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La Scoperta del Sé autentico - Estratto da "La Natura dei Conflitti"

di Franco Nanetti 2 anni fa


La Scoperta del Sé autentico - Estratto da "La Natura dei Conflitti"

Leggi in anteprima un brano del libro di Franco Nanetti "La Natura dei Conflitti"

"Quel che nuoce molto ai nostri contemporanei è l'agitazione continua, è lo stato febbrile in cui vivono e che finisce per produrre danni al loro organismo fisico così come al loro organismo psichico. Si sentono sempre più persone lamentarsi: "Che stanchezza!". Ma, nonostante questo, continuano a correre di qui e di là. E bene voler essere attivi, ma per poter rimanere attivi senza esaurirsi, è necessario sapersi rilassare. Come? Cercando di rompere il ritmo accelerato che fa di loro delle macchine spinte da un motore impossibile da controllare. E per far questo esistono alcuni metodi semplicissimi. Più volte al giorno fermatevi almeno per un minuto, pensate a qualcuno o a qualcosa che amate, che vi tranquillizza, vi ispira e vi infonde coraggio. E se potete, ritiratevi in una stanza tranquilla, stendetevi a pancia in giù su un letto o a terra su un tappeto, braccia e gambe rilassate, e lasciatevi andare come se galleggiaste su un oceano di luce, senza muovervi, senza pensare a nient'altro che alla luce... Dopo uno o due minuti soltanto, vi rialzerete ricaricati."
Mikhaèl Aivanhov

Ogni ricerca interiore presuppone un percorso di graduale scoperta e ricongiungimento con il proprio vero Sé, la propria "essenza", la parte più autentica e spontanea del nostro esserci, il senso più intimo e profondo della nostra vita. Perdere coscienza del proprio vero Sé, nel tentativo di adattarsi al mondo e corrispondere alle aspettative degli altri, significa creare uno stato di disarmonia interiore che ci espone ad un elevato numero di malattie del corpo e dell'anima.

Se l'essere nel vero Sé significa vivere il momento presente, la libertà di scegliere e scegliersi, esprimendosi al di fuori di convinzioni limitanti ed emozioni parassite che ci imprigionano, l'essere nel falso Sé significa corrispondere a ruoli ed immagini stereotipati, significa essere dissociati dalla nostra fonte originaria, significa avere dimenticato i nostri desideri, le nostre necessità e le nostre più autentiche emozioni, significa cimentarsi in una sofferenza scomoda ed inutile.

Ogni volta che ci allontaniamo dal vero Sé, soffriamo in quanto cadiamo vittime di uno stato di disarmonia interiore, dovuto al fatto che perdiamo di vista ciò in cui veramente crediamo e ciò che intimamente desideriamo.

In questa dimensione di falsificazione egoica, spesso assumiamo "maschere" o "finzioni funzionali" (Hillman, 1996), modi di essere caratterizzati da eccessi ("troppo buono", "troppo compiacente", "troppo severo", "troppo passivo", "troppo inquieto ed esuberante", "troppo gentile", "troppo disponibile", "troppo possessivo", "troppo invadente", "troppo esigente"...) che "nascondono paure e sentimenti percepiti come inaccettabili". Si pensi alla paura di essere abbandonato e rifiutato, alla vergogna di fallire, al bisogno compulsivo e disordinato di attendersi passivamente ogni cosa o di proiettarsi in una frenetica inconcludenza.

Ogni percorso psicologico e spirituale comporta l'abbandono di tali stereotipi o menzogne egoiche, per procedere verso una scoperta e un ricongiungimento con il proprio vero Sé. Tale percorso presuppone un atto di onestà con noi stessi, uno "smascherare le nostre maschere", i nostri modi inautentici di relazionarci, per approdare all'individuazione di modi di essere e di esserci improntati all'autenticità, alla verità, alla compassione, e funzionali al raggiungimento di obiettivi e mete deliberatamente scelte.

