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Marcia funebre - Estratto dal libro "Crescendo"

di Amy Weiss 6 mesi fa


Marcia funebre - Estratto dal libro "Crescendo"

Leggi in anteprima un estratto dal romanzo di Amy Weiss

La donna apre gli occhi su un'alba seria e silente, come se la notte fosse mortificata per essersi concessa alle fiamme. Che imbarazzante sfoggio di voracità! E con quali strascichi: la casa sventrata, l'erba riarsa. Ma l'erba si alimenta con il fuoco. Non è andata distrutta: ricrescerà con forza rinnovata. Lo stesso vale per il marito.

Per un istante - il paradiso di un istante - non ha idea di cosa sia successo. Poi il ricordo emerge ed è implacabile. Suo marito se n'andato eppure, al tempo stesso, è tutto fuorché sparito: si è impossessato di ogni pensiero, non c'è più spazio per altro. E come potrebbe mai uscirle di mente, ora che il puzzo di fumo le ha impregnato la pelle, ora che la mera presenza del suo stesso corpo non fa che ricordarle quell'assenza?

Perché una cosa è perdere l'amore e un'altra è perdere la possibilità dell'amore. Nel giro di poche ore le è stata strappata ogni più piccola componente del suo io. Non è più moglie, non è più madre, non è più amante. Cos'è rimasto di lei? Solo l'anima? In effetti, è come se anche quest'ultima fosse fuggita, volata via in un luogo irraggiungibile. Perché è questo che fa il dolore: ti ruba il respiro, ti rende gelido e senza vita come coloro che stai piangendo.

La terra sotto di lei è imbevuta di lacrime. Benissimo, si dice, resterò qui e ci annegherò. A dispetto del suo desiderio di dissoluzione, un esserino minuscolo quanto una formica e sepolto in qualche punto remoto benché vitale del suo cervello le chiede di resistere. La donna non ha mai incontrato quest'es-serino prima, quest'irritante creatura che, al di sopra tutto, vuole sopravvivere. Possibile che qualcosa di così piccolo e lontano sia in grado di sopraffarla? Possibile anche solo che le appartenga?

Sarà anche minuscolo, ma la sua forza ne smentisce le dimensioni. La costringe a risollevarsi e a dire addio al suo bambino, che giace informe tra l'erba, perduto per sempre. La costringe ad allontanarsi.

C'è solo un posto in cui andare.

Udendo il cigolio familiare della porta del fienile, la giumenta comincia a camminare avanti e indietro nella stalla. Aveva trattenuto i suoi richiami per tutta la notte, consapevole dell'ordalia di fuoco in corso all'esterno, della metamorfosi di moglie e marito. La giumenta lo sa alla maniera in cui tutti gli animali percepiscono queste cose. Non chiudono gli occhi all'istinto, come fanno gli umani.

Quando la vede, però, non può trattenere un grido. Anch'io ho perso la mia famiglia, dice senza parole, perché i cavalli comunicano con le immagini. Quelle che appaiono adesso si annunciano sfavillanti d'oro e si dissolvono in nero. Ho perso tuo marito, le dicono queste immagini, e ho perso i giorni in cui con i tuoi figli in groppa avrei vagato per i frutteti: loro mi avrebbero dato mele da mangiare, io li avrei nutriti di vento. La donna, tuttavia, è refrattaria a ogni forma di visione e ancor di più alla compassione.

Non di rado un animale ferito ti si scaglia addosso in preda a una rabbia figlia della paura: un cane, per esempio, morderà la mano che gli viene tesa in aiuto. Così, due bestie profondamente scosse si fronteggiano nel fienile. Una infligge le ferite, l'altra le accetta.

"Se non fosse stato per te" dice la donna, "sarei rimasta in casa. Avrei spento il fuoco e il mio mondo sarebbe andato avanti. Il mio bambino sarebbe cresciuto in forze, mio marito sarebbe invecchiato e la mia casa sarebbe sopravvissuta a noi tutti. Se anche non l'avessi fatto, pazienza. Almeno sarei morta con loro e adesso saremmo ancora insieme. Mi sei costata tutto quello che amo."

E' una furia. E la furia è paura. La sua colpa è grande, evidente agli occhi di tutti. Così la paura.

