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Padroni di se stessi - Estratto da "Il Potere della Scelta"

di Cesare Peri 3 settimane fa


Padroni di se stessi - Estratto da "Il Potere della Scelta"

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Cesare Peri e scopri come esercitare davvero e senza condizionamenti il tuo potere di scegliere il tuo destino

La nostra stessa esistenza è iniziata con una duplice scelta: quella biologica, ponderata o fortuita, per la quale siamo debitori ai nostri genitori, e quella spirituale, dovuta e voluta da noi stessi.

Indice dei contenuti:

La scelta degli altri

I profondi insegnamenti dei Maestri, comunicanti da una dimensione che è "oltre l'illusione terrena", ci spiegano infatti che, incarnandoci su questo pianeta, siamo noi a scegliere, se non precisamente quelle persone, comunque il contesto familiare adatto alle esperienze richieste dal nostro karma.

In altre parole, la legge di evoluzione della coscienza individuale ci indirizza con una tale precisione e, diciamo anche, delicatezza verso ciò che, per legge di causa ed effetto, ci è indispensabile sperimentare, che a noi pare di sceglierlo in prima persona.

Per questo capita spesso che alcune entità, durante i contatti medianici, affermino che ciascuno sceglie i propri genitori. D'altro canto è pur vero che precise leggi di affinità determinano il ritrovarsi di esseri sulla terra nella stessa famiglia, seppure con ruoli diversi.

Comunque sia, la duplice scelta, che origina la nostra avventura terrena, rispecchia fin dall'inizio perfettamente la dinamica propria di ogni scelta, che, come si diceva, è mossa da una necessità. Sorge allora spontanea una domanda: dopo questo particolare esordio, quando ci è permesso di ritornare padroni della nostra autonoma facoltà di scegliere?

A parte le piccole personali scelte dell'infanzia, fino alle soglie dell'adolescenza le "grandi scelte" della nostra vita sono inevitabilmente gestite da altri, genitori, parenti ed educatori.

Cresciamo, insomma, grazie alle scelte di diverse persone e diventiamo, pur nei limiti della nostra indole innata, il prodotto di queste scelte. Una sana educazione dovrebbe tener conto delle nostre naturali tendenze e favorire lo sviluppo dei nostri talenti, ma i criteri massificanti del sistema scolastico (per non dire della società in generale) e la volontà dei genitori di proporci e, non di rado, imporci obiettivi e modelli conformi alle loro scelte finiscono spesso per cucirci addosso un'identità che renderà difficile a noi stessi riconoscere la genuinità delle nostre scelte.

D'altronde è importante ammettere che noi emergiamo necessariamente come frutto delle scelte di altri e tra queste dovrebbe esserci anche lo spazio, piccolo o grande, riservato alla nostra attuale capacità di scegliere.

Ricordo una pacata discussione tra un giovane futuro padre e un prete a proposito del battesimo dei neonati: il primo sosteneva di non avere il diritto di decidere al posto di chi non era in grado di intendere e che suo figlio un giorno avrebbe potuto rinfacciargli di aver fatto quella scelta senza averlo interpellato, ma l'altro accortamente ribatteva che, divenuto grande, il figlio avrebbe anche potuto, allo stesso modo, rimproverargli di non averlo battezzato.

Benché i punti di vista fossero diversi, di fatto il genitore si trovava comunque di fronte ad una scelta e alla necessità di assumersi la responsabilità delle conseguenze.

Siamo frutto delle scelte altrui, si diceva, ed è necessario tenerne conto per analizzare le nostre, per capire da adulti, soprattutto quando sbagliamo e ci sentiamo disorientati, se e in quale misura i criteri a cui ci atteniamo nelle decisioni appartengano realmente a noi o siano ancora quelli degli altri.

E questo un punto fondamentale, che richiede molta attenzione. Sappiamo che il genitore, o comunque chi ha inciso fortemente nella nostra formazione, viene "introiettato" dentro di noi e finisce col costituire quel "super-io" che ci detta il senso del dovere, il concetto di bene e di male e in generale il codice di comportamento.