La "Maschera"

Che cosa è la "maschera", in altro modo chiamata "ego", "falso Sé", "identificazione", "enneatipo in regressione", "finzione funzionale" (Hillman, 1996)? Ogni maschera è un inganno.

Qualora eccediamo in un modo di essere stereotipato rispetto a un modello o un ruolo, o aderiamo ad etichette che ci definiscono, ci stiamo ingannando, ci stiamo distraendo dal nostro vero Sé. Noi siamo molto di più di ogni giudizio che ci attribuiamo o ci viene attributo, di ogni immagine che, per convenienza sociale o per evitare un imminente disagio, assumiamo.

La maschera è un modo ripetitivo, costante, automatico, inconsapevole ed ingannevole di presentarsi al mondo allo scopo di renderlo prevedibile e rassicurante, è un tentativo di creare condizioni relazionali basate sulla finzione, prevalentemente inconsapevole, e sulla dipendenza attiva come dominio o passiva come compiacenza, allo scopo di mantenere un controllo sul mondo e sugli altri, e negare l'abbandono e la morte, è un modo eccessivo di manifestarsi che, attraverso sistemi cognitivi rigidi, modalità reattive di emozionarsi e comportarsi, crea un destino difficilmente modificabile.

Facciamo un esempio.

Se con ogni persona che incontro cerco in modo incessante di essere prodigo di attenzioni non perché desidero in purezza di cuore offrire aiuto, ma perché, non essendo capace di esprimere i miei autentici bisogni, faccio di tutto per rendere l'altro bisognoso e dipendente dal mio comportamento oblativo o assistenziale, ciò vuole dire che sono ingabbiato nella maschera "del salvatore o dell'aiutante".

Come possiamo comprendere dall'esempio riportato, quando sono nella maschera, il mio modo di comportarmi non è un atto di generosità o di compassione, ma un gioco "automatico e meccanico", utilizzato inconsapevolmente per controllare l'altro, tenerlo legato a me, per illudermi in qualsiasi caso di potermi affrancare da ogni esperienza connessa con l'abbandono e la solitudine senza svelarmi per quello che provo e sono.

Va precisato che la maschera, da un certo punto di vista, è necessaria per avere una pelle psichica, un ruolo, un posto esistenziale, ma se il nostro involucro egoico diventa per intero il nostro Sé, se l'identificazione diventa l'identità, se siamo sempre nella finzione e nell'illusione, la nostra vita diventa assurda e senza senso.

Quando l'individuo scambia la maschera con l'individualità, viviamo in uno stato di permanente inquietudine e disagio, di perdita radicale dei nostri più autentici compiti esistenziali. L'ipostasi della maschera, dovuta ad un percorso di "eccessivo adattamento infantile" è l'impedimento al processo di individuazione.

Varie tipologie di maschere

Ogni patologia di fatto è una forma sbagliata di entrare nell'amore.
James Hillman

La maschera ipostatizzata è una regia invisibile della nostra vita che, seguendo regole che nulla hanno a che fare con il libero arbitrio, genera destini banali o tragici, insulsi o violenti. In questo senso l'essere "imprigionati nella maschera" determina un certo grado di ottusità, un'incapacità di vedere, di cogliere la complessità, l'ampia possibilità di scelte che la vita ci potrebbe riservare.

Chi vive in un ruolo specifico è condannato a comportarsi come iscritto in un copione che non lascia scampo. Come una marionetta che è guidata da fili invisibili, è una melodia che diventa litania, è un disco rotto che deve sempre essere ascoltato.

Alla base della ipostatizzazione della maschera c'è l'identificazione. Chi è ingabbiato nella maschera non vede il proprio vero Sé, ma coglie in essa l'unico ed esclusivo modo di esserci.

Il primo passo verso la guarigione sta nello smascherare le proprie maschere, nel riconoscerle, per assumerle consapevolmente, rinunciando a viverle in modo coattivo, automatico e ripetitivo.

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Franco Nanetti

Franco Nanetti  Docente e Direttore del Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, formatore e saggista, specialista in ipnosi medica, ipnosi ericksoniana, programmazione neurolinguistica ad orientamento...
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