La giumenta lascia penzolare il capo, offrendo le sue scuse alla terra. Non ha bisogno di guardare la donna per vedere la nube dentro di lei, come essa si addensa di rimpianto e come ogni accusa la strappa dal corpo di lei per trasferirla nel suo. La giumenta glielo concede, perché ama quella donna. Sa, nel modo speciale degli animali, che la rabbia è semplicemente un tentativo di sbarazzarsi della nube e che entrambe sono ugualmente inconsistenti, entrambe annebbiano la vista. Inoltre, quello che dice è vero. I suoi lamenti non l'avevano forse inavvertitamente quanto irrevocabilmente separata dal marito? Come ho potuto essere così egoista, si chiede, mentre la nube le avvolge la zampa.

"Andiamo" dice la donna, anche se non ha idea della meta. Semplicemente, non può restare dove si trova.

La giumenta esita, sia per il problema alla zampa sia perché, a differenza sua, sa che una volta lasciato il fienile non vi faranno più ritorno. Tuttavia la segue. In segno di penitenza, è disposta ad azzopparsi, è disposta all'esilio.

In un primo momento si ferma nel punto in cui, soltanto un giorno addietro, la donna aveva involontariamente iniziato la sua prima lezione.

"No" dice. La musica è perduta. Se n'è andata con il marito.

La giumenta non accenna a muoversi.

"No" ripete la donna, e la sua è più una supplica che una presa di posizione, ma la giumenta sa ciò che deve accadere e non le concede altre alternative: rimanere lì dove sono o andare avanti. La scelta spetta alla donna.

A malincuore, lei si avvicina all'arpa. Il suo corpo è intagliato nel legno, preda naturale del fuoco, pasto più appropriato e soddisfacente di un essere umano. "Perché le fiamme non si sono prese te, piuttosto?" domanda, e mentre lo fa un frammento della sua nube aderisce allo strumento, anche se non per molto; le corde, infatti, lo trasformano. Perché tale è l'alchimia della musica: prendere il dolore, quella cosa pesante e inabile al volo, e darle le ali. Trasformarla in uno stormo di uccelli e consegnarla al cielo.

Avrebbe dato via la sua arpa per sempre, in cambio del marito; avrebbe sacrificato un amore vero per l'altro; avrebbe abbandonato tutte le sue note per una singola nota della sua voce. Porta le mani al collo dello strumento. Potrebbe strangolarlo. Invece, con sua grande sorpresa, lo accarezza con lo stesso affetto di sempre. L'amore sa essere così: inconsapevole, automatico, anche nell'oscurità.

E poi c'è il libro, per terra, lì dove suo marito lo ha lasciato. Pensare che aveva cercato di chiudere le pagine sul suono del dolore e adesso è tutto ciò che le è rimasto. Lo raccoglie e comincia a leggere.

La marcia è un canto funebre, una commemorazione dei defunti. impara bene questo brano, perché è il fondamento su cui imbastire le lezioni future.

Esercitati ora.

Richiude il libro con uno scatto. Che sciocchezza! La morte è muta, non comunica saggezza, non impartisce lezioni. Evocare un canto dalle sue profondità è magia, non musica. E tentata di riportare il libro nel fienile, di nasconderlo per qualcun altro o da se stessa.

La formichina ha un'idea migliore. S'impossessa delle sue mani, mette il libro e l'arpa nella custodia dello strumento e la carica sulla sua schiena.

Alla fine la giumenta si muove. Ora è il turno della donna. Rivolge un ultimo sguardo alla vita che conduceva una volta, poi si dirige nella direzione opposta.

Lui non c'è.

Ogni giorno lei apre gli occhi a questa semplice verità. Se un tempo era lui a svegliarla, adesso è la sua assenza a farlo. Il sonno è una forza contro cui va a schiantarsi, una violenza, ma anche una tregua. Al mattino il dolore è meno crudo, più tenero; c'è qualcosa nella luce del sole che lo porta a maturazione.

La giumenta e la donna camminano luna di fianco all'altra mentre i mesi sfilano loro accanto. Alla donna sembra di strisciare, le pare di vivere appena sopra la superficie. Il dolore è soggetto alla forza di gravità e la tristezza è una mano enorme che le preme addosso, costringendola alla bidimensionalità, appiattendole il respiro. E una mano che non conosce pietà: una volta che ti ha trovato, ti perseguita a vita.

