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C'è modo e modo di realizzare i sogni - Estratto dal libro "Rais"

di Simone Perotti 10 mesi fa


C'è modo e modo di realizzare i sogni - Estratto dal libro "Rais"

Leggi in anteprima un estratto dal romando di Simone Perotti e scopri la storia di tre individui alle prese con un segreto che potrebbe cambiare la storia

Quando uno sogna a lungo di fare una cosa, poi non è che se ne dimentica, anche se c'è modo e modo di realizzare i sogni, e la prima esperienza generata dal terremoto di essere stati catturati e portati via dalla propria famiglia, dal proprio paesello, è che la vita può andare in un modo o all'opposto, e tu non puoi mai dare per scontato niente, e infatti un conto sarebbe stato vedere da vicino il mare per la prima volta insieme al padre, che glielo aveva promesso, e un conto è vederlo così, con i polsi legati dietro la schiena e una corda tra le gambe che serra le caviglie, anche se per un attimo Dragut resta comunque senza fiato,

ed è quando svoltano l'ultimo tornante della strada che dalla collina scende giù alla costa, quando l'ultima siepe scopre allo sguardo l'ultimo orizzonte e dietro c'è il vuoto, un vuoto azzurro interrotto da terre sospese, che si chiamano isole, che sono come le colline ma separate, con l'acqua in mezzo, un vuoto pieno di cose, ecco cos'è il mare, punteggiato di piccoli segni neri e bianchi, che si chiamano barche, almeno così dice il padre, che se ne vanno a zonzo dove gli pare, su e giù e possono arrivare dove vogliono, e se ci vanno questo la dice lunga sul fatto che tanto vuoto il mare non è, deve esserci un buon motivo e anche un buon posto, altrimenti che ci andrebbero a fare?

E il primo colpo d'occhio dunque fa saltare il cuore, perché in terra ci sono mille cose, mille ostacoli, mille alberi, mille case, strade, carri, persone, eppure sembra più vuoto del mare, che invece è vuoto eppure ti dà la sensazione che sia pieno, forse perché è piatto, non finisce mai, e in fondo c'è una linea che lo separa dal cielo, ma ci deve essere anche qualcos'altro oltre quella riga se tante barche puntano laggiù, dove stanno andando?

E chi lo sa, se almeno non avessi queste corde che mi segano i polsi magari potrei saltare giù dal carro, pensa Dragut, che però per tutto il tempo della discesa è rapito dalla scena del mare, ma non solo del mare, anche del viavai di gente sulle rive, dalle tante barche una appiccicata all'altra, legate insieme, un alveare di persone dalle facce diversissime, non come quelli del villaggio di Karatoprak, che si somigliano tutti, anche perché gira e rigira sono tutti parenti, quello ha sposato la sorella di questo che è lo zio di quella e alla fine ognuno che ti saluta potrebbe essere tuo nonno, no qui si vede che la gente è figlia di persone che non si conoscono, che vengono da posti che uno non ha mai neanche sentito nominare, e sono diversi gli occhi, la bocca, la pelle, gli zigomi, sono alti, bassi, sciancati, dritti, robusti, magri, coi capelli lunghi, corti, ricci, lisci, e sono anche vestiti in modo diverso, tanta gente coi turbanti, coi baffi, la barba, gli orecchini, i pendagli, e tante armi, mamma mia quante armi, scimitarre, lance, archi, pugnali e perfino delle strane pertiche di ferro e legno che non ha mai visto, gli archibugi, ma i nomi e l'uso delle cose Dragut non li conosce, però sa che quel coacervo, quella marmaglia, quella confusione sono impressionanti, e fa strano vedere che in poco spazio di costa c'è quella bolgia e poco più in là, appena qualche metro sull'acqua, tutto torna deserto, immobile, e se non passasse qualche barca sarebbe proprio vuoto e splendore di riflessi e un tonfo nel cuore, e l'impressione è grande per tutti, non gli adulti, che pare non ci facciano caso, ma i bambini!

