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Siamo tutti malati di mente - Estratto da "Il Cervello di Siddhartha"

di James Kingsland 6 mesi fa


Siamo tutti malati di mente - Estratto da "Il Cervello di Siddhartha"

Leggi in anteprima un estratto dall'introduzione del libro di James Kingsland e scopri tutti i segreti di questa religione millenaria che è il buddhismo

«Vede, siamo tutti malati di mente» disse il monaco, sorridendo sotto il cappello a tesa larga, come se questo spiegasse ogni cosa.

Indice dei contenuti:

Intrinsecamente difettosi

Io e la mia compagna soggiornavamo per qualche giorno ad Amaravati, un monastero buddhista dell'Inghilterra meridionale, nelle Chiltern Hills, non lontano da Hemel Hempstead. All'epoca scrivevo di scienza per il «Guardian»: ero arrivato da Londra il giorno prima per intervistare l'abate, Ajahn Amaro, un gentiluomo inglese educato secondo la tradizione thailandese della foresta.

Era una bella mattina di sole, e ce ne stavamo tutti e tre sul sentiero costeggiato da aiuole ben curate che dalle capanne di legno dipinto del centro di ritiro conduceva a uno spiazzo di erba incolta, dove uomini e donne camminavano a passi lenti e deliberati, ognuno immerso nel proprio mondo. Alcuni facevano avanti e indietro tra gli alberi, seguendo le orme che migliaia di piedi avevano impresso nell'erba. Altri giravano senza sosta intorno a un panciuto stupa in granito che troneggiava al centro dello spiazzo.

La sera prima circa trenta ospiti laici erano approdati al monastero per un ritiro di due settimane, e quella mattina l'abate - il monaco con il cappello di paglia - li aveva spediti in giardino a fare un po' di meditazione camminata. La sua osservazione sulla nostra follia collettiva mi colse di sorpresa, perché seguiva a un mio commento sull'esercizio spirituale che si svolgeva nel prato, da me paragonato alla scena di un film di zombie.

Con il senno di poi, non era una grande idea rivolgere un commento del genere a un illustre maestro zen, un ajahn, durante un ritiro spirituale, ma ero stanco e di pessimo umore: quella mattina ero stato tirato giù dal letto alle quattro e mezza dal clangore della grossa campana d'ottone del monastero che risuonava da qualche parte nel buio, chiamandoci a raccolta nella sala di meditazione per un'ora di canti e contemplazione.

Avrei scoperto solo più tardi che, nella filosofia buddhista, un essere umano non viene considerato del tutto sano di mente finché non raggiunge l'illuminazione. I buddhisti sono convinti che il meccanismo della mente umana sia intrinsecamente difettoso, come un orologio che va troppo avanti o troppo indietro. Possiamo considerarci individui perfettamente lucidi e razionali, ma trascorriamo gran parte della vita a preoccuparci in modo ossessivo della nostra posizione sociale e professionale, della vecchiaia e della malattia, a volere ciò che non abbiamo e a lamentarci di ciò che abbiamo, a rimuginare sui nostri difetti e su quelli degli altri.

E' la nostra mente a creare il dukkha: la sofferenza o il senso di insoddisfazione che è parte e prezzo della vita quotidiana, il desiderio incessante di accumulare sempre più cose e provare sempre più piacere, il frenetico tentativo di afferrare certi momenti e di eluderne altri. Affermare che siamo tutti malati di mente era un modo per riassumere questa condizione psicologica comune a tutti gli esseri umani. Qualche ora prima, nella sala di meditazione, immersi nel chiarore opalescente che precede l'alba, seduti sul pavimento a gambe incrociate davanti al Buddha dorato, avevamo intonato insieme ai monaci e alle monache:

La nascita è dukkha;

la vecchiaia è dukkha;

la morte è dukkha;

la tristezza, la pena, i lamenti, la disperazione e l'assenza di speranza sono dukkha;

essere associati a coloro che non amiamo è dukkha;

essere separati da ciò che amiamo è dukkha;

non ottenere ciò che si vuole è dukkha.

Quel canto era un grido che non aveva nulla a che fare con gli inni di gioia che ci facevano cantare al mattino nella cappella del collegio metodista che avevo frequentato da bambino. Invece di celebrare il trionfo delle creature celesti sulle forze del male, quel monito scarno e desolato ci ricordava che l'esistenza umana è votata alla sofferenza.

