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Russia addio vent’anni dopo

di Giulietto Chiesa 3 mesi fa


Russia addio vent’anni dopo

Leggi un estratto dal libro di Giulietto Chiesa "Caos Globale"

Qualcuno si chiederà perché ripubblico questo libro circa vent'anni dopo la sua prima edizione, in Russia e in Italia. Io stesso ho esitato a lungo. Ma, alla luce dell'aggravamento della situazione internazionale e, dopo avere riletto, recentemente, alcuni passaggi scritti allora, e dopo averli esaminati alla luce del “senno di poi”, mi sono convinto dell'utilità di riproporli all'attenzione dei lettori italiani (e di quelli russi).

Ma voglio subito avvertire i lettori più giovani – ormai di una generazione successiva a quegli eventi – che il libro che hanno in mano (proposto nella Parte seconda) non è in nulla diverso da quello di allora. Ho voluto che l'intera storia fosse ritrovata esattamente come la raccontai, e la vissi. Così chi vuole, e sarà in grado di farlo, potrà trovare anche gli errori di interpretazione che commisi (pochissimi in verità, mi sembra di poter dire), insieme alle previsioni che allora mi parve necessario avanzare uscendo dal terreno della cronaca e avventurandomi in quello, sicuramente periglioso, della prognosi.

L'unico cambiamento che mi sono permesso è stato quello di sottolineare certi passaggi, riproponendoli in forma evidenziata. Sono di regola i punti del libro in cui esprimo le tesi che, allora, furono esplicitamente contro la corrente del mainstream, occidentale soprattutto, ma anche di quello russo dell'epoca. In tal modo, penso, un lettore giovane potrà ritrovare più facilmente i temi più polemici di questo pamphlet.

Il termine mi pare indicato. Si trattò (e si tratta) di un pamphlet. Ma non soltanto. La motivazione fu quella, indignata, stupita, di un osservatore esterno, ma fortemente partecipe degli eventi cui stava assistendo. Che vedeva dipanarsi la matassa di una tragedia prevedibile, che si sarebbe potuta evitare con un po' di saggezza, le cui ripercussioni non potevano che essere mondiali.

Leggevo le trasparenti illusioni e le menzogne di coloro che la preparavano, le viltà e le stupidità di cui erano intessute. Ed esaminavo senza farmi, a mia volta, illusioni, come “dall'esterno” venivano accompagnate, suggerite, imposte le varianti che sarebbero state vantaggiose per “l'esterno”, in modo che “l'esterno”, non i russi, potesse raccogliere indisturbato i frutti della rapina che pregustava. Dunque un lavoro troppo “appassionato” per poter essere definito opera di storia; troppo lontano dalla freddezza salomonica di un osservatore imparziale.

Tuttavia, ne sono convinto, il risultato fu un pezzo di storia che emerge – e resta – attraverso la cronaca di quei dieci anni. Se non ci fosse stato Russia addio, sarebbe ora difficile, se non impossibile, ricostruire nei dettagli ciò che avvenne. È un fatto che questo libro, scritto da uno straniero, sia stato per un intero decennio l'unica cronaca sistematica di quegli eventi.

Nessun russo provò a cimentarsi in un compito analogo, in quei tempi, in tempo reale. Ci volle qualche anno perché cominciassero ad apparire ricostruzioni, memorie, spesso dettate dal desiderio di rivincita, di vendetta verso rivali vincenti, o mosse dal bisogno di una qualche salvifica auto-giustificazione, a firma di alcuni dei protagonisti che qui appaiono sulla scena.

Ma una visione complessiva, matura, obiettiva e disinteressata di quella contro-rivoluzione non è ancora emersa. E ben si spiega.

La lacerazione, cui parteciparono attivamente, a volte con totale e irresponsabile leggerezza, tanti intellettuali, scrittori e artisti russi, fu operata in corpore vili, cioè sulle spalle del popolo, inconsapevole o manovrato perché fosse inconsapevole. Raccontare la verità non fu facile, in primo luogo per coloro che l'avevano creata. E ancora oggi è aperta la disputa sulla responsabilità dell'intelligencija russa per la tragedia che dovette subire il popolo russo.