Le piante della campagna si allungano fino a diventare gli alberi della foresta. Il giallo frumento si trasforma in muschio di un verde osceno. Il sole rimane aggrovigliato tra le chiome di querce e olmi giganti, finisce in pezzi tra i rami. Il crepuscolo, furtivo, colora lo spazio alle loro spalle.

La donna appronta letti di foglie d'acero argenteo su cui dormire; il soffice ventre della giumenta le farà da cuscino. La giumenta setaccia il terreno in cerca di bacche cadute, invece la donna mangia poco, perché il vuoto che ha dentro non lascia spazio alla fame. E il suo carburante. Porta via ogni voglia di cibo per rimpinzarsi di se stesso.

La giumenta sussulta per il dolore che le procura ogni movimento, la donna per il dolore della mera esistenza. Implora cardinali rossi e storni perché tacciano il loro canto; non può sopportare la loro ostinata speranza. Ma gli uccelli perseverano, perché il loro cinguettio è refrattario al dolore; anzi, ne è l'antidoto.

L'autunno incendia la foresta, l'inverno smorza le fiamme. La donna accoglie di buon grado la stagione fredda: capisce che cosa si prova a essere ghiaccio.

Si ferma e giace immobile sul tappeto della foresta, sotto gli alberi, con la neve e le settimane che le si accumulano ai piedi. Certi giorni non può fare altro che guardare da dietro gli occhi vuoti, niente di più. In altri il torpore svanisce, lasciandole addosso fin troppa vita. Congela o sanguina, è ghiaccio o fuoco, e nessuna delle due cose favorisce la sopravvivenza.

Altri giorni ancora si chiede se la fine non sia arrivata. Non è paura, la sua. È desiderio.

Solitudine significa perdere il linguaggio, perché non c'è più nessuno cui poter confidare i propri pensieri. Senza qualcuno che possa sentirli, questi diventano selvatici: si fanno crescere le spine. La donna ascolta il fruscio delle foglie che però sussurrano al vento, non a lei. Inascoltate, alla fine le parole appassiscono fino a cessare ogni suono. Se solo i ricordi facessero lo stesso.

Solitudine significa essere una farfalla con un'ala ferita, ogni refolo di brezza a ricordarti che la parte migliore di te, la parte che ti permette di volare, non c'è più. Significa mettere a nudo le rovine che hai dentro, la ferita che un tempo era ala.

Solitudine significa essere un pesce spazzino, dimorare nelle profondità marine dove il sole non arriva. Dove tutto ciò che esiste è relitto; dove tutto ciò che ti circonda sono vecchie ossa e altre tristezze sprofondate.

Solitudine significa essere morti da vivi.

La primavera arriva come un insulto. L'intera foresta diventa fertile. La vita trasuda dal fango, starnazza, grugnisce e gracida, prolifera promiscuamente. La donna non può sfuggire a questa pantomima di madri e spose. Ovunque lasci cadere lo sguardo, incontra pienezza: i torrenti gonfi di pioggia, la luna splendente di luce rubata. Lei, invece, è piena di nulla.

Persino i lombrichi, con il loro stentato incedere nell'esistenza, sono in grado di dare amore. Di donare la vita. Chi è che concede tutto questo a un verme di terra per proibirlo a una donna? Possibile che una creatura così infima possa perpetuarsi ancora e ancora, e che a lei non sia concesso nemmeno una volta? Il lombrico ha cinque cuori: se anche dovesse perdere un figlio, sopravvivrebbe. La donna non ha cuori di riserva.

Rimane stupita davanti a tanta abbondanza, davanti all'insondabile senso dell'umorismo di Dio: elevare le api al ruolo di regine e i bruchi a monarchi per ridurre gli esseri umani in cenere e i bambini in sangue. Ideare un mondo simile e costringerci entro i suoi confini. In ciascun animale lei riesce a intuire il fremito della creazione, lo stesso fremito che l'aveva percorsa prima che andasse in fumo. E in grado di farlo perché lei stessa è stata ridotta allo stato animale, all'istinto, e il suo unico istinto è quello di lasciarsi prendere dal panico, di scalare l'albero più alto e nascondersi da tutto.

