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Leggere Ouspensky che legge i Tarocchi

di Peter D. Ouspensky 2 mesi fa


Leggere Ouspensky che legge i Tarocchi

Leggi un estratto dal libro di Peter D. Ouspensky "Il Simbolismo dei Tarocchi"

Il breve testo sui Tarocchi, caro lettore, è una dimostrazione esemplare di tutto questo. L'incontro e la relazione con il Mistero della Verità - l'Altro — sono per essenza indefinibili. Sono da ricercare, sono da raccontare, sono frammentariamente dicibili, ma non sono definibili: non si possono codificare e misurare.

Basta vedere come Ouspensky affronta la questione dell'origine dei Tarocchi: si tratta di qualcosa che non si esaurisce in una derivazione storica puntuale.

Ouspensky segnala le prime apparizioni dei Tarocchi nell'Europa del XIV secolo, li considera una macchina filosofica analoga ad altri sistemi medievali, menziona alcuni tentativi di farli risalire a un passato storico-mitico (l'antica Grecia o l'Egitto), ma poi aggiunge «queste fantasie [...] non contengono alcunché di storico, e io le cito qui perché esse esprimono bene la sensazione generale suscitata dai Tarocchi e l'idea della loro origine incomprensibile».

L'obiettivo non è togliere qualsiasi storicità all'origine delle carte e alla loro diffusione, per rintracciarne una genesi metafisica. Al contempo, però, nessuna origine storica può risolvere la vertiginosa alterità (o ulteriorità) di senso che si incontra nel e attraverso il mondo dei Tarocchi; così come nessun mitologema può pretendere di esaurirne la fonte, che resta zampillante di misteriosa complessità.

Vale per i Tarocchi ciò che Jung dice delle concezioni religiose:

in merito alle quali vige tuttora spesso il pregiudizio [...] che simili usi e credenze siano stati un giorno in qualche modo "inventati", e successivamente trasmessi o imitati [...]. L"'invenzione" è, nelle società primitive, cosa del tutto diversa da quello che è presso di noi, dove le novità si susseguono a ritmo accelerato. Di solito, presso i primitivi non si hanno mutamenti per periodi lunghissimi, se non forse nel linguaggio; il che però non significa che se ne "inventi" un altro. La loro lingua "vive", e può quindi cambiare [...]. Neanche il pittoresco slang americano è stato "inventato"; esso invece sgorga, con finora inesausta fertilità, dal grembo misterioso della lingua parlata. Analogamente i riti e il loro contenuto simbolico nascono forse da inizi non più individuabili, e anzi non in un solo tempo e in un solo luogo, ma contemporaneamente in molti luoghi e in tempi diversi.

Volendo utilizzare una felice espressione di Benjamin sulla questione dell'origine, questa «pur essendo una categoria pienamente storica, non ha nulla in comune con la genesi. Per "origine" non si intende il divenire di ciò che scaturisce, bensì al contrario ciò che scaturisce dal divenire e dal trapassare. L'origine sta nel flusso del divenire come un vortice, e trascina dentro il suo ritmo materiale la propria nascita».

L'origine dei Tarocchi è il vortice simbolico - o il simbolo come vortice - che come un varco aurorale spalanca, sempre di nuovo, la comprensione umana e la pone faccia a faccia con il "suo" mistero.

Allora che cosa si può dire di questo insegnamento sconosciuto che sono i Tarocchi? Liquidarli come fossili di un sapere superstizioso?

Nient'affatto. Sono frammenti di un incontro con Altro, tracce da cui è possibile risalire - o ridiscendere - verso un'intimità silenziosa eppure viva.

Ouspensky pubblicò questo testo sui Tarocchi nel 1911, quindi a.G., avanti Gurdjieff. Lo rivide e ampliò nel 1929, quindi d.G., dopo l'incontro con Gurdjieff, per ripubblicarlo nel 1930 nella raccolta di testi filosofici, esoterici e simbologici dal titolo Un Nuovo Modello dell'Universo, e la traduzione che stai per leggere, caro lettore, fa riferimento a quest'ultima versione.

Il suo metodo "descrittivo e narrativo" è insieme dettagliato e frammentario, e mi auguro, caro lettore, che la lettura, come ha fatto con me, ti colmi di curiosità senza tuttavia saziarti, e come mi pare fosse intenzione dell'autore.

Infatti, anche se Ouspensky è preciso, rigoroso e a tratti pedante come è nel suo stile, ha una profonda sensibilità che gli impedisce di essere rigido e conclusivo.

