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Brucia, foresta, brucia

di Erika di Marino 1 anno fa


Brucia, foresta, brucia

Oggi in Amazzonia, ieri nelle grandi Pianure: continua la supremazia dell’Occidente sui popoli nativi e lo sfruttamento senza scrupoli dell’ambiente

Nel 2019 abbiamo assistito increduli a una delle peggiori catastrofi naturali di tutti i tempi causate dall’uomo. Quando il cielo della città di San Paolo (Brasile) è stato oscurato dal fumo, proveniente dagli incendi della foresta amazzonica a migliaia di chilometri di distanza, la devastazione è entrata realmente nelle case di tutti noi.

Proprio ora che gli effetti del cambiamento climatico sono sotto gli occhi di tutti, il “polmone verde del mondo”, la più grande foresta tropicale pluviale rimasta, sta subendo una brusca accelerazione della deforestazione, con un aumento del 30% nell’ultimo anno. Tra agosto 2018 e luglio 2019 il fenomeno ha raggiunto il tasso più alto dal 2008 (Greenpeace). La politica è complice silenziosa, lasciando impuniti i crimini ambientali e incoraggiando la violenza verso i popoli indigeni.

CHI VUOLE LE TERRE DELLA FORESTA?

Il cambiamento climatico non è stato il fattore scatenante: infatti il 75 % dei focolai si è verificato in aeree coperte dalla foresta fino al 2017, successivamente tagliate in modo illegale o degradate per lasciar spazio a pascoli, aree agricole per la produzione di soia da destinare ai mangimi o per allevamenti.

In Bolivia, invece, liberare il terreno vuol dire poter scavare nel sottosuolo più liberamente e accedere alle risorse minerarie, abbondanti in quella zona. Circa il 20% degli incendi si è verificato in aeree naturali e il 6% di esse appartengono a popoli indigeni (Greenpeace). L’agribussiness sta diventando di fatto un’arma per compiere un nuovo genocidio, quello delle “tribù incontattate” dell’Amazzonia, che si oppongono come possono a una vera invasione, senza più diritti essenziali. Queste antiche popolazioni vivono per scelta ancora isolate dalla società nazionale e dagli altri popoli indigeni. Vittime di soprusi di ogni tipo, vedono distrutto il loro rifugio, per mano di uomini molto spesso senza rispetto, pericolosi anche solo perché portatori di malattie a loro sconosciute.

UNA STORIA CHE SI RIPETE

Questo scenario ci riporta indietro nel tempo ad un altro genocidio, compiuto questa volta dagli europei: quello dei nativi dell’America settentrionale, conclusosi nel 1890 con la “famosa conquista del selvaggio west”. In tutto sopravvissero 250.000 nativi, rinchiusi nelle riserve. Quattro secoli prima erano 12 milioni (A. Leni 2017).

Ma chi erano questi uomini di allora, definiti come “selvaggi” dal cosiddetto popolo civilizzato? Erano popolazioni con un profondo amore per la natura. Celebravano la madre Terra come origine della loro stessa vita. Nella natura si incontravano sia il regno degli spiriti che il mondo umano. Grazie a questo profondo dialogo con le forze naturali, svilupparono una spiccata sensibilità verso gli animali, tanto da riuscire a comunicare con loro.

Il rapporto che essi avevano con la Madre terra era totale e coinvolgeva tutti i sensi dell’individuo, sia sul piano fisico che spirituale. Avevano timore e rispetto per Lei e non ne concepivano il possesso. L’effetto biofilia, unito a una profonda spiritualità, fece vivere questi uomini con un altro tipo di coscienza, con percezioni e poteri soprannaturali, che noi oggi abbiamo dimenticato o seppellito con la razionalità.

UN PROCESSO IRREVERSIBILE

Proprio come nei secoli passati, anche oggi in Amazzonia la crudeltà, la sete di possesso nei confronti della terra e la perdita della misura dell’uso delle risorse naturali stanno scrivendo un’altra pagina buia dell’umanità.

Si colpiscono tribù senza capacità di autodifesa, privandole del diritto di avere una casa, cibo, acqua e aria pulita e della libertà di vivere come desiderano e come hanno fatto per centinaia di anni.

Se le proporzioni degli incendi rimarranno tali, si stima che la quantità di emissioni di anidride carbonica sarà tale da modificare tra 10-12 anni il clima terrestre per alcuni secoli (Servizio europeo Copernicus di monitoraggio dell’atmosfera). La perdita di biodiversità, ossia di specie animali e vegetali sarà incalcolabile, senza sottovalutare il fatto che il suolo amazzonico, così prezioso e fragile, diventerà desertico, depauperato della copertura vegetale degli alberi, i cui residui depositati a terra sono garanzia di fertilità.

L’Europa e l’Occidente possono scegliere di non “importare più deforestazione” privilegiando carne e soia da agricoltura sostenibile, riscoprendo il senso del “limite” nello sfruttamento, nell’uso del territorio e della natura in generale. Ma come si fa a far riemergere la nostra coscienza ecologica, assopita dallo smodato consumismo o da un’alimentazione squilibrata? Secondo i nativi d’America, solo nella relazione con la natura, l’uomo ritrova se stesso.

La mancanza di rispetto per l’ambiente porta alla mancanza di rispetto per gli uomini. Ed è forse da lì che ricominceremo quando il cielo cadrà e tutto ricomincerà. Sarà tempo di rinascita e improvvisamente i valori e la saggezza propri delle popolazioni più semplici torneranno a essere parte fondamentale anche della nostra esistenza.

Allora sarà più facile riscoprire un concetto semplice, già radicato in noi, espresso da Gary Schneider, e da altri padri dell’ecologia profonda: «La natura non è un posto da visitare. È casa nostra».

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