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Smarriti ma connessi: come gli effetti della tecnologia mettono a rischio lo sviluppo dei bambini

di Catherine Steiner-Adair, Teresa H. Barker 2 mesi fa


Smarriti ma connessi: come gli effetti della tecnologia mettono a rischio lo sviluppo dei bambini

Leggi il capitolo 1 del libro " Disconnessi - Siamo sempre più isolati" di Catherine Steiner-Adair e Teresa H. Barker

La stimolazione ha sostituito il contatto ed è questo ciò su cui bisogna porre l’attenzione.
Ned Hallowell, psichiatra e autore di Driven to distraction

Tom è un papà single, uno dei padri più premurosi, attenti e coinvolti che io conosco e i suoi figli (di 4, 7, 9 e 12 anni) sono bravi bambini. Li porta a fare escursioni, allena le loro squadre sportive, li aiuta a prendersi cura degli animali e viaggia assieme a loro per conoscere il mondo. Non è un uomo immerso nella tecnologia ed è ben consapevole riguardo televisione e giochi elettronici, che permette ai ragazzi di usare. È una sfida impegnativa soprattutto perché la loro differenza di età e di sviluppo implica che Tom ponga limiti differenti per i due figli maggiori (“i grandi”) e per i due minori (“i piccoli”).

Come, per esempio, non esporre mai i più piccoli ad alcune delle cose con cui ai grandi è permesso giocare, tipo i giochi di guerra cruenti.

Poi c’è Grand Theft Auto, un videogioco talmente abietto che mai potrebbe mettere piede in casa. Praticamente il giocatore è un automobilista sociopatico in fuga che accumula punti inseguendo e raggiungendo pedoni e altri innocenti, fondamentalmente uccidendo, così per sport, chi si mette sulla sua strada. Tra un omicidio e l’altro, vive immerso in un mondo criminale, non come poliziotto o bravo ed eroico ragazzo, bensì proprio da delinquente.

«Quel tipo può entrare per esempio in uno strip club. C’è pornografia. C’è la droga. Si spara ai poliziotti. È orrendo», mi dice Tom. «Quindi continuavo a dire: “No, non lo prenderemo. Su questo non si discute”». E non ha ceduto. Poi per il compleanno del figlio maggiore Sam, di 13 anni, uno dei suoi migliori amici gli ha regalato proprio Grand Theft Auto.

Tom era esasperato ma voleva anche essere ragionevole; invece che costringere Sam e restituire il regalo, cambiò strategia. Vietò a tutti di usare quel gioco a eccezione di Sam, che poteva giocarci solo quando non c’erano i fratelli. Non funzionò. Allora formulò nuove regole e loro si infuriarono. Provò il gioco e gli venne un’idea. Finalmente pensava di avere la situazione sotto controllo. I due grandi obbedirono alla regola di limitare l’uso del gioco, che sarebbe rimasto fuori portata e inaccessibile ai piccoli (Ben di 5 anni e James di 7).

Ma un giorno, poco tempo dopo, mentre Sam stava guidando “beatamente” con il fratello che, dietro di lui, seguiva assorto le sue mosse, scoprì che James, il bimbo di 7 anni, stava giocando a Grand Theft Auto sul suo iPhone. Aveva usato il web browser touch screen per entrarci. Non era mai passato per la mente a Tom che il figlio potesse o volesse fare una cosa del genere. La sola ragione per la quale James aveva un cellulare alla sua età era che in quel modo, in caso di necessità, sarebbe riuscito a comunicare con i genitori, divorziati ma ancora in buoni rapporti. Tom non aveva mai pensato all’iPhone come a uno strumento per violare la sicurezza della barriera protettiva che aveva eretto intorno alla sua famiglia.

Avrebbe potuto mettersi le mani nei capelli, rinunciare, arrendersi all’irruzione della tecnologia che arrivava a travolgere la sua autorità di genitore ma, invece di tutto ciò, si mise subito a pianificare la sua successiva mossa strategica: ridimensionare le funzionalità tecnologiche dei cellulari e aggiornare le modalità di controllo in modo da monitorare più strettamente le attività dei ragazzi. In casa vietò del tutto Grand Theft Auto, ben sapendo che il figlio maggiore avrebbe potuto giocarci a casa degli amici, ma almeno il suo messaggio era coerente e chiaro.

