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Estratto dal libro “La Svedese” di Anna Pavignano

di Anna Pavignano 3 mesi fa


Estratto dal libro “La Svedese” di Anna Pavignano

Leggi un estratto dal libro di Anna Pavignano "La Svedese"

«Una donna nuda!» gridò il bambino.

Qualcuno avvisò la portinaia che uscì e mi avvolse in un accappatoio.
«Venga dentro signorina! Piove da far spavento!»

Non sentivo freddo e tutto mi arrivava come da una lontananza siderale.

Il suono di un pianto lamentoso, come sotto una tortura praticata senza mai mollare, si mischiava allo scrosciare della pioggia, allo sciacquìo delle poche macchine che tiravano dritto e mi arrivava come fosse il dolore di un altro.

Piangevo per inerzia, con la stessa ineluttabilità con cui il mio petto assecondava il respiro e il cuore si agitava per tenermi in vita.

Quando la portinaia, per riportarmi a casa, infilò la sua piccola mano, calda e asciutta, nella mia, dal pugno chiuso mi cadde una banconota stropicciata. Lei, solerte, la raccolse: «Li tengo io. Dopo glieli ridò.»

Suo marito aspettava sul portone guardando in alto, come fosse uscito solo per una boccata d’aria. «Mamma mia che tempo!» disse, cercando di dissimulare l’imbarazzo che gli dava la mia nudità.

Un fiore

Mesi prima, in casa stagnava ancora l’aria della notte. Si sentì un debole crac provenire dal soggiorno, come di una carta spiegazzata che fosse riuscita dopo sforzi subliminali a distendere una delle sue fibre. Il silenzio spesso del primo mattino aveva fatto da cassa di risonanza a quel rumore che, in un altro momento della giornata, sarebbe andato perduto.

Sulla mia attenzione risvegliata seguì un secondo crac, che ad analizzarlo meglio aveva in sé una nota morbida e frusciante, come se una dama d’altri tempi si fosse accomodata l’abito di seta.

Un terzo crac che forse era un flaf mi buttò giù dal letto: in salotto tutto sembrava in ordine. Il piatto ancora sulla tavola, dalla sera prima; la coperta che avevo messo sulle gambe e che, alzandomi, era caduta in terra; i cuscini del divano che ancora conservavano la mia impronta. 

Qualcosa di bianco nel fogliame del filodendro attirò la mia attenzione. Capii che lo scartocciare frusciante di quella mattina era la nascita di un fiore.

C’era un mistero là dentro.

Raccontai a tutti quel fatto straordinario. I miei colleghi guardarono vacui, commentando con un distratto «Ah sì?».

Soltanto Marco sembrò comprendere. Parlando di piccole cose e grandi entusiasmi, decidemmo di far incontrare Orfeo e Terry, i nostri pastori tedeschi. «Sarebbe bello se facessero i cuccioli!» dissi con passione.

Lui rimase un po’ a guardarmi: aveva occhi vivaci e attenti e il vezzo di sottolineare ciò che diceva toccando leggermente la spalla dell’interlocutore o sfiorandone il ginocchio, come a sollecitarne l’attenzione. I suoi modi mi facevano sentire importante e accettata.

«Sono sicuro che si piaceranno!»

C’era qualcosa tra me e lui che una volta tanto non mi ero affrettata a definire: avevo bisogno di limpidezza e spontaneità; e che tutto accadesse da sé. Ultimamente avevo evitato legami.

Ci mettemmo d’accordo per una cena da me.

Marco mi avrebbe lasciato Orfeo qualche giorno per dar modo agli animali di conoscersi e simpatizzare. Era già tutto pronto, quando mi chiamò: poteva venire con un amico?

«È appena arrivato da Torino e a casa mia non c’è niente da mangiare.» 

«C’è un ristorante vicino a…»

«Non posso far questo a un amico» sussurrò.

Erano cresciuti insieme, poi Milo verso i diciott'anni si era trasferito al nord. Tornava periodicamente a Roma per lavoro e la casa di Marco per lui era sempre aperta.

«Sono arrivato senza avvisare. Mi scuso anche con te per l’invasione» disse sulla porta.

«Lei ama molto le sorprese. È vero Livia?»

I cani non si piacquero. Io e l’amico, molto.

E mentre Marco si entusiasmava a rievocare l’infanzia comune, i giochi, le ragazzate, la scuola, Milo ed io seguivamo un filo di comunicazione a parte. Il divano, vecchio compagno delle mie serate in solitudine, si fece complice: offrì la trama vellutata dei suoi cuscini alle mani che si sfioravano; accolse, nella morbidezza del suo schienale, il nostro desiderio di toccarci; solo a uno sguardo
distratto o ingenuo la nostra continua vicinanza sarebbe potuta apparire casuale. Marco era distratto dai cani e ingenuo per natura.

Andandosene, Milo si soffermò a guardare una mia foto. La prese tra le mani, la studiò. «Eri più bionda» fu il solo commento.

Tratto dal libro

La Svedese

A chi crede che sia solo mal d'amore

Anna Pavignano

L’amore e la passione spingono la protagonista a visitare luoghi sconosciuti della sua personalità e la invitano a ripercorrere le ferite della sua infanzia, gli abissi sconosciuti della sua esistenza, la sua forza, la sua fragilità, la sua aggressività e la sua capacità di perdersi e ritrovarsi.

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Anna Pavignano è di origini piemontesi ma romana e napoletana di adozione. Inizia a lavorare come sceneggiatrice con Massimo Troisi, con cui scrive i film di maggior successo, da “Ricomincio da tre” a “Il Postino”, con cui ha una Nomination all’Oscar per la...
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