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Un confine sottile - Estratto dal libro "Prigioni"

di Igor Sibaldi 2 settimane fa


Un confine sottile - Estratto dal libro "Prigioni"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Igor Sibaldi e scopri quali sono le trappole e le gabbie che la nostra mente crea e come liberarcene

Il confine tra la Mente e l'altra parte della tua psiche è semplice da tracciare: la Mente adopera sempre le parole, l'altra parte della psiche le detesta.

Indice dei contenuti:

Il mistero

Nell'area della Mente esiste soltanto ciò che le parole indicano. Con le parole, la Mente afferra ed esprime la realtà. E in ciò ritiene di essere superiore a ogni altro essere vivente, perché nessun altro essere vivente ha linguaggi fatti di parole.

L'altra parte della tua psiche è invece una dimensione in cui le parole sono soltanto intralci.

E non mi riferisco soltanto alle parole pronunciate o scritte, ma anche a quelle che usiamo nel pensiero - a cominciare, naturalmente, dalla parola «io», che per l'altra parte della tua psiche è appunto un impedimento a ricordarti di quello che sei davvero.

Perciò, qualche millennio fa, per indicare le scoperte che gli iniziati compivano in se stessi i greci cominciarono a usare il termine mystérion, «mistero», che viene da myó, «chiudo la bocca». Non tanto perché di quei misteri si fosse obbligati a tacere, ma soprattutto perché era insensato volerle parlare: qualunque cosa ne avessi detto, con le parole di qualsiasi lingua, non ne avrebbe fatto capire nulla.

Così capita anche a noi, quando immaginiamo. Di ciò che ricordiamo immaginando, e di ciò che ricominciamo a scoprire nell'immaginazione, non possiamo parlare quando lo stiamo ricordando e scoprendo. Quando invece riusciamo a parlarne, è perché siamo ritornati nell'area della Mente e ci sforziamo di rivivere qualcosa di ciò che abbiamo sperimentato al di là, così da poterlo descrivere. Ma è impossibile. Le parole non afferrano quel qualcosa, così come Orfeo non riusciva ad afferrare Euridice sulla soglia dell'Ade.

Orfeo

Orfeo era un poeta ed Euridice era morta per il morso di un serpente. La loro storia è frutto d'immaginazione, perciò corre molto più veloce della Mente e in spazi più vasti di quelli che la Mente arriva a comprendere.

Il serpente di Euridice è lo stesso di Eva: nella storia di Adamo ed Eva, è Eva a parlare con il serpente, non Adamo. Il serpente è un accesso a una dimensione diversa da quella che Adamo conosce.

Nella storia di Adamo ed Eva, Eva prende forma da qualcosa che ad Adamo era stato tolto: Eva è qualcosa che Adamo ha perduto. Prima Adamo ed Eva erano tutt'uno, un intero, che un Dio spezzò. Che sia stato un Dio a spezzarlo, significa che quella scissione avviene ad opera di una forza irresistibile.

La stessa cosa è avvenuta a noi: quando ci insegnarono a essere «io», la nostra psiche si spezzò in due, una Mente da un lato, e una parte più grande dall'altro.

Adamo spezzato è la Mente dell'«io». Eva è la parte più grande della tua psiche.

Orfeo sei tu, quando ti senti imprigionato dalla Mente e vuoi ritrovare ciò che eri e che sei più in là - l'Euridice che è stata scissa da te.

Puoi riuscirci: Adamo parla con Eva, Orfeo entra nell'Ade e ritrova Euridice.

E la Genesi dice che ciò dà frutto, produce cambiamenti: grazie a Eva, Adamo lascia l'Eden e comincia a vivere nel mondo; e ha figli da lei, sia pure con grande fatica («partorirai con dolore»): ovvero, la connessione con la parte più grande della tua psiche ti apre nuove prospettive, ti genera futuro.

Ma se provi a parlarne, ti sfugge: Orfeo non può far uscire Euridice dall'Ade; Orfeo è un poeta, uno che adopera le parole della Mente per conoscere e far conoscere: e le parole possono dire soltanto la distanza che lo separa da lei - di cui la Mente non ha idea.