Qualche mia “profezia” non si è verificata. Aggiungo ora: “Per fortuna”. La più importante delle quali era già implicita nel titolo: Russia addio. In italiano la parola “addio” ha un significato definitivo, irrevocabile. Anche in Russia ha lo stesso significato.

Solo che io non intendevo, con quel titolo, annunciare il mio personale congedo dalla Russia. Intendevo dire, invece, con rammarico, che era la Russia che diceva addio a se stessa e alla sua storia. Quella profezia, per fortuna nostra, di tutti, non si è realizzata e, come ora vediamo, la Russia, mentre scrivo, è tornata o sta tornando in se stessa.

Indice dei contenuti:

Manuale per istruzioni politiche

Da queste pagine si vede bene anche un'altra cosa: che la fine dell'Unione Sovietica – fine inevitabile perché solo un Paese già demolito psicologicamente e moralmente poteva lasciarsi a tal punto subornare, cedendo la società intera a una nuova classe dirigente di gangster senza manifestare una qualche resistenza – fu il risultato del confluire di diversi vettori, di cui quello esterno fu non meno decisivo di quello interno. La demolizione di un gigante, per quanto indebolito, fu possibile solo con l'intervento di forze potenti esterne.

Ora quelle stesse forze stanno ripetendo il tentativo, su scala planetaria, dopo essersi rese conto che il gigante si sta risollevando.

E lo stanno facendo non più con il fascino hollywoodiano, con la superiorità del loro mercato, ma ingannando, sollevando sconvolgimenti sociali, politici, economici, con la violenza, con la guerra. Così, io penso, si potrà meglio capire come sia molto più facile realizzare cambi di regime, colpi di stato, diversioni, provocazioni, contro Paesi più piccoli, impossibilitati a difendersi. In questo senso Russia addio può essere visto come un manuale di istruzioni per leggere in profondità eventi che vengono raccontati dai vincitori in modo tale che i vinti non siano in grado neppure di vederli, tanto meno di riconoscerli quando fossero visti.

Ma coloro che, incuriositi, vorranno tirare conclusioni rapide, senza passare attraverso la minuziosa descrizione del disastro, potranno volare al penultimo capitolo, il “Suggello”, che scrissi all'incirca due anni dopo la prima edizione italiana e l'edizione russa di Russia addio. Una conclusione più dura e drammatica di quanto addirittura non fosse stata quella, davvero sconsolata, che chiuse la prima edizione italiana (non ci fu nessuna seconda edizione russa di questo libro).

In quella conclusione le speranze di una qualche “rinascita russa” furono ridotte al minimo, quasi inesistenti dato il vuoto pneumatico di intelligenza e di dignità che caratterizzava lo spazio politico russo tra gli ultimi respiri del XX secolo. Uno spazio già compiutamente “colonizzato”. Sì, allora non vedevo più alcuna possibilità di riscatto.

In quel “suggello”, tuttavia, vidi e descrissi, a grandi linee, la vendetta della storia che stava per abbattersi sugli affrettati e festanti vincitori del primo round (in realtà niente affatto il primo, ma uno della lunga serie di aggressioni che l'Occidente esercitò contro il “resto del mondo” e, ripetutamente e con particolare inimicizia, proprio contro la Russia). Vedevo giusto: una tempesta di sconvolgenti proporzioni stava per abbattersi sul mondo, proprio a causa della totale incapacità degli occidentali di comprendere i segni prepotenti del loro imminente declino.

Fu un'intuizione fortunata. Essa mi permise di capire più in fretta e meglio ciò che si sarebbe realizzato di lì a poco: l'11 settembre 2001. I neocon – così sono stati definiti i numerosi esponenti del settore più determinato e aggressivo dell'élite americana, impregnati di un sionismo militante – procedettero all'organizzazione di un “colpo di Stato mondiale”, concependo e realizzando un “inimmaginabile” attentato terroristico contro l'America stessa. Talmente “inimmaginabile” che, a distanza di quindici anni, ancora non si è affacciata alla mente di gran parte dei commentatori politici di tutto il mainstream mondiale una sua spiegazione “diversa” da quella che fu, appunto, “immaginata” dai suoi creatori.