Per come la vedevo io, il messaggio era chiaro: nessuno sarebbe mai riuscito a raggiungere la felicità, e niente sarebbe mai andato a posto. Tutte le gioie, i successi e gli amori che possiamo accumulare nel corso di una vita contano poco e niente, perché appena dietro l'angolo ci attendono la perdita, il disincanto, la malattia, la vecchiaia e la morte.

E anche se lavoriamo sodo, anche se guadagniamo un sacco di soldi, andiamo in palestra e mangiamo sano, non c'è modo di sfuggire a queste cose. E l'antica versione del moderno aforisma: «La vita fa schifo, e poi muori».

Un quadro molto più complesso

Alcuni troveranno una tesi del genere inutilmente disfattista, mentre per altri sarà un modo onesto di guardare in faccia la realtà. Personalmente, in quel momento provai un senso di liberazione. Pronunciando quelle parole a voce alta, prendevamo atto delle bugie che ci raccontiamo di continuo per arrivare alla fine della giornata. Quel canto, in tutta la sua concretezza, nella sua disarmante sincerità, mi aveva colpito nel profondo, riconciliandomi con la realtà.

Eppure il commento del monaco era riuscito lo stesso a sconcertarmi. «Siamo tutti malati di mente.» Un conto è soffrire per via delle circostanze - lutti, fallimenti, problemi di salute, vecchiaia -, un altro lottare contro malattie che non danno scampo come una psicosi o una depressione severa, due condizioni permanenti che gettano un'ombra sulla vita, indipendentemente dalle circostanze esteriori.

Malattie del genere non andavano forse inserite in una categoria a parte, una forma di dukkha che toccava solo a pochi sventurati?

In realtà, questo modo di vedere le cose comincia a sembrare un po' troppo semplicistico. Siamo cresciuti con l'idea che esistano due categorie di persone: i sani di mente e gli altri, tutti quelli affetti da un disturbo psichiatrico. A dire il vero, però, il quadro è molto più sfumato. Negli ultimi anni gli psichiatri hanno scoperto che patologie quali depressione, ansia, schizofrenia e disturbo bipolare sono meno circoscritte di quanto si pensasse, e che la sintomatologia tipicamente associata a tali malattie è presente in modo sistematico nella popolazione generale.

Prendiamo la psicosi, una condizione generalmente classificata tra le patologie rare. Lo psicotico è assillato da pensieri confusi e angoscianti, allucinazioni e deliri, spesso di natura paranoica (è cioè convinto in modo del tutto infondato che qualcuno stia cercando di fargli del male). In realtà, anche l'uomo medio può essere colpito dalle allucinazioni e dalla paranoia. Studi recenti hanno mostrato che nel corso della vita più del 30 per cento di noi è destinato a sperimentare almeno un episodio allucinatorie in stato di veglia, e una quota di individui tra il 20 e il 40 per cento è regolarmente assalita da pensieri paranoici.

Perfino tra i casi di psicosi conclamata, il modo di vivere gli stati deliranti e allucinatori varia enormemente. Secondo le ultime ricerche, ad accomunare gli psicotici sarebbe piuttosto il loro modo di sperimentare l'ansia, la depressione e le nevrosi, disturbi comunissimi anche tra chi non ha mai ricevuto una diagnosi di malattia mentale. Per confondere ancora di più le acque, i ricercatori hanno riscontrato che pazienti affetti da una depressione severa sono particolarmente inclini a vivere stati deliranti e allucinatori in genere associati al disturbo psicotico.

Un altro esempio è offerto dal disturbo bipolare, caratterizzato dall'alternanza di momenti di depressione e picchi di euforia o iperattività. Se in Europa e negli Stati Uniti solo l'1,5 per cento della popolazione riceve una diagnosi di bipolarismo, gli sbalzi di umore sono ormai assurti alla normalità, e il 25 per cento di noi riferisce di avere vissuto periodi di euforia, ridotto bisogno di sonno e fuga di idee. Secondo la British Psychological Society, questo dato dimostra che qualsiasi diagnosi «categorica» di disturbo bipolare, come di psicosi, è chiaramente una semplificazione eccessiva, dato che i suoi sintomi riguardano una fetta consistente della popolazione generale.