La distanza delle parole

Le parole non afferrano Euridice perché afferrano soltanto se stesse. Quando parliamo, parliamo soltanto di parole. Qualunque cosa possa dire di me, anche la più semplice, per esempio «io sono Igor», ha con me lo stesso rapporto che il cartello stradale

VENEZIA 250

ha con ai canali di Venezia. Quel cartello non è a Venezia: è in un punto della Pianura Padana, a duecentocinquanta chilometri da Venezia; e la frase «io sono Igor» non è me: è nella Mente, e a differenza del cartello non indica a quale distanza si trovi da me, né in quale direzione si trovi.

Posso farmi un'idea di quanto la frase «io sono Igor» sia distante da me, e meravigliarmene, ogni volta che provo a domandarmi: «In che senso tu sei Igor?»

Essere Igor. Cosa significa, precisamente, essere un nome?

Né tu né io lo sappiamo. Nessuno ce lo ha mai spiegato, nessuno ce lo spiegherà mai, perché per spiegarlo dovrebbe adoperare le parole della Mente, e la Mente non vuole farti capire a quale distanza le parole si trovino da ciò che indicano. Vuole che crediamo che siano vicinissime, tanto da cogliere, ed esprimere, e precisare ciò che indicano. Su questo la Mente non ammette obiezioni.

Perciò trovarmi a mio agio nella Mente - così come mi ci trovo di solito - devo evitare il più possibile di pormi domande come «in che senso?», specialmente sul verbo «essere», che potrebbero farmi scoprire molte cose di me. Non devo voler scoprire di me più di ciò che le parole mi indicano.

Devo stare dalla parte delle parole, opponendomi al mio desiderio di conoscenza. Devo addirittura essere una parola, «io», che a sua volta è un nome, «Igor», in base a certe regole della Mente, che secondo la Mente sono le regole della realtà, inspiegabili ma indiscutibili.

Se mi astengo dal domandarmi «in che senso?» ogni volta che la mia Mente mi dice qualcosa, posso arrivare a convincermi - come tutti coloro che conosco - che nella Mente ci siano parole per dire qualsiasi cosa, per le cose che esistono come anche per quelle che non esistono.

La Mente è sicura che le parole di cui dispone siano più che sufficienti per farle dire cosa c'è nel mondo - più che sufficienti, nel senso che il numero delle parole di cui dispone è, secondo la Mente, più grande di quello delle cose esistenti: la Mente può infatti parlare anche di cose che ha inventato e che non esistono, ben sapendo che non esistono.

Può parlare perfino di cose che non esistono e non sono neppure inventabili, come i risultati di un errore di calcolo, o gli equivoci a cui conduce un ragionamento sbagliato - e la Mente non dubita di poter capire quando un ragionamento è sbagliato e quando no.

Posso convincermi, cioè, che la Mente sia lo specchio di tutto, e che le sue parole siano gli occhiali, il binocolo, il telescopio e il microscopio perfetti per osservare questo specchio.

Solo la Mente lo crede. E ha torto.

Quante volte ci credi

La Mente ha torto a credersi specchio di tutto, proprio perché se parliamo di una cosa non è necessario che quella cosa esista davvero, anche se la Mente crede che esista.

Se la mia Mente mi dice che una certa persona - poniamo un nemico, uno straniero - ce l'ha con noi, e io e te parliamo di come evitare che quella malevolenza mi metta di cattivo umore, ciò non dimostra che quella persona ce l'abbia veramente con noi. Allo stesso modo, se ti è stato detto e anche tu dici che Dio è uno ed è maschio, ciò non implica affatto che Dio sia uno e maschio, e nemmeno che Dio ci sia davvero.

Tre secoli fa, un filosofo irlandese, George Berkeley, chiarì una volta per tutte questa questione, affermando che ciò che sappiamo di qualunque cosa è soltanto il fatto che lo sappiamo. Ciò che non possiamo assolutamente pretendere, secondo Berkeley, è che ciò che sappiamo esista nel modo in cui noi sappiamo che esista.

A conferma della teoria di Berkeley, nel secolo scorso l'astrofisica ha appurato che noi percepiamo solo una piccola percentuale della materia esistente. Il che significa che del luogo dove siamo e di noi stessi percepiamo tanto poco da non poter sapere nemmeno in quale misura lo stiamo percependo.

