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Cibo naturale o artificiale?

di Marianna Gualazzi 7 mesi fa


Cibo naturale o artificiale?

Cosa resta dell’alimentazione dei nostri nonni, tra industria alimentare e ipermercati

Interrogandomi su cosa sia rimasto di naturale nel cibo che mangiamo mi viene in mente un’immagine. Se un individuo proveniente da una tribù nativa di un remoto e selvaggio angolo del pianeta si ritrovasse catapultato in un nostro ipermercato, capirebbe che gran parte di ciò che vede sugli scaffali è cibo? Imballato, pluri-impacchettato in una confezione che assomiglia a una scatola cinese, con tanti pacchettini uno dentro l’altro, in monoporzione, o porzione da due, o da quatto, o formato famiglia, con la carta colorata, la foto accattivante che però, come recita il disclaimer, “ha solo scopo illustrativo”: il nostro cibo, oggi, lo compriamo a scatola chiusa, non lo possiamo toccare, annusare, assaggiare.

Avendo perso quel primo e fondamentale rapporto diretto, corporeo e sensoriale con quello che ci mettiamo in bocca, oggi, per la maggior parte di noi, risulta difficile distinguere tra ciò che ci nutre e ciò che invece può danneggiare la nostra salute, a breve e lungo termine. Tutti gli organismi sanitari sanno che le cattive abitudini alimentari incidono per più del 30% sulla comparsa di patologie tumorali e cardiovascolari, e per oltre il 50% di quelle metaboliche (come obesità e diabete).

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Latte materno e latte artificiale

Eppure l’istinto per riconoscere ciò che ci fa bene ce lo abbiamo. Pensiamo al bambino appena nato che, se messo subito a contatto con la mamma, pelle contro pelle, pochi minuti dopo essere venuto al mondo va subito in cerca del capezzolo per la sua prima poppata di colostro, quel liquido giallastro ricchissimo di nutrienti che il corpo della mamma produce per il suo cucciolo. Sull’importanza dell’allattamento al seno si è pronunciata più volte l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), sono stati scritti centinaia di articoli scientifici e divulgativi, e sono in atto campagne di sostegno nei consultori e negli ospedali.

Nonostante ciò, i dati raccolti dalla SIN (Società Italiana di Neonatologia) non sono affatto positivi: nei primi giorni di vita il 90% delle donne italiane comincia ad allattare al seno il neonato, alla dimissione dall’ospedale la percentuale scende al 77% per poi crollare al 31% a 4 mesi e solo il 10% continua ad allattare oltre i 6 mesi di vita.

Sicuramente dietro queste percentuali non c’è una sola causa, ma possiamo pensare che la facilità con cui si reperisce sul mercato il latte formulato e come questo – che non può essere pubblicizzato direttamente nella formulazione di tipo 1, ovvero per bimbi fino ai sei mesi – viene spesso subdolamente promosso nelle sue versioni “di proseguimento” (tipo 2 e 3), giochino un ruolo non da poco.

Ma cosa si perde un bambino se viene allattato artificialmente, con il latte creato dall’industria? Si perde il primo cibo naturale, quello che la sua mamma crea ogni giorno, espresso, apposta per lui, che ha un sapore e un odore sempre diverso e che – sempre citando la SIN – lo protegge maggiormente dal rischio di infezioni gastrointestinali, infezioni respiratorie, asma, otiti medie acute e di sviluppare a lungo termine sovrappeso, obesità e malattie collegate (malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete di tipo 2) rispetto al neonato alimentato con latte artificiale, che è più esposto a tutto questo corredo patologico.

Merendine e televisione

Il cibo che ci propone l’industria nasce e cresce con noi: se abbiamo avuto la fortuna di non gustarlo appena nati è molto difficile, per la generazione nata dopo gli anni Cinquanta del secolo scorso, non esserselo ritrovato nel piatto da bambini e da ragazzi.

Chi, come me, è nato negli anni Settanta è cresciuto a suon di merendine, creme spalmabili, bibite gassate, e tanto, tanto latte intero zuccherato con i cereali: il tutto gustato davanti ai programmi per bambini proposti il pomeriggio dalla nascente tv commerciale.

Sono stati anni in cui le buone abitudini della generazione precedente sono state buttate al vento dall’industria alimentare e dalla nascente GDO, la grande distribuzione organizzata, che ha avuto il brutto merito di portare sulle nostre tavole un cibo abbondante, che si conservasse a lungo e omologato nei sapori. L’industria alimentare pensa ai propri profitti e non certamente alla nostra salute.

Ma come e cosa mangiavano i nostri nonni? «Mediamente – scrive il dottor Paolo Giordo nel libro Alimentazione e disturbi del comportamento in bambini e ragazzi – consumavano il 50% di ortaggi e frutta, il 30% di cereali e il 20% di cibi proteici, suddivisi in leguminose, formaggi, uova, carne e/o pesce. La carne era soltanto di uso sporadico, legato a occasioni religiose. Il cibo contadino antico è quello che più ha resistito nell’evoluzione delle modificazioni alimentari, e che ancora resiste in rare popolazioni rurali che vivono ai confini della civiltà».

Dal cibo che ci nutre al cibo spazzatura

Se fino a poco più di un secolo fa la maggior parte della popolazione mondiale viveva con la costante preoccupazione di procurarsi il cibo – quindi la maggior parte delle attività fisiche e mentali dell’uomo erano orientate a questo obiettivo – oggi nel mondo occidentale viviamo in una situazione completamente opposta: abbiamo larga abbondanza di un cibo totalmente depauperato a livello di sostanze nutrizionalmente attive che sta modificando il nostro corpo e il nostro cervello, con ripercussioni sulla salute che vediamo aggravarsi di generazione in generazione.

«Piano piano – continua Giordo – in modo silenzioso e poco appariscente, gli alimenti di uso comune sono stati sempre più impoveriti del loro contenuto biologico, snaturati, inquinati, grazie alla rivoluzione biotecnologica in agricoltura.

E questo senza contare la comparsa sulla scena alimentare di cibi nuovi, totalmente artificiali, come tanti dolcetti per bambini, formaggini, bevande gassate e colorate di ogni tipo. Poco importa delle conseguenze sulla salute. Tutti gli organismi sanitari sanno che le cattive abitudini alimentari incidono per più del 30% sulla comparsa di patologie tumorali e cardiovascolari, e per oltre il 50% di quelle metaboliche (come obesità e diabete), cutanee e digestive, ma nessuno ha mai posto in essere interventi per modificare anche minimamente questa situazione».

Io credo che mettere delle tasse sul cibo spazzatura sarebbe più che giusto, ma difficilmente praticabile in un mondo dominato dal turbo capitalismo. Nel frattempo possiamo fare da noi e scegliere di boicottare i templi della grande distribuzione, preferire i mercati locali, scegliere cibo fresco, biologico, a chilometro zero, mangiare meno farine raffinate e più cereali integrali, meno carne e più ortaggi, e re-imparare ad ascoltare il nostro corpo, che, essendo parte della natura, sa istintivamente consigliarci per il meglio.

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Marianna Gualazzi

Laureata in Lettere Moderne, giornalista pubblicista, lavora da oltre dieci anni per il Gruppo Editoriale Macro in qualità di editor e di content manager per l'editoria periodica e per il web. Ha scritto decine di articoli di ecologia, salute naturale, gravidanza e parto consapevoli,...
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