Al tempo stesso, essere animale significa essere animata, possedere quella forma primordiale di vita, ma è certa che qualsiasi cosa si trovi dentro di lei, là dove una volta c'era l'anima, non possa più dirsi propriamente vita.

La primavera diventa estate, il lombrico diventa nonna. La donna e la giumenta arrancano faticosamente, quanto a lungo lei non saprebbe dirlo. La sofferenza rende il tempo elastico, trasforma le ore in secoli, ogni notte in quella singola notte da rivivere ancora e ancora.

Un giorno il sole scompare. Lei non presta attenzione alla sua assenza: da tanto, ormai, il suo mondo è privo di calore. La giumenta alza lo sguardo e si ferma, spingendo la donna a sollevare gli occhi da terra per una volta.

Davanti a loro si apre un'enorme caverna che inghiotte il cielo e impedisce ogni ulteriore progresso attraverso il bosco. La sua bocca è imbrattata di ragnatele. Lei decide di entrare comunque. Per quanto la caverna possa sembrare buia e stagnante, non è che fuori la vita sia tanto diversa. E lei è stanca di spostarsi senza andare realmente da nessuna parte, di vagabondare nello scenario desolato del lutto.

Non così in fretta! Un cane da caccia si lancia fuori dalla caverna. Ha gli occhi iniettati di sangue perché non conosce riposo, solo allerta. Un serpente si nasconde nella sua pelliccia arruffata. La donna fa segno alla giumenta di seguirla, benché quest'ultima non necessiti di istruzioni in tal senso.

Il cane le aggredisce con le fauci spalancate. La giumenta emette un verso disperato. Bene, pensa la donna, sarà dunque un cane a darmi la morte. Ma ecco che quell'infernale formichina cerca di nuovo l'arpa, la sfila dalla custodia, pizzica una corda.

La donna è sbalordita. Ai suoi occhi, più spaventosa della prospettiva di finire dilaniata è la prospettiva della musica.

Non ha più toccato lo strumento da quando il marito è morto. Avrà dimenticato come si suona dopo tutto questo tempo? Anzi: è possibile suonare senza più un'anima? E che tipo di suono ne uscirà?

Non ha intenzione di provarlo, né adesso né mai. Ma quel suono ha impedito al cane di mordere e l'istinto di conservazione subentra al mutismo. Al pari del cane, anche la musica ha i denti, aghi che affondano sotto la pelle. A differenza di quelli del cane però, i suoi aghi rammendano oltre a tagliare. Se ti aprono, non è per ferirti: è per guarirti.

All'inizio lei produce un turbinio di note a caso. Il cane si ritrae. Poi emerge una melodia. È arrugginita, perché è da tanto che non articola musica, e le voci della donna e dell'arpa sono rauche per il disuso. Ciononostante, lei non ha dimenticato la sua prima lingua, più essenziale di quella fatta di parole, e più veritiera.

Suona a memoria, lasciando che gli accordi spezzati riversino il loro sangue nella foresta e nella melodia. La formichina dirige un concerto potente, frenetico, dichiarando a ogni battuta l'esatto contrario di ciò che sente la donna: io voglio vivere. Le mani della donna si muovono senza consultare la mente, volando da una nota alla successiva. Cominciano a brillare di luce bianca, come le corde seriche su cui planano.

Senza fermarsi, lei si appoggia contro una quercia, inconsapevole del fatto che quest'ultima la sta ascoltando. Per quanto sia forte e imperturbabile, la quercia è profondamente commossa dalla donna e dalla delicatezza con cui culla l'arpa. È ipnotizzata dallo strano incantesimo che quelle mani operano sul legno: trasformano un albero in melodia, lo fanno cantare. La quercia anela a sentire quelle dita sfiorarle il corpo, anela a sentire il suono che la donna saprebbe cavare dal suo silenzio. Le foglie cadono dai rami, svolazzano intorno alla donna, la circondano di desiderio. I cardinali rossi e gli storni appollaiati nelle cavità dell'albero reclinano il capo e osservano la scena. Non hanno mai visto piangere la quercia; qualcuno ha mai visto forse la propria casa stillare lacrime?