Anche loro, come le grandi masse ignare dei pubblici del pianeta – in primo luogo di quelli in gran parte già lobotomizzati dalla società dello spettacolo – non poterono comprendere, e quindi resistere, contrastare, l'imponente realtà che, certo, si parava davanti ai loro occhi, ma come addobbata, rivestita, mascherata, resa irriconoscibile da una sceneggiatura totalmente inedita, sbalorditivamente complessa, tecnicamente e tecnologicamente innovativa.

Non era la prima volta che un'azione politica e militare veniva avvolta da una “falsa bandiera”, in modo tale che né chi la subiva né, spesso, addirittura chi la compieva, né gli spettatori vicini e lontani, fossero in grado di comprendere chi guidava l'azione. Ma, in questo caso, coloro che la concepirono non solo erano ispirati da un “compito planetario”: erano gli unici a disporre del know-how necessario per realizzarla e, insieme, per nasconderne l'origine.

11 settembre 2001

Devo dire che queste considerazioni furono proprio all'origine della mia prima intuizione. Il rendersi conto, cioè, che la versione ufficiale, quella dei diciannove dirottatori arabi, guidati da Osama bin Laden – subito diffusa da tutti i media mainstream del mondo – non era plausibile proprio perché l'intero “spettacolo” non poteva provenire da un “altro secolo”, da un'altra civiltà, da un'altra cultura.

Il marchio di fabbrica era quello della civiltà occidentale, dove lo spettacolo era la nota acuta dominante; dove gli strumenti della manipolazione psicologica erano stati inventati; dove tutte le tecniche dell'inganno pubblicitario erano già in vigore da decenni; dove si stavano sperimentando le più raffinate produzioni della falsificazione di immagini e suoni; dove era in campo, con ogni evidenza, tutto l'armamentario della potenza digitale, del controllo delle comunicazioni. Tutta roba nostra o, per meglio dire, “cosa nostra”.

E, a ben pensarci, è sbalorditivo che uno dei più acuti analisti dei sistemi di manipolazione delle masse, come Noam Chomsky, non sia stato in grado di cogliere questi marchi di fabbrica stampati sulle immagini dell'11 settembre.

Usando una terminologia che sta entrando prepotentemente nei vocabolari della geopolitica all'inizio dell'anno “fatale” 2017 (chiarirò più avanti l'uso dell'aggettivo “fatale”), direi che la “guerra ibrida” ebbe il suo battesimo proprio l'11 settembre 2001. Si chiamò “guerra contro il terrorismo internazionale”.

Da allora noi siamo immersi quotidianamente nei fallouts di questo spettacolo che, nelle stesse formulazioni dei suoi autori, o comparse, sarebbe dovuto durare “un'intera generazione” (George Bush junior, presidente degli Stati Uniti, o addirittura cinquant'anni, come disse Donald Rumsfeld, allora ministro della Difesa). Uno spettacolo che oggi rischia di trasformarsi in una vera guerra, mondiale, nucleare, definitiva per le sorti dell'ecosistema in cui viviamo e di cui siamo parte.

L'audacia di questo gruppo di individui, chiamati neocon, e la determinazione con cui agirono, erano ispirate (me ne resi conto, a fatica e con inquietudine) dalla stessa, identica analisi che io, personalmente, ero venuto maturando mentre riflettevo sul destino della Russia.

Avevo effettuato il percorso sulla base di dati molto incompleti, integrati da intuizioni, da fortunate connessioni, dall'analisi delle psicologie che trasparivano dai comportamenti dei vincitori. Mi fondavo sull'esperienza politica e giornalistica accumulata proprio osservando le loro mosse mentre stavo lavorando all'interno dell'impero nemico che, pur alla fine battuto, continuava a costituire un osservatorio mondiale in quel momento davvero senza uguali.

Vedevo con chiarezza i segnali di allarme che provenivano proprio dall'interno dell'Occidente. Segnali inspiegabili se ci si limitava a constatare che gli Stati Uniti, guida dell'Occidente, non avevano avversari in grado di contrastarli.