Questo ruolo di genitore-guardiano nell’era digitale è una sfida infinita.

Tom desidera che i figli usufruiscano dei benefici e dello svago che la tecnologia offre, che facciano esperienza in questo campo e che non siano analfabeti informatici; la loro casa è organizzata per usare schermi e computer per lavoro e divertimento. Ciò che non vuole fare, spiega lui stesso, è lasciare i figli a loro stessi davanti alla tecnologia, stile “naviga e impara” sperando che vada tutto bene. C’è troppo in gioco.

Anche gli insegnanti esprimono preoccupazione riguardo ai modi subdoli e pervasivi con cui vedono la tecnologia interferire con l’esperienza scolastica: bambini di 4 anni che in cortile vogliono imitare i videogiochi ed esitano a utilizzare le costruzioni o a sfogliare i libri; bambini delle elementari che faticano a risolvere i problemi e che dipendono dagli adulti per farsi aiutare in semplici compiti; studenti delle superiori che hanno difficoltà con le consegne che richiedono qualcosa in più di un’attenzione superficiale e che preferiscono un tour virtuale di un museo invece di un viaggio per vedere le cose reali.

I genitori mi chiamano e sono nel panico. Succede che un bambino mostri segnali di dipendenza dai videogiochi o venga sorpreso a guardare video porno sul computer portatile. Una mamma, curiosando sulla pagina Facebook della figlia quindicenne, ha scoperto che stava progettando di svignarsela dal cinema per incontrare un quarantenne con cui aveva fatto amicizia. Oppure ancora, una dodicenne aveva postato online una sua foto sollecitando gli anonimi utenti a votare i suoi look.

Una delle preoccupazioni maggiori riguarda il fatto che in casa possono esserci figli grandi che hanno subìto l’influenza di contenuti sessuali o di video visti su Youtube e altri siti web e che possono mettere in pericolo bambini più piccoli esponendoli a contenuti inappropriati. Oppure ci si preoccupa di quando i figli dormono dagli amici e possono avere accesso incontrollato al computer e andare in cerca di guai, o magari ci si imbattono per caso.

Il paradosso tecnologico con cui tutti noi come genitori ci confrontiamo sta nel fatto che le stesse cose che possono mettere in grave difficoltà i nostri figli possono anche rendere più ricche e intense le loro vite in modi inimmaginabili.

La tecnologia ha trasformato i modi con cui possiamo restare in contatto con la famiglia e gli amici a distanza e con cui gestiamo il flusso degli impegni di lavoro e familiari. I nostri bambini possono avere accesso a risorse straordinarie che consentono loro di coltivare sani interessi e di entrare in relazione con altri che condividono quelle passioni. La tecnologia ha trasformato ciò che significa essere studente, l’opportunità di apprendere per tutta la vita e lo stesso processo di autoeducazione. Ha modificato il significato di cittadino globale e la nostra capacità di immedesimarci con il mondo, di comprenderlo e di vederlo veramente dalla prospettiva di persone che non potremo mai incontrare. Le possibilità sono quanto meno eccitanti, spesso entusiasmanti.

Eppure sappiamo che il lato oscuro è sempre lì. Le ricerche hanno già dimostrato gli effetti dannosi sullo sviluppo cerebrale, sull’apprendimento precoce e sullo sviluppo emotivo. Sappiamo che lo svago e la cultura, quando sono online, sono per molti aspetti antisociali, volgari e degradanti e che i bambini vi hanno facilmente accesso.

In un’epoca in cui i bambini hanno un grande bisogno della supervisione degli adulti, i genitori affermano di sentirsi più impotenti che mai. Non riescono a controllare il contesto generale e non riescono a controllare il viaggio dei loro figli attraverso esso.