Tutto questo è normale, come la lingua che parliamo senza aver avuto la possibilità di sceglierla (e non è solo un insieme di suoni diversi da quelli delle altre, ma rispecchia un preciso modo di pensare, a sua volta condizionante). Diventa invece meno "normale" e potenzialmente patologico quel "super-io", o insieme di valori acquisiti, che esercita una coercizione interiore a seguire determinati schemi, pena un senso di disagio o di colpa.

Insieme al bagaglio culturale che ci è stato fornito dovrebbe esserci stata consegnata anche la chiave per aprirlo e potere, da adulti, fare una scelta tra ciò che riteniamo ancora valido, che allora considereremo a tutti gli effetti nostro, e ciò che invece non serve più o non corrisponde affatto a quello che siamo diventati e che intendiamo essere.

Purtroppo raramente ci è data questa chiave, perché durante il processo formativo è stata considerata pericolosa, e allora spetta a noi trovarla.

Di fronte alla difficoltà di una decisione posso chiedermi come avrebbe agito mio padre o mia madre, e persino il mio maestro spirituale, ma non devo sentirmi costretto a seguire il loro esempio o, peggio ancora, ad agire automaticamente secondo il loro punto di vista, perché io sono un'altra persona e posso condividere consapevolmente determinate opinioni, ma la mia naturale diversità mi spinge a trovare inevitabilmente qualche "variante", frutto di nuove esperienze e conseguenza della mia storia personale.

La precondizione, dunque, per una scelta giusta (per me) consiste nel saper distinguere le sovrastrutture mentali, cioè quello che mi è stato trasmesso e, peggio, inculcato, dalle mie strutture, cioè da quello che sono io, con la possibilità di dissentire e la capacità di dire «no!» senza avvertire un eccessivo turbamento.

Quel determinato e misterioso essere che è dentro di me sa perfettamente ciò che per lui è bene, mentre l'ego, ovvero la mia personalità o identità in cui credo di riconoscermi (o mi hanno insegnato a riconoscermi) lo ignora: perciò deve imparare a capirlo, scoprendone i veri bisogni, fino ad arrivare ad intenderne il linguaggio e, nel processo evolutivo, ad identificarsi sempre più in esso.

In questa prospettiva appare chiaro come ogni scelta metta alla prova ed evidenzi quello che siamo veramente. Una scelta sbagliata o insoddisfacente non va perciò intesa come un fallimento, se non sono mancati l'impegno e la buona volontà necessari, quanto piuttosto come un segnale che dice: «Questo non fa per me».

Sulla strada reale del proprio essere non si fallisce mai: si possono fare errori, tentativi imperfetti, approssimazioni, sapendo che sono solo passi per migliorare, che avvicinano alla meta. Un arciere che conosce il suo bersaglio non fa necessariamente centro al primo colpo, ma tira una freccia dopo l'altra correggendo sempre più la traiettoria. Se invece il bersaglio è confuso oppure me lo impone un altro, le frecce vanno facilmente perdute e con esse la fiducia in me stesso.

Perciò siamo riconoscenti agli altri per tutto il materiale da costruzione, bello o brutto, che ci hanno fornito (possiamo concedere loro l'attenuante che, comunque, hanno fatto ciò che potevano, quello che era il loro meglio), ma utilizziamolo a modo nostro per costruire l'edificio della vita, senza escludere per principio nessun elemento prefabbricato, se sappiamo dove posizionarlo.

Infine, come naturale conseguenza della nostra genuina capacità di scegliere in quanto espressione di noi stessi, ci verrà spontaneo rispettare le scelte degli altri, invece di pensare che le nostre siano migliori o, peggio, cercare di imporle a loro. Infatti, se con tanta fatica siamo stati capaci di liberare la nostra statua (per parafrasare le parole di Michelangelo) dal blocco granitico dei condizionamenti esteriori, non vorremo certo addossarlo agli altri.

La scelta dei pensieri

C'è un saggio detto che descrive con chiarezza i meccanismi della psiche e del comportamento umano in questi termini: «Pianta un pensiero e raccoglierai un desiderio; pianta un desiderio e raccoglierai un'azione; pianta un'azione e raccoglierai un'abitudine; pianta un'abitudine e raccoglierai un carattere; pianta un carattere e raccoglierai il tuo destino».