A quanto pare, esiste un sostrato di malessere psicologico comune ai «sani» e ai «malati» di mente. Se le diagnosi ufficiali sono solo la punta dell'iceberg, il resto della parte emersa ci mette di fronte a un quadro piuttosto cupo. I servizi di salute mentale hanno generalmente vita dura, perfino in Paesi come la Danimarca, che per anni ha potuto fregiarsi del titolo di «Paese più felice del mondo», cioè quello con il tasso più alto di felicità interna lorda pro capite, un valore definito da indicatori quali la bassa disuguaglianza di reddito, le libertà personali, l'alimentazione sana, la qualità della sanità pubblica e l'aspettativa di vita media.

Malgrado queste rosee premesse, un numero sorprendentemente alto di danesi prima o poi viene ricoverato per un serio disturbo mentale. Nel corso della vita, il 38 per cento delle donne e il 32 per cento degli uomini danesi sono sottoposti a terapia psichiatrica in una clinica privata o in un ospedale. Accanto a questa percentuale, chissà quanti altri individui, in Danimarca e nel resto del mondo, presentano i sintomi di qualche disturbo mentale senza mai ricorrere al parere di un medico. Sono loro a costituire la maggioranza, una maggioranza che soffre in silenzio, fatta di uomini e donne che lottano in gran parte da soli contro il proprio disagio mentale.

In genere i problemi psichiatrici esordiscono molto presto. In tutto il mondo, si ritiene che circa il 10 per cento dei bambini sia affetto da una vasta gamma di patologie mentali diagnosticabili, ripartite tra disturbi d'ansia e disturbi della condotta o ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività). Molti di questi bambini diventeranno adulti infelici. Il migliore indicatore per sapere se un bambino diventerà un adulto sereno e realizzato non è dato dai successi scolastici, dalla socievolezza o dall'ambiente famigliare, ma dal suo stato di benessere emotivo durante l'infanzia.

L'alta incidenza di malattie psichiatriche, unita al fatto che i sintomi a esse associati sono presenti, a vari livelli di severità, nel resto della popolazione, lascia pensare che non si tratti di patologie specifiche, come l'asma o il diabete, bensì di una manifestazione estrema della condizione umana. La genetica, il contesto e gli eventi della vita giocano senz'altro un ruolo determinante nella predisposizione individuale, ma gli strumenti mentali che abbiamo ricevuto in dote - l'equipaggiamento cerebrale standard dell'essere umano, se vogliamo - sono i principali responsabili del nostro disordine emotivo.

Le diagnosi tradizionali di malattia mentale fotografano solo una minima parte dei nostri problemi, e il tasso spaventoso di violenza, pregiudizi e conflitti nella nostra società indica senza ombra di dubbio che i nostri ingranaggi mentali non sono poi così ben oliati.

Che cosa bisogna fare? È da molto che l'uomo si sforza di correggere i limiti congeniti della sua mente. I tentativi di rimettere in riga il nostro cervello bizzoso si perdono nella notte dei tempi. Si potrebbe addirittura affermare che l'unico tratto comune tra le grandi religioni risieda nella volontà millenaria di porre un argine e dare una direzione alla mente umana.

Quindi, affermando che siamo tutti malati di mente, Ajahn Amaro implicava anche qualcos'altro: «Il buddhismo è la cura». Tutte le religioni hanno lo stesso obiettivo, che cercano di raggiungere con i propri mezzi e con varie percentuali di successo. C'è una cosa, però, che distingue la sua religione dalle altre: per compiere questa impresa, il buddhismo non ricorre a una tavola dei comandamenti, non poggia su un rigido credo e non fa appello all'intervento divino.

La serenità si può imparare

Sono in molti a obiettare che il buddhismo non è una vera religione, perlomeno non in senso convenzionale. Agli occhi dell'ateo e dello scettico che sono, l'assenza di una fede sistematica in un'entità sovrannaturale lo rende estremamente attraente.

Cinque anni fa, quando ho iniziato a interessarmi alla pratica e alla filosofia del buddhismo, mi ha incuriosito il fatto che quello che le altre religioni identificano come il peccato - e che può manifestarsi sotto forma di lussuria, ingordigia, accidia, ira, invidia, superbia, e così via - per i buddhisti è semplicemente una «azione maldestra» destinata a scatenare conseguenze nefaste attraverso l'azione inesorabile della legge di causa-effetto.