Desiderano fidarsi dei loro figli e credere che sappiano come navigare, come proteggersi e rispettare gli altri nel caos e nell’indifferenza morale della cyber-cultura. Ma per quanto i genitori vogliano dare fiducia ai loro figli per fare la scelta giusta, occorre prendere atto che non è una questione di fiducia, ma di capire se sono pronti per trovare la loro strada in modo sicuro e saggio attraverso ciò che è per tutti noi un territorio nuovo. Per il resto, possiamo tutt’al più confidare sul fatto che siano bravi ragazzi, ma, navigando, capiteranno inevitabilmente in territori poco adatti a loro.

Il cervello degli adulti, pienamente sviluppato, dovrebbe essere in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, uno scherzo da un atto di bullismo, i contenuti positivi dalla spazzatura e dovrebbe riuscire a esercitare il controllo e la maturità di giudizio sul modo di utilizzare la tecnologia. Ma i nostri bambini non ne sono in grado. Sono ancora bambini.

La nostra specie è particolare per la quantità in termini di crescita e la lunghezza in termini di tempo necessarie affinché il cervello maturi dopo la nascita. Troppo spesso quando si parla di sviluppo del bambino ci si concentra su ciò che riesce a fare e su come farglielo fare sempre più precocemente, mentre invece dovremmo parlare di come un bambino riesce a pensare, di come quel giovane cervello in via di sviluppo si prepara a elaborare l’esperienza e di come possiamo sostenere quella crescita in modi costruttivi.

Oggi sappiamo che occorrono venticinque anni perché si sviluppi completamente la corteccia prefrontale, cioè la parte del cervello che ci permette di collegare le conseguenze al comportamento (tale capacità si chiama “funzionamento esecutivo”). Nel cervello di un adolescente il funzionamento esecutivo è ancora un lavoro in corso, neurologicamente parlando non è ancora un tassello pienamente funzionante nel suo processo decisionale. Quindi spetta a noi farcene carico. Da più vecchi quali siamo e neurologicamente più saggi, almeno all’apparenza, siamo quelli che hanno gli strumenti per pensare alle conseguenze. A volte però, il nostro stesso innamoramento per la tecnologia ci annebbia e ci impedisce di scorgere le gravi conseguenze che le medesime abitudini possono avere per i nostri figli.

Tutti lavoriamo tanto, ci destreggiamo tra grandi preoccupazioni ed esigenze quotidiane, cerchiamo di stare a galla e di sentirci competenti, senza fare danni, cercando di dare quasi sempre il meglio di noi stessi per quanto possibile, malgrado le cento interruzioni che mettono a dura prova la nostra attenzione e la capacità di portare a termine le cose. È facile scivolare verso la rinuncia a vedere il lato negativo, rassicurando noi stessi dicendo: “Andrà tutto bene, tutti lo fanno. Non è così male, so che altri genitori permettono ai loro figli cose ben peggiori. Tanto prima o poi finiranno per vedere quella roba, non c’è niente che possa fare”.

Cancelliamo dalla memoria il flusso costante di nuove informazioni sui pericoli dell’inviare sms alla guida o di ricerche che attestano le probabili correlazioni tra le abitudini dei bambini con i media e disturbi quali ansia, aggressività, dipendenza, deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ritardi nello sviluppo, obesità, disturbi alimentari. O le storie che finiscono tragicamente.

Se non ci è ancora successo (l’incidente o la crisi, la diagnosi o la telefonata della scuola o qualsivoglia altra inquietante circostanza) sembra impossibile che potrà mai succedere. Ma succede. Gli studi e le tendenze comportamentali dimostrano già che quando la tecnologia diventa precocemente una presenza continua nelle vite dei bambini, può minare lo sviluppo familiare e del bimbo stesso.

Nella lotta per proteggere le nostre famiglie e i nostri figli, stiamo perdendo terreno su alcuni fronti critici. Dal punto di vista psicologico, la perdita di aspetti fondamentali dello sviluppo e del benessere infantili predispone i nostri bambini a problemi a scuola e nella vita.