La metafora di tipo agricolo è più che mai azzeccata: ciascuno raccoglie ciò che semina, ma soprattutto le varie sequenze mostrano perfettamente il concatenamento logico che unisce il seme al frutto, secondo un processo che ha origine nella mente. In modo analogo ci ammonisce l'insegnamento del Buddha: «Siamo ciò che pensiamo.

Tutto quello che facciamo nasce dai nostri pensieri. Con i nostri pensieri creiamo il mondo».

Marco Aurelio, l'imperatore filosofo vissuto nel II secolo dopo Cristo, così annotò nel diario che usava non solo per raccogliere le sue riflessioni, ma come vero e proprio strumento di guida nell'agire quotidiano: «Tutte le cose non sono se non ciò che pensiamo che siano e quindi tutte le cose sono ciò che vogliamo che siano».

Da tali considerazioni possiamo renderci conto del fondamentale ruolo che il pensiero svolge non solo nella facoltà di scegliere, ma in particolare sul piano concreto delle scelte quotidiane. Lo stesso imperatore romano così concludeva la sua riflessione: «Perciò, tutte le volte che vuoi, smetti di dare un significato alle cose in base a ciò che pensi, sopprimi cioè le opinioni che ti fai intorno ad esse e, come chi ha doppiato il promontorio, troverai un mare calmo, un'assoluta tranquillità e un'insenatura riparata dai flutti» (Marco Aurelio Antonino, Ricordi, Rizzoli 1975).

Ed eccoci alla straordinaria applicazione pratica di questi principi: la prima e più importante scelta che possiamo fare è quella dei nostri pensieri. Se vogliamo doppiare il promontorio delle difficoltà quotidiane e approdare ad un'insenatura riparata, il più possibile, dai flutti delle preoccupazioni, dobbiamo scegliere i pensieri positivi e costruttivi, liberandoci di quelli ansiogeni e comunque disfunzionali come zavorra che appesantisce la nostra imbarcazione.

Che cosa facevano i marinai quando la nave era in difficoltà per una falla o per l'eccessivo impeto degli elementi? Cercavano di alleggerirla, perché galleggiasse più facilmente, e buttavano a mare il carico che trasportava, partendo dalle cose più pesanti e meno preziose. Lo stesso dobbiamo fare noi con la nostra mente, sgombrandola dai pensieri inutili e negativi che abbiamo accumulato col tempo o che altri, a nostra insaputa, hanno stipato in essa come in un magazzino.

Ogni cosa che ci capita è in sé un puro accadimento: solo attraverso la nostra interpretazione (in genere istintiva o conforme al senso comune più che veramente personale e consapevole) acquista un significato e si trasforma per noi in esperienza.

E' possibile constatare come di fronte allo stesso avvenimento, che sembrerebbe avere in sé una valenza oggettiva di dolore o di gioia (e in parte, considerata la natura generale dell'essere umano, è innegabile che l'abbia), tuttavia persone diverse reagiscano in modi che variano, fino ad essere molto differenti. E ogni reazione diversa produce una serie di conseguenze diverse, secondo quel concatenamento di cause ed effetti che abbia visto.

Così, di fronte ad un fatto doloroso una persona può reagire dicendo: «Capitano tutte a me!», mentre un'altra conclude: «Che cosa posso imparare da questa esperienza?».

Esistono pensieri di due tipi: quelli che sorgono direttamente da noi, perché li formuliamo in modo consapevole e, ordinati, costituiscono una vera e propria riflessione, e altri invece che possono essere captati dall'ambiente, recepiti telepaticamente, oppure che affiorano involontariamente dall'inconscio. Spesso s'intrecciano, influenzandosi, al punto che non sempre è facile distinguerli.

Qualunque possa essere la loro natura, occorre vagliarli e rendersi conto se sia utile o dannoso prenderli più di tanto in considerazione, ospitandoli in quel fecondo spazio della mente da cui, come sappiamo, genereranno un desiderio, un'azione e così via.

