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La crisi del grano - Estratto dal libro "Grani Antichi"

di Gabriele Bindi 5 mesi fa


La crisi del grano - Estratto dal libro "Grani Antichi"

Leggi l'inizio del primo capitolo del libro di Gabriele Bindi e scopri come realizzare una rivoluzione del nostro modo di mangiare all'insegna della salute

Il grano non è un alimento qualunque. Non è un ananas, non è un pomodoro, non è un gelato alla vaniglia. Da circa 7000 anni è alla base dell'alimentazione della maggior parte della popolazione mondiale, con una diffusione superiore agli altri cereali, riso e mais in primis.

La produzione sul pianeta non è mai stata così alta, raggiungendo quest'anno 740 milioni di tonnellate, che sarebbero ampiamente sufficienti per sfamare l'intera umanità. Eppure sul pianeta circa 800 milioni di persone soffrono la fame. E ci sono un altro miliardo e 200 milioni di persone malnutrite.

Viviamo in un sistema economico malato: ogni minuto sei bambini muoiono per la scarsità di cibo, mentre almeno un terzo del cibo prodotto su scala globale finisce nella spazzatura. Molti dei nostri rappresentanti istituzionali esortano ad aumentare la produzione, in modo da poter soddisfare il fabbisogno di una popolazione di 7 miliardi di persone, destinata ad arrivare presto a 10 miliardi.

Viene il sospetto che la sacca degli affamati serva in qualche modo per giustificare il richiamo all'aumento delle rese, a rimpinguare gli affari dell'agrobusiness. Produciamo a sufficienza, ma è importante che ci sia sempre un buco da riempire, che qualcuno paghi il supplizio di Tantalo, condannato dagli dei a soffrire la fame. La crescita deve continuare. Il circolo vizioso deve ripetersi all'infinito, accelerare il moto perpetuo, fino a farci perdere la cognizione dei numeri, il contatto con la realtà.

La risposta è sempre la medesima: spremere a fondo le risorse naturali, pigiare sull'acceleratore per incrementare la produzione, aumentare le dosi di fertilizzanti, pesticidi, usare più acqua per accrescere le rese.

A questo è servito il lavoro dei genetisti negli ultimi 50 anni: progettare varietà di frumento sempre più produttive per passare dai 20 quintali per ettaro agli 80 di oggi. Ma nei paesi in via di sviluppo, gli agricoltori spesso non possono permettersi l'acquisto di queste sementi, non hanno accesso all'acqua o semplicemente all'istruzione.

Sento già sullo sfondo un brusio di voci, l'alzata di scudi di chi si esalta per i progressi della politica agraria internazionale. Li chiamo i folgorati sulla via di Damasco, con cui nella mia breve esperienza giornalistica mi sono trovato spesso a discutere. Gli stessi che oggi vedono il miraggio della salvezza nello sviluppo delle biotecnologie.

Chi passa troppo tempo nei laboratori e poco nei campi è convinto che le piante geneticamente modificate (GM) possano garantire rese migliori in ogni contesto, senza considerare le conseguenze di tipo ambientale e colturale.

Se i nuovi affezionati al biologico - cittadini in cerca di redenzione - peccano di una certa ingenuità, per certi versi perdonabile, nel mondo dei media l'ignoranza e la cecità prendono facili scorciatoie verso il fanatismo. Nella critica agli ambientalisti o ai consumatori attenti alla salute leggo un astio poco giustificabile.

Sempre più spesso mi capita di leggere delle colorite filippiche che si scagliano contro il pensiero ecologista, il biologico e le filiere corte. Se la prendono con i cosiddetti guru del movimento no global, con Vandana Shiva, dipinta come una reazionaria che predica ancora l'agricoltura contadina contro l'avanzata benefica delle monocolture e degli OGM.

La scienziata indiana viene generalmente ritratta in bella posa, con sorriso serafico, sdraiata su un tronco d'albero. Come se già questo bastasse a compromettere la serietà dei suoi argomenti. L'idea che si possa sfamare il pianeta con l'agricoltura tradizionale, secondo i cultori del Santo Graal biotecnologico, sarebbe una visione naif. Per loro la produttività dell'agricoltura non intensiva è una solida garanzia del ritorno alla fame.

