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Storia del popolo ebraico - Estratto da "Io non Scrivo mai Niente"

di Roberto Mercadini 5 mesi fa


Storia del popolo ebraico - Estratto da "Io non Scrivo mai Niente"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Roberto Mercardini

Vaieì dvar Adonài el Ionà ben Amittài lemòr: "Kum! Lech el Ninvè, ha 'yr hagghedolà! Ukarà 'alèha ki 'alta ra'atam lefanai."

Ecco, comincia così il libro di Giona. Il libro di Giona è un libro della Bibbia. Uno dei più brevi libri della Bibbia.

Be', a dirla tutta, probabilmente uno dei libri più brevi di tutta la letteratura mondiale.

È lungo soltanto quarantotto versetti.

Indice dei contenuti:

Storia di un popolo secondo Mercadini

Quarantotto versetti: forse questa misura non vi dice un granché. Allora pensate a questo: quello in ebraico che leggete sopra è un versetto intero, il primo. E pensate a questo: in certe versioni della Bibbia, di quelle con le pagine grandi e la scrittura minuta, il libro di Giona sta tutto intero su un'unica facciata.

Un libro di una facciata.

Però è un libro immenso. Pieno di avventure grandiose, di paradossi vertiginosi, pieno di grida e di frastuono. E un libro molto strano. Ha quattro capitoli. I primi due capitoli sono ambientati in mare. E questa non è una cosa da poco, perché, praticamente, si tratta dell'unica storia di mare di tutta la Bibbia ebraica. Certo, la Palestina si affaccia sul mare, ma storie di mare, marinaresche, marittime, nella Bibbia ebraica (ossia nell'Antico Testamento) ce ne sono ben poche. Basta pensare che gli ebrei, anche quando attraversano il Mar Rosso... vanno a piedi.

Dunque i primi due capitoli sono ambientati in mare. Gli ultimi due, invece, sono ambientati sulla terra ferma. Una terra anche arida. Si parla di cenere, di polvere, di piante che si seccano. Il primo e il terzo capitolo sono affollati di personaggi. Nel secondo e nel quarto capitolo, invece, Giona è solo come un cane.

Ora, è proprio attraverso il libro di Giona che faremo un piccolo viaggio nella cultura ebraica. Io vi racconterò la storia di Giona. Ma quattro volte (una per ogni capitolo) interromperò il racconto e vi mostrerò altri brani, vi racconterò altre storie per rispondere alle domande a cui la storia di Giona ci mette di fronte.

Dunque, cominciamo.

Il libro di Giona

Tutto comincia da lì. Dalla notte in cui Dio schianta il sonno di Giona urlandogli "Kum!", Alzati!, e "Lechl", Vai! "Vai a Ninive, la grande città, e urla contro di loro che il loro male mi è salito in faccia".

Ed è bellissimo come prosegue il racconto: "E si alzò Giona per andare a Tarshish, via dal volto di Dio".

Cioè: Dio gli ordina di andare a Ninive, cioè in Mesopotamia, cioè a est. E lui fugge a Tarshish, cioè nell'odierna Spagna, cioè a ovest. Esattamente nella direzione opposta. "E - prosegue la Bibbia - scese a Iafo. E trovò un'imbarcazione diretta a Tarshish. E pagò la sua tariffa e scese in essa per andare con loro a Tarshish". E poi ripete, ribadisce, rimarca il testo: "Via dal volto di Dio".

E mentre Giona è là, nella nave, in attesa di partire alla volta di Tarshish, noi dobbiamo fermarci. Ci fermiamo per farci una domanda. Ci chiediamo: "Ma come, Dio, tu sei Dio, sei onnipotente, sei onnisciente; vuoi un profeta; puoi scegliere chi vuoi e scegli Giona? Giona, uno che non ha nessuna cognizione di cosa significa fare il profeta, servire Dio. Uno a cui tu dici "Vai a est" e lui scappa a ovest. "Signore - ci diciamo, rispettosamente - scegli qualcun altro!"

Ecco, vedete, il fatto è che nella Bibbia, quando Dio sceglie un uomo per affidargli una missione, quest'uomo è quasi sempre (non dico sempre, ma dico quasi sempre) la persona più sbagliata che si possa immaginare.

Ora io vi porto quattro esempi. Quattro casi di inettitudine biblica. Quattro casi in cui tu leggi e pensi fra te e te: "Signore, scegli qualcun altro!" Quattro casi. Eccoli: Abramo, Mosè, Saul, Davide.

Abramo

Abramo viene chiamato da Dio per fare cosa? Per fondare un nuovo popolo. Il popolo ebraico. Abramo è il primo personaggio della Bibbia che viene chiamato 'ibhrì, ebreo.

