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Stanca di vestirmi di plastica

di Marianna Gualazzi 16 giorni fa


Stanca di vestirmi di plastica

Dal fast all’ethical fashion: un percorso di consapevolezza nel mondo della moda

È da un po' che non mi compro qualcosa da mettere e lo faccio per scelta: frugando in rete e soprattutto su Instagram – ispirata da blogger, artigiane e influencer – ho capito che la strategia di Marie Condo può rivoluzionare non solo la mia casa – devo dire già ordinata – ma soprattutto il mio armadio, anch’esso abbastanza morigerato ma comunque con l’urgente bisogno di una revisione.

Giungo alla conclusione che per soddisfare le mie esigenze in fatto di abbigliamento bastano pochi capi, scelti bene, durevoli e di qualità e che sono solita indossare. Inizio così a eliminare dall’armadio quei cadaveri che stallano lì da anni e che – concludo – non metterò mai più.

E mi metto a selezionare, dividere e abbinare quel che resta, cercando di capire cosa mi serve e cosa invece posso ulteriormente eliminare. Obiettivo finale: che tutto il mio abbigliamento – estivo e invernale – stia in due ante e qualche cassetto. Il problema è che i capi che restano sono sì carini, mettibili e nel mio stile, ma per il 60% sono fatti di plastica o di fibre sintetiche – poliestere, rayon, viscosa – e made in Cina, Cambogia, India o Pakistan.

I COSTI DEL FAST FASHION

Cerco di ricordarmi dove ho acquistato quei capi e quanto li ho pagati, mentre mi passo tra le mani uno degli ultimi acquisti fatti: un bel vestito lungo, nero, con una fantasia floreale. Però al tatto dà una sensazione davvero fastidiosa e ricordo di averlo messe solo un paio di volte per via di uno sgradevole “effetto” serra che provoca quando lo si indossa in estate e di un altrettanto riprovevole “effetto gelido”, tipo bara, quando lo si mette in inverno.

L’ho preso qualche anno fa in una delle più note catene di abbigliamento e l’ho pagato – era in saldo al cinquanta per cento – 8 euro.

Come fa un abito a essere venduto a quel prezzo, contando tutti i passaggi e i costi relativi alla produzione e lavorazione della materia prima, della confezione, del trasporto, della commercializzazione e della distribuzione? Così come un prodotto alimentare di bassa qualità cela una filiera che si basa su materie prime scadenti, sfruttamento ambientale e del lavoro, lo stesso vale per i prodotti di abbigliamento dei marchi diffusi a livello planetario che tutti conosciamo.

Il fast fashion – moda veloce – fa riferimento alle multinazionali del settore moda che producono continuamente collezioni ispirate al design dei marchi dell’alta moda, ma a prezzi bassissimi: un costo irrisorio per il consumatore finale, ma costi altissimi a livello ambientale e sociale.

Mi fermo a riflettere e penso a chi ha confezionato il mio abito da 8 euro e in quali condizioni: forse un bambino dell’età del mio Francesco che ha 7 anni, in un laboratorio fatiscente e lontano anni luce da qualsiasi standard di sicurezza nella periferia di Islamabad, per un pugno di centesimi.

SCEGLIAMO UNA MODA ETICA

Dire no a questo tipo di moda, a questo sistema di sfruttamento efferato e sotto gli occhi di tutti è a prima vista molto difficile e richiede una forte presa di coscienza, sia perché tutti godiamo di un nuovo acquisto che facciamo a cuore leggero perché non incide più di tanto sul bilancio di casa, sia perché oltre il 90% dell’abbigliamento presente sul mercato ha le caratteristiche di cui sopra, per cui è davvero complesso sganciarsi da questo sistema di consumo.

Non bisogna però fare tutto e subito, ma iniziare modificando alcune abitudini in un processo di cambiamento graduale. Che fare dunque in concreto? Ecco le mie scelte: acquisto nell’usato, compro il meno possibile, condivido l’armadio, acquisto prodotti artigianali e di qualità. Ve ne parlerò nel dettaglio nel prossimo numero in cui vi parlerò anche di greenwashing.


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Marianna Gualazzi

Laureata in Lettere Moderne, giornalista pubblicista, lavora da oltre dieci anni per il Gruppo Editoriale Macro in qualità di editor e di content manager per l'editoria periodica e per il web. Ha scritto decine di articoli di ecologia, salute naturale, gravidanza e parto consapevoli,...
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