Indice dei contenuti:

La tecnologia sostituisce il primato della famiglia

Che cos’è la famiglia? Quando pongo ai bambini questa domanda, le loro risposte rispecchiano ciò che di profondamente differente rappresenta la famiglia per loro in età e stadi di sviluppo diversi.

Amber, 4 anni, descrive la famiglia come «mia mamma e mio papà e mia sorella e... quello che mi rende felice».

«La tua famiglia è chi ti vuole bene», dice Max, 5 anni.

«Sono le persone a cui importi di più», dice Emory, 8 anni.

Naomi, 10 anni, descrive così la famiglia: «Dove impari i tuoi valori e l’amore».

Andrew, tredicenne, conclude: «A volte possono essere abbastanza fastidiosi ma, insomma, ci sono sempre per te. È una buona cosa».

Comunque descriviamo la famiglia usando i termini del quotidiano, il suo primato ha un significato speciale visto da una prospettiva in via di sviluppo. L’esperienza che il fanciullo fa di se stesso e del proprio ambiente (tutto e tutti inclusi) è indifferenziata; non c’è “io”, c’è solo “noi”.

«La famiglia crea la nostra prima esperienza di noi stessi nel mondo e diventa il fondamento della nostra visione del mondo», scrive lo psicoanalista Harvey Rich nel suo libro In the moment: celebrating the everyday«La famiglia è il tema centrale intorno a cui cresce la nostra consapevolezza [...]. È dove cominciamo a definire noi stessi in relazione agli altri e come parte di una storia più ampia di famiglia, comunità, storia e genere umano. Al livello più profondo, è dove scopriamo per la prima volta noi stessi».

Il rapporto di coppia e le aspettative che genera, l’insieme delle personalità e delle circostanze nelle quali un bambino nasce, tutto questo costituisce il cosiddetto “ambiente nutritivo” che determina il modo in cui un bimbo pensa, cresce e partecipa al mondo fin dalla nascita.

In tema di sviluppo del bambino, quando parliamo di “primato della famiglia” non stiamo semplicemente suggerendo che la famiglia è molto importante per il bambino come se fosse una sorta di quartier generale. Ci stiamo invece riferendo al ruolo che ha la famiglia, quello di esercitare l’influenza più profonda e caratterizzante nella formazione del sé in un bambino, la crescita e lo sviluppo a livello neurologico, psicologico e fisiologico.

La psicologa Selma Fraiberg, nel suo libro Gli anni magici, scriveva che la famiglia sta nel «come un bambino diventa umano». In definitiva, il suo riferimento era al modo in cui la famiglia funge da primo e più importante insegnante per ciò che significa essere completamente umani nel miglior modo possibile, dalle capacità cognitive alle qualità del carattere.

Abbiamo dunque tutte le ragioni per essere preoccupati quando viene violato l’ambiente nutritivo più intimo della famiglia e quando i media e la tecnologia prendono il posto della famiglia come contesto per la definizione dei valori, per la costruzione delle relazioni e si sostituiscono ad essa nell’essere guida e portatori di significati per i nostri figli.

Potremmo pensare che il contenuto fuggevole e inconsistente di tanti mezzi di comunicazione e di tanta cultura tecnologica sia relativamente innocuo a confronto con l’influenza più profonda e primaria della famiglia. Ma è vero il contrario. Quel contenuto è più potente.

Il teorico della psicoanalisi Harry Stack Sullivan, il cui importante lavoro negli anni Trenta del secolo scorso ha definito la teoria psicologica del primato della famiglia, ha sottolineato l’esistenza di zone di interazione tra genitori e figli ad ogni età. Questi “modelli relativamente duraturi” di interazione forniscono ai bambini una solida base relazionale dalla quale possono poi svilupparsi fiducia, empatia, ottimismo e resilienza.