Quindi cosa deve fare? È molto semplice. Con sua moglie deve fare molti figli. Ciascuno dei quali dovrà fare molti figli. Ciascuno dei quali dovrà fare molti figli, e così via. Cosicché dopo un numero consono di generazioni, da due individui si sviluppi un popolo.

Quindi noi chi cercheremmo? Di chi pensiamo di avere bisogno? Di un ragazzo giovane, nel pieno delle forze (più è giovane e più tempo ha per fare molti figli, più è nel pieno delle forze e più... insomma, ci siamo capiti). Sposato con una donna anche lei molto giovane e molto fertile.

Così, se lui è nel pieno delle forze e lei è molto fertile...

E Dio sceglie Abramo. Abramo ha settantacinque anni. Ed è sposato con Sara. Sara è sterile. Dio lo chiama, gli dice "Lech Lechà!", vattene! "Vattene dalla tua casa, dal tuo paese, dal paese di tuo padre verso un'altra terra che io ti indicherò". Lo fa vagare per lande sconosciute e ostili per ventiquattro anni senza avere figli con sua moglie: ha solo settantacinque anni, deve solo fondare un popolo, che fretta c'è?

Dopo ventiquattro anni, Abramo ha novantanove anni e a Sara, dice la Bibbia "erano finite le cose che hanno regolarmente le donne". Cioè Sara è entrata in menopausa, è diventata sterile (ma era già sterile: è ascesa a una sfera superiore di sterilità).

In queste condizioni (che, come voi capite, sono le condizioni ideali per avere dei figli) Dio si presenta da Abramo e gli dice "Abramo, fra un anno io tornerò da te e tua moglie Sara avrà un figlio". Sara è dentro la tenda, sente questa frase e si mette a ridere. Dio sente Sara ridere, e allora cosa fa? Rinsavisce? Torna sui suoi passi?

No. Si arrabbia. Dice ad Abramo: "Perché tua moglie Sara ride? Pensate forse che ci sia qualcosa di impossibile per me?" No, ovviamente. E allora dopo un anno Dio torna da Abramo e da Sara e Sara dà alla luce un bambino, che chiama Isacco. Isacco è il nome italianizzato. Il nome ebraico è Ytzhhàk, voce del verbo tzahhaàk, ridere. Ytzhhàk alla lettera significa "lui riderà". Perché quando Sara dà alla luce il bambino pronuncia questa frase: "Dio mi ha fatto ridere. E chiunque ascolterà (questa storia) di certo lui riderà per me".

E forse anche voi, a questo racconto, avete riso.

Mosè

Mosè è il mio preferito. Mosè viene chiamato da Dio perché? Deve fare tre cose. Primo: deve convincere il Faraone a lasciare uscire gli ebrei dall'Egitto. Da notare che non c'è assolutamente nessun motivo perché il Faraone avrebbe dovuto fare una cosa del genere.

Non c'è alcuna ragione valida per privarsi di una forza lavoro così immensa. Quindi per convincere il Faraone serve una persona con una capacità diplomatica immensa, una dialettica che rasenta l'ipnotismo, un mago dell'affabulazione, un oratore mostruoso, uno con una parlantina implacabile, con una lingua sciolta che ti ubriaca e ti stordisce.

Secondo: deve guidare gli ebrei fuori dall'Egitto e verso la Terra Promessa. Deve condurli, deve essere un capo popolo, un leader. Perciò quando gli ebrei si scoraggiano (e gli ebrei si scoraggiano, perché ci mettono quarantanni per arrivare alla Terra Promessa) deve essere in grado di fare grande discorsi, che restituiscano al popolo fiducia e coraggio. Quindi, di nuovo: un grande oratore, una lingua sciolta che ti ubriaca.

Terzo (e più difficile): deve ricevere le tavole della legge da Dio e insegnare la legge al popolo. Al popolo vuol dire a tutti. Alle persone intelligenti e a quelle meno. Ai giovani e agli anziani. Quindi deve essere una persona capace di esprimersi con grandissima abilità attraverso la parola, capace di spiegare le stesse cose in modo diverso, capace di rispondere ai dubbi, ribattere alle obiezioni etc. Ancora una volta: uno bravo a parlare, con la parlantina, con la lingua sciolta.

E Dio sceglie Mosè. Mosè è balbuziente. E infatti quando la voce dal roveto ardente, solenne, lo chiama e gli dice: "Tu andrai al mio popolo e dirai...", Mosè obietta: "Signore, ma io sono pesante di lingua (il modo ebraico per dire 'sono balbuziente')". E Dio di fronte a questa osservazione (che a noi sembra abbastanza sensata) che fa? Torna sui suoi passi? Dice: "Be', in effetti, forse son stato un po' avventato"? No. Anzi, si arrabbia. Dice a Mosè: "Non c'è Aronne, tuo fratello? Io dirò a te, e tu riferirai a lui, e lui dirà ai figli di Israele!"