Nessun contadino rifiuterebbe a priori i vantaggi diana migliore resa, ma è ancora possibile pensare che il problema sia quello della scarsa produzione di cibo, come si sosteneva negli anni '70? Di questo passo si finisce per dimenticare che il vero problema alimentare mondiale non è correlato alla quantità di cibo prodotto ma alla mancanza di accesso alle derrate e alla loro distribuzione.

Nessuno pensa ai grani antichi come a una panacea. Nessuno vuole tornare a una presunta e ipotetica età dell'oro, in cui ogni comunità è pienamente autosufficiente. Anche perché i cambiamenti climatici in atto non lo consentono. Ma è davvero possibile immaginare una colonia immensa di piantagioni intensive OGM resistenti agli erbicidi, insomma un enorme ipermercato globale che possa rifornire a catena tutto l'universo?

Ammesso e non concesso che lo sia, esiste una folta letteratura che dimostra come la biodiversità sia fondamentale per la sopravvivenza sul pianeta.

E che i presidi di sana agricoltura siano importanti anche nel mondo cosiddetto sviluppato, in paesi come l'Italia, in pianura o nelle aree più sperdute delle Alpi o degli Appennini. Basta leggersi i documenti della FAO e il rapporto sullo Stato mondiale delle risorse idriche e fondiarie per l'alimentazione e l'agricoltura per sbattere il naso contro una cruda realtà: negli ultimi cinquant'anni si è registrato un notevole aumento della produzione mondiale, ma tali progressi sono stati accompagnati "da pratiche di gestione delle risorse che hanno degradato gli ecosistemi terrestri e idrici, dai quali la stessa produzione alimentare dipende".

La rincorsa del massimo rendimento alla velocità più elevata ci toglie il terreno sotto i piedi. Il buon senso ci insegna che non serve un fuoco di paglia per scaldarsi, serve la legna buona. Non serve un picco produttivo, ma una stabilità delle colture a garanzia delle generazioni presenti e future.

Il grano è solo una merce?

Il frumento nella storia è stato sempre un sinonimo di denaro, unità di scambio e ricchezza. E allo stesso tempo di sussistenza, cultura, tradizione e sovranità alimentare. Oggi è invece degradato a una commodity, oggetto di quelle speculazioni borsistiche che destabilizzano l'economia di intere nazioni e continenti. È trattato al pari di una merce qualunque, prodotta a basso costo in Paesi lontani.

Come un paio di scarpe o una borsa griffata in finta pelle. E ha un valore fluttuante, come il petrolio. La stessa partita di grano viene acquistata, venduta, ricomprata più volte in una sola giornata e prima ancora di essere prodotta.

Il prezzo non lo decide il coltivatore né l'acquirente, e tantomeno il consumatore finale: lo stabilisce un'accozzaglia di sciacalli che gestiscono il mercato mondiale, e quei milioni di risparmiatori inconsapevoli che per far fruttare i loro soldi investono senza saperlo nei derivati, puntando sul valore delle materie prime alimentari. Sono i fondi pensione e di investimento che si appoggiano a scommesse sul valore del cibo e che a loro volta ne determinano il prezzo finale.

La produzione di frumento nel mondo intanto è aumentata, con paesi sempre più competitivi che, grazie all'agricoltura meccanizzata e ai bassi salari, riescono a imporre prezzi stracciati.

Una politica che si ripercuote sui nostri agricoltori, che lavorano ormai sottocosto da anni.

Mentre scriviamo, il grano duro, quello usato per la pasta, viene pagato dai 18 ai 20 centesimi al chilo, mentre quello tenero, per il pane e gli altri prodotti, è sceso addirittura a 16: sono valori al di sotto dei costi di produzione. Su queste premesse il made in Italy diventa poco credibile.

È un'operazione di facciata che nasconde una realtà fatta di sfruttamento e materie prime di scarsa qualità acquistate a buon prezzo. La triste verità è che nel mercato globale l'Italia non può competere sul piano dei costi con Europa dell'Est, Cina o Sud America.

Ma nemmeno con la forza organizzativa di Usa, Francia e Germania. Nell'orizzonte monocromatico delle quantità, il mercato offre pochi spiragli alla nostra agricoltura: basti pensare che nel 2015 abbiamo importato circa 4,3 milioni di tonnellate di grano tenero e 2,3 milioni di tonnellate di duro.

