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I suoi primi anni di vita - Estratto dal libro "Paramhansa Yogananda"

di Paramhansa Yogananda 2 anni fa



Leggi il primo capitolo del libro "Paramhansa Yogananda" scritto da Paramhansa Yogananda e Swami Kriyananda

Il 5 gennaio 1893 un bambino nacque da una coppia bengalese a Gorakhpur, una città nel nord dell’India.

Venne chiamato Mukunda Lal. Il suo cognome era Ghosh. Era il secondo di quattro maschi e il quarto di otto figli.

Quando ancora era neonato, la madre già sapeva che il destino del figlio sarebbe stato quello di vivere per Dio e di servirLo. Una volta egli mi raccontò che sua madre, un giorno, lo vide parlare con alcune bambine. «Mukunda» gli disse «vieni via. Non fa per te». Lui capì e si allontanò.

Era un bambino dotato di una straordinaria forza di volontà. L’episodio seguente deve essere accaduto quando aveva poco più di due anni. Molto tardi, una sera, egli svegliò la madre dicendo: «Mamma, voglio del sandesh (un dolce bengalese)».

«Caro, il negozio è chiuso» gli rispose lei.
«Ma io voglio il sandesh! E lo voglio subito!».
«Che cosa dovremmo fare?» chiese la donna al marito.
«Non credo che dovremmo ostacolare la volontà di questo piccolino » rispose lui.
«Non penso che potremmo mai farlo!» disse lei.

Marito e moglie uscirono nella notte. Raggiunto il negozio del venditore di dolciumi, lo chiamarono dal suo appartamento al piano di sopra. Brontolando, alla fine l’uomo scese, aprì il negozio e vendette loro qualche pezzo di sandesh. Mukunda era soddisfatto, e lo erano anche i suo genitori, che finalmente poterono tornare a dormire!

(Dovrei aggiungere che è una pratica comune, in India, permettere ai bambini piccoli, fino all’età di due anni, di averla vinta quando è possibile. La disciplina comincia di solito all’età di tre anni.)

Gorakhpur era la città natale di un saggio conosciuto come Gorakhnath. Il mio guru mi raccontò questa storia su di lui.

Gorakhnath, con i suoi poteri yogici, visse fino alla veneranda età di trecento anni. In quel lungo arco di vita, sviluppò tutte le otto siddhi (poteri spirituali) menzionate da Patanjali, l’antica e suprema autorità nella scienza dello yoga.

Quando Gorakhnath vide che era giunta l’ora di lasciare il corpo, cercò attraverso l’occhio spirituale qualcuno che fosse adatto a ricevere in dono quei poteri. Vide un giovane, seduto in posizione da yogi sulle rive del Gange. Ecco – pensò – un degno destinatario. Gorakhnath si materializzò davanti a lui e dichiarò: «Sono Baba Gorakhnath!». Senza dubbio si aspettava di essere accolto con meraviglia e timore reverenziale.

«Davvero?» chiese il giovane, che non sembrava affatto impressionato. «Che cosa posso fare per te?».

«Mi sono reso conto che è giunta l’ora di lasciare il corpo. Prima di farlo, però, voglio donare a qualcuno che considero degno le otto siddhi yogiche che ho sviluppato. Le accetterai?».

Il giovane non disse nulla, ma Gorakhnath gli diede comunque otto palline di fango. «Ho condensato i miei poteri» spiegò «in queste otto palline. Tutto quel che devi fare è tenerle nella mano destra e meditare su ciò che senti emanare da esse. I poteri, allora, diventeranno tuoi».

Il giovane prese le palline nella mano destra, le osservò per un istante e poi chiese: «Sono mie e posso farne ciò che voglio?».

«Certamente» rispose il vecchio saggio. «Te le ho donate. Ora sono tue e puoi farne l’uso che desideri».

Volgendosi verso il fiume, il giovane gettò nelle sue acque tutte e otto le palline, che scomparvero sciogliendosi.

«Che hai fatto!?» urlò il vecchio. «Mi ci sono voluti trecento anni per sviluppare quei poteri!».

Il giovane lo guardò con calma. «Ancora nell’illusione, Gorakhnath? ».

Nell’udire quelle parole, il vecchio improvvisamente comprese che, nella sua ricerca dei poteri yogici, aveva dimenticato Dio. Offrendosi allora interamente al Signore, poté immergersi di nuovo nell’Infinito, come anima libera.

A Mukunda non interessavano i poteri. Egli era interamente un bhakta (un santo di devozione). Suo fratello Sananda una volta mi disse: «Ogni volta che Mukunda sentiva anche soltanto nominare la parola Dio, lacrime di nostalgia gli scendevano lungo le guance».

Una volta, quando era ormai abbastanza grande da saper scrivere in bengali per lo meno in modo rudimentale, Mukunda scrisse una lettera a Dio, parlandoGli del suo amore per Lui. Dopo aver indirizzato la lettera a “Dio nel cielo”, la imbucò fiducioso. Da quel momento in poi, giorno dopo giorno, attese la risposta. «Signore» pregava quotidianamente «perché non mi rispondi?». Alla fine gli fu concessa una visione: la risposta di Dio apparve davanti a lui, scritta con scintillanti lettere di luce. Il cuore del bimbo fu colmato di profonda soddisfazione e gratitudine.