Tutti legati accanto a lui, compreso il suo piccolo amico Keithab, che ha perfino smesso di piangere, e mentre singhiozza sta con gli occhi spalancati e la bocca aperta, col moccio che gli cade dal naso e si mescola alle lacrime, perché nessuno di loro ha mai visto niente di simile e quando li fanno scendere stanno tutti zitti, camminano uno avanti all'altro, e le guardie parlano con altre guardie, vestite più o meno come loro, e mentre li spingono verso una barca sono tutte più rilassate, distratte, qualcuno prende una ciambella da un venditore seduto su un tappeto, altre guardie si fanno dare un boccale dall'acquaiolo, e Dragut pensa che se li mettono su quella barca sono finiti, li porteranno via per sempre, non rivedranno mai più Karatoprak, mai più la collina, mai più, soprattutto, la mamma, e allora fa segno a Keithab, ma solo con gli occhi, vispi come quelli di un gatto selvatico, e Keithab spalanca i suoi, come se fosse terrorizzato più all'idea di tentare di ruggire che all'idea di essere portato via,

e in questo c'è tutta la differenza tra Dragut e Keithab, perché c'è gente che quando deve fuggire ha meno paura di quando deve obbedire, e infatti quando Dragut scarta di lato lui non si muove, resta impietrito e guarda il suo piccolo amico che scatta a passi velocissimi, cortissimi per via della corda che gli unisce le caviglie, ma talmente veloci che quasi non gli vedi le gambe, e punta dritto per la strada che costeggia il porto e in un baleno ha preso dieci metri e ci vuole qualche istante perché le guardie si accorgano, reagiscano e si buttino all'inseguimento,

e Dragut nel frattempo cerca un modo per andare più veloce, e l'unica è saltare a piedi uniti, toin, toin, toin, salti veloci, corti e lunghi, si vede che prova quale salto rende di più, perché quel bambino è rapido, nella testa come nelle gambe, salta, salta Dragut, e la scena fa un po' ridere perché le guardie gli piombano addosso ma Dragut cambia improvvisamente direzione e le guardie si scontrano, faccia contro faccia, e cadono per terra, la gente smette di fare quello che fa e ride, comincia a urlare, a fare il tifo, ma di prendere Dragut non c'è modo, perché quello a seconda degli ostacoli che trova cambia ancora, per saltare oltre una staccionata fa una capriola, poi di nuovo i salti a piedi uniti, poi i passetti velocissimi quando ritrova il selciato, ti-ti, ti-ti, ti-ti, ti-ti,

e ci sarebbe voluta tutta per capire come andava a finire se un gigante, uno alto due metri, col turbante bianco e la scimitarra che gli arrivava ai piedi, una montagna d'uomo che usciva da una tenda rossa proprio in quel momento non lo avesse afferrato per i capelli mentre gli passava sotto, ed è un gran peccato perché dopo qualche decina di metri c'era il folto, l'intreccio di rami del sottobosco, cespugli, rovi, alberi bassi, e poi la foresta a un centinaio di metri, e non c'è nessuno che possa prendere Dragut nel misto, sa sgusciare e arrampicarsi dovunque, trova buchi, sostegni, sembra che scorra senza ostacoli, più è intricato più sa come muoversi, e con o senza corde ai polsi lì non lo avrebbero preso più, tu dagli un ramo su cui salire, dagli un cespuglio in cui infilarsi e in un soffio non lo vedi più,

quel piccolo ossesso veloce, che non si arrende mai, ed è un peccato che l'omone invece lo acciuffi e lo alzi da terra per i capelli mentre Dragut comincia a urlare dal dolore e dalla rabbia, a dimenarsi, tanto che quello è costretto a prenderlo con due mani, sotto le ascelle, e lo riporta indietro mentre tutti ridono e Keithab scoppia a piangere, perché il suo cuore stava impazzendo dalla gioia nel vedere che Dragut fuggiva, perché Dragut è suo amico, si è fatto pure acchiappare per tentare di salvarlo, e se fosse riuscito a scappare sarebbe stato un po' come essere liberi tutti, e la seconda esperienza che fai, in un giorno solo, è capire che anche se sei piccolo, anche se sei spaventato, anche se non sai che fare, quando uno fugge e ce la fa è un po' come se scappassi pure tu, che poi è importante da sapere, aiuta sia chi tenta sia chi piega la testa, anche se tu rimani prigioniero se l'altro scappa,