I rituali condivisi o le conversazioni a cui date vita con vostro figlio mentre siete a tavola, in bagno o all’ora di andare a dormire, al parco e mentre passate del tempo insieme... sono tutte zone di interazione. Voi le create nella ripetuta risonanza di risposte coerenti ai momenti di ogni giorno: È ora di lavarsi i denti... Ti voglio bene... Sì, ora devi fare un sonnellino... È il turno di tua sorella sull’altalena... Vedo che ti dispiace ma è ora di venire via dal parco. Oppure nel porre dei limiti: se non riesci a rispettare i turni alla Wii, allora si spegne... Sì, devi stare a tavola fino a che non abbiamo finito tutti. Oppure quando ripetete a vostro figlio adolescente per l’ennesima volta: guida con prudenza... Chiama se non ti trovi bene... L’orario per rientrare è quello e basta, altrimenti prendo provvedimenti, dico sul serio.

Sono le chiacchierate in auto, i grugniti al tavolo della colazione, le conversazioni a pranzo, ancora e ancora, giorno dopo giorno, che ci tengono insieme tessendo i nostri legami. E forse, più di ogni altra cosa, è importante quando i genitori insegnano ai loro figli cosa va bene e cosa no; cosa sono la maleducazione e la mancanza di sensibilità; quando hanno oltrepassato il limite del gioco e sono arrivati a prendere in giro qualcuno; il significato dei limiti e il fatto che i cattivi comportamenti hanno conseguenze e che queste conseguenze sono inesorabili.

I bambini tenderanno a non ringraziarci sul momento e spesso è lacerante e faticoso imporre le regole e la disciplina in casa. Ma è il nostro lavoro come genitori. Quindi, quando poniamo dei limiti, quando diciamo no, stiamo anche insegnando loro qualcosa. I nostri figli sviluppano il loro più profondo senso del sé e la loro stabilità interna partendo da questo modello di intime connessioni.

Ogni volta che nostro figlio comunica usando i moderni dispositivi, la tv, i videogiochi e i social network, essi prendono il posto della famiglia e ogni volta che le nostre abitudini digitali interrompono il tempo che trascorriamo con lui, quel modello va in pezzi e il primato della famiglia subisce un altro colpo.

«Ci sono moltissimi micro-momenti di disconnessione che oggi si accumulano nella vita dei bambini» spiega Liz Perle, co-fondatrice e caporedattore di Common Sense Media. «I bambini sono svegli, avvertono subito quando i genitori sono presenti e quando non lo sono».

Troppo, troppo poco: la perdita prematura dell’innocenza infantile

I bambini si aprono alla vita con la loro innata innocenza, ignari dei duri aspetti del dolore e della sofferenza e di quanto possano essere crudeli le persone. Parte del lavoro di genitore consiste nel proteggerli da questa cruda verità per il maggior tempo possibile per permettere loro di sviluppare il senso dell’integrità morale e dei valori chiave dell’ottimismo, della fiducia, della curiosità interiore e della fame di sapere. Se vedono troppo e troppo presto, prima che siano neurologicamente ed emotivamente pronti per elaborare la conoscenza, si può generare un corto circuito che mina quella naturale curiosità.

Ragazzi e ragazze, allo stesso modo, sono facilmente traumatizzati dall’esposizione prematura alla cultura dei media, tarata sugli adulti, che alimenta cinismo e scetticismo, che propone sesso e violenza come svago, che di regola sessualizza la percezione che si ha delle ragazze e delle donne e incoraggia l’aggressività nei maschi.

I bambini di oggi crescono in questa cultura, che sdogana la bugia, la disonestà, la sessualità volgare e la violenza. Tutto ciò non rappresenta nulla di nuovo, naturalmente, ma prima di Internet, e dei dispositivi che lo hanno reso raggiungibile, i bambini non avevano accesso a quel mondo senza il permesso dei genitori.

Abbiamo perso una barriera protettiva, individualmente come genitori e collettivamente come cultura. Quando nelle edicole o nei piccoli empori ancora si vede dietro il bancone la rivista «Playboy» che fa capolino dietro qualcos’altro che la copre, ecco che tornano in mente tempi più innocenti e teneri, quando gli adulti insieme, in casa e nella comunità, proteggevano i bambini dall’esposizione prematura a valori e comportamenti inadeguati.