Se il prezzo del nostro cereale oggi è quello di 30 anni fa, chi può ancora permettersi il "lusso" di coltivare? Un agricoltore deve vendere 5 chili di grano per prendersi un caffè. E gliene servono ben 15 per acquistare una pagnotta da un chilo. Tra chi produce e chi consuma si aprono voragini.

La filiera si è rotta

Pensare a una politica agricola nazionale, come ai tempi della battaglia del grano di mussoliniana memoria, oggi sembra contrario alla prassi comunitaria, o addirittura poco giustificato dalle leggi di mercato. L'agricoltura, dal punto di vista economico, viene costantemente sottovalutata.

Gli esperti in materia dovrebbero riflettere maggiormente sul ruolo che la cerealicoltura ricopre nei Paesi più ricchi, primo tra tutti gli Stati Uniti, che oltre alle riserve petrolifere e all'arsenale militare hanno una produzione di frumento che garantisce quasi l'autosufficienza.

Al di là delle distorsioni propagandistiche, bisogna pur riconoscere che nell'anteguerra ci si interessava ancora di sovranità alimentare. Lo dico senza rimpianti per quell'epoca, credetemi. I dati però sono piuttosto preoccupanti. In Italia la produzione di frumento tenero oggi si attesta su livelli compresi tra 3 e 3,8 milioni di tonnellate, un quantitativo largamente insufficiente a coprire le esigenze del sistema molitorio italiano, agguantisi sui 5,5 milioni di tonnellate all'anno.

Le importazioni di questa derrata ammontano addirittura al 75% del totale. A rischio non c'è solo la produzione di grano e il futuro di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni circa di ettari a rischio desertificazione. Una grave dipendenza del sistema industriale dall'estero, capace di minare alla base anche la fiducia dei consumatori verso i prodotti nazionali.

Coldiretti insiste sull'importanza di coinvolgere i consumatori in un percorso di trasparenza, per esempio attraverso l'etichettatura di origine obbligatoria e la tracciabilità delle produzioni. Il paradosso è che alla diminuzione dei prezzi delle materie prime non sono mai seguite riduzioni dei prezzi al consumo di pane e pasta.

Rievocare la battaglia fascista del grano ha poco senso, ma interrogarsi sul nostro futuro agricolo è diventato un obbligo morale. L'Italia è una nazione ricca di paesaggi, culture, tradizioni.

Un Paese in cui i segni della storia sono ancora evidenti, con tracce indelebili nelle zone più vulnerabili: le campagne. La guerra, l'industrializzazione, la crescita del terziario, la globalizzazione, la crisi dell'agricoltura, l'urbanizzazione, il consumo di suolo, la crisi economica hanno trasformato e in parte sfigurato l'aspetto del nostro territorio. Sono cambiate le colture e le tecniche agricole, ma prima ancora è cambiata la cultura, con un processo di omologazione che ha espropriato le campagne e i contadini dei loro saperi e della loro autonomia.

In questo senso riportare sui campi vecchie varietà di grano non è un'operazione di restauro o un richiamo romantico a un passato mitologico. Significa riuscire ad attivare nuove filiere di produzione, che oggi è una sfida e un atto di resistenza importante.

Vuol dire tornare a fare ricerca, a produrre qualità. E a pagare gli agricoltori con il giusto prezzo.

Prodotto consigliato

Grani Antichi

Una rivoluzione dal campo alla tavola, per la salute, l'ambiente e una nuova agricoltura.

Gabriele Bindi

Grani scartati nel dopoguerra perché poco produttivi e difficili da forzare sono tornati ad essere coltivati, arricchendo la biodiversità delle nostre campagne.

Pane e pasta sono i simboli del Made in Italy ma con quali grani sono fatti? Il libro, dopo una breve rassegna dei problemi creati dal mercato globale del grano, presenta le realtà da decenni impegnate nel recupero dei grani antichi: la loro storia, cosa e come coltivano, cosa e dove vendono i loro prodotti. Vai alla scheda

Gabriele Bindi è Counselor e formatore in tecniche di comunicazione, scrittura creativa e bodywork. Nato nel 1973 a Pietrasanta (LU), si è laureato in filosofia all'Università di Pisa nel 1998 ed ha conseguito nel il titolo di Counselor in Psicoterapia Comparata ad indirizzo gestaltico....
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