Si ritiene che il confine segnato in tal modo da Berkeley, dall'astrofisica e dalla neurologia sia tuttora il confine della nostra conoscenza.

Questa opinione è avventurosa, il che va a sua lode, ma ha il difetto - molto mentale - di ignorare la differenza tra sapere e dire. Noi non sappiamo abbastanza, solo all'interno dello spazio delimitato da ciò che diciamo.

Euridice sa più di Orfeo. Quando usiamo l'immaginazione noi conosciamo e scopriamo più di quello che le nostre parole riescono a dire. Le parole della nostra Mente, e non noi, colgono soltanto una minima parte di ciò che noi percepiamo.

Ciò è molto bello per chiunque avverta in sé impulsi creativi. Se infatti le parole non bastano per dire ciò che percepiamo, possiamo benissimo ricorrere ad altre forme espressive. Alla musica, alla pittura, alla scultura, alla danza, alla poesia -che è un modo di comunicare non tanto attraverso le parole, quanto piuttosto nonostante le parole, lottando contro i limiti dei significati che la Mente attribuisce alle parole - a anche a qualsiasi atteggiamento che accompagni i nostri discorsi, a qualsiasi pausa di silenzio che li inframmezzi. Ma la Mente non ritiene che queste altre forme espressive accrescano la conoscenza della realtà, perché secondo la Mente non sono verità.

«Verità» è una parola che la Mente usa all'evidente scopo di nascondere la riduzione che le parole operano su ogni nostra percezione. Come certamente ricorderai, fin dall'infanzia ci hanno insegnato che «vero» significa qualcosa di cui non si può dubitare, ma non ci hanno spiegato perché non si possa.

È molto probabile che chi ce lo ha insegnato non lo sapesse: che si accontentasse cioè di pensare che qualcosa è vero perché è vero, punto e basta.

A chi pensa così (e sono naturalmente moltissimi) si potrebbe porre la famosa domanda: «e che cos'è la verità?» (Giovanni 18,38). Chi fa questa domanda è Pilato, durante la conversazione che ha con Gesù prima della crocifissione; e Gesù non risponde. Proviamo a cercare la risposta noi.

Cos'è per te la verità?

Ci pensi, e pensandoci cominci, senza accorgerti, a immaginare.

Ti immagini qualcosa che i greci chiamavano alétheia, che era la loro parola per «verità», e che letteralmente significava: ciò a cui è tolto un velo. Ti immagini questa alétheia anche se non sai il greco. Ti figuri che verità sia il contrario di qualcosa che è nascosto, oscuro, dissimulato. Ti piace quest'idea: che verità e scoperta siano sinonimi.

Ma la parola «verità» non ha affatto questo significato, nelle nostre lingue. E ciò che proviamo quando decidiamo se qualcosa è vero o no, non somiglia affatto all'eliminazione di un velo.

La parola «verità», nelle nostre lingue, esprime soltanto un atto di fiducia: significa infatti affidabile. In italiano, francese, spagnolo, portoghese e tedesco, la parola che indica verità deriva da parole che alcuni millenni fa significavano «credere»; e, in inglese, true deriva da una parola che qualche secolo fa significava solo «fidato». Ciò corrisponde appieno all'esperienza che, nell'area della Mente, noi abbiamo della verità, e che è sempre di carattere sociale. Tu pensi e senti che è vero ciò che anche per altri può risultare vero.

Così è, perché quando decidi della verità di ciò che sai su qualcosa, compi nella tua Mente la seguente serie di operazioni - tutte abbastanza complesse, ma divenute ormai quasi automatiche, tanto ci sei abituato -:

  1. riduci ciò che sai di quel qualcosa: ne elimini tutto ciò che le parole non potrebbero dirne;
  2. riduci le tue impressioni riguardo a quel qualcosa: ne elimini tutto ciò che le parole non potrebbero dirne;
  3. prendi le distanze dalle tue impressioni, così ridotte, e provi a valutare quel qualcosa dal punto di vista di qualcun altro - il quale abbia operato a sua volta le due riduzioni che ho appena descritto;
  4. finalmente decidi: se questa valutazione collaterale conferma le tue impressioni preventivamente ridotte, allora dici che ciò che sai di quel qualcosa è vero. Se no, dici che ti è soltanto sembrato.