I bambini non sono più protetti allo stesso modo. Anzi, la cultura degli adulti li “adultizza”.

A volte accade accidentalmente: il bambino “entra” in contenuti generici pensati per gli adulti (copertine e grafiche di eventi scioccanti, invettive e retoriche che gli adulti comprendono con una certa maturità e un contesto che al bambino mancano).

Ma c’è anche tanto di intenzionale, che circola perché studiato appositamente da ricerche di mercato costosissime e voluto da interessi commerciali che individuano i bambini come consumatori e coltivano i loro appetiti consumistici, il loro “lo devo avere”, fino alle opzioni “clicca e compra” sulle App gratuite pensate per i giovanissimi e collegati con il conto corrente dei genitori. 

Molti dei cosiddetti programmi per bambini non sono in realtà pensati per proteggerli da quei messaggi consumistici; sono semplicemente progettati per confezionare quegli stessi messaggi con un linguaggio e un contenuto che attragga i bambini e per estorcere l’avallo dei genitori che pensano che tutto ciò sia positivo per i figli. Lo stesso cinismo, lo humor crudele, i distruttivi stereotipi di genere e la mancanza di rispetto che contraddistingue moltissima tv spazzatura e scambi online per adulti, vengono adattati alla visione dei bambini in programmi come le Bratz, i Power Rangers e SpongeBob o, per i più grandi, Gossip Girl e altri simili.

Con dei tutor televisioni come quelli per ore ogni giorno, non c’è da sorprendersi se le ragazzine entrano nell’adolescenza con una visione impietosa di sé e di che cosa significa essere carine, popolari e potenti. E neppure c’è da sorprendersi quando un ragazzo segue un copione di comportamento che ha visto al computer o nei videogiochi, sui media e nella pornografia che alimenta il “codice del maschio” secondo cui il sarcasmo, l’aggressività e l’umiliazione dell’altro garantiscono il primato sui coetanei e sulle ragazze.

L’esposizione precoce a immagini sessuali e a messaggi di genere arrivano diretti dallo schermo alla vita reale e spesso nel mio ufficio.

Un adorabile e normale bambino di terza elementare spiega la ragione per la quale ha reclutato una ragazzina sua amica (non una fidanzatina, solo amica), si sono chiusi insieme in un bagno della scuola, si sono tolti la maglietta e si sono baciati reciprocamente i capezzoli. Avendo trovato Internet accessibile sul computer di famiglia in cucina, si era imbattuto in una serie di video su YouTube che mostravano adulti che facevano quei gesti, così lo aveva proposto all’amichetta e lei aveva accettato.

In una scuola media, un episodio di sexting ha scioccato tutti: un’ingenua e solerte ragazzina di 11 anni ha inviato una sua foto in topless, che mostrava un seno appena sviluppato, a un ragazzino di 12 anni che gliela aveva chiesta e che poi l’aveva mostrata a un amico, il quale l’aveva inviata per e-mail a tutta la scuola.

In un altro istituto scolastico, una bambina di 9 anni ha mandato a un bimbo di 10 diverse e-mail con disegni che alludevano alla dimensione dei suoi genitali e che contenevano altre insinuazioni di stampo sessuale che lei non aveva ancora evidentemente compreso appieno e che aveva reperito online. Purtroppo, queste non sono più telefonate così inusuali per me.

In ogni caso, i comportamenti problematici remano chiaramente contro i valori della famiglia. Che cosa significa essere una brava persona o un buon amico, come ragazzi e ragazze interagiscono e si trattano reciprocamente: tutti questi messaggi che erano soliti provenire dalla famiglia e dagli amici sono ora messi in discussione da fonti esterne; programmi, persone e profittatori con i loro obiettivi. E proteggere l’innocenza di vostro figlio non è uno di quelli.

La tecnologia fa mercato di famiglia e di privacy e mostra tutta la nostra vulnerabilità

La privacy è fondamentalmente uno dei modi che abbiamo per proteggerci. Se i media e i social network hanno cancellato i confini tra il mondo protetto dell’infanzia e il mondo degli adulti, hanno anche appannato la distinzione tra dimensione pubblica e privata della vita, specialmente nelle menti dei nostri figli.