Un'affermazione quotidiana che possiamo ripetere per tenere pulita la mente è: «Io non sono i miei pensieri». Se, infatti, avviene l'identificazione con i propri pensieri, essi ci trascineranno facilmente lontano dalla nostra essenza, creando scenari immaginari e spesso inquietanti, in cui scegliere in modo equilibrato risulterà sempre più difficile.

Poiché ogni pensiero suggerisce una prospettiva, una volta respinti quelli che inclinano verso lo sconforto e le reazioni negative, ricordiamoci che esistono sempre altre possibilità, diverse tipologie di approccio o angolature da cui inquadrare qualsiasi situazione. Come minimo c'è un'alternativa, con una serie differente di pensieri, che è bene confrontare con quelli che sembrano gli unici destinati a motivare la nostra decisione.

Osservo i miei pensieri, soppeso senza fretta quelli che a prima vista mi si presentano come una soluzione urgente e indiscutibile e cerco di individuarne la fonte dentro di me: provengono dal cervello, come pacata elucubrazione, oppure dal cuore, generati da un intimo sentire, oppure dalla pancia, mossi da una reazione istintiva, magari di paura? Ma soprattutto, vengono davvero da me, dalla mia personale sensibilità, dal mio intimo essere, o sono il frutto di un condizionamento culturale, di una morale comune che agisce in me come un riflesso condizionato?

L'analisi può apparire molto sottile e, specialmente all'inizio, tutt'altro che facile, ma il beneficio di una simile impostazione non consiste nell'immediata scoperta della vera natura dei nostri pensieri, a cui con approssimazione si potrà anche giungere, quanto piuttosto nel porsi in questa nuova prospettiva critica che produce un distacco dai propri pensieri e crea spazi di possibili riflessioni al posto dell'agire istantaneo secondo schemi comuni o abituali.

La consapevolezza di essere padroni di scegliere i pensieri, come un pastore osserva ed esamina le proprie pecorelle, è già un grande vantaggio. E se poi dovessimo scegliere un pensiero sbagliato, come l'arciere, si diceva prima, che manca il bersaglio, diremo di conseguenza che era il pensiero ad essere sbagliato, la scelta ad essere imperfetta, ma non noi come persona: questa differenza è fondamentale e ci rivela come esseri perfettibili, non falliti, grazie al rapporto che abbiamo stabilito tra noi e i nostri pensieri.

Analogamente, poiché la dimensione interiore si riflette comunque sul modo con cui trattiamo gli altri, saremo in grado di cogliere la differenza tra un'azione o un pensiero di una persona e la persona stessa, e potremo constatare il diverso effetto che produce un rimprovero del tipo «Hai pensato (o fatto) una cosa stupida!» rispetto ad affermare «Sei uno stupido!».

Nel primo caso il nostro interlocutore, se il tono non è troppo aggressivo, potrà anche essere disposto a rivedere il proprio punto di vista o comportamento, mentre nel secondo si sentirà solo giudicato e offeso, innalzando un'inevitabile (e spesso insormontabile) barriera.

Poiché, dunque, ogni situazione o rapporto ha origine da un pensiero o insieme di pensieri (tanto che potremmo attribuire "sostanza mentale" a quella che chiamiamo "realtà"), la legittima priorità spetta a tale scelta, come sostiene Louise Hay, la più nota divulgatrice del valore e delle tecniche del pensiero positivo, la quale proprio su di essa basa i quattro pilastri della sua filosofia:

  1. Ciò che pensiamo riguardo a noi stessi diviene vero per noi.
  2. Ognuno di noi è responsabile di ciò che di bene e di male gli accade.
  3. Ogni pensiero che formuliamo e ogni parola che pronunciamo creano il nostro futuro.
  4. Ricordiamo comunque che sono solo pensieri, e i pensieri possono essere cambiati.

Scelgo, dunque, un pensiero positivo, come in una manciata di semi sceglierei quello più consistente e sano, e lo immetto nella mente, come una volta si poneva una diapositiva nel proiettore: la mente, infatti, secondo la definizione buddista, è «pura luce».

