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Bambini agitati e distratti - Estratto da "Salviamo Gian Burrasca!"

di Luca Poma 4 mesi fa


Bambini agitati e distratti - Estratto da "Salviamo Gian Burrasca!"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Luca Poma che denuncia quanto sia facile oggi nel mondo somministrare psicofarmaci ai bambini e ai ragazzi

Oggi si sente sempre più spesso parlare di disturbi del comportamento nei bambini e negli adolescenti. E molto spesso la soluzione che viene adottata è quella di somministrare degli psicofarmaci.

Ma siamo sicuri che questa sia la giusta soluzione?

Indice dei contenuti:

La crescente psichiatrizzazione dei minori

«Negli ultimi anni, l'idea che si è sviluppata nel nostro paese, e non solo, è che in fondo tutti i comportamenti che non vengono compresi e che vengono considerati come ingestibili o fuori da quella che viene definita la norma, devono da qualche parte trovare una risposta che ha a che fare con il rapporto tra patologia e cura».

Sono le parole che il professor Alain Goussot, uno dei più apprezzati ricercatori italiani in pedagogia prematuramente scomparso, ha pronunciato durante un'intervista rilasciatami poco prima della sua morte, avvenuta nel 2016. Goussot - di origini belghe, ma fortemente innamorato dell'Italia, dove si era trasferito e viveva con la famiglia - è stato professore di Pedagogia e didattica speciale alla Facoltà di psicologia di Cesena, ha collaborato a progetti di cooperazione internazionale nel settore dei minori e a progetti sulla deistituzionalizzazione dei minori in situazione di abbandono o di disabilità.

Alain aveva la dote rara della chiarezza del percorso: sapeva dove ci trovavamo, qual era il problema e qual era la strada da percorrere per perlomeno tentare, prima o poi e almeno in parte, di risolverlo.

Disse in occasione di un convegno: «I comportamenti non all'interno della norma vengono oggi identificati come patologici e la risposta è di tipo puramente medico e clinico. Non si prende più in considerazione la dimensione sociale, psicorelazionale, affettiva, familiare, la storia dello sviluppo del soggetto e, quindi, in particolare del bambino. Il bambino esiste solo come oggetto sintomatologico al quale bisogna dare una risposta medica».

«Peraltro in Italia si vive un paradosso: da una parte abbiamo una legislazione garantista sulla tutela dei minori e dall'altra, però, assistiamo alla psichiatrizzazione dell'infanzia. È evidente, a mio parere, che esistono interessi economici molto potenti; mi riferisco in particolare alle grandi aziende farmaceutiche e a determinate categorie professionali che spingono in una certa direzione, aprendo una ferita nel nostro diritto.

Mi preoccupa anche l'interesse di alcuni a diffondere nelle scuole kit diagnostici per rilevare, per esempio, la sindrome di iperattività o i disturbi specifici dell'apprendimento, secondo l'equivoco che "prima si individua la malattia, miglior favore si fa al bambino".

La missione della scuola dovrebbe essere quella dell'istruzione, dell'educazione; l'insegnante dovrebbe avere cura della relazione con il bambino a livello pedagogico e dovrebbe trovare risposte in tal senso; non deve fare diagnosi. Il rischio è di stravolgere la missione della scuola.

Poi c'è il pericolo di medicalizzare quelle che in realtà sono difficoltà che i bambini possono incontrare nel loro sviluppo e nel loro percorso di apprendimento. Ricordo che negli anni Cinquanta era molto diffuso un libro del grande psicopedagogista francese Henry Wallon, che parlava del bambino turbolento.

Parlare di bambino turbolento e di bambino iperattivo non è la stessa cosa. Usando la prima definizione semplicemente ammettiamo che quel bambino abbia qualche problema, manifesti disagio e sia un po' agitato, ma la risposta passerà attraverso l'apprendimento e l'educazione.

Usando invece la seconda definizione, cioè dicendo che quel bambino è iperattivo, mettiamo un'etichetta di tipo diagnostico, di tipo patologico, che richiede una risposta di tipo medico e che questo avvenga nella scuola è, effettivamente, molto inquietante».

Eppure oggi si parla sempre più spesso di bambini diversi, disturbati, difficili, ingestibili da parte delle maestre, quindi necessariamente malati, perché tutto ciò che esce dal "quadrato" della normalità adulta non può che essere patologia.

E i criteri che consentono di etichettare bimbi e ragazzi con una diagnosi abbracciano ormai numerose sfumature e modi di essere dell'infanzia e dell'adolescenza; basta scorrere il famigerato Manuale Diagnostico-Statistico dei Disturbi Mentali, che pedissequamente "classifica" qualunque variazione di comportamento, producendo a ogni sua nuova revisione centinaia di nuove "malattie".