La famiglia è sempre stata tradizionalmente un regno privato e protetto per i bambini. Forniva un luogo sicuro per essere se stessi, anche nei momenti in cui emergevano gli aspetti meno lusinghieri o quando eravamo spaventati o imbronciati o arrabbiati.

Con mamma e papà (o magari con il proprio diario segreto) ci si poteva lamentare e si poteva dare sfogo alle lagnanze più futili così come alle fantasie di vendetta sociale. Si prendevano in giro i fratelli, a volte anche in modo crudele. Dopo una lunga giornata di scuola, ci si portava a casa i guai e li si raccontava, sfogandosi, ai genitori o al cane. I genitori davano conforto oppure qualche punizione, o magari si discuteva con loro, a volte anche senza tatto. Si sperimentavano le conseguenze, si imparavano lezioni importanti sull’amore, sulla vita e sulle relazioni. Si veniva perdonati e si cresceva, con i propri passi falsi che restavano entro i confini dell’ambiente familiare. Nell’intimità della famiglia si condividono ferite e fallimenti. Se si era scossi, erano i familiari che potevano aiutarci, non una chat o degli sconosciuti online.

Si imparava anche a essere responsabili per la protezione degli altri; quella forma di lealtà significava proteggere la propria famiglia, riconoscere i confini e riflettere attentamente prima di rivelare informazioni o problemi familiari a estranei. Nessuno pensava a postare accuse e lagnanze sui membri della famiglia o loro fotografie imbarazzanti in luoghi pubblici.

Oggi, invece di tornare a casa per la merenda e raccontarci gli accadimenti della loro giornata mentre svuotano lo zaino, i bambini segnano il passaggio da scuola a casa connettendosi online. I social network hanno preso il posto dello spazio privato della famiglia e propongono una pubblica piazza che incita a una comunicazione a ruota libera, condivisioni d’impulso e feedback senza censure. Hanno trasformato quello che una volta era la vita privata del bambino in un universo dove le confidenze personali arrivano a una audience infinita di intimi sconosciuti. Hanno anche sostituito il vecchio insegnamento familiare secondo cui alcuni argomenti che coinvolgono altre persone non vanno sbandierati in pubblico.

Oggi siamo tutti un facile bersaglio e quella voce interiore che ci raccomandava la moderazione è andata perduta nell’impulso di far parte di quel coro lamentoso di messaggi e post.

Non tutte le famiglie sono un posto sicuro dove i bambini possono condividere le loro vulnerabilità e a volte le confidenze di qualche persona giovane online (riguardo eventi traumatici, atti di bullismo, sessualità, depressione e pensieri suicidi, per esempio) possono avvicinare bambini e bambine che hanno bisogno di quell’accettazione o di quel supporto che non riescono a trovare in casa. Per questi bambini connettersi online è una sorta di àncora di salvezza, può salvare loro persino la vita.

Come spesso accade quando si discute del nostro rapporto con la tecnologia, non è solo la questione che ci sia un potenziale positivo, ma di come certi schemi di utilizzo stanno riducendo le esperienze dei nostri bambini in modi che mettono a rischio il loro sano sviluppo e la sicurezza di base.

Disconnessi - Siamo sempre più isolati

Come proteggere i nostri figli e le relazioni familiari nell'era digitale

Catherine Steiner-Adair, Teresa H. Barker

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Catherine Steiner-Adair è psicologa clinica, consulente scolastica, scrittrice e relatrice in numerose conferenze, con fama riconosciuta a livello internazionale. Esercita la professione privatamente in Massachusetts, è formatore clinico al Dipartimento di psichiatria della Harvard...
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Teresa H. Barker è giornalista, madre di tre nativi digitali e co-writer di numerosi saggi. Le sue precedenti collaborazioni hanno riguardato diversi titoli sulla famiglia e l'educazione. Barker e il marito vivono a Portland, in Oregon.
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