - si dirà - ha guadagnato tempo. Per lo meno - si dirà - gli è toccata l'angosciosa parte del principiante soltanto una volta. E magari si potrebbe pensare di correggere il nostro proverbio come segue: "Chi deve morire quadrato, be', farebbe bene a nascere quadrato fin da subito". Ma - vedete? - neppure su questo sarei d'accordo.

Vi racconto una storia: visto che lo abbiamo scomodato, una storia su Garibaldi. 2 agosto 1849. Garibaldi è già quadrato. Quadratissimo. Fugge con alcuni uomini da Roma, dopo la capitolazione della Repubblica, inseguito da quattro eserciti: il francese, il borbonico, l'austriaco, lo spagnolo. La sproporzione delle forze fra gli inseguitori e i fuggiaschi è disperante. Garibaldi è abbastanza lucido da capire che non ha nessuna possibilità di farla franca, finché si muove via terra.

In piena notte arriva a Cesenatico; preleva (ruba?) 13 pescherecci e tenta con quelli di uscire dal porto canale; per prendere il mare e sparire. Ma è sfortunato. Una burrasca spinge onde furibonde dentro la bocca del porto; e ricaccia indietro le imbarcazioni. Ormai è quasi l'alba; i nemici sono sempre più vicini. E uscire sembra fisicamente impossibile.

Sembra. Ma...rullo di tamburi: il quadrato... hop... si ricorda di essere nato tondo. Ha 10 anni di rotondità mannaia alle spalle. Non sono uno scherzo. Allora mette in atto una manovra straordinariamente complessa, a cui solo un esperto avrebbe pensato.

Vi riporto la descrizione dello stesso Garibaldi, per darvi un'idea del livello tecnico. "Qui mi valse assai l'arte mia marinaresca. [...] Feci giuntare alcune alzane a due ferri impennellati e provai a uscire fuori del porto con una barchetta, dar fondo ai ferri, per tonneggiare i bragozzi".

Parole tonde, oscure e indecifrabili per un profano (quale io sono). Per fortuna a Cesenatico esiste un Museo della Marineria. Lì hanno avuto la pazienza di spiegare la cosa anche ad una tabula rasa come me. Non starò qui ora a dilungarmi nei dettagli. Anche perché voglio risparmiarvi l'impertinenza clamorosa di una lezione di marineria impartita dal sottoscritto. Vi basti pensare che, a spiegazione avvenuta, di primo acchito la manovra mi era parsa tanto anti-intuitiva da lasciarmi perplesso. Avrà funzionato? Ma la Storia parla chiaro: la manovra funziona; i pescherecci escono dal porto; Garibaldi si salva.

Il punto è un altro. Il punto è che se il quadrato fosse nato quadrato, quella notte, a Cesenatico, sarebbe stato un quadrato morto.

Ed è anche per questo che io - come dicevo - benedico l'intera storia mondiale delle metamorfosi geometriche; tutte le umane trasformazioni poligonali, una per una.

Il gigante

Non è una grande storia, oggettivamente. I personaggi sono scarsi in numero (2 in tutto) e mal delineati. L'azione è pressoché inesistente. Anche il dialogo scarseggia. L'oggetto del contendere poi (se di contesa si può parlare) è addirittura triviale: un pagamento di pochi spiccioli.

No - bisogna ammetterlo - non è una grande storia.

Ma io ci sono affezionato. Me la sento raccontare fin da quand'ero bambino: è il più vecchio racconto che si conservi sulla mia famiglia.

Il protagonista (non avrò l'ardire di chiamarlo "l'eroe" - anche se mi piacerebbe) è un uomo dalla statura impressionante, soprattutto per l'epoca. Misura 2 metri e 05: come Primo Carnera. Si chiama Leonardo Mercadini ed è il fratello del mio bisnonno Giovanni. All'inizio della storia, e per ragioni che non conosciamo, è diretto a Cesena. Sennonché a Porta Santi (per ragioni che lui non capisce) viene fermato dal daziere (secondo ed ultimo personaggio della saga).

Il gigante porta con sé, non un semplice fiasco di vino, ma - si tramanda fra i Mercadini - una piccola botte. Il daziere gli spiega che, per poter introdurre beni commerciali entro i confini cittadini, è necessario pagare - appunto - un dazio. Il gigante non comprende. Tanto più che non ha la benché minima intenzione di vendere il suo vino: reca con sé una dose - si direbbe oggi - ad uso personale. Il daziere è inflessibile.

Il gigante pure.

Possiamo solo immaginare cosa gli passi per la mente. Ci provo io, che per lo meno spartisco con lui una parte di sangue: la richiesta del daziere deve sembragli nient'altro che un arbitrio insensato, una usanza incomprensibile e buona solo a scucirgli denaro, una stramberia inaccettabile.

Fatto sta che, quando lo stallo sembra ormai definitivo, quando i due sembrano destinati a restare uno di fronte all'altro per un tempo infinito, Leonardo Mercadini fa una domanda. Una domanda, all'apparenza, squisitamente teorica, un'astratta ipotesi per assurdo, un puro paradosso: "dì, e se me a me begh? (dì, e se io me lo bevo?)". Poi, senza attendere risposta, sotto gli occhi atterriti del daziere, si versa in gola tutto il vino della botte.

Asciuga le labbra col dorso della mano. Brontola: "Prema l'era aqué, int la bota; ades l'è aqué, int la pènza. U n' è pracis? (prima era qua, nella botte; adesso è qua, nella pancia. Non è la stessa cosa?)". Scuote la testa ed entra gloriosamente (e gratuitamente) in Cesena.

Ecco, io, nel mio ottuso, ostinato antenato riconosco qualcosa di me (a parte la tendenza ad esagerare con l'alcool). Vedo un'identica incapacità di comprendere certe norme del mondo; la stessa adamantina diffidenza verso le regole che non capisco e, soprattutto, quell'uscire dai problemi senza prendere le strade battute (che magari neppure vedo) e gettandomi invece a testa bassa lungo traiettorie che sono, almeno all'apparenza, del tutto impraticabili.

 

Tratto dal libro:

Rapsodie Romagnole

Roberto Mercadini

Ecco una manciata di "rapsodie romagnole": cioè di brani in cui si mescolano i più disparati argomenti e in cui, ad ogni modo, compare la Romagna. Mercadini ha legato la sua terra e il suo sangue alle più diverse cose del mondo.

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Roberto Mercadini è nato a Cesena nel 1978.Poeta, monologhista, narratore, ha scritto e interpretato diversi spettacoli di narrazione, fra cui: Fuoco nero su fuoco bianco. Un viaggio nella Bibbia Ebraica con traduzione dall'ebraico antico dell'autore; Dobbiamo un gallo ad Asclepio, monologo...
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