«Non possiamo però arrenderci a questa deriva» ha detto ancora Goussot. «Un bambino diverso non è un bambino malato; potremmo analizzare le tantissime differenze che esistono tra individui. Per esempio, non si può parlare di bambino autistico, perché ogni forma di autismo è a sé; bisognerebbe parlare di "autismi", al plurale. E per di più non sappiamo nemmeno se l'autismo sia davvero una malattia o invece un modo di funzionare, di essere.

Prendiamo poi un bambino con la sindrome di Down: è un'anomalia cromosomica, ma non una patologia: perché dobbiamo considerare un bimbo Down come "da curare", sbagliato, malato? Oppure ancora: un bambino che presenta una disabilità intellettiva e mentale non è un bambino malato, ha semplicemente bisogno di un accompagnamento particolare che risponda ai suoi bisogni speciali.

Se non si pone un freno all'attuale deriva classificatoria e medicalizzante, possiamo arrivare addirittura a trasformare in disturbo le differenze culturali che non capiamo. Cioè si può arrivare anche a psichiatrizzare il comportamento di un bambino che viene da un'altra cultura e ciò è molto, molto pericoloso; significa che si sposa uno schema secondo cui si osserva solo per etichettare e classificare e non più per tentare di comprendere e offrire risposte davvero corrispondenti, adeguate e congruenti ai bisogni specifici di quel singolo bambino con la sua singola storia».

Con quali criteri, dunque, è utile valutare i cosiddetti bambini difficili o quelli più irrequieti Chiesi a suo tempo a Goussot.

«Mi piace riprendere un'espressione che utilizzava un maestro della neuropsichiatria infantile francese, Stanislas Tomkiewicz, che ha lavorato con le situazioni più complesse negli anni Settanta e Ottanta. Lui diceva a genitori, insegnanti, educatori e operatori sociali che occorre adottare la strategia delle 3 A, ossia: un Atteggiamento Autenticamente Affettivo.

Significa che bisogna lavorare nella relazione e con la relazione, creare contesti in cui per il bambino ci sia la possibilità di costruire, di elaborare e strutturare dentro di sé un linguaggio interiore che gli permetta di gestire le emozioni e di trovare le proprie personali risposte.

E bisogna che la relazione e il contesto siano costituiti da rapporti autentici, in cui le persone ci sono e vengono riconosciute, e in cui trova posto e viene riconosciuta anche la personalità del bambino. Non dimentichiamo, infatti, che un bambino non è un piccolo adulto, non possiamo proiettare sui bambini le nostre rappresentazioni.

L'universo infantile è particolare e va rispettato nelle sue peculiarità. Un bambino di 3, 4 o 5 anni che si muove molto è normale; se non fosse così, dovremmo ritenere che le grandi figure della letteratura per l'infanzia, da Pinocchio a David Copperfield fino a Oliver Twist e Pippi Calzelunghe, fossero tutti "problematici". Erano semplicemente bambini con lo slancio vitale che appartiene all'infanzia; a volte il bambino ha bisogno di essere aiutato, ma ciò va fatto attraverso l'affettività.

Se nella relazione pedagogica a scuola ci fosse un po' più di affettività da parte dell'insegnante nel rapporto con i bambini, forse gli stessi bambini si rapporterebbero con una modalità molto diversa al loro vissuto scolastico. Poi credo che sia fondamentale il dialogo, un'alleanza pedagogica tra scuola, comunità locale e famiglia.

Bisogna che il mondo degli adulti abbia la consapevolezza del suo ruolo, della sua funzione, di essere insieme sostegno e barriera; bisogna saper contenere in alcuni momenti ma senza chiudere gli spazi di sperimentazione e libertà al bambino; perché ha diritto all'errore, ha diritto a sbagliare ed è proprio attraverso l'errore che impara a trovare se stesso e quindi a crescere».

«Molto spesso» ha aggiunto Alain Goussot, «in situazioni impegnative, genitori e bambini non ricevono alcun tipo di supporto psico-relazionale, che sarebbe invece importantissimo. Se si mettesse la coppia in condizione di comprendere quello che sta vivendo e di poterlo condividere con altri genitori, credo che si potrebbe migliorare di parecchio la situazione soggettiva e la qualità della vita della famiglia, perché è impensabile poter intervenire a supporto di un bambino che presenta elementi di sofferenza senza accompagnare anche i genitori».