Anche il loro canto è fatto di luce: una luce diversa, dorata, che erompe dal corpicino alato quando non riesce più a contenerne la forza. Eppure essi non hanno familiarità con il dolore. Solo la tortora ne conosce il triste ritornello.

Anche le pietre ai piedi dell'albero sono in ascolto. Il suono aleggia loro intorno fino a intenerirle. Un pezzo alla volta, ne disgrega i contorni e presto non sono più pietra ma il mero ricordo di qualcosa di solido. La disintegrazione non reca dolore: è un sollievo. La donna farebbe bene a seguire il loro esempio. La disperazione l'ha indurita, l'ha offuscata: lei, che prima brillava, adesso si consuma senza fiamma. Fuoco e pressione dovrebbero trasformare il carbone in diamante, non viceversa.

Anche la giumenta è in ascolto. Finora, l'unico canto che aveva sentito eseguire alla donna parlava d'amore, non di lutto. Di fatto, ha appena iniziato a imparare cos'è la perdita.

Davanti agli occhi è tutto un tremolio d'immagini in tonalità sfumate: il soffio vitale di un uomo che ascende in volute verso il cielo, il tocco sulle zampe del muso di sua madre, che la esorta a procedere. Mia madre? La giumenta ha improvvisamente nostalgia di qualcosa che non ricordava nemmeno più, e si chiede dove sia andata.

Anche il cane è in ascolto, o così pare. Ignora il sentimento che permea il canto della donna e va dritto al dolore. Il dolore, quello sì, lo conosce bene: se ne nutre. La melodia lo induce al sonno, a sogni di sangue e di morte e di altre cose rosse.

Anche il serpente è in ascolto, avvolto in spire nel manto del cane. La sofferenza della donna, la dolcezza dell'arpa, l'armonia che scaturisce dall'awilupparsi delle due formano un dolore così forte da spingere il serpente fuori dal proprio corpo. In questo modo, l'arte è come l'amore o, forse, è l'amore. Il serpente non è morto, naturalmente. Ha soltanto mutato pelle, proprio come il marito della donna.

Anche la donna è in ascolto? È alta quanto l'arpa, che tiene premuta contro la spalla. La cassa di risonanza poggia nel punto preciso che un tempo custodiva il suo bambino. Non è una coincidenza. La musica entra in quella casa abbandonata, la ricostruisce, la rende di nuovo abitabile. Si muove nelle sue più intime profondità, oltre le ossa, fin dentro l'anima. Perché sì, l'anima c'è ancora, non spicca il volo in tempi privi di speranza, ma è proprio allora che affonda le sue radici.

Marcia funebre. Non aveva bisogno che fosse il libro a insegnargliela, dopo tutto, né poteva rifiutarsi d'impararla. Chi vive nel lutto la conosce intimamente, per istinto: diventa il suo unico repertorio. Chi vive nel lutto diventa virtuoso contro la propria volontà.

Poi la musica tace. Lo stesso, per un istante, fa la sofferenza. Pian piano il suo uditorio, lacerato dal canto, si ricompone. Il cane, addirittura, si sdraia sul dorso e offre il ventre per ricevere una carezza. Questa volta la donna non ha bisogno di incoraggiamento per prendere l'arpa. Mette una mano sul garrese della giumenta, per guidarla, ed entrambe scavalcano il cucciolo ormai inoffensivo. Le tele, fiaccate dalle lacrime dei ragni, si sfilacciano al tocco delle sue dita mentre, insieme alla giumenta, la donna penetra nella caverna.

Fianco a fianco percorrono i passaggi non illuminati, tastando le pareti per farsi strada senza sapere cosa le aspetta. Dalle tenebre una voce fende l'aria gelida: "Eccovi, finalmente. Coraggio, entrate."

Crescendo

Amy Weiss

Una storia ricca d’ispirazione attraverso le vite passate e l’immortalità dell’anima Aria e suo marito hanno giurato: “Finché morte non ci separi”, ma la morte è arrivata fin troppo presto a dividerli. Una notte...

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Amy Weiss

Amy Weiss, figlia del celebre psichiatra dr. Brian Weiss, si è laureata in scrittura creativa e lavora nell’ambito del sociale. Ha scritto insieme al padre Miracles happen.
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