Dunque s'imponeva la domanda: perché quell'allarme? I “padroni dell'Universo” (l'autore della definizione, «Masters of the Universe», fu Paul Krugman) avevano molti più dati di quanto ne avesse potuto cumulare la non numerosa compagnia di coloro, tra cui mi collocavo, che misuravano pazientemente la temperatura politica planetaria. I “padroni dell'Universo”, per meglio dire gli intellettuali neocon che ne interpretavano i desideri, non avevano soltanto accumulato dei dati: avevano sviluppato un'analisi acuta, realistica, di quanto stava preparandosi, anche oltre e al di fuori della loro possibilità di controllo.

Alla fine degli anni Novanta, proprio mentre la Russia si arrendeva – e mentre assaporavano il trionfo – si erano resi conto che uno o più possenti antagonisti potenziali si stavano formando ad alta velocità.

Al processo di gestazione dei potenziali nemici, gli Stati Uniti e l'Occidente intero prendevano parte attiva, decisiva. Era la loro globalizzazione a fornire l'energia enorme del debito, dei consumi, dei sogni, dei meccanismi artificiali che spingevano l'economia mondiale. I conti fatti portarono a un risultato chiaro e inequivocabile. Mettendo insieme l'effetto dell'evoluzione demografica, industriale, tecnologica, comunicativa, militare, emergeva da quei conti che, al 2017, la Cina sarebbe diventata non solo un antagonista, ma il maggiore pericolo per la supremazia dell'Impero, ovvero la più grande minaccia globale agli interessi nazionali degli Stati Uniti d'America.

Il documento che riassunse queste idee fu il frutto di una lunga e complessa preparazione, che avvenne nel corso degli anni Novanta e che, nel 1998, fu portato fino alla scrivania dell'allora presidente Bill Clinton. Che lo respinse, forse perché non lo capì, preso com'era da compiti più imminenti, come quello di aprire le autostrade su cui le banche americane avrebbero promosso le loro invasioni su tutto il pianeta.

La comprensione piena della piega che stavano prendendo gli eventi mondiali, e la percezione del pericolo che correva l'Impero, non erano ancora possibili. I neocon precorrevano tempi di circa un decennio. Ma non persero tempo. Avevano ben chiaro che si doveva agire in anticipo. Non potevano permettere che i lenti riflessi dei loro maggiordomi pregiudicassero irrimediabilmente il raggiungimento degli obiettivi che si erano fissati. Così ruppero gli indugi e portarono al potere il fantoccio più comodo, facendolo eleggere, senza badare alle forme, dalla Corte Suprema.

Quel conglomerato di idee e di paure si chiamava “Project for the New American Century” (PNAC) e venne alla luce pubblica solo dopo l'11 settembre 2001, cioè dopo che la parte più spettacolare di quel progetto era stata portata a compimento, con il presidente George Bush Jr. Nelle menti dei suoi autori, la vittoria sulla Russia – che era già un fatto acquisito per loro al momento in cui avevano concepito il progetto nel suo insieme – fu un elemento essenziale del loro giudizio complessivo sullo stato del mondo. La fine dell'Unione Sovietica costituiva cioè un dato di partenza definitivo, un assioma fondante per tutti i calcoli successivi.

La Russia era fuori gioco, non c'era nulla da temere da quella parte. Sull'orizzonte ormai prossimo si stagliava la Cina. Capivano che – a differenza di quanto aveva prospettato Zbigniew Brzezinski nel 1987 – “assorbire” la Cina all'interno del sistema di potere dell'Occidente sarebbe stato difficile, se non del tutto impossibile.

In ogni caso non c'era il tempo perché giungessero a maturazione le troppo ottimistiche previsioni di quegli analisti occidentali e americani, secondo cui la Cina, divenuta capitalista – secondo lo schema semplificato capitalismo = democrazia americana – sarebbe stata prima investita da processi democratici e poi sconvolta da una crisi sociale gigantesca, la quale si sarebbe sommata a una rivoluzione democratica come quella che aveva distrutto l'Unione Sovietica, e che avrebbe quindi, a sua volta, consentito all'Impero di assoggettarla. Il dogma dell'equivalenza tra capitalismo e democrazia liberale – sul cui assioma ragionavano gli economisti liberisti della prima ora – non pareva funzionare (non in tempo utile) nel caso cinese.