Questo significa che la virtù e la serenità interiore si possono imparare, esattamente come guidare la macchina o fare una torta. Più ti eserciti, e più diventi bravo. Se la vediamo in questo modo, giudicare qualcuno perché è ingordo o superbo comincia a sembrare del tutto insensato, un po' come condannarlo perché non sa guidare o cucinare.

Ciò nondimeno, perché il buddhismo dovrebbe essere meglio delle altre religioni - nonché di qualsiasi altro approccio laico - per aiutarci a sviluppare tali abilità? Tutto ciò che riguarda la mistica e la religione, anche se non implica un dio, una fede o una lista di comandamenti, viene guardato con sospetto da una folta schiera di scienziati e non credenti, inclusa la maggior parte delle persone con cui ho lavorato durante la mia carriera di giornalista scientifico. E la cura che il buddhismo propone per i nostri tormenti interiori si basa in larga parte sulla meditazione, che agli scettici di professione come il sottoscritto - perlomeno a un primo sguardo - sembra solo l'ennesima fisima da salutisti.

Oggi la meditazione mindfulness, che insegna a coltivare la consapevolezza del momento presente senza mai giudicare, ha conquistato il mondo intero. Esistono programmi studiati per le scuole pubbliche inglesi, per i giovani delinquenti di New York, per i marine chiamati alle armi, per i pompieri della Florida e i tassisti iraniani, tanto per fare solo qualche esempio.

Ma in certi ambienti intellettuali piuttosto conservatori annunciare che ti sei dato alla meditazione ti frutterà probabilmente un mormorio di derisione. Vero è che, fino a qualche anno fa, ogni presa di posizione sull'efficacia della meditazione era pregiudicata da una dose massiccia di baggianate new age. In molti Paesi è ancora vivo il ricordo di quando, negli anni Novanta, i candidati del Partito della Legge Naturale dichiararono in campagna elettorale che la meditazione trascendentale era in grado di curare qualsiasi malattia.

Il partito proponeva un «programma sistematico e scientificamente testato» che avrebbe messo in campo migliaia di meditatori con il compito di «creare coerenza nella coscienza nazionale», allo scopo di ridurre lo stress e la negatività delle società moderne attraverso il potere della levitazione. Ricordo la loro surreale campagna televisiva in occasione delle elezioni europee del 1994: giovani seduti a gambe incrociate saltavano da un materasso all'altro atterrando sulle chiappe. Apprendevamo poi che nei sette anni precedenti un gruppo di questi «volatori yoga» aveva fatto precipitare il tasso di criminalità della contea inglese del Merseyside del 60 per cento.

In tale contesto, negli ultimi vent'anni gli scienziati che indagavano gli eventuali benefici clinici della meditazione mindfulness hanno dovuto darsi parecchio da fare prima di essere presi sul serio. Diversi ricercatori mi hanno detto che, quando hanno iniziato, raccontare ai propri colleghi che stavi studiando la meditazione equivaleva a un suicidio professionale.

Oggi le cose sono cambiate. Alcuni dei più illustri neuroscienziati e psicologi clinici hanno condotto studi in materia, e le loro ricerche compaiono regolarmente su riviste autorevoli come «Nature», «Proceedings of the National Academy of Sciences» e «The Lancet». Negli ultimi anni, questo campo di ricerca ha fatto un balzo di credibilità grazie all'uso di nuove tecnologie diagnostiche, come l'imaging a risonanza magnetica, dimostrando, uno studio dopo l'altro, che la meditazione produce una variazione significativa dell'attività cerebrale.

Il Cervello di Siddhartha

I segreti dell'antica scienza dell'illuminazione

James Kingsland

Un'indagine tra neuroscienze e filosofie orientali che indaga gli effetti della meditazione sul benessere mentale. Da anni ormai, il fiorire delle neuroscienze e delle indagini diagnostiche in tempo reale, oltre alle molte...

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James Kingsland è un giornalista scientifico con venticinque anni di attività. Lavora per testate come Science, Nature e il Guardian, per cui cura la sezione scientifica. Nel suo blog Plastic Brain scrive di neuroscienze e psicologia buddhista.
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