Essa ha la funzione di riflettere (non a caso questo verbo ha il doppio senso di rispecchiare o proiettare un'immagine e anche di formulare pensieri). Antonio Maria Zaccaria, medico e santo vissuto nel XVI secolo, fondatore dell'ordine dei Barnabiti, soleva dire che la mente è come un mulino: macina qualsiasi pensiero gli venga messo dentro e con la farina che si ottiene ciascuno impasta poi il pane delle proprie azioni. Il paragone spiega bene il meccanismo della mente e la responsabilità personale nella scelta dei pensieri.

Questo pensiero-seme produce in noi una fioritura di altri pensieri e di sentimenti. È importante tener presente il legame inscindibile tra pensiero e sentimento: è come se ciascun pensiero portasse inevitabilmente attaccato un palloncino colorato (anche quelli che sembrano neutri o insulsi potrebbero comportare, per esempio, un senso di noia o di velata tristezza). E il sentimento ha un immediato riscontro biochimico sul nostro metabolismo, condizionando lo stato generale di salute.

Allora perché non scegliere di proposito pensieri che ci permettano di stare bene? Posso scegliere un pensiero che mi aiuti a prendere una decisione, ma nulla mi impedisce di sceglierne un altro, attingendo all'archivio dei ricordi, per il puro piacere di rivivere l'emozione e il sentimento ad esso associati. E come sorseggiare, dopo aver scelto la bustina, una piacevole tisana.

Quando invece la mente è lasciata incustodita, è più facilmente invasa da preoccupazioni e pensieri negativi, verso i quali ha forse anche una certa inclinazione naturale. Proviamo ad osservare quanti pensieri negativi ci attraversano la mente nel corso della giornata, inducendoci spesso a lamentarci anche con gli altri, e decidiamo ora con fermezza di praticare una vera e propria igiene mentale!

Sappiamo, da ultimo, che il pensiero è energia e vibrazione e che il nostro corpo è un vero e proprio campo vibrazionale, in cui ogni organo emette la sua frequenza.

Ricordo a questo proposito un significativo episodio in cui un grande maestro spirituale, volendo rivelare una profonda verità ad un discepolo, gli disse che con le frequenze emesse dal cervello la trasmissione non sarebbe stata possibile: «Potrai recepire veramente il mio messaggio solo sintonizzandoti sulle frequenze del cuore, che sono più potenti. Per fare questo scegli un pensiero che ti ricordi un momento di felicità, in cui hai amato, e il sentimento d'amore potrà così permeare il tuo pensiero fino ad elevarne la frequenza».

Il discepolo si immerse allora nella rievocazione interiore e sentì fluire una straordinaria energia che lo univa al maestro.

Le recenti scoperte della neurocardiologia confermano pienamente il valore di questo antico insegnamento: nell'organo cardiaco, infatti, è stato riconosciuto un vero e proprio cervello, dotato di circa 40 mila neuroni e di uno straordinario campo magnetico, di gran lunga superiore a quello cerebrale.

Anche Carl Gustav Jung, il fondatore della scuola della «psicologia del profondo», aveva chiaramente riconosciuto le facoltà cognitive del cuore: «Non dobbiamo pretendere di capire il mondo solo con l'intelligenza. Lo conosciamo nella stessa misura attraverso il cuore. Quindi, il giudizio dell'intelligenza è, nel migliore dei casi, soltanto metà della verità».

Se scegliamo, dunque, di pensare con il cuore, potremo captare i messaggi più belli di cui vibra l'universo e sperimentare, per affinità di frequenza, la sua infinita ricchezza. In una realtà olistica, dove tutto è interconnesso, è naturale che il simile si colleghi facilmente con il simile.

E' un fenomeno antico, già intuito da pensatori e da mistici e ora confermato da ricerche scientifiche: lo chiamano comunemente "Legge di attrazione".

Il Potere della Scelta

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Cesare Peri

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Cesare Peri, classe 1950, è nato a Milano, dove si è laureato in Lettere Classiche e in Filosofia presso l’Università Statale. Da oltre trent’anni si occupa di spiritualità occidentale e orientale, di tecniche di rilassamento e meditazione. Dopo aver praticato yoga e baduanjin ha...
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