«Se vogliamo costruire un mondo migliore, a dimensione umana, finalmente un mondo in cui l'umanità sia rispettata nella sua dignità più profonda, bisogna partire dalla condizione dell'infanzia, nella famiglia e nella scuola». Parole sante. Ma qual è la realtà oggi?

Il bambino "normalizzato"

«Regolare molto e in maniera rigida può dare sicurezza all'adulto, per questo quando non si riesce a "normare", o normalizzare, un bambino, può accadere che l'adulto ceda alla tentazione di definirlo "sbagliato", malato».

A parlare è Enrico Nonnis, neuropsichiatra infantile di grande esperienza, membro del direttivo nazionale di Psichiatria Democratica e dirigente deWUnità operativa dell'area tutela salute mentale e riabilitazione in età evolutiva dell'Asl Roma 3

«Inoltre, un bambino sottoposto a continua "regolazione" esterna avrà una scarsa autonomia e non troverà i sistemi interni per affrontare e gestire le criticità che nel corso della giornata, della settimana, del mese o degli ambienti che frequenta gli verranno poste innanzi. Spesso "imporre la regola" è un bisogno della mamma o dei genitori, della famiglia, della scuola, della nonna, perché la regola dà ordine e quindi se la maestra o la mamma non hanno un buon regolatore interno, quel bambino che per definizione è nel caos sregola immediatamente l'adulto che allora ha bisogno di rimettere ordine».

«Mettere ordine serve dunque sicuramente all'adulto e non è un male di per sé, ma non dobbiamo mai perdere di vista quello che è lo scopo principale, cioè permettere al bambino in crescita di sviluppare in maniera armonica il suo regolatore interno.

Se invece l'obiettivo principale è solo ed esclusivamente quello di tenere tutti zitti e in ordine perché così fa comodo, allora si possono creare qualche volta squilibri pesanti. La cosa importante è non trasformare l'esigenza di regolazione dell'adulto in un abbraccio mortale per il bambino con la conseguente interpretazione patologica di qualsivoglia reazione il piccolo potrà avere».

«Oggi ci sono meno bambini per ogni famiglia - prosegue Nonnis - quindi c'è per forza una maggiore attenzione. Che può voler dire una maggior cura, una maggiore possibilità di intercettare quello che può essere il sentire del bambino; però dall'altro lato ci sono le aspettative del genitore, che sono un aspetto fisiologico che dà motivazione alla crescita.

Ma oggi queste aspettative sono concentrate su uno o due figli, non più su otto o dieci, e quindi l'investimento da parte del genitore, relazionale e affettivo, diventa molto più pesante.

Prima, quando si mettevano al mondo più figli, c'era un atteggiamento quasi più "guardingo", come se alla nascita non ci si dovesse affezionare troppo; c'era una mortalità infantile molto più alta, ricordiamoci di questo, e l'adulto era consapevole di questa evenienza.

Dobbiamo essere onesti e ammettere che la morte di un figlio, un secolo fa, era nell'ordine delle cose, era purtroppo normale; oggi, con in media 1,4/1,6 figli per coppia, fatichiamo a capirlo. Vogliamo quindi proteggere i figli, ma a volte finiamo per soffocarli.

Ad esempio, l'adulto interpreta il fatto di evitare la noia come una sorta di difesa contro il vuoto e la depressione.

Per il bambino, invece, la noia potrebbe essere un'esperienza importante, perché gli dà modo di regolare se stesso rispetto al sentirla e a percepire il vuoto; quell'esperienza può essere utile poi per la sua vita adulta perché gli dà la possibilità di ripercorrere, in situazioni similari, strategie che lo "portano via" dalla noia. Non ci si annoia passivamente, di solito i bambini dicono: "Mamma mi sto annoiando!".

Allora si dà loro un suggerimento: gioca con le macchinine, fai questo, fai quest'altro. Mano a mano, poi, i piccoli lo chiedono sempre di meno semplicemente perché trovano la loro personale strategia, percorrono i sentieri della loro fantasia, cosa assolutamente naturale e giusta; riempiono il tempo in qualche maniera, ognuno nel suo personalissimo modo.

Se la strategia diventa, per tutti, solo accendere un videogame o la televisione, allora c'è qualcosa che non va».

Salviamo Gian Burrasca!

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Luca Poma

Luca Poma è giornalista, scrittore e consulente nel settore della comunicazione digitale e della sostenibilità ambientale. È professore a contratto in Relazioni Pubbliche all'Università LUMSA di Roma, e docente al Master di 1° livello in Sistemi sanitari e medicine...
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