dunque su questa questione bisogna rifletterci un po' meglio, ma si comprende, comunque, che quel giorno per quei bambini inizia una nuova vita, che chissà come andrà, ma sarà piena di cose, dolori, scoperte che a Karatoprak mai avrebbero fatto, e sarà dura, spietata, ma l'unica cosa che potrà salvarli sarà stare vicini, darsi una mano, aiutarsi, solo che quella sensazione ha un nome, si chiama solidarietà, spirito di corpo, ed è già un'esperienza brutta, perché è proprio quello che vogliono i loro carcerieri, che li portano via per allevarli, indottrinarli, farli obbedire, farli diventare dei giannizzeri, la Nuova Milizia, il corpo d'eccellenza, la guardia del Gran Sultano ottomano, fargli fare la guerra senza discutere, senza ribellarsi mai, fedeli, come un sol uomo, tutte cose che loro ancora non sanno, ma che scopriranno presto, poveri loro, perché in un batter d'occhio li caricano sulla nave, saranno almeno un centinaio di bambini, tutti tra i dieci e i dodici anni, che si coprono la testa con le mani per non prendere schiaffi, si stringono tra di loro, urlano, piangono, si tengono per mano anche se non si conoscono, e sottocoperta si rannicchiano in un cantone e dopo poco sentono fischi, voci lanciate in aria, urla, colpi sullo scafo, invocazioni ad Allah, canti dei marinai, e la barca si muove, mamma mia che impressione, che succede?

I vogatori, spettri mezzi nudi, rapati a zero, disperati, magri come chiodi, tutti con le barbe lunghe e le schiene rigate, si mettono a spingere sui remi, e poco dopo però si fermano, già ansimanti e sudati, e si vede una vela bianca enorme che si srotola, tutto scricchiola, tutto si tende, e dopo qualche istante la nave parte veloce, sarà mezzogiorno, con la prua in direzione del sole, verso una città che deve aver fondato un grande uomo, forse si chiama Iskender, Aleksander, Iskandar, Alexandros, o come diavolo si pronuncia, ognuno lo fa in modo diverso, chi è questo Alessandro?

L'hanno sentito dire ai marinai, un uomo importante di cui ha parlato anche il maestro, dicono quelli che vanno a scuola, e chissà se sarà buono-con loro, Alessandro, perché i grandi, dice il padre di qualcuno, sono sempre cattivi coi poveri e gli indifesi, e questa è solo una delle domande che si rincorrono nelle piccole teste di quei bambini, che cominciano un viaggio che è la fine della loro infanzia ma anche un inizio senza ritorno, di cosa, chissà.

Tratto dal libro:

Rais

Un pirata, una spia, una donna affascinante e misteriosa, un segreto capace di cambiare la storia nel mediterraneo del XVI secolo

Simone Perotti

Un romanzo psicologico, esistenziale, polifonico, una trama serrata, costellata di personaggi indimenticabili. Un racconto che affonda la lama nel mistero dell'animo umano, e che parla di noi, cioè delle donne e degli uomini che siamo quando amiamo, odiamo, fuggiamo, tentando di cambiare il nostro destino.

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Simone Perotti

Simone Perotti è nato a Frascati, (Roma) e vive tra Milano e La Spezia. Ha pubblicato Zenzero e Nuvole (I Ritmi, Theoria, 1995, Tascabili Bompiani, 2004), e Stojan Decu, l'Altro Uomo (Bompiani, 2005), con cui ha vinto il premio Volpe d’Oro 2005. Ha pubblicato racconti su riviste...
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