Va be', allora chiama Aronne, mio fratello (ci viene da pensare, mettendoci nei panni di Mosè)!

Ma Mosè, oltre alla balbuzie, ha un altro problema, che secondo me è anche molto più grave. Cioè questo. Lui deve fare il profeta, deve fare il tramite fra Dio e gli israeliti. Ma lui, quando era un neonato di pochi giorni, è stato messo in una cesta di papiro, affidato alle acque del Nilo, salvato dalla figlia del Faraone e educato da lei. Perciò lui per tutta la vita ha vissuto, mangiato, bevuto, vestito, pensato, parlato, pregato come un egiziano.

Cioè lui, che deve fare da tramite fra Dio e gli ebrei, è l'unico ebreo dell'Universo che, presumibilmente, non ha mai sentito parlare delle cose di cui tutti gli ebrei sentono parlare fin da bambini: dei patriarchi, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e, soprattutto, di Dio. Cioè, deve fare il profeta di Dio ed è l'unico ebreo dell'Universo a non sapere chi è Dio.

E, infatti, quando la voce del roveto ardente gli dice: "Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, tu andrai dai figli di Israele... ", lui lo lascia finire, ma non sa di cosa si stia parlando! E infatti gli chiede: "Signore, io andrò dai figli di Israele (non dice 'dal mio popolo', dice 'dai figli di Israele') e dirò loro «il Dio dei vostri padri mi manda a voi» (non dice 'dei nostri padri', dice 'dei vostri padri') e loro mi diranno «ma shmò?», cioè, «chi è?»". "Ma shmò?", in ebraico, alla lettera, "qual è il suo nome?" Cioè lui, siccome non sa chi sia Dio, teme che neanche gli altri lo sappiano (Ma chi è questo, che mi manda a fare delle figure?). "E io - prosegue - ma ornar alehèm?". Cioè "cosa gli dico?" A questi livelli siamo: "Cosa gli dico?" Come quando squilla il telefono di tua moglie, e tua moglie è a fare la doccia e il numero non è in rubrica e tu, comunque, rispondi:

- Pronto?

- Ciao! Cercavo Francesca.

- Sì... eh... è un attimo in bagno, che fa la doccia.

- Puoi dirle che ho chiamato, per favore?

- Sì, ma... chi devo dire? Ecco, accade qualcosa di simile:

- Cercavo il popolo ebraico.

- Sì... eh... è un attimo in Egitto, che soffre.

- Vai da loro come mio profeta, per favore?

- Sì, ma... chi devo dire?

Mosè è un personaggio incredibile. È un eroe e più di un eroe. Voglio dire: Mosè libera il suo popolo dalla schiavitù. Arriva di fronte al mar Rosso e - Pem! - spacca il mar Rosso. Fa attraversare il mar Rosso agli ebrei. Poi arriva l'esercito del Faraone e lui - Broom! - richiude il mar Rosso. Stermina un esercito da solo.

Cosa sono al suo cospetto gli eroi omerici? Achille, col suo spadino di bronzo e il suo ozioso uccidere un nemico per volta... Ulisse, con i suoi sotterfugi miserabili: "Mi chiamo Nessuno", "Nascondiamoci nel cavallo di legno!" Figure di un bonario provincialismo.

Ecco, Mosè è un eroe e più di un eroe ma, contemporaneamente, ha dei tratti - come negarlo? - comici. Questa cosa che balbetta, mi manda ai matti. Ma voi ve lo immaginate, oggi, un film drammatico, epico (non un film comico) in cui il protagonista, l'eroe (che non è una macchietta) balbetta? Impossibile.

Non riusciamo a concepirlo. Con tutta l'audacia del mondo, non riusciamo a concepirlo. Per noi è troppo troppo troppo avanti. Ecco, la Torah, i primi cinque libri della Bibbia (redazione definitiva, V secolo avanti Cristo) rispetto a noi, oggi, è troppo avanti! Bellissimo!

 

Tratto dal libro:

Io non Scrivo mai Niente

Monologhi cocmici

Roberto Mercadini

Roberto Mercadini crea narrazioni e monologhi per il teatro, le crea a mente, o meglio "a voce”. Nel senso che sale sul palco senza avere ancora scritto una sola riga. Perciò non c’è verso di leggere i testi delle sue creazioni esilaranti, struggenti, lucide e visionarie. Fino a quando non ha scritto questo libro. Approfittatene

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Roberto Mercadini è nato a Cesena nel 1978.Poeta, monologhista, narratore, ha scritto e interpretato diversi spettacoli di narrazione, fra cui: Fuoco nero su fuoco bianco. Un viaggio nella Bibbia Ebraica con traduzione dall'ebraico antico dell'autore; Dobbiamo un gallo ad Asclepio, monologo...
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