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Discorso su Shakespeare: la libertà secondo Misura per Misura

di Igor Sibaldi 5 mesi fa


Discorso su Shakespeare: la libertà secondo Misura per Misura

Igor Sibaldi introduce l'opera di William Shakesperare "Misura per Misura"

Ogni volta che si rilegge, o si guarda, o si recita un play di Shakespeare, ci si accorge che ciò che se ne era capito prima non solo non era sufficiente, ma era sbagliato.

La stessa cosa capita rileggendo gli ultimi cinque libri di Castaneda, i Vangeli e alcune pagine della Torah, cioè dei primi cinque libri della Bibbia. Non so se gli autori l'avessero previsto, o addirittura voluto, o se, al contrario, al termine del lavoro si meravigliarono, loro per primi, di avere scritto più di ciò che credevano di aver capito.

Fa propendere per quest'ultima ipotesi il fatto che le storie narrate da Shakespeare, da Castaneda e dai misteriosi autori dei Vangeli e della Torah abbiano tutte qualcosa in comune: l'intento di guidare il lettore - o, nel caso di Shakesperare, lo spettatore - verso una serie di scoperte sulla struttura della realtà.

Possiamo cioè immaginare che sia andata così: ciascuno di questi autori aveva compiuto, o appreso, ed elaborato alcune scoperte metafisiche o psicologiche (il che in fondo è lo stesso) su ciò che chiamiamo il mondo reale, e si accingeva non a esporle in forma di teoria o di dottrina, bensì a esprimerle attraverso vicende di vari personaggi - perché gli piaceva narrare più che fare filosofia. Immaginava quelle vicende e quei personaggi, e lì immaginava talmente bene - proprio perché gli piaceva farlo - che invece di esser lui a muoverli, gli accadeva di assistere a ciò che i personaggi facevano e dicevano nella sua immaginazione, e di descriverlo, invece di inventarlo.

La serie di scoperte metafisico-psicologiche di cui quei personaggi avrebbero dovuto essere espressione cominciava ad ampliarsi, velocemente, tanto che l'autore a un certo punto riusciva soltanto a prenderne nota, così come si prende nota di un sogno appena svegli, senza ancora averlo interpretato.

Non è affatto un'ipotesi fantasiosa né tanto meno originale.

Dante mostra di conoscerla, e di avervi ragionato a lungo, quando nel canto X del Paradiso accenna a quella materia ond'io son fatto scriba. E sarebbe la materia del suo poema, di cui lui viene «fatto» (come fosse non per sua volontà) «scriba», cioè persona che scriva sotto dettatura. Ma proprio perché Dante nel poema «vi ragiona», non avviene che rileggendo la Commedia ci si accorga ogni volta di non averla in qualche modo fraintesa la volta precedente: la Commedia, semplicemente, la si capisce ogni volta un po' di più. E probabilmente, rileggendo un suo Canto ultimato, Dante pensava: "Bene così. Era precisamente quello che volevo".

Shakespeare, Castaneda, gli evangelisti e gli autori della Torah, a differenza di Dante, non si auto-osservano e non si auto-commentano. Si lasciano soltanto portare da ciò che "li fa scribi", e in qualche modo avviene (qui è il clou della nostra ipotesi) che quel loro farsi portare più avanti rimanga attivo nelle loro opere, come un sistema avviatosi una volta per tutte, e si estenda ai lettori: non per chissà quali dinamiche trascendenti, ma perché ciò che durante il lavoro quegli scrittori cominciano a esprimere, cioè a far esistere nelle loro pagine, diventa anche quel farsi portare più avanti. Come un genio che venga chiuso in una lampada, e che poi ne esca, nuovo, cresciuto, cambiato, a ogni rilettura.

Anche Gesù ne parla una volta, chiamandolo «lo Spirito della Verità» (o, in traduzione letterale - to pneyma tes aletheias - «il vento di ciò che si svela»):

Ancora molte cose ho da dirvi, ma non potreste reggerle ora.
Quando verrà lo Spirito della Verità, vi guiderà verso tutta la verità.
Prenderà dal mio, e ve lo farà conoscere.

Giovanni 16,13-14.

Ci si accorge che questo brano tratta dell'ipotesi nostra e dantesca, non appena si pensa che Gesù, nei Vangeli, è innanzitutto la storia di Gesù e del suo insegnamento: e le «molte cose che ha ancora da dire» sono cioè che la sua storia e il suo insegnamento continuano a rivelare a chi li ripercorre, la seconda, la terza, la decima, la centesima volta, ogni volta di più.

Ne deriva che, così come dai Vangeli e da buona parte della Torah "non conviene trarre una religione" (dato che una religione è un insieme di cose capite una volta per tutte, sancite, istituzionalizzate e in tal modo immobilizzate per sempre), allo stesso modo non conviene tentare una interpretazione dei plays di Shakespeare e dei romanzi di Castaneda.

Non conviene, perché se ci si riesce si ha una religione o una interpretazione, ma si perde il contatto con la curiosa mutevolezza, l'inesaurabile accrescersi del significato di quei plays e di quei libri: si tengono, insomma, tappate le loro lampade, riducendole a reperti.

Sensato, invece, è trarre una religione dagli scritti di sant'Agostino o di san Tommaso d'Aquino, e così pure fare una interpretazione di Cartesio, Kant, Hegel, ottenendone altrettanti sistemi stabili, o di Dante, disegnando la vasta e poderosa struttura della sua mente, o di tanti altri autori e artisti.

Sicché, di Misura per misura, non dirò affatto che cosa significhi o, peggio ancora, che cosa intendesse comunicare l'autore: mi sembrerebbe di far torto al genio-nel-la-lampada di questo play, di cui Shakespeare è stato scriba.

Farò proprio l'opposto: segnalerò atto per atto, quasi scena per scena, alcune (non tutte, certo) direzioni in cui farsi portare più avanti, perché i lettori poi ci provino. Nel cominciare a farlo so bene che, a mia volta, dovrò aspettarmi sorprese, perché di certo capiterà che nell'indicare quelle direzioni molte delle conclusioni a cui ero giunto l'ultima volta che avevo letto questo play verranno superate, verso direzioni che adesso non posso prevedere.

Capiterà anche che, dopo aver riletto o rivisto Misura per misura, questa mia introduzione mi sembrerà carente e piena di sviste. Ma che farci: è talmente inevitabile, che non occorre neppure chiedere scusa. Shakespeare, Castaneda, i Vangeli, la Torah sono giochi che si giocano così.

Tratto dal libro:

Misura x Misura

Elogio dell'Impossibile - Traduzione e adattamento di Graziano Piazza

Igor Sibaldi, William Shakespeare

Nel 1603, con Misura per misura, William Shakespeare compie un vero e proprio elogio dell'impossibile: nella cattolica Vienna mette in scena il suo teatro di capovolgimenti, colpi di scena, tradimenti e rivelazioni improvvise riflettendo su temi come la passionalità, la grazia e l’innocenza.

In questo prezioso testo, che è anche una guida alla lettura, Igor Sibaldi fa dell’opera shakespeariana un Vangelo moderno, mostrando ciò che il Bardo riesce ancora a dire di noi e del modo in cui pensiamo e riconosciamo il mondo.

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Igor Sibaldi, nato a Milano (dove vive tuttora) nel 1957 da madre russa e padre toscano, è scrittore, studioso di teologia e storia delle religioni. Ha pubblicato diversi romanzi presso Mondadori e curato l'edizione e la traduzione di numerosi classici della letteratura russa. ...
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