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Estratto dal libro “Lo Schiavo” di Anand Dìlvar

di Anand Dìlvar 6 mesi fa


Estratto dal libro “Lo Schiavo” di Anand Dìlvar

Leggi un estratto dal libro di Anand Dìlvar "Lo Schiavo"

Quando ripresi i sensi, mi accorsi subito che c’era qualcosa che non andava per niente bene. Davanti a me, una luce mi feriva gli occhi e non riuscivo nemmeno a batter ciglio. Cercai di scostare lo sguardo, provai a muovere le braccia per coprirmi il viso con le mani, ma non ci riuscii. Il corpo era completamente paralizzato e percorso da un dolore e un freddo che non avevo mai sentito prima.

Provai anche a urlare e a chiedere aiuto ma fu tutto inutile, qualcosa entrava nella mia bocca e mi bruciava la gola mentre un terribile rumore mi feriva le orecchie.

Per diverse ore fui esclusivamente preso da una terribile disperazione. 

Poi dalla disperazione passai al terrore quando alcuni pensieri riuscirono a filtrare attraverso il dolore nella mia mente…

“Dove sono?”.
“Cosa sta succedendo?”.
“Sono morto!”.

Tra il dolore, il terrore e questi pensieri, alla fine persi i sensi. E grazie a Dio, perché ormai non ce la facevo più. Non so se passarono ore o giorni prima che tornassi in me. Continuavo a non potermi muovere, e a starmene lì con gli occhi sbarrati. Il dolore si era un po’ affievolito, la luce davanti a me era accecante ma sopportabile, e a quel punto fui in grado di accorgermi che il terribile rumore era una sorta di respirazione forzata, profonda, forte… non era il mio respiro, di questo ne ero certo.

Il ridursi del dolore fisico aprì la porta a un altro tipo di sofferenza: la confusione della mia mente e l’urgente bisogno di risposte.

“Sono davvero morto?”.
“Di chi è il respiro che sento?”.
“Cos'è che percepisco in bocca e che mi brucia la gola?”.

Recuperai lentamente i ricordi di quel che io credevo fosse il giorno precedente; la festa, l’alcol, la discussione con Laura e l’insistenza di Edoardo nel farmi provare una stupida droga che trovava fantastica.

«Amore mio, smettila di bere, per favore… Non vedi che ti stai uccidendo?», mi gridava Laura. «È questo che vuoi?».
«Non voglio ammazzarmi, quello che voglio è scappare».
«Scappare da cosa? Sei pazzo».
«Sì, sono pazzo e tu non mi capisci… non mi capisce nessuno…».

Poi avevo preso quel paio di pasticche blu che mi aveva dato Edoardo. Questa è l’ultima cosa che ricordo.

“Ah mio Dio! Alla fine ce l’ho fatta, ho chiuso con la mia vita. Non è possibile…! Che mi succede? Perché non riesco a muovermi? Perché non riesco a chiudere gli occhi?”.

“Quell'imbecille mi ha avvelenato”, pensavo. “Sono all'Inferno a pagare per tutte le mie colpe… è molto peggio di quanto immaginassi”.

Non credevo nella vita dopo la morte, ma in quel momento non trovavo un’altra risposta.

“No Dio, perdonami, ti prego…! Dammi un’altra possibilità…”.

Il rumore di una porta che si apriva interruppe i miei pensieri e distinsi allora una voce femminile: «Ma che casino che fa ‘sta merda», commentò.

«È l’unica che abbiamo, sai come siamo messi qui», rispose un uomo.
«Ma com'è possibile che abbiamo un solo macchinario per la respirazione artificiale?».
«Be’ è così e dobbiamo fare del nostro meglio con quel che c’è».
«E a questo che è successo?».
«Questo…? Questo è andato. Scoprilo così lo vedi».

Sentii come spostava un lenzuolo dal mio viso e riuscii a vedere una donna con indosso un camice bianco e un’espressione tra lo stupito e il terrorizzato.

«È sveglio!», urlò.

L’uomo accanto a lei si abbassò per guardarmi.

«Ma va, l’hanno portato così; quando è arrivato in pronto soccorso hanno detto che aveva avuto un incidente, era completamente fatto ma ancora cosciente e continuava a ripetere “Laura, Laura, perdonami”. Poi è entrato in coma e in una specie di rigor mortis, per cui non sono riusciti a chiudergli gli occhi».

«Povero idiota, sarebbe stato meglio se fosse morto».
Sarebbe stato meglio per noi! Adesso ci tocca tenerlo in vita come un vegetale, occupando un letto di cui altri hanno bisogno e spendendo energia».

«Ma… riesce a vedere, a sentire… percepisce qualcosa?».
«Ma va, guarda…».

Vidi come muoveva un tubo vicino al mio letto e sentii una terribile fitta al braccio».

“Quello fa male, idiota…! Sono vivo! Sono cosciente. Aiutami!!”, cercai inutilmente di urlargli.

«Approfittane per cambiargli la flebo» disse l’uomo. «Qualcuno deve pur bagnare le piante».

Scoppiarono entrambi a ridere e io rimasi lì carico di rabbia e disperazione.

L’uomo uscì dalla stanza, la donna cambiò un contenitore appeso vicino al mio letto e poi andò subito via.

Avevo già qualche risposta… la conversazione si ripeteva più volte nella mia mente:

Un incidente…?
È entrato in coma…?
Laura perdonami…?

… Qualcuno deve pur bagnare le piante,
… bagnare le piante…
… le piante.

Tratto dal libro:

Lo Schiavo

Anand Dìlvar

Con un finale inaspettato e commovente, l’autore conduce il lettore in un intenso viaggio alla conquista dell’essenza della vita che vince la solitudine e che condurrà il protagonista alla conquista più preziosa: la consapevolezza di essere parte di qualcosa di grandioso, di uno splendido disegno in cui la vita si prende cura di tutto ciò che esiste, anche di ognuno di noi...

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Anand Dílvar è un padre amorevole e un buon amico, appassionato di viaggi e avventura. Dedica la maggior parte del suo tempo alla ricerca di insegnamenti ed esperienze che lo aiutino nel proprio sviluppo personale per poi condividerle con altri tramite i suoi libri. La sua opera è mutata molto...
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Elisa
Acquisto verificato

Interessante

Leggendo l'inizio sembrerebbe interessante penso che l'acquisterò... Per imparare ad apprezzare la vita...

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