Egli segue tre "linee narrative":

  1. fornisce una chiave interpretativa sulla simbologia numerica delle carte, dei loro semi e delle figure, riconducendole ad altre discipline quali la Qabbalah, la Magia, l'Alchimia e l'Astrologia; in questo modo rimarca il valore dei tarocchi come macchina filosofica, ovvero non solo un oggetto di studio in sé ma anche per sé.
    Vale la pena riportare un brano della prima versione di questo testo, che non compare nell'edizione del 1929 che qui viene tradotta: «Chiunque sia interessato a questo enigma filosofico, dovrebbe chiedersi: "Cosa sono dunque i Tarocchi? Sono una dottrina o semplicemente un metodo? [...] Chi scrive crede che i Tarocchi possano essere usati per entrambi gli scopi, sebbene, ovviamente, i contenuti di un libro che possa essere letto dall'inizio alla fine e dalla fine all'inizio non può essere considerato, in senso ordinario, rigidamente definito. Ma forse proprio in questa indefinitezza dei Tarocchi e nella complessità della loro filosofia possiamo trovare l'elemento che costituisce ciò che li definisce»;
  2. fornisce una succinta ma dettagliata documentazione degli studiosi che, prima di lui, hanno affrontato questi arcani;
  3. azzarda «una comprensione puramente soggettiva» degli Arcani Maggiori: «è interessante provare a ri-delineare le carte dei Tarocchi in profili, immaginando le carte con i significati che esse dovrebbero avere; in altre parole: semplicemente immaginando il loro possibile significato».

Quest'ultimo punto mi pare il frammento più importante del testo: Ouspensky sa che i Tarocchi sono delle tracce - dei frammenti. Per tale ragione ne traccia dei profili (pen-pictures), e lo fa raccontando, per ogni Arcano, l'incontro di un ricercatore di fronte a un nuovo mistero.

Ogni mistero parla a e di chi lo interroga, con una corrispondenza che può solo essere immaginata. In altre parole, la relazione con il mistero, la cifra di questo incontro, non esaurisce l'ignoto in una trasparenza epistemica definitiva. Per questo è essenziale che l'approccio filosofico del ricercatore sia innanzitutto immaginativo.

Tuttavia, ciò non consiste nella boriosa rassegnazione del relativismo. Piuttosto si tratta di uno sforzo cosciente, cosciente proprio in virtù del limite che l'iniziato — il filosofo — esperisce nel contatto con l'Altro, il Mistero. E questo contatto che accende la coscienza della Verità e attiva l'immaginazione, che ha il compito ("immaginando le carte con i significati che esse dovrebbero avere") di testimoniare non un sapere totalizzabile, ma un mondo infinito, il mondo dell'Altro, eminente ospite, nell'ambigua accezione che il termine "ospite" può assumere.

Questo genere di contatto con l'ignoto depotenzia la pretesa colonizzatrice di chi si ri-volge all'invisibile e insieme origina una fioritura di senso.

I profili dei Tarocchi tracciati da Ouspensky non sono un arbitrario e infondato fantasticare, quel "ruminante fantasticare" sui mondi passati e lontani che Benjamin imputa a chi si accosta ai fenomeni mosso solo dallo spirito del tempo.

D'altra parte, quei profili non sono nemmeno una definizione conclusiva dei simboli che non sono fatti per tradurre quelle che vengono definite verità scientifiche. Per loro stessa natura devono rimanere elastici, vaghi e ambigui, come le sentenze di un oracolo. La loro funzione essenziale consiste nello svelare i misteri, lasciando all'intelletto tutta la sua libertà.

A differenza delle ortodossie più dispotiche, un simbolo favorisce l'indipendenza. Solo il simbolo può liberare l'uomo dalla schiavitù delle parole e delle formule, permettendogli di sfruttare tutte le possibilità del pensiero libero da costrizioni.

E' impossibile evitare l'uso dei simboli se si vogliono penetrare i misteri, cioè quelle verità che si trasformano in delusioni mostruose quando si tenta di esprimerle in un linguaggio diretto, senza aiutarsi con allegorie simboliche.

In altri termini, del mondo dei Tarocchi e della sua origine parafrasando Wittgenstein si può dirne ma non si può dirlo. E' un insegnamento di cui sono delineabili solo dei profili, perché è il sapere non di una cosa, ma di un incontro (l'incontro con i Tarocchi; l'incontro tra chi legge i Tarocchi e chi chiede che vengano letti), e la relazione con questo mondo simbolico non è un metodo euristico — sebbene sia anche questo — ma è esso stesso un fatto euristico, vale a dire l'accadere della Verità. Questo evento è necessario raccontarlo, ma a patto che si conservi la memoria della superiorità dell'incontro su ciò che se ne può dire per dirlo.

Pensa a un bacio, caro lettore: se bacio non posso parlare, e se parlo non posso baciare. Nessuna parola potrà sostituire e restituire del tutto l'intimità dell'incontro.

Molti decenni prima di altri studiosi di Tarocchi, Ouspensky ha il merito di aver compreso che gli Arcani non sono un mondo di significati dati una volta per tutte e immutabili, ma simboli di (un) Altro a cui possiamo prestare la nostra bocca senza poterlo includere definitivamente nelle nostre parole.

Nicola Bonimelli

Il Simbolismo dei Tarocchi

Filosofia dell'occultismo nelle figure e nei numeri

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P.D. Ouspensky, nacque a Mosca nel 1878. I suoi libri rivelarono la sua grandezza come matematico e pensatore e il suo vivo interesse per i problemi dell'esistenza umana. Dopo l'incontro con Gurdjieff nel 1915, concentrò il suo interesse sullo studio pratico dei metodi per lo sviluppo della...
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