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Xylella connection

di Marianna Gualazzi 11 mesi fa


Xylella connection

Non solo “un batterio e qualche pianta da abbattere”: perché la questione Xylella in Puglia ci riguarda tutti?

Correva l’anno 2013 quando si rinvenne per la prima volta il batterio Xylella in alcuni ulivi secolari del Salento, quella terra bellissima e feconda che tutti conosciamo, una delle migliaia di straordinari ecosistemi italici in cui uomo e natura hanno saputo dar vita, lavorando insieme da centinaia di anni, a prodotti alimentari unici, che tutto il mondo conosce e ci invidia.

E subito si è parlato di epidemia. Nella nostra cultura le epidemie si affrontano tirando fuori l’artiglieria pesante e così è stato anche per la Xylella, con abbattimenti di ulivi secolari e sversamenti di pesticidi dei più tossici e pericolosi. A sei anni dall’annuncio dell’“epidemia”, com’è la situazione oggi? Ne parliamo con Elena Tioli, collaboratrice parlamentare e giornalista che sta lavorando a un documentario di denuncia sulla Xylella in Puglia

Si parla di milioni di alberi infetti e di un’epidemia in continua crescita. Com’è la situazione in Puglia?

I numeri in realtà ci raccontano un’altra storia. Se si fa riferimento alle fonti ufficiali e al monitoraggio svolto dal servizio fitosanitario si scopre che a oggi sono state analizzate poco più di 500.000 piante di cui solo l’1,8% è risultato positivo a Xylella. Parlare di milioni di alberi infetti quindi non solo è esagerato ma è anche impossibile, visto che non vi sono test di laboratorio a testimoniarlo.

Del resto proprio la Regione Puglia neanche un anno fa, in un comunicato ufficiale, ha fatto sapere che “non esiste alcun boom di casi Xylella” in quanto su 325 mila campioni analizzati solo 3000 sono risultati positivi al batterio: l’1% appunto. Era il 4 aprile 2018. Ma di esempi del genere se ne potrebbero fare parecchi.

Ha senso quindi parlare di emergenza Xylella?

In genere con la parola emergenza ci si riferisce a un evento critico che richiede un intervento immediato. Parlare di emergenza dopo 6 anni dal ritrovamento del batterio e oltre 15 anni dal suo insediamento è quindi quantomeno strano. Anche la legge del resto riconosce l’emergenza in un periodo circoscritto e in questo caso il termine è stato febbraio 2016. Con questo ovviamente non voglio negare il dramma che sta consumando il Salento, ma fin da subito scienziati, accademici e tecnici hanno concordato che il disseccamento degli ulivi deriva da una serie di concause, tra le quali funghi, rodilegno giallo e riduzione delle cure agronomiche come la potatura, il cospicuo utilizzo di pesticidi che ha reso il suolo sempre più ostile alla vita, l’eccessiva lavorazione dei terreni.

Dal 2013 a oggi quanti ulivi sono stati abbattuti in Puglia a causa della Xylella?

Da subito le soluzioni per il contenimento del batterio messe in atto dalla Regione Puglia hanno previsto l’abbattimento dell’ulivo infetto, delle piante situate nell’arco dei 100 metri anche se non infette e un abbondante utilizzo di pesticidi per eliminare l’insetto vettore, ossia quello che porterebbe in giro il batterio. In realtà queste drastiche misure sono state prese in assenza di esperienze e studi scientifici che ne confermino l’efficacia.

A dirlo è anche l’Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) che più volte ha sottolineato l’inesistenza di alcuna strategia che abbia avuto successo nell’eradicazione di Xylella fastidiosa, una volta insediatasi all’aperto. Malgrado ciò, e nonostante vari studiosi abbiano indicato nella convivenza con il batterio l’unica soluzione, le diverse normative regionali e nazionali hanno sempre sostenuto abbattimenti e irrorazioni come unica soluzione, portando così alla morte migliaia di ulivi, di cui moltissimi visibilmente vivi e vegeti. 

Quante tonnellate di pesticidi saranno utilizzati in Puglia?

Il Decreto Martina prima, la delibera Regionale n. 1890 poi e ora il Decreto Emergenze impegnano di fatto le amministrazioni pugliesi a sversare nei propri comuni tonnellate di pesticidi, in zone rurali e abitative. Stiamo parlando di fitofarmaci come l’acetamiprid e la deltametrina. Il primo, un neonicotinoide già messo al bando dalla Comunità europea, mentre il secondo, un piretroide, è tra gli insetticidi più studiati in termini di conseguenze biologiche, ecologiche e sanitarie (Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

Sostanze con un impatto devastante sulla salute delle persone, bambini in primis, sull’ambiente, sulle api, sul settore biologico e sulla biodiversità. L’Isde (Associazione medici per l’ambiente) da tempo denuncia che queste disposizioni violano apertamente i principi di prevenzione e precauzione, i diritti degli agricoltori e delle popolazioni potenzialmente esposte, compromettendo gravemente i soggetti più deboli. Un rischio elevatissimo insomma, a fronte di nessun risultato garantito.