Tutte e quattro queste operazioni sono, appunto, di carattere sociale.

Quando riduci ciò che sai di qualcosa a ciò che le parole possono dirne (punto 1 e 2), ti riferisci a parole che ovviamente non sono state inventate da te, ma che hai trovato nella tua lingua: in queste riduzioni, stai dunque adeguandoti a ciò che può essere detto da un gruppo di persone più o meno grande. Se sei colto, questo gruppo di persone è più ristretto, perché prendi in considerazione parole che solo i colti conoscono. Meno colto sei, e più ampio è il gruppo di persone a cui ti stai riferendo, perché prendi in considerazione parole che conoscono tutti.

Così, per esempio, se guardi il cielo in una giornata di primavera, e ti domandi: «è vero che questo cielo è azzurro?», e nei quattro passaggi che abbiamo visto arriverai a una risposta affermativa, se prendi in considerazione le parole note a tutti.

Se invece prendi in considerazione parole note alle persone colte, ti accorgerai subito che la domanda «è vero che questo cielo è azzurro?» merita una risposta negativa, perché noterai che quel cielo è ciano e celeste.

Non c'è domanda sulla verità che non dipenda dal prendere in considerazione le parole di un gruppo umano. Perfino nelle domande sulla verità di ciò che provi nella tua più profonda intimità, la risposta verrà a dipendere dal gruppo umano che hai preso come riferimento, invece che da te. Quindi la verità, per noi, non è affatto una alètheia, non è affatto uno scoprire. È solo un uniformarsi.

Per esempio, da ragazzi abbiamo scoperto che esiste il peccato, e che ci sono diversi generi di peccati, tra cui i peccati di pensiero. Abbiamo imparato a domandarci se qualcosa che avevamo pensato - poniamo: la nudità di qualcuno - fosse veramente un peccato di pensiero.

Per saperlo, abbiamo fatto quei quattro passaggi riduzionistici, e, fin dalla prima riduzione alle parole altrui, l'idea di peccato che valeva nel gruppo di persone a cui sentivamo di appartenere ha fatto irruzione nella nostra psiche, togliendoci il diritto di decidere autonomamente se fosse vero o no che quel nostro pensiero era un peccato.

In seguito ci siamo innamorati. Ci siamo domandati se fosse vero o no, che ci eravamo innamorati. E di nuovo, fin dalla prima riduzione abbiamo rinunciato a decidere per conto nostro, ma abbiamo lasciato la decisione a ciò che il gruppo a cui sentivamo di appartenere sapeva dire del fenomeno dell'innamoramento.

Quando dall'innamoramento siamo passati all'amore, la questione è cominciata a dipendere ancora di più dalle parole altrui, invece che da noi. Ma a quel punto avevamo probabilmente perduto ogni speranza di fondare su noi stessi il nostro criterio di verità. Ci eravamo rassegnati a sapere che la verità è una forma non soltanto di fiducia nelle parole altrui.

Cioè che la verità, invece di un disvelamento, è solamente il velo che le parole degli altri mettono alle tue personali scoperte, e da quel velo tu ti lasci imprigionare. Perciò sono insensati tutti i discorsi sulla verità che leggiamo nelle traduzioni dei Vangeli, in particolar modo il versetto:

la verità vi farà liberi (Giovanni 8,32)

In questa traduzione, la frase di Gesù è insensata. Nell'originale greco si tratta qui dell'alétheia -

he alétheia eleutherósei humas

- e l'alétheia non è la verità.

Prigioni

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Igor Sibaldi

«La mente mente!» Non è solo un modo di dire. È, anche se pochi oggi se ne sono accorti, l’intuizione del limite a cui giunge la nostra capacità di accorgerci di ciò che sappiamo e di ciò che siamo. Da quel sistema...

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Igor Sibaldi, nato a Milano (dove vive tuttora) nel 1957 da madre russa e padre toscano, è scrittore, studioso di teologia e storia delle religioni. Ha pubblicato diversi romanzi presso Mondadori e curato l'edizione e la traduzione di numerosi classici della letteratura russa. ...
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