D'altro canto sussisteva il grave rischio che la Cina, con la sua stessa, ingombrante e vertiginosamente ampliantesi presenza nel mercato mondiale delle merci e della finanza, si manifestasse come la prova vivente della fine dell'Impero, poiché un Impero è tale soltanto fino a che non diventa evidente che qualcuno può ignorarne gli ordini.

Dunque il laboratorio dell'Impero si era affrettato a elaborare un elisir di lunga vita, che tranquillizzasse i riposi dei padroni universali. La componente chimica essenziale di quell'elisir era l'uso preventivo e strategico della forza. E, con il crollo in atto dell'Unione Sovietica, appunto nel 1990, fu la destra radicale che cominciò a mettere, nero su bianco, la lista dei preparativi.

Quella lista prese il nome di “Defense Planning Guidance” (DPG). I suoi autori portano nomi che ritroveremo lungo il percorso che ci condurrà dal 1990 al 2001, e oltre: sono Paul D. Wolfowitz, I. Lewis Libby e Eric S. Edelman. Il primo diventerà il numero due del Pentagono, cioè il vice di Donald Rumsfeld; il secondo sarà capo dello staff del Vice-presidente Dick Cheney; il terzo sarà consigliere per la politica estera di George W. Bush. I cardini della nuova filosofia imperiale, dopo la fine del “nemico rosso”, furono avvitati sugli stipiti del Campidoglio da questi tre pensatori. E contenevano la sostanza del cambiamento cui abbiamo assistito in questo primo decennio del XXI secolo.

Espresso in una triade di concetti estremamente chiari:

  1. impedire a ogni Potenza ostile di dominare aree del pianeta le cui risorse siano essenziali per consentire agli Stati Uniti di aumentare la loro forza;
  2. scoraggiare qualunque tentativo, da parte di nazioni industrialmente avanzate, di sfidare la leadership americana;
  3. precludere l'emergere di ogni futuro concorrente globale.

“Impedire”, “scoraggiare”, “precludere”: Niccolò Machiavelli nella versione sintetica e pragmatica anglosassone. In termini più brutali: tutte le risorse sono nostre; quelle che ci servono ce le prenderemo; non ci sono alleati, ma subalterni, inclusi gli amici industrializzati (cioè gli altri Paesi occidentali). Chi osasse anche solo sfidare l'Impero dovrà essere “scoraggiato”. Con ogni mezzo. Non lasceremo a nessuno la possibilità di emergere.

Il messaggio era rivolto a 360 gradi. Chi lo scriveva era consapevole della forza dell'America, della sua posizione di vantaggio assoluto, ma anche dei vincoli formali cui l'Impero doveva sottostare in condizioni ufficiali di pace. E della necessità di rispettare i cerimoniali della democrazia liberale e della legalità internazionale. Cioè di tenere conto – mentre si sarebbero compiuti atti di brutale violenza contro chiunque avesse osato mettere in discussione l'Impero – che c'era ancora un percorso da compiere, a partire da quella dichiarazione di guerra al mondo intero, fino ad arrivare al tacitiano momento di un “deserto chiamato pace”.

Solo un'umanità omogenea di schiavi avrebbe potuto accettare quel messaggio senza reagire.

Lo stesso Brzezinski, uno dei membri più autorevoli della squadra neocon, si era premurato di far notare che l'uomo della strada, per quanto trasformato in bue, prima di essere portato al macello, avrebbe potuto opporre qualche resistenza, almeno fino al momento in cui qualche informazione al riguardo fosse giunta nelle vicinanze dei suoi occhi e del suo olfatto. Dunque il condizionamento delle masse avrebbe dovuto essere portato a compimento in modo adeguato.

Nel frattempo – visto che di tempo a disposizione non ce n'era molto – si sarebbe potuta usare la carta della paura. Il consenso sarebbe stato possibile costruirlo, a condizione di riuscire a creare «una minaccia enorme, diretta, percepita a livello di massa». Questo concetto venne posto all'attenzione degli esperti nel famoso libro intitolato The Grand Chessboard (“La Grande Scacchiera”). Era il 1997, un anno prima della crisi finanziaria del 1998 e dei paurosi scricchiolii che si erano sentiti, quattro anni prima dell'11 settembre 2001.