Per tutta la vita, Mukunda cercò di far comprendere agli altri che Dio non è soltanto un’astrazione. Pur avendo creato miliardi di universi, il Signore è anche molto umano nel modo in cui si relaziona ai Suoi figli terreni. È felice soprattutto quando scorge in loro un atteggiamento di infantile fiducia.

Una volta, molti anni più tardi e non molto tempo prima della sua morte, Mukunda – che a quel tempo era conosciuto con il nome monastico di Paramhansa Yogananda – parlò di uno dei suoi discepoli, Horace Gray, un monaco molto semplice che, essendo spastico, trovava difficile perfino parlare. «Horace ce la farà in questa vita» commentò il Maestro. «La sua devozione è gradita a Dio».

Un condiscepolo di Horace, cercando di conciliare questa predizione con l’idea che si era fatto di lui, commentò dicendo: «Dev’essere un tipo di devozione molto semplice, non è vero, signore?».

Con un sorriso beato il Maestro rispose: «Ah, questo è il genere di devozione che piace a Dio!».

Benché Mukunda possedesse certamente uno spirito fanciullesco, aveva anche un profondo senso della giustizia e una forte volontà. La sua forza di volontà ispirava i suoi compagni a fare quello che era giusto anche quando serviva molto coraggio.

Nella sua scuola c’era un ragazzo di diversi anni più grande di Mukunda che si divertiva a fare il bullo con i bambini più piccoli e più deboli di lui. Un giorno, mentre quel ragazzo stava picchiando brutalmente un bambino molto più piccolo, Mukunda gli si avvicinò a grandi passi e urlò: «Se vuoi combattere, fallo contro di me!».

«Con piacere!» rispose il bullo con un lampo maligno negli occhi. Lasciò andare il piccolo e si avventò su Mukunda.

Gli altri ragazzi si radunarono in cerchio per assistere a quella lotta impari. Dentro di loro erano dalla parte di Mukunda, ma non osavano dirlo apertamente.

Il bullo sollevò l’avversario sopra la testa, poi lo scagliò a terra, stordendolo temporaneamente. Quindi si chinò e lo sollevò di nuovo.

Questa volta, però, Mukunda colse al volo l’opportunità: con entrambe le mani afferrò l’avversario al collo e strinse forte. Il ragazzo più grande, trovando difficile respirare, fece di tutto per scrollarsi di dosso Mukunda. Sbatté più volte a terra la testa del suo avversario, fino a fargli quasi perdere i sensi. Ma Mukunda non mollò la presa.

«Ti arrendi?» chiese Mukunda a denti stretti.

Alla fine il ragazzo fu costretto a gridare: «Sì! Sì! Lascia andare la mia gola! Mi arrendo!».

Mukunda lasciò la presa. L’altro si alzò e prese grandi boccate d’aria. Una volta ritrovato il respiro, tuttavia, venne meno alla sua parola e si avventò per la terza volta su Mukunda. A quel punto, però, gli altri ragazzi intervennero.

«Mukunda ti ha sconfitto lealmente!» gridarono. «Se provi ancora a picchiarlo, ti salteremo tutti addosso».

Da allora in poi, riconoscendo di essere in minoranza, il bullo non cercò mai più di picchiare Mukunda. Dal coraggio di Mukunda i ragazzi ricevettero un’edificante lezione sull’importanza di difendere risolutamente la causa della giustizia.

Un’altra volta, a Bareilly, un folto gruppo di ragazzi circondò Mukunda con aria minacciosa. Lui stesso, nel raccontarmi la storia, disse: «Cinquanta ragazzi».

Laurie Pratt, tuttavia, la sua principale responsabile editoriale, mi disse: «Cinquanta ragazzi non è plausibile. Deve aver detto quindici». Beh, cinquanta è il numero che ho sentito, ma sono d’accordo che, date le circostanze, perfino quindici sarebbe stata una quantità di persone difficile da contare in quel momento! Di sicuro, qualunque numero il Maestro abbia detto, voleva semplicemente indicare un gruppo molto numeroso.

Il loro capo sfidò Mukunda: «Perché eviti la nostra compagnia?».

«Francamente» rispose Mukunda «non mi piace il linguaggio che usate».

«Noi parliamo come siamo!» rispose il capo, incollerito. «Chi sei tu per fare il presuntuoso con noi? Ti daremo una bella lezione!».
Un altro ragazzo urlò: «Sì, ti massacreremo!».
Un terzo si unì a loro: «Ti spezzeremo tutte le ossa! Quando ti trascinerai a casa da tua madre, lei non ti riconoscerà neppure!».

Mukunda retrocedette appoggiandosi a un albero e gridò con tono feroce: «Come siete coraggiosi a minacciarmi, visto che siete in tanti! Essendo così numerosi, potreste sicuramente fare tutto ciò che avete detto. Ma vi dico una cosa: io “massacrerò” il primo che oserà mettermi le mani addosso!».

Ci fu un grande strascichio di piedi. Alla fine il capo disse: «Non dicevamo sul serio, Mukunda. Preferiamo essere amici».

Mukunda allora concluse: «Se volete l’amicizia, diventiamo amici». Lui e il capo della banda si allontanarono, ognuno con il braccio sulla spalla dell’altro.


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