È ancora una volta l’Efsa, supportata da numerosi studi scientifici, ad affermare infatti l’attestata inefficacia delle irrorazioni per arrestare l’insetto vettore.

Quali altri strategie sono possibili per far fronte al batterio?

Diversi autorevoli scienziati, nonché varie ricerche sul campo finanziate anche dalla Regione Puglia, hanno testimoniato come le alternative alla distruzione sistematica del territorio vi siano e siano anche alla portata di chiunque. Si tratta di pratiche agronomiche sostenibili, incentrate sulla riqualificazione dei suoli e sul miglioramento del microbiota terrestre. Si tratta, insomma, di ritornare a prendersi cura degli ulivi e della terra, di abbandonare l'agrochimica e riabbracciare quegli antichi saperi che hanno permesso alla nostra cultura di progredire, unendoli magari con le nuove conoscenze, sempre più approfondite, in ambito di agro-ecologia e sostenibilità. Già oggi queste sperimentazioni hanno mostrato come sia possibile riportare a vegetare e produrre sia piante infette da Xylella e visibilmente disseccate, sia piante disseccate e non infette da Xylella. 

Perché hai deciso di intraprendere questa inchiesta? Cosa ti avvicina a livello personale al tema della Xylella?

Era il 23 gennaio del 2017 quando per assistere al convegno “Nuovi approcci e tecnologie per la salvaguardia delle produzioni agricole: contrasto alla Xylella con l’Agricoltura Simbiotica” sono stata per la prima volta in Puglia e subito mi sono accorta che la questione andava ben oltre “un batterio e qualche pianta”.

Quando si parla di ulivi in Puglia non si parla mai solo di ulivi, si parla di storia, cultura, agricoltura, economia, turismo, si parla dell’identità e delle radici di un popolo che sta subendo attacchi da tantissimi fronti e che continua a lottare contro un sistema che sta saccheggiando e devastando quelle terre in nome di un profitto mai così sterile e vuoto. Quello che si sta perpetuando in quella meravigliosa regione è un sopruso non solo alla natura e alla terra, ma alla sovranità alimentare, all’autodeterminazione di un popolo e ai diritti fondamentali, salute in primis.

Lì, si sta sperimentando un modello tristemente famoso in molte altre parti del mondo: si chiama land grabbing e significa perdita di terra, libertà e democrazia. Insomma, la Xylella non è una questione locale e tantomeno è un problema relegato al solo settore agricolo. Qui in gioco c’è tanto per tutti e una volta che ci si accorge di certe dinamiche è impossibile poi girarsi dall’altra parte.

Quali scenari si prospettano per la Puglia?

Quello che sembra si stia imponendo alla Puglia, a suon di multe per chi non abbatte gli ulivi secolari e attraverso l’imposizione di reimpianti di nuove cultivar brevettate o autosterili, non è altro che la realizzazione di un’agricoltura industriale e intensiva che altrove ha già mostrato i suoi amari frutti.

Ma la Puglia non è che la prima ad aver sperimentato un metodo che ormai, grazie al decreto emergenze, potrà essere replicato in tutto il Paese. Il decreto prevede infatti che, in presenza di un’emergenza fitosanitaria, si possa agire in deroga a ogni disposizione vigente: principi costituzionali, leggi nazionali e regionali, nonché direttive comunitarie come la VAS, la Valutazione Ambientale Strategica che prevede l’esame degli effetti di determinati piani sull’ambiente al fine di contribuire all’attuazione di strategie comunitarie per lo sviluppo sostenibile.

D’ora in poi ogni fitopatia potrà essere utilizzata come pretesto per raggirare norme a tutela della salute delle persone, dell’ambiente e del paesaggio, della proprietà privata e delle libertà personali. Si sancisce così la supremazia dell’interesse economico di pochi sulla sicurezza di tutti, sui diritti individuali e sul bene comune.

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Marianna Gualazzi

Laureata in Lettere Moderne, giornalista pubblicista, lavora da oltre dieci anni per il Gruppo Editoriale Macro in qualità di editor e di content manager per l'editoria periodica e per il web. Ha scritto decine di articoli di ecologia, salute naturale, gravidanza e parto consapevoli,...
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