Il suggerimento di Brzezinski fu preso in considerazione. Infatti, nel documento del PNAC, si scriverà che occorrerebbe «un qualche evento catastrofico catalizzante, come una nuova Pearl Harbor».

Con questo stratagemma si sarebbero prese, con una sola fava, non solo l'opinione pubblica americana e quelle degli altri Paesi occidentali, opportunamente terrorizzate, ma anche tutte le classi dirigenti degli alleati, anch'esse altrettanto opportunamente “scoraggiate” dal voler procedere ciascuna per conto proprio. L'11 settembre 2001 fu il momento in cui venne cementata la grande alleanza dell'Occidente contro il nuovo nemico universale: il terrorismo. Dal “rosso” comunista si era passati al “verde” islamico.

Prima di quella data, dopo il DPN, si era andati avanti con l'agenda operativa preparatoria. Vennero stilate le “Linee Guida per la programmazione per la Difesa negli anni 1994-1999”, dove le idee essenziali del DPN furono precisate fino al dettaglio:

«Il nostro primo obiettivo è prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sia sui territori dell'ex Unione Sovietica che da qualsiasi altra parte. Un rivale che rappresenti una minaccia per l'ordine attuale come quella [prima] rappresentata dall'urss. Per quanto riguarda le nazioni industrialmente avanzate, dobbiamo ritenere sufficiente la [nostra] capacità di scoraggiare chiunque dallo sfidare la nostra leadership o dal tentare di rovesciare l'ordine politico ed economico stabilito […]. Dobbiamo mantenere il meccanismo di deterrenza nei confronti di potenziali competitori che anche solo aspirino a un maggiore ruolo regionale o globale».

Per inverare una tale strategia non poteva mancare un adeguato programma di potenziamento militare, la cui caratteristica doveva essere quella di aumentare, non solo di mantenere, il distacco, già incolmabile, tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.

Per questo fu approntata la “Revisione della posizione [degli usa] in tema nucleare” (NPR). Il documento, che evidentemente fu preparato nel corso degli anni precedenti, venne presentato al Congresso il 31 Dicembre 2001. Esso esondava al di fuori di tutti i paradigmi cui gli Stati Uniti si erano attenuti negli anni della guerra fredda. Nessun cenno agli impegni precedenti di smantellamento degli arsenali nucleari.

In sostituzione si evidenziava una nuova triade:

  1. potenziamento dei sistemi di attacco nucleari e convenzionali;
  2. nuovi sistemi di difesa, attiva e passiva;
  3. modifiche di tutte le infrastrutture per accrescere la rapidità di risposta in condizioni di emergenza.

Infine il 20 settembre 2002 viene messa sotto gli occhi del Congresso la pandetta che sintetizza il nuovo quadro strategico di lungo periodo, rivolto al terzo millennio sotto l'epigrafe del “Nuovo Secolo Americano”: la National Security Strategy (NSS). Verrà presentata in tandem con la denuncia unilaterale americana del trattato ABM (Anti Ballistic Missile Treaty) che aveva consentito di mantenere “l'equilibro del terrore” mediante la mutua rinuncia delle due massime potenze nucleari a dotarsi di un sistema anti-missile. Era l'editto del nuovo ordine mondiale unipolare.

Dura ancora oggi, anche se gravemente lesionato dai fatti. Ho voluto raccontarne qui la genesi perché so che essa è sconosciuta al colto e all'inclita, essendo stata rigorosamente celata al grande pubblico, con la piena e indefessa complicità di tutto il mainstream occidentale. E soltanto se si è privi di questa conoscenza, o se si è perduta la memoria dei fatti, si può credere alle accuse che oggi, mentre scrivo, l'America e l'Occidente rovesciano sulla Russia e su Putin, descrivendoceli come aggressori, come minaccia per i propri vicini e per l'Occidente nel suo complesso.

Come credo non sia difficile dimostrare, siamo di fronte a un classico esempio di proiezione sul nemico delle nostre intenzioni.

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Già dirigente del PCI e corrispondente da Mosca per l’Unità e La Stampa, Giulietto Chiesa collabora con il quotidiano torinese. E stato promotore e co-sceneggiatore del film Zero, inchiesta